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Temi dello Statuto

Il disegno della Regione nel nuovo statuto del Veneto

di Alessandro Rota  [*]
Segretario della Commissione per lo statuto ed il regolamento presso il Consiglio regionale veneto
    
Pubblicato nell'edizione n. 3 del 2011



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SOMMARIO: 1. Prove di federalismo alla veneta – Il ruolo della Regione: programmazione e regia – La sussidiarietà regionale – Il territorio differenziato – 2. Alcune chiavi di lettura dello Statuto – L’efficienza ed il risultato dell’azione amministrativa – Il principio di responsabilità. L’utilizzo delle risorse ed il pareggio di bilancio – Privato/pubblico.
 
 
  1. Prove di federalismo alla veneta
 
Già il nome – anzi, la preposizione – rivela l’intento del legislatore veneto. Come già aveva fatto quello del 1975, il legislatore del 2011 ha infatti inteso intitolare la carta fondamentale alla «Regione del Veneto», riconoscendo nel Veneto un’entità preesistente all’istituzione dell’ente-Regione e non coincidente con quest’ultimo. Un’entità individuata sulla base di un territorio, di una popolazione e di una molteplicità di enti, tra i quali particolare rilievo assume la Regione.
Il nuovo statuto ambisce allora a disegnare il quadro istituzionale non solo della persona giuridica ente-Regione, come nella sostanza tendono a fare tutte le regioni a statuto ordinario, ma dell’intero sistema veneto, nei limiti delle competenze costituzionalmente garantite[1]. Disciplina l’assetto dei pubblici poteri, e dunque i rapporti tra la Regione e le autonomie locali, tra i pubblici poteri e la società civile, proiettandoli su uno scenario europeo ed internazionale.
L’attuale assetto costituzionale delle regioni indubbiamente risente di una intrinseca debolezza, confermata sia dalla riforma ‘Bassanini’ sia da quella del Titolo V della Costituzione; debolezza riconducibile in particolar modo all’esistenza di un rapporto triadico tra Stato, regioni ed enti locali, all’interno del quale questi ultimi tendono a confrontarsi direttamente con il primo ed a porsi rispetto alle regioni in una posizione che potremmo quasi dire di gelosia autonomistica concorrenziale.
Nei limiti consentiti dalla Carta costituzionale, che già istituisce gli ambiti di autonomia delle regioni e degli enti locali, lo Statuto, osando qualcosa di più rispetto al solito, cerca di mettere in relazione i reciproci ambiti autonomistici, da un lato facendo proprio il disegno costituzionale, dall’altro tentando di occupare gli spazi lasciati liberi per prescrivere un volto specifico al sistema veneto, con particolare riferimento all’assetto degli enti locali. Ecco allora che lo statuto offre in primo luogo un disegno del «sistema veneto» al Capo II (articoli 11 s.), ove vengono definiti i rapporti tra gli enti locali e la Regione, in sostanza la suddivisione della funzioni amministrative, declinando in chiave regionale l’autonomia amministrativa degli enti locali; poi, solo in secondo luogo, pone la disciplina della funzione legislativa regionale e di quella regolamentare.
In controluce si legge il desiderio di valorizzare l’autonomia, desiderio che è reso palese in apertura, ove si dichiara il proposito di lavorare, nel rispetto della Costituzione, per favorire una sua esplicazione al massimo grado, con l’obiettivo di partecipare ad un processo volto alla realizzazione di un sistema federale[2] (articolo 3, comma 3). A ben vedere, solo il Titolo II dello Statuto disciplina la Regione-organizzazione; tutto il Titolo I è invece volto a tratteggiare il sistema veneto nel suo complesso.
 
