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Il nuovo Statuto del Veneto: una risposta al mutamento dei tempi. Guarda al domani riaffermando storia, identità e ruolo del popolo veneto

di Roberto Ciambetti  [*]
Assessore al bilancio, finanze e tributi, partecipazioni societarie, cooperazione transnazionale e rapporti con gli Enti Locali della Giunta regionale del Veneto
    
Pubblicato nell'edizione n. 3 del 2011



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Abstract:
 
Il nuovo Statuto del Veneto arriva in un momento storico di estrema complessità. La prima carta statutaria della allora neo-nata Regione Veneto fotografava una realtà complessa nella quale alle criticità del momento politico, storico e sociale, si accompagnavano fermenti importanti legati a rivendicazioni di diritti e valori imprescindibili. Allo stesso modo, il nuovo Statuto, carta identitaria prima ancora che della Regione della realtà veneta, viene approvato in un momento in cui appare necessario un ripensamento in termini di politica istituzionale ed economica complessiva. Rispetto al precedente, il nuovo Statuto evidenzia una maggiore attenzione alla dimensione globale ed europea senza che peraltro si perda mai di vista la identità veneta, già riconosciuta, con vigore, dalla prima carta statutaria. Le istanze identitarie e autonomistiche delle quali si fa portavoce vanno lette ed inserite in una logica di continuità con quanto già affermato e realizzato in passato e con la necessità di trovare nuove soluzioni a problemi importanti come quelli che stanno interessando gli scenari economici, politici, istituzionali attuali.
 
 
 
