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Giurisprudenza Costituzionale

Osservatorio sulla giurisprudenza costituzionale

di Gilberto Ferro  [*]
Funzionario dell’Ufficio Legislativo della Giunta regionale del Veneto
    
Pubblicato nell'edizione n. 3 del 2011



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Pronunce d’interesse per le Regioni ordinarie
depositate nel periodo ottobre-dicembre 2011
 
La giurisprudenza della Corte Costituzionale nelle materie di interesse delle Regioni; ottobre – dicembre 2011
 
Abstract:
 
Nel periodo ottobre – dicembre 2011 sono solo 14 le sentenze d’interesse per le Regioni a statuto ordinario su un totale di 81 provvedimenti depositati nel medesimo periodo dalla Corte Costituzionale.
Delle 14 sentenze, 8 sono state pronunciate a seguito di ricorsi promossi in via principale dal Presidente del Consiglio dei ministri; 3 a seguito di remissioni in via incidentale da parte di giudici ordinari ed amministrativi; 2 a seguito di ricorsi per conflitto di attribuzione (il primo promosso dalla Regione Puglia nei confronti di un provvedimento adottato dal Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio con il quale è stata disposta la nomina di un Commissario straordinario di un Ente Parco nazionale; l’altro promosso dallo Stato nei confronti di una delibera della Giunta regionale del Veneto con la quale è stata disciplinata la caccia in deroga nel territorio regionale per la stagione venatoria 2010/2011).
Una sola decisione, la numero 330, ha riguardato normativa statale, in particolare un articolo del decreto legge 31 maggio 2010, n. 78 (Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica, a seguito di ricorso promosso dalla Regione Toscana.
 
 
 
Sentenza 12 ottobre 2011, n. 263 – (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri)
 
 
Materia: Ambiente (aree naturali protette ed esercizio della caccia)
 
dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 1, comma 1, della legge della Regione Liguria 7 dicembre 2010, n. 21 (Provvedimenti urgenti in materia di aree contigue dei parchi naturali regionali), nella parte in cui non prevede che la ridefinizione delle aree contigue dei parchi naturali regionali avvenga d’intesa tra la Regione e l’organismo di gestione dell’area protetta, e del comma 2, nella parte in cui consente la caccia nelle aree contigue anche a soggetti non residenti nei comuni dell’area naturale protetta e dell’area contigua.
 
La Corte dopo aver ribadito che la disciplina delle aree protette contenuta nella legge 6 dicembre 1991, n. 394 (Legge quadro sulle aree protette), rientra nella competenza legislativa esclusiva dello Stato in materia di ambiente prevista dall’art. 117, secondo comma, lettera s), della Costituzione, rileva che la norma regionale impugnata, con la quale si prevede la ridefinizione delle aree contigue dei parchi naturali regionali, non prevedendo alcun tipo d’intesa con l’organo di gestione dell’area protetta, si pone in contrasto con quanto stabilito dall’art. 32 della citata legge n. 394, che prevede espressamente che i confini della aree contigue sono determinati dalle Regioni nel cui territorio si trova l’area protetta, d’intesa con l’organismo di gestione dell’area.
Lo Stato ha inoltre censurato un’ulteriore disposizione con la quale si consente l’esercizio dell’attività venatoria anche ai soggetti non residenti nei comuni dell’area naturale protetta e dell’area contigua.
Sul punto il giudice delle leggi osserva che anche se, a seguito della riforma costituzionale del 2001, la materia della caccia è attribuita dall’art. 117 della Costituzione alla competenza residuale delle Regioni, ciò non fa venir meno la forza vincolante delle norme contenute nella legge n. 394 del 1991, le quali oggi assumono la natura di standard minimi uniformi, dettati dalla legislazione statale nell’esercizio della competenza esclusiva dello Stato in materia di tutela dell’ambiente.
Pertanto, rilevato che l’art. 32 della legge n. 394, al comma 3, stabilisce che all’interno delle aree contigue alle aree naturali protette, le Regioni possono disciplinare l’esercizio dell’attività venatoria soltanto nella forma della caccia controllata, riservata ai soli residenti dei comuni dell’area naturale protetta e dell’area contigua, ne consegue che la norma regionale che consente anche ai non residenti di cacciare nelle aree contigue si pone in contrasto con la normativa statale in materia di tutela dell’ambiente e conseguentemente ne viene dichiarata l’illegittimità costituzionale.
 
 
 
Sentenza 12 ottobre 2011, n. 264 (giudizio per conflitto di attribuzione tra enti promosso dalla Regione Puglia)
 
principio di leale cooperazione
 
 
– dichiara che non spettava allo Stato e, per esso, al Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, la nomina del Commissario straordinario dell’Ente Parco nazionale dell’Alta Murgia senza che fosse avviato e proseguito il procedimento per raggiungere l’intesa con la Regione Puglia per la nomina del Presidente.
 