1.1. Il ruolo della Regione: programmazione e regia – In coerenza con i principi che reggono la riforma del Titolo V del 2001, si riconosce alla Regione un ruolo eminentemente normativo e programmatorio: la Regione è tratteggiata un po’ come il regolatore del sistema, mentre la generalità delle funzioni amministrative attive è in linea di principio imputata al comune. Con norma di chiusura, che forse poteva percorrere ancora più a fondo il percorso tracciato, si mantengono alla Regione «esclusivamente le funzioni amministrative ad essa espressamente riservate dalla legge» (art. 11, c. 6[3]).
La sensazione è che si sia voluto evitare il rischio, da molti paventato in una prospettiva generale, di porre le premesse per un altro centralismo, questa volta di carattere regionale anziché statale. Questo non significa, tuttavia, abdicare ad un ruolo di regia, che il nuovo statuto sembra, al contrario, voler rafforzare. La Regione del Veneto vuol porsi nei confronti del cittadino come garante di un’azione efficace da parte degli enti locali e del comune in primo luogo. In questo senso vanno lette numerose disposizioni, tra le quali si segnala senz’altro quella di cui all’articolo 13, che introduce, nelle materie di competenza legislativa regionale, un ambizioso sistema di garanzia dello svolgimento anche da parte degli enti locali delle funzioni amministrative secondo livelli minimi di efficienza e standard[4]. In questo modo la Regione si è appunto ritagliata un ruolo di regia, determinando a monte tali livelli minimi sulla base dei criteri stabiliti con legge regionale ed a posteriori verificandone il rispetto.
L’intento di favorire un’organizzazione regionale snella ed efficiente sembra ispirare anche le norme relative alla cd. organizzazione indiretta regionale.
È noto come nel corso dei decenni si sia assistito ad una proliferazione di enti e società dipendenti dalle regioni[5]. La presenza di una molteplicità di soggetti strumentali finirebbe per contraddire il disegno di riservare alla Regione un ruolo di programmazione e regia, affidando invece la generalità delle funzioni soprattutto ai comuni.
L’articolo 60 dello Statuto, previdentemente, limita la possibilità di ricorso ad enti strumentali allo svolgimento di funzioni tecniche o specialistiche, indirizzando il legislatore a farlo secondo «criteri di contenimento dei costi e di efficienza, evitando comunque duplicazioni o sovrapposizioni di compiti»[6], nonché distribuendo tra Consiglio e Giunta specifici oneri d’indirizzo e controllo (v. commi 2 e 3 dell'art. 60)[7].
 
1.2. La sussidiarietà regionale – Le cosiddette ‘leggi Bassanini’ avevano adottato il criterio di ricondurre gli interessi pubblici in linea di principio all’ente più vicino al cittadino, basandosi sulla dimensione dell’interesse. Il legislatore costituzionale del 2001, con criterio non esattamente sovrapponibile, ha poi stabilito il principio secondo il quale spetta ai comuni la titolarità di tutte le funzioni amministrative, a meno che non sia necessario assicurarne un esercizio unitario, ponendo dunque una sorta di presunzione di interesse comunale per la generalità delle funzioni, presunzione superabile dal legislatore – statale o regionale – in base ai principi di sussidiarietà, differenziazione e adeguatezza.
Il legislatore statutario veneto declina in modo forte il principio posto dal costituente, e lo fa in particolare all’articolo 11, comma 4, dove prevede che «i comuni,anche in forma associata,esercitano la generalità delle funzioni amministrative». Il comma successivo rafforza la valorizzazione del ruolo comunale consentendo l’attribuzione alle province delle sole funzioni che richiedono un esercizio strettamente legato all’ambito territoriale di area vasta. La disposizione secondo la quale all’ente Regione spettano «esclusivamente le funzioni amministrative ad essa espressamente riservate dalla legge»[8] (art. 11, c. 6), pur sostanzialmente rimettendo alla volontà del legislatore la scelta delle funzioni regionali di amministrazione attiva, sia attraverso la lettura sistematica delle diverse disposizioni contenute nell’articolo (in particolare il comma 4), sia valorizzando l’aggettivo «esclusivamente», pare prefigurare un ruolo eminentemente residuale per il diretto esercizio di funzioni da parte dell'ente Regione.
Se il principio di sussidiarietà consentirebbe alla Regione di stabilire a chi spetta la competenza in virtù del miglior risultato raggiungibile, variando e spogliando di competenza caso per caso l’ente interessato[9], lo Statuto delimita il potere del legislatore regionale, indirizzandolo senz’altro verso l’opzione comunale.
Il rapporto tra la Regione e gli enti locali è improntato al rispetto della reciproca autonomia, pur nel rispetto della diversità dei ruoli. Agli enti locali spetta il perseguimento concreto degli interessi pubblici; alla Regione, la definizione in via normativa di quegli interessi, poi la programmazione della attuazione ed infine la garanzia di un reale perseguimento di tali interessi. Con altre parole, la Regione è tratteggiata soprattutto come un livello di governo che, più che gestire servizi, produrre servizi o applicare regole, decide quali servizi debbono essere gestiti, quali beni debbono essere prodotti, quali sono le regole da applicare[10].
Potremmo definirlo un modello di amministrazione per obiettivi. La Regione definisce non solo gli interessi, ma anche i livelli minimi delle prestazioni che debbono essere rese ai cittadini (sul punto, si rinvia al successivo paragrafo 2.1), lasciando liberi gli enti locali di organizzarsi come meglio credono[11], ed intervenendo soltanto nella fase patologica.
Conseguente a quest’impostazione è la definizione dei contorni di una sorta di federalismo fiscale regionale. A garanzia dell’autonomia degli enti locali si prende atto che le finanze di questi non possono avere carattere derivato e si prevede che siano loro riconosciute le risorse necessarie per lo svolgimento delle funzioni loro conferite dalla Regione. A maggior garanzia della loro autonomia, lo statuto prefigura i criteri cui il legislatore dovrà attenersi nella ripartizione delle risorse: caratteristiche dei territori; condizioni sociali, demografiche ed economiche della popolazione residente; potenziale capacità fiscale; ma anche condizioni di miglior efficienza (art. 11, c. 8).
 