Il primo Statuto del Veneto[1] venne approvato in un momento in cui andava concludendosi una fase di profonda trasformazione socio-politico-economica che aveva investito l'intero Occidente: gli anni Sessanta non solo avevano determinato una rivoluzione nei costumi e nei comportamenti, sdoganando le istanze del mondo femminile e del mondo giovanile, con il riconoscimento, in Italia, di una dignità e tutela del mondo del lavoro mai raggiunta in precedenza, ma anche imposto l'esigenza di un nuovo modello di governo del territorio e della società, non più centralizzato ma aperto al decentramento.
In Italia, presupposto del mutamento fu l'esito del boom economico, che aveva aperto nuovi scenari tali da spingere la classe politica a mettere in agenda iniziative radicali, dalla razionalizzazione dell'energia elettrica alla riforma scolastica, dalla legge urbanistica all'istituzione delle Regioni, con il coinvolgimento, seppur parziale, della classe operaia e lavoratrice nella guida del paese, come era già avvenuto, per altri aspetti, in Francia e Gran Bretagna a metà degli anni Cinquanta. Questo processo non fu semplice e trovò ostacoli formidabili, tali da rallentare, se non impedire, l'attuazione di questo programma politico, che ebbe esiti se non fallimentari di certo ben ridimensionati rispetto alle aspettative originarie e che fu travolto da una impressionante accelerazione sul finire del decennio dalle contestazioni studentesche e dalle lotte sindacali che portarono poi, e non solo, allo Statuto dei Lavoratori[2].
L'insediamento del primo Consiglio regionale del Veneto va inserito in questo contesto storico, e in questo contesto storico va anche letto il coraggioso richiamo del primo Statuto regionale approvato a Venezia, che rivendica l'identità e peculiarità del popolo veneto.
Non poteva essere altrimenti, per incontestabile storia e per cultura, giacché la Serenissima per secoli fu stato e nazione, ben prima della nascita di tante nazioni europee, e per secoli unica realtà statuale a sud delle Alpi, con precise istituzioni e proprie magistrature[3].
Il richiamo all’identità veneta era necessario: a metà degli anni Sessanta, nelle celebrazioni del primo centenario dell'annessione al Regno sabaudo del Veneto, era emerso con chiarezza il ruolo che in quel processo avevano avuto le Grandi potenze dell'epoca, e che, ben più della spinta locale, contarono Cancellerie e le diplomazie. Diplomazie che erano impegnate a risolvere, a loro vantaggio, quella che allora si chiamava Questione Veneta e che, per diversi motivi, vedevano Francia, Prussia e Gran Bretagna tese a indebolire l'impero Austroungarico.
Non poteva essere altrimenti, infine, anche perché il Veneto, si trovava, e si trova, incuneato tra Friuli Venezia Giulia e le due Province a Statuto speciale, Trento e Bolzano, che proprio nel 1972 avrebbero visto riconosciuta nel loro Statuto di autonomia – il secondo approvato dopo un lunghissimo travagliato iter, che si sviluppa lungo l'intero decennio precedente non senza la guerriglia del Befreiungsausschuss Südtirol – una propria peculiarità nell'autoregolamentazione legislativa e nell'ampia autonomia anche finanziaria che caratterizza quest'area.
Se il primo Statuto del Veneto è figlio di una situazione molto particolare, anche la seconda stesura della Carta regionale avviene in uno scenario altrettanto impegnativo e forse ancor più dirompente di quello vissuto appunto negli anni Sessanta del secolo scorso[4]: il capitalismo è giunto alla maturazione, con la crisi di un modello di crescita basata sull'indebitamento, non più sostenibile. E risultato di questa crisi è proprio il radicale cambiamento anche degli equilibri geopolitici internazionali, che non a caso vedono il bacino del Mediterraneo al centro di straordinarie tensioni, segnate da rivolte e repressioni, ribaltamenti di regimi, il tramonto di intere nazioni come la Grecia e forse l'Italia, ma anche l'emergere di altre, quali la Turchia. Su scala più ampia, la scena mondiale vede nuovi protagonisti, dalla Cina all'India, dalla Russia al Sudafrica fino al Brasile, che in pochissimi anni ha bruciato le tappe dello sviluppo.