La decisione segue di pochi giorni dalla sentenza n. 255, tra le medesime parti, ed avente ad oggetto il provvedimento di nomina di un Commissario straordinario per l’Ente Parco nazionale del Gargano avvenuta, come nel caso in esame, senza che fossero avviate le procedure per raggiungere un accordo sulla nomina del Presidente dell’Ente.
La Corte ribadisce che, in queste ipotesi, la nomina di un Commissario straordinario è legittima solo se, in applicazione del principio di leale cooperazione, si sia dato luogo ad uno sforzo delle parti per dar vita ad un’intesa, da realizzare e ricercare anche attraverso reiterate trattative volte a superare le divergenze che ostacolino il raggiungimento di un accordo.
Nel caso sottoposto al vaglio della Corte, la nomina del Commissario dell’Ente Parco nazionale dell’Alta Murgia è avvenuta senza che il Ministro competente abbia tenuto conto delle richieste di un incontro formalmente avanzate dal Presidente della Regione Puglia finalizzato ad addivenire ad un’intesa sulla nomina del Presidente dell’Ente in questione, ne consegue, pertanto, l’annullamento dell’atto di nomina.
 
 
 
Sentenza 21 ottobre 2011, n. 271 – (giudizio promosso in via incidentale dal Tribunale di Catanzaro)
 
retroattività delle norme e principio di ragionevolezza
 
 
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’articolo 44, comma 2, della legge della Regione Calabria 13 giugno 2008 n. 15 (Provvedimento generale di tipo ordinamentale e finanziario – collegato alla manovra di finanza regionale per l’anno 2008, ai sensi dell’articolo 3, comma 4, della legge regionale 4 febbraio 2002, n. 8), con il quale la Regione ha adottato una norma di interpretazione autentica di una precedente disposizione che, nell’ambito delle manovre dirette ad incentivare l’esodo dei pubblici dipendenti, ha disciplinato gli incentivi previsti nel caso di risoluzione convenzionale del rapporto d’impiego con l’Amministrazione, fornendo una diversa lettura delle voci stipendiali da considerare ai fini della definizione dell’indennità supplementare prevista dalla legge regionale.
 
La Corte, pur riconoscendo che il legislatore può adottare norme di interpretazione autentica – come tali con efficacia retroattiva – non soltanto in presenza di incertezze sull’applicazione di una disposizione o di contrasti giurisprudenziali, ma anche quando la scelta imposta dalla legge rientri tra le possibili varianti di senso del testo originario, ricorda che la retroattività della norma, per la quale, salvo per quanto attiene alla materia penale, non sussiste alcun divieto in Costituzione, deve essere comunque giustificata sul piano della ragionevolezza e non deve porsi in contrasto con altri valori e interessi costituzionalmente protetti.
In particolare, la Corte ricorda che vi sono dei limiti generali all’efficacia retroattiva delle leggi, attinenti alla salvaguardia di principi costituzionali, tra cui: il principio generale di ragionevolezza, che si riflette nel divieto d’introdurre ingiustificate disparità di trattamento; la tutela dell’affidamento legittimamente sorto nei soggetti, quale principio connaturato allo stato di diritto; la coerenza e la certezza dell’ordinamento giuridico; il rispetto delle funzioni costituzionalmente riservate al potere giudiziario.
Ciò premesso il giudice delle leggi, nel sindacare della legittimità della norma censurata dal giudice rimettente, rileva che la stessa incide fortemente sulla disposizione originaria atteso che esclude dal concetto di retribuzione lorda, posto a base della determinazione dell’indennità supplementare da corrispondere in caso di esodo volontario dall’Amministrazione, il rateo di tredicesima mensilità.
La Corte osserva che i dipendenti regionali che hanno aderito all’accordo di risoluzione consensuale hanno riposto un legittimo affidamento sul fatto che, per la determinazione dell’indennità, si dovesse tenere conto anche della tredicesima mensilità, perché in tal senso era da interpretare l’originaria disposizione che faceva riferimento alla retribuzione lorda, secondo i connotati attribuiti ai suoi componenti dalla stessa Regione (compenso fisso, continuativo, costante e generale), ed il richiamo alle disposizioni legislative, regolamentari e dei contratti collettivi nazionali, nel mentre, nessun elemento suggeriva che la Regione intendesse escludere proprio la componente retributiva meglio caratterizzata dai connotati che la stessa Regione aveva indicato e che è di generale applicazione, salve espresse eccezioni.
Per il giudice delle leggi ne consegue che la norma censurata non ha imposto una scelta rientrante tra le possibili varianti di senso del testo originario, né è intervenuta per risolvere contrasti interpretativi, ma ha realizzato, con efficacia retroattiva, “una sostanziale modifica della normativa precedente, incidendo, in violazione dell’art. 3 della Costituzione, in modo irragionevole sul legittimo affidamento nella sicurezza giuridica, che costituisce elemento fondamentale dello Stato di diritto”.
 
 
 
Sentenza 21 ottobre 2011, n. 272 – (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri)
 
obbligo di copertura finanziaria art. 81 Cost.
 