1.3. Il territorio differenziato – Il Veneto vive al suo interno forti differenziazioni territoriali, apprezzabili sotto molteplici aspetti, ma particolarmente sentite in Provincia di Belluno, territorio montano stretto tra una regione e due province a statuto speciale. Un tentativo originale, che non ha precedenti in altre regioni, di dare risposta a queste problematiche è rinvenibile all’articolo 15, intitolato – ecumenicamente: e già il titolo è segno del sofferto dibattito che ne ha dato origine – «Specificità delle singole comunità, dei territori montani e della Provincia di Belluno».
L’articolo 15 introduce, tra l’altro, una specie di provincialismo differenziato, in evidente assonanza con l’articolo 116, comma 3, della Costituzione. Stabilisce infatti che, «ferma la salvaguardia delle esigenze di carattere unitario della Regione, la legge regionale può conferire, previe apposite intese, particolari competenze amministrative a province o ad enti locali associati, trasferendo contestualmente le risorse necessarie per l’esercizio di tali funzioni» (comma 2) e che fin da subito alla Provincia di Belluno sono attribuite le funzioni amministrative in materie espressamente individuate, garantendo comunque ad essa particolari condizioni di autonomia (comma 5)[12].
Si riconosce per tutti i territori montani una speciale esigenza di autonomia (comma 4), ma per la Provincia di Belluno essa è interpretata anche attraverso una mitigazione della sussidiarietà verticale: in deroga ai criteri dell’articolo 11 molte funzioni amministrative sono attribuite alla Provincia, la quale[13] provvederà «d’intesa con le autonomie locali … a sua volta a conferire ai comuni o alle loro forme associative quelle funzioni amministrative che non richiedono l’esercizio unitario a livello provinciale». Insomma, qui il dominus del principio di adeguatezza diviene l’ente intermedio.
 
  1. Alcune chiavi di lettura dello Statuto
 
Più che procedere ad un’analisi dei contenuti del nuovo statuto, del resto impossibile da effettuare in poche righe, può forse essere interessante procedere ad enucleare alcuni dei filoni che sembrano maggiormente caratterizzare la futura carta fondamentale della Regione del Veneto, introducendo elementi di originalità rispetto ad analoghi documenti delle altre regioni.
Anche lo statuto veneto, come del resto tutti gli altri, contiene una serie di disposizioni di carattere programmatico, concentrate soprattutto negli articoli 5 e 6[14]. Di maggior interesse, tuttavia, sono quelle disposizioni contenenti principi sull’attività amministrativa della Regione, – ma anche degli enti locali, per quanto di competenza legislativa (esclusiva) regionale, – suscettibili di acquisire in futuro notevole rilevanza e porre vincoli al futuro legislatore regionale[15].
 