Contestualmente, i vecchi strumenti di governo del territorio dimostrano una incredibile obsolescenza: la crisi dello stato-nazione è evidente e con essa è altrettanto chiara la perdita di sovranità dei parlamenti nazionali[5].
Insomma, sta finendo un'era e nasce un mondo nuovo: non è casuale se molte delle conquiste che caratterizzarono gli anni Sessanta, ad iniziare dallo Statuto dei lavoratori, siano oggi messe fortemente in discussione. Tutti gli istituti della rappresentanza, non solo quelli politici, vivono una fase di profonda trasformazione i cui esiti non sono definiti né ipotizzabili[6].
Anche la forma delle Istituzioni viene posta al centro di un nuovo dibattito, per altro abbastanza confuso: l’ipotizzata trasformazione delle Province, pesantemente riordinate, ad esempio, è un capitolo alquanto burrascoso nei tempi e nei modi, ma indicativo vuoi del disorientamento di una classe dirigente spiazzata dagli eventi, vuoi dell’esigenza di una radicale riorganizzazione.
I tempi nuovi, i nuovi equilibri internazionali, l’irrompere nella vita quotidiana di tutti gli attori sociali delle tecnologie, impongono nuovi strumenti di governo.
In questo scenario il secondo Statuto del Veneto è testimone del travaglio dei nostri giorni e del bisogno di innovazione, talvolta in maniera contraddittoria, talaltra registrando passaggi estremamente interessanti: dall'istituzione del Consiglio delle Autonomie al taglio dei costi della politica (si pensi all’eliminazione dei vitalizi e la riduzione delle indennità) alla affermazione della specificità di Belluno, al regolamento consiliare che disegna un ruolo nuovo per maggioranza e opposizione, fino alla nuova legge elettorale che permette ai cittadini di scegliere il proprio candidato. Il nuovo statuto ha saputo concretare e dare sostanza al mutamento, con largo anticipo rispetto anche allo Stato che, sulla capacità di autoriforma, arranca pesantemente; la polemica alquanto farraginosa nelle argomentazioni da parte del governo “tecnico” sullo Statuto del Veneto, sembra costituirsi non già come un confronto bensì come una delle forme della resistenza che l’apparato burocratico statale pone al mutamento[7].
Lo Statuto del Veneto, nella nebulosità della fase che stiamo vivendo, riflette la necessaria prudenza che deve ispirare il legislatore: sappiamo che la realtà attorno a noi muta, vediamo che stanno determinandosi nuovi equilibri, ma non è esattamente ancora chiaro e definito l’orizzonte: pensiamo anche solo alle incertezze che ruotano attorno alla moneta europea e all’edificio comunitario, al bisogno di dare sostanza politica all’Europa e, di conseguenza, ripensare il ruolo delle Regioni e degli Stati nella futura Europa. Eventuali apparenti incertezze dello Statuto nascono da un presente in divenire, che potrebbe conoscere radicali e impensabili sviluppi.
Ciononostante, pur rinnovato e adeguato per molti aspetti alle esigenze contemporanee, si riafferma come centrale e imprescindibile l’identità veneta, il ruolo del popolo veneto, la sua legittima aspirazione all’autonomia e all’autogoverno: l’albero della storia cresce, si evolve, fa nascere nuovi rami, ma le nostre radici sono ancora solide e importanti.
In questa maniera lo Statuto, nell’essere testimonianza dei nostri giorni, dimostra che seppure davanti a un futuro incerto e opaco, non esiste una divaricazione tra le Istituzioni locali e la società veneta e tutti i suoi attori e protagonisti: procediamo, magari con cautela, uniti verso il domani sapendo bene che la nostra storia e la nostra identità sono un patrimonio inestimabile, un tratto distintivo, un marchio di garanzia, beni formidabili in un mondo sempre più piccolo, dove sempre più grandi diventano nuovi protagonisti, dove sempre più conta pensare globalmente e agire localmente. Ecco, il nuovo Statuto del Veneto è, soprattutto, testimonianza di questo saper agire localmente, guardando – ben al di là delle frontiere italiane e del provincialismo – al mondo che muta. Un mondo che, del resto, conosce da secoli quel vessillo marciano, autentica e carica di storia bandiera della nostra Regione.
 