2.1. L’efficienza ed il risultato dell’azione amministrativa – Tra gli elementi caratterizzanti sembra potersi individuare, innanzitutto, un’attenzione per il risultato dell’azione delle pubbliche amministrazioni.
L’eco del dibattito intervenuto nel corso degli anni intorno ai risultati dell'agire pubblico – la cosiddetta ‘amministrazione di risultato’[16]– è evidente e resa palese all’articolo 28, comma 1, che si apre con un’indicazione molto forte: «l’attività amministrativa è orientata al conseguimento del risultato». Non si tratta di cambiare approccio e ritenere che l’attenzione all’output dell’azione amministrativa sostituisca il rispetto del principio di legalità. Quest’ultimo è anzi espressamente richiamato nel prosieguo dello stesso comma.
Si tratta piuttosto di prendere atto che la pubblica amministrazione esiste in funzione del soddisfacimento dei bisogni del cittadino, non della sua autoreferenziale perpetuazione. Si tratta di cambiare visuale e mettersi nell'angolo di prospettiva del cittadino[17]. Il cittadino vuole risultati. Conseguiti nel rispetto delle regole, ma risultati.
Ecco allora, nella costruzione di quello che si potrebbe impropriamente chiamare ‘federalismo fiscale regionale’, la volontà di riconoscere e valorizzare nella distribuzione delle risorse gli enti locali in grado di dimostrare il rispetto di condizioni di miglior efficienza (articolo 11, comma 8, lettera d). Oppure l’obbligo per gli enti locali di esercitare in forma associata funzioni e servizi, in modo da garantire «più elevati livelli di qualità e di efficienza nell’erogazione dei servizi» e «conseguire obiettivi di contenimento della spesa pubblica e di ottenere i migliori risultati nella programmazione» (articolo 12, comma 1). O ancora e soprattutto la coraggiosa previsione d’individuare livelli minimi di efficienza che tutte le amministrazioni pubbliche debbono garantire (articolo 13).
Si tratta di una norma, sicuramente di non banale applicazione, che tende a porre sempre al centro dell'attenzione il cittadino e, con esso, l’output e poi l’outcome dell’agire pubblico: l’esito dell'azione amministrativa deve essere chiaramente identificato e misurato, in modo che possa esserne garantito su tutto il territorio regionale uno standard minimo. Qui emerge il ruolo di regia della Regione: fissati dal legislatore i criteri, la Giunta dovrà stabilire degli standard minimi delle prestazioni; gli enti locali, ed in primo luogo i comuni, dovranno produrre quelle prestazioni almeno nel rispetto di quegli standard. Qualora un ente locale non riesca a garantire i livelli minimi di efficienza previsti, dovrà concordare con la Regione stessa modalità e tempi per superare le carenze registrate.
Sembra trattarsi quasi del contraltare alla forte attuazione del principio di sussidiarietà ed alla conseguente assegnazione della generalità di funzioni ai comuni. Potremmo chiamarla una ‘chiamata in sussidiarietà debole’: più che di un’avocazione[18] delle funzioni esercitate in modo inefficiente dall’ente locale, si tratta di un modulo procedimentale di matrice consensuale, volto a garantire il soddisfacimento dell'interesse della collettività di riferimento, così come codificato nello standard minimo. 
 
2.2. Il principio di responsabilità. L’utilizzo delle risorse ed il pareggio di bilancio – Un altro percorso degno di nota che innerva l’intero Statuto è quello intitolato al principio di responsabilità. L’articolo 7 lo richiama espressamente, prevedendo che l’attività della Regione si ispiri al rispetto del principio di responsabilità nell'utilizzo delle risorse umane, naturali e finanziarie. Si tratta di un principio di ordine generale, che riconduce ogni potere ad una corrispondente responsabilità[19]: chi detiene un potere è oggettivamente responsabile per ciò che gli viene affidato tramite l’attribuzione di quello.
In un’epoca di risorse finanziarie scarse, di territorio segnato, di attenzione per le conseguenze negative dello sviluppo umano, il legislatore statutario ha previsto che l’azione legislativa e quella amministrativa si caratterizzino per l’attenzione alle conseguenze[20]. Del resto, come è stato autorevolmente affermato, «l’espressione collettiva o sociale della propria libertà si coglie invero nella responsabilità»[21].
Nello Statuto il principio trova diverse applicazioni, come nel secondo comma dell’articolo 7, ove si prevede che, «in conformità alla Costituzione», – e qui il pensiero va all’articolo 81 della Carta, – «ad ogni nuova spesa la Regione e gli enti locali fanno fronte con una riduzione di altra spesa o con una nuova entrata attuale ed effettiva». Qui traspare chiara la preoccupazione per un uso poco ponderato delle risorse finanziarie pubbliche, preoccupazione che trova un’eco importante nel comma 5 dell’articolo 21, ove si dice che «la copertura finanziaria delle leggi che comportano nuove o maggiori spese, ovvero minori entrate, è assicurata mediante riduzione di altra spesa o mediante maggiore o nuova entrata». La norma è poi presidiata dalla previsione secondo la quale le proposte di legge prive di copertura finanziaria possono essere dichiarate improcedibili, secondo le modalità individuate dal regolamento del Consiglio (art. 21, c. 6). I lavori dello statuto e la proposta presentata dalla maggioranza ancora nell’agosto del 2010 avevano dunque già posto con forza la questione, anticipando la discussione sul principio del pareggio di bilancio divenuta in questi ultimi mesi di pressante attualità[22].
 
2.3. Privato/pubblico – Il nuovo statuto sembra abbracciare con convinzione i principi introdotti dalla riforma costituzionale del 2001; è infatti percorso da una serie di disposizioni che si richiamano al cosiddetto principio di sussidiarietà in senso orizzontale. Al sistema pubblico è infatti consentito intervenire soltanto qualora la collettività auto organizzata non sia in grado di far fronte alle esigenze di pubblico interesse. L’articolo 5, comma 3, affida espressamente alla Regione il compito di realizzare «le condizioni affinché l’intervento pubblico non sia sostitutivo della libera capacità di autorganizzazione delle persone e delle aggregazioni sociali e si svolga nel rispetto dell’identità e dell’autonomia di ogni soggetto».
Dunque, gli interessi pubblici non sono perseguiti tanto, o soltanto, dagli enti pubblici. Si auspica che la collettività organizzata già si muova in tal senso, ed a tale scopo «la Regione promuove forme di collaborazione con soggetti privati al fine di realizzare interventi ed attività di interesse generale della collettività», favorendo il ruolo del volontariato (articolo 5, comma 4). All’apparato pubblico spetta di agire soltanto in via residuale, quando la collettività non è in grado di soddisfare i bisogni generali.
A queste previsioni si accompagnano quelle più pertinenti l’ambito economico. Si veda l’articolo 6, dove è valorizzato il ruolo del lavoro (c. 1, lett. h), ma anche dove è valorizzata l’iniziativa economica privata nelle sue diverse forme (c. 1, lett. l). Si veda però soprattutto l’articolo 10, frutto di un emendamento approvato in Consiglio, intitolato al principio di libera iniziativa economica, ai sensi del quale «la Regione riconosce la libera iniziativa economica, individuale e collettiva e favorisce lo svolgimento dell’iniziativa privata con particolare riguardo alle piccole e medie imprese». Il riconoscimento dell’iniziativa economica, reso più pregnante dall’associazione all’aggettivo «libera», appare certo riconducibile alla tradizione liberale[23], ma il riferimento alle piccole e medie imprese suona anche come un’attestazione orgogliosa della diffusa iniziativa delle imprese che ha caratterizzato il territorio veneto ed è stata apprezzata anche fuori dai confini nazionali[24].
 
Chi è Alessandro Rota:
 
Membro del Comitato scientifico della rivista il Diritto della Regiome, Alessandro Rota è dottore di ricerca in diritto amministrativo e pubblico generale ed avvocato. Ha insegnato diritto pubblico e legislazione dei beni culturali presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. Dirigente della Regione Veneto dal 2003, attualmente opera presso il Consiglio regionale veneto dove svolge le funzioni di segretario della Commissione per lo statuto ed il regolamento, della Prima commissione consiliare e della Commissione per i rapporti comunitari. È autore, tra l’altro, delle monografie I beni demaniali dopo le riforme. Proprietà del bene e titolarità della funzione, Padova, Cedam, 2007, e La tutela dei beni culturali tra tecnica e discrezionalità, Padova, Cedam, 2002.


[1] Già il comma 1 dell’articolo 1, se mai sorgessero dubbi, richiama l’«armonia con la Costituzione della Repubblica e con i principi dell’ordinamento dell’Unione europea».