Chi è Roberto Ciambetti:
 
Nato nel 1965 a Sandrigo (Vicenza), dall’aprile 2010 Roberto Ciambetti è assessore al bilancio, finanze e tributi, partecipazioni societarie, cooperazione transnazionale e rapporti con gli Enti Locali della Giunta regionale del Veneto.
È stato assessore della Provincia di Vicenza e quindi in Regione dal 2005, dove ha ricoperto anche l’incarico di presidente del gruppo consiliare leghista. Importanti le sue iniziative in materia ambientale e infrastrutturale. Ha coordinato l’elaborazione del documento programmatico di governo che ha portato all’elezione del presidente Luca Zaia.


[1] Le prime elezioni dei Consigli regionali in Italia avvennero il 7 e 8 giugno del 1970. In Veneto risultò maggioritaria la Dc, con il 51,9 per cento dei voti. Nella prima seduta, lunedì 6 luglio, fu eletto presidente il professor Vito Orcalli, segretario regionale della Dc sin dal 1951 e figura di primo piano della Resistenza sanstinese. Rievocando quei giorni, il Giornale di Vicenza il 6 giugno 2010, nell’articolo “Regione, i 40 anni che hanno creato l’idea del veneto”, scrive: “Il presidente e il nuovo Consiglio regionale del Veneto non perdono tempo: il 23 luglio, alla seconda riunione, eleggono la commissione speciale incaricata di scrivere il nuovo Statuto regionale. La settimana successiva, il 1° agosto, il Consiglio elegge il presidente della Regione e il primo governo regionale: un monocolore costituito da dieci democristiani e guidato da Angelo Tomelleri, 46 anni, ingegnere, presidente della Provincia di Verona, vicepresidente dell'Autobrennero e commissario governativo dell'Ente per le Tre Venezie. Gli assessori sono Fabio Gasperini e Antonio Prezioso di Padova, Pierino Nichele di Verona, Francesco Guidolin e Giuseppe Sbalchiero di Vicenza, Gino Sartor e Mario Ulliana di Treviso, Giulio Veronese di Rovigo e Adolfo Molinari di Belluno. Nessuno ha deleghe, per ribadire la collegialità e il carattere ‘costituente’ della Giunta. Prima Regione in Italia ad avviare il cammino procedurale per scrivere il nuovo statuto, il 27 novembre la commissione licenzia la bozza definitiva della carta statutaria. L'aula l'approva subito nella seduta fiume del 3-4 dicembre: la votazione definitiva dei 64 articoli della legge statutaria viene rinviata alla cerimonia ufficiale del 10 dicembre nella sala Napoleonica delle Procuratie Nuove di piazza San Marco, alla presenza delle massime autorità venete. Per scrivere il primo statuto della Regione Veneto (tuttora vigente) ci sono voluti 4 mesi di dibattiti, 10 incontri con i consulenti, 150 ore di discussione”.

[2] L’analisi sul primo esperimento di centro sinistra in Italia, la ricostruzione di quegli anni e le forti tensioni che si registrarono allora hanno dato vita ad una vasta produzione bibliografica. Fra tutte le analisi si veda, tra gli altri, G. Amato, “Economia, politica e istituzioni in Italia”, Il Mulino, Bologna 1976; G. Carocci, “Storia d’Italia dall’unità ad oggi”, Feltrinelli, Milano 1989; V. Castronovo (a cura di), “L’Italia contemporanea 1945-1975”, Einaudi, Torino 1976; G. Crainz, “Il paese mancato. Dal miracolo economico agli anni ottanta”, Donzelli, Roma 2003 ; F. De Felice, “Nazione e sviluppo: un nodo non sciolto”, in Storia dell’Italia repubblicana, vol. 2, “La trasformazione dell’Italia: sviluppo e squilibri”, t. 1, Einaudi, Torino 1995; P. Ginsborg, “Storia d’Italia dal dopoguerra ad oggi”, Einaudi, Torino 1989; P. S. Lanaro, “Storia dell’Italia repubblicana”, Marsilio, Venezia 1992.

[3] Molto interessante è la interpretazione che dà del Veneto e della storia veneta David Gilmoure, secondo il quale se il Congresso di Vienna avesse ripristinato lo status quo ante anche per la Serenissima, oggi il Veneto sarebbe nelle stesse condizioni dei Paesi Bassi. Cfr David Gilmoure “The Pursuit of Italy. A History of a Land, its Regions and their People”, Allen Lane – Penguin Book Londra, 2011

[4] Vi sono anche delle analogie singolarissime che qui riprendiamo non tanto per stabilire un nesso improprio sostanzialmente scorretto tra due periodi storici ben distinti quanto per rilevare come, allorquando si pongono profonde istanze di rinnovamento, negli anni Sessanta del Novecento come oggi, emergano anche contestualmente resistenze dirompenti. Leggiamo in Elena Cavalieri, “I piani di liquidazione del centro-sinistra nel 1964” in “Passato e Presente”, Rivista di Storia Contemporanea, Franco Angeli, Milano, 2010: «Mentre sono note le difficoltà create dalla crisi della lira all’esistenza del primo esecutivo di centro sinistra tra il gennaio e il giugno 1964 — scrive la Cavalieri — il ruolo cruciale giocato dalle questioni economiche nel luglio 1964 non è stato ancora sufficientemente evidenziato… L’allarme per la ‘congiuntura’ fu invece il principale fattore di aggregazione del gruppo eterogeneo, composto da politici, militari e industriali, che in quelle settimane si attivò per il ridimensionamento dell’esperimento di centrosinistra. Fu tale preoccupazione a spingere il presidente della Repubblica, Antonio Segni, a cercare alternative concrete al centro sinistra». Attacco alla moneta, crisi economica, un presidente della Repubblica sempre più preoccupato, insomma scenario che sembra ricalcare i nostri giorni, con un’altra analogia anche questa singolare: Cesare Merzagora, banchiere, massone, senatore a vita nominato dal presidente Segni, lanciò l’idea di un governo tecnico che affossasse il primo centro-sinistra.