[2] Secondo G. De Vergottini, Stato federale, in Enc. dir., Milano, Giuffrè, 1990, per comprendere se un ordinamento può dirsi federale occorre esaminare la singola costituzione al fine di verificare la presenza di una serie di elementi (tra i quali si segnalano: il riconoscimento nella costituzione dello stato unitario della garanzia di enti territoriali portatori di propri ordinamenti integrati in quello dello stato unitario; il principio di subordinazione degli ordinamenti degli enti politici territoriali, equiordinati, alla costituzione di uno stato unitario; il carattere formalmente costituzionale delle norme relative alla organizzazione federale e alla ripartizione delle sfere di competenze fra stato federale e stati membri). Si rileva, tuttavia, come nella realtà la distinzione tra stato regionale e stato federale appaia di carattere più quantitativo che qualitativo, contraddistinguendosi il secondo per il riconoscimento alle autonomie di ambiti di competenza più ampi rispetto al primo, nel quadro di un medesimo disegno organizzativo di decentramento di funzione dallo stato unitario: L. Paladin, Diritto costituzionale, Padova, Cedam, 1998, 53; G. De Vergottini, Stato federale, cit.; Id., Diritto costituzionale comparato, Padova, Cedam, VIII ed., 2011, 441. Per A. D’Atena, Diritto regionale, Torino, Giappichelli, 2010, 88, la sentenza della Corte costituzionale n. 372/2004, avrebbe confermato la struttura regionale e non federale dell’autonomia statutaria.

[3] La dizione approvata corrisponde a quella del comma 3, art. 23 della proposta n. 3; il comma 4 dell'art. 8 della proposta n. 2 prevedeva che «La Regione esercita esclusivamente le funzioni amministrative che richiedono un esercizio unitario nell’intero suo territorio o in una sua parte e, temporaneamente, quelle svolte in via sostitutiva».

[4] «Art. 13 – Livelli minimi regionali di efficienza delle funzioni amministrative. //1. Le funzioni amministrative devono essere svolte dalla Regione e dagli enti locali, nelle materie di competenza legislativa regionale, secondo livelli minimi di efficienza e standard non inferiori a quelli individuati dalle leggi. // 2. La Regione determina i livelli minimi di efficienza delle funzioni amministrative sulla base dei criteri stabiliti con legge regionale, verificandone il rispetto. // 3. Nel caso in cui le verifiche svolte rilevino livelli di efficienza inferiori a quelli stabiliti, l’ente locale interessato concorda con la Regione modalità e tempi per superare le carenze registrate».

[5] Per un sintetico quadro della situazione, v. ad es. P. Sabbioni, Le trasformazioni dell'amministrazione regionale (le esperienze di un quarantennio): i modelli organizzativi dell'amministrazione indiretta, in www.astrid.it.

[6] Disposizioni statutarie che mirano in diverso modo ad evitare l’eccessiva proliferazione si trovano all’art. 57 St. Abruzzo, all’art. 64 St. Emilia-Romagna, all’art. 45 St. Marche.

[7] Tutte le regioni in effetti prevedono forme di controllo interno (cfr. l’art. 66 st. Abruzzo; art. 53 st. Liguria; art. 58 st. Lombardia; art. 70 st. Piemonte), eventualmente in collaborazione con la sezione regionale della Corte dei conti (art. 72 st. Emilia Romagna; art. 99 st. Piemonte), o istituendo già in via statutaria appositi organi, come il collegio dei revisori dei conti (art. 63 st. Campania; art. 78 st. Umbria; v. peraltro ora l’art. 14, c. 1, lett. e, del decreto legge 138/2011, convertito con legge 183/2011) o il comitato regionale di controllo contabile (art. 70 st. Lazio) o una commissione permanente (art. 20 st. Toscana).

[8] La proposta accoglie in tal modo la disposizione contenuta nella proposta presentata dal PD PRS n. 3). Quella presentata da PDL-Lega prevedeva che «La Regione esercita esclusivamente le funzioni amministrative che richiedono un esercizio unitario nell’intero suo territorio o in una sua parte e, temporaneamente, quelle svolte in via sostitutiva ».

[9] Come fa notare G.U. Rescigno, Gerarchia e competenza, tra atti normativi, tra norme, in Diritto pubblico, 2010, 34. 

[10] B. Dente, Il governo locale, in G. Freddi (a cura di), Scienza dell'amministrazione e politiche pubbliche, Roma, La nuova Italia scientifica, 1989, 130.

[11] Diversa, ad esempio, la scelta dello statuto toscano, che all’articolo 63, comma 2, stabilisce che la legge regionale può disciplinare l’organizzazione e lo svolgimento delle funzioni conferite agli enti locali. Sulla disposizione in parola è intervenuta la sentenza della Corte costituzionale n. 372 del 2004.

[12] Per una lettura critica di una precedente versione della disposizione, P.Cavaleri, Spigolature sui lavori preparatori dello Statuto del Veneto, in www.rivistaaic.it, n. 2/2011.

[13] … e non il legislatore regionale.

[14] Si vedano sul tema le sentenze della Corte costituzionale n. 2, 372, 378 e 379 del 2004.

[15] Cfr. A. D’Atena, Diritto regionale, cit., 106, e 124 s., per una bibliografia ragionata.

[16] Sull’amministrazione di risultato si vedano, ad esempio, L. Iannotta, Previsione e realizzazione del risultato nella pubblica amministrazione: dagli interessi ai beni, in Dir. amm., 1999, 57 s.; Id., La considerazione del risultato nel giudizio amministrativo: dall’interesse legittimo al buon diritto, in Dir. proc. amm., 1998, 299 s.; G. Corso, Amministrazione di risultati, in Aipda, Annuario 2002, cit., 127 s..

[17] Come ha notato M. Cammelli, Amministrazione di risultato, in Aipda, Annuario 2002, Milano, Giuffrè, 2003, 109, «non si tratta solo della necessità di operare in base ai principi di efficienza, efficacia e economicità in modo da produrre risultati migliori a costi minori, ma di riconoscere alla amministrazione la responsabilità del conseguimento dei risultati e dunque la possibilità di adattare le modalità e i contenuti della propria azione alle esigenze, inevitabilmente differenziate, espresse dalla collettività e dai diversi contesti socio-economici e territoriali».

[18] Per la chiamata in sussidiarietà da parte dello Stato nei confronti delle regioni si veda in particolare la sentenza della Corte costituzionale n. 303 del 2003 ed i relativi commenti di A. Ruggeri, A. Morrone, Q. Camerlengo, E. D’Arpe, F. Cintioli, S. Bartole, A. D’Atena, A. Anzon, R. Dickmann, A. Moscarini, L. Violini, M. Di Paola, pubblicati in www.giurcost.it.

[19] H. Jonas, Das Prinzip Verantwortung, Insel Verlag, Franffurt am Main, 1979, trad. it.: Il principio responsabilità, Torino, Einaudi, (1990), 1993, 129. Cfr. G.U. Rescigno, Responsabilità (diritto costituzionale), in Enc. dir., vol. XXXIX, Milano, Giuffrè, 1988, 1342; F. Satta, Responsabilità della pubblica amministrazione, in Enc. dir., vol. XXXIX, Milano, Giuffrè, 1988, 1369 s..

[20] I postulati generali della teoria della responsabilità formulata da Hans Jonas – cioè la struttura teleologica dell’essere e la superiorità dello scopo sull’assenza di scopo – corrispondono infatti in diritto amministrativo a dei veri e propri precetti giuridici e, segnatamente, alla funzionalizzazione del potere ed alla necessità che il potere persegua il fine al quale è preordinato. Il punto era stato trattato in A. Rota, La tutela dei beni culturali tra tecnica e discrezionalità, Padova, Cedam, 2002, 340.

[21] Così G. Berti, La responsabilità pubblica (Costituzione e Amministrazione), Padova, Cedam, 1994, 358, che aggiunge: «La forma rappresentativa dell'uso solidale della libertà, non può essere … la rappresentanza politica, che è sempre alienazione di una parte di sé, trasformazione della propria libertà in potere altrui», ma è, appunto, la responsabilità, che è sì personale, ma anche dell'amministrazione e quindi «il dover amministrare è l'espressione della libertà, colta nel versante della responsabilità».

[22] V. recentemente sul tema, tra gli altri, N. Lupo, Costituzione europea, pareggio di bilancio ed equità tra le generazioni. Notazioni sparse,in www.amministrazioneincammino.luiss.it. Cfr., per un profilo storico, ad es., G. Bognetti, Costituzione e bilancio dello Stato. Il problema delle spese in deficit. (Note ispirate dalla lettura di un libro di G. Rivosecchi), in www.forumcostituzionale.it.

[23] È dunque evidente la presenza di un certo spirito liberale, per molti versi mitigato da previsioni di stampo più marcatamente sociale (si vedano in particolare gli ultimi commi dell’articolo 5 e l’articolo 6).

[24] Cfr. Nordest, Rapporto sulla società e l’economia, Fondazione Nordest, Venezia, 2002; G. De Rita, A. Galdo, Capolinea a Nordest, Marsilio, Venezia, 2001; G. Petrovich, Cultura e società nel Veneto, Regione Veneto, Marsilio, Venezia, 2000; C. De Michelis, Identità veneta, Regione Veneto, Marsilio, Venezia, 1999.


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