[5] Quando i flussi di capitale, come abbiamo ben visto nell’ultima crisi, sfuggono al controllo delle autorità governative, le quali hanno da tempo perso ogni possibile scelta monetaria e creditizia, accade che le principali scelte, ad iniziare dalle politiche del “Welfare State”, sono minate e viene meno persino la funzione di perequazione e redistribuzione del reddito su area vasta: nei fatti gli stati nazionali non sono più sovrani. A metà degli anni Novanta Ralf Dahrendorf lo aveva già intuito parlando di difficile quadratura del cerchio tra benessere economico, coesione sociale e libertà politica in quanto i rischi di una involuzione erano già evidenti e chiaro il pericolo per lo stato democratico basato sulla solidarietà sociale: “I paesi dell’OCSE, per dirla in modo molto diretto e sbrigativo, hanno raggiunto un livello di sviluppo in cui le opportunità economiche dei loro cittadini mettono capo a scelte drammatiche. Per restare competitivi in un mercato mondiale in crescita devono prendere misure destinate a danneggiare irreparabilmente la coesione delle rispettive società civili. Se sono impreparati a prendere queste misure, devono ricorrere a restrizioni delle libertà civili e della partecipazione politica che configurano addirittura un nuovo autoritarismo. O almeno questo sembra essere il dilemma. Il compito che incombe sul primo mondo nel decennio prossimo venturo è quello di far quadrare il cerchio fra creazione di ricchezza, coesione sociale e libertà politica. La quadratura del cerchio è impossibile; ma ci si può forse avvicinare, e un progetto realistico di promozione del benessere sociale probabilmente non può avere obiettivi più ambiziosi.” (Ralf Dahrendorf, “Quadrare il cerchio: benessere economico, coesione sociale e libertà politica” Laterza, Roma, 1995)  

[6] La crisi degli strumenti (i partiti, i sindacati, le associazioni di categoria, ecc.) della democrazia ha aperto dei vuoti colmati da élite che stanno rimodellando gli equilibri geopolitici internazionali. Ciò è conseguenza (anche) della crisi del capitalismo che si pensava potesse prosperare solo in un sistema democratico: Cina o Russia sembrano dimostrare che il totalitarismo può convivere con il capitalismo più aggressivo e sordo alla tutela dei diritti dei lavoratori e dell’ambiente. Questa è una tesi (e un pericolo) da non sottovalutare, né bisogna sottovalutare la crisi della (vecchia) sovranità nazionale e di conseguenza, degli strumenti che operavano nei limiti della nazione, appunto partiti, sindacati, organizzazioni varie. Habermas chiama “politica interna mondiale” lo scenario in cui ci troviamo a vivere e che ha bisogno di nuovi strumenti ad iniziare da un forte governo locale che sappia guardare al mondo.

[7] In questa chiave di lettura potrebbero essere letti anche i provvedimenti del decreto sulle liberalizzazione che, all’art. 35, reintroduce la Tesoreria Unica, accentrando in Bankitalia le risorse liquide degli enti locali e delle Regioni. Per tutti si veda Vittorio Domenichelli “La Cassa degli enti locali a Roma – Gli effetti di una scelta Sbagliata”, Corriere del Veneto 12 febbraio 2012, e Carlo Rapicavoli il 2 febbraio 2012 – http://www.leggioggi.it/2012/02/02/il-decreto-liberalizzazioni-e-il-ritorno-alla-tesoreriaunica/
 


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