 
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 3, comma 3, della legge della Regione Abruzzo 10 dicembre 2010, n. 54 (Disposizioni in materia di aree sciabili attrezzate: disciplina dei tappeti mobili a vocazione turistica o sportiva), con il quale si prevedono interventi per alcuni impianti sciistici, stabilendo che ai relativi oneri si fa fronte con stanziamenti già iscritti a bilancio.
 
La Corte, rilevato che lo stanziamento già iscritto in precedenti capitoli di spesa e ridenominato per le finalità previste dagli interventi stabiliti con la legge impugnata, non è disponibile per il bilancio di previsione 2010, e che pertanto non esiste alcuna copertura per far fronte agli oneri finanziari derivanti dalla norma impugnata, ne dichiara l’illegittimità per violazione dell’art. 81, quarto comma della Costituzione.
 
 
 
Sentenza 10 novembre 2011, n. 299 – (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri)
 
principio della natura comparativa ed aperta del pubblico concorso art. 97 Cost.
 
 
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 16, comma 2, della legge della Regione Marche 28 dicembre 2010, n. 20, recante «Disposizioni per la formazione del bilancio annuale 2011 e pluriennale 2011/2013 della Regione (legge finanziaria 2011)», con il quale è stato previsto l’inquadramento nel ruolo regionale del personale con rapporto di lavoro a tempo indeterminato di un’associazione di diritto privato di cui la Regione è socio fondatore, previo espletamento di una procedura interamente riservata al personale di detta associazione.
 
La Corte rileva che a seguito della previsione regionale di promuovere la costituzione di una fondazione deputata al perseguimento dei medesimi scopi, è stato disposto il recesso della Regione, ovvero l’adesione al suo scioglimento, da una associazione, denominata Mediateca delle Marche, di cui è socio fondatore, nata con lo scopo di contribuire allo sviluppo delle attività di produzione, raccolta, conservazione e diffusione di materiali audiovisivi riguardanti la storia, la cultura, e le tradizioni delle Marche.
La finalità della norma impugnata è quindi quella di immettere nel ruolo regionale personale deputato all’espletamento delle attività già svolte dall’associazione, attività che in seguito verranno svolte dalla costituenda fondazione.
La Corte osserva che il principio del pubblico concorso di cui all’art. 97 della Costituzione, il quale prevede non solo che venga espletata una selezione per l’accesso al pubblico impiego, ma richiede, quale elemento essenziale, che la relativa procedura abbia natura comparativa e aperta, ha carattere assai stringente.
In particolare la giurisprudenza ha chiarito che il principio del pubblico concorso non tollera, salvo circostanze del tutto eccezionali, la riserva integrale dei posti disponibili in favore del personale interno, e ciò vale anche quando la riserva operi nei confronti di soggetti estranei all’amministrazione come il personale dipendente da enti di diritto privato.
Deroghe a tale principio sono possibili solo quando siano funzionali esse stesse alle esigenze di buon andamento dell’amministrazione e ove ricorrano peculiari e straordinarie esigenze di interesse pubblico idonee a giustificarle.
Ciò premesso, il giudice rileva che le finalità della norma impugnata non sono idonee a giustificare alcuna deroga atteso che la natura delle esperienze pregresse maturate dal personale a cui favore è prevista la riserva integrale risulta inidonea a giustificare, in chiave di buon andamento della pubblica amministrazione, la preclusione dell’accesso agli altri aspiranti ai ruoli regionali.
Infatti le attività espletate dal personale dell’associazione Mediateca delle Marche non appaiono, a giudizio della Corte, avere caratteristiche tali da escludere che esse possano essere espletate ricorrendo a personale esterno che abbia maturato analoghe esperienze e, pertanto, le esigenze di consolidare le professionalità acquisite non possono dirsi strettamente funzionali a quelle di buon andamento dell’amministrazione con conseguente contrasto della norma con l’articolo 97 della Costituzione.
 
 
 
Sentenza 11 novembre 2011, n. 305 – (conflitto di attribuzioni promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri)
 
Materia: caccia
 
 
– dichiara inammissibile il conflitto di attribuzione proposto dal Presidente del Consiglio dei ministri in relazione alla delibera della Giunta regionale del Veneto del 5 ottobre 2010, n. 2371, recante «Stagione venatoria 2010/2011: applicazione del regime di deroga previsto dall’art. 9, comma 1, lettera c), della Direttiva 2009/147/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 30 novembre 2009, concernente la conservazione degli uccelli selvatici. Approvazione ai sensi dell’art. 2, comma 1, della Legge regionale 12 agosto 2005, n. 13».
 
Nello specifico lo Stato, con ricorso per conflitto di attribuzioni, ha impugnato il provvedimento con il quale la Giunta regionale del Veneto ha disciplinato, per la stagione venatoria 2010/2011, l’applicazione del regime di deroga alle specie cacciabili – per le quali la normativa comunitaria prevederebbe un generale divieto – sull’assunto che tale provvedimento mancherebbe del parere, obbligatorio, previsto dall’art. 19 bis dalla legge 11 febbraio 1992, n. 157 (Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio), demandato all’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA).
La Corte, rilevato che il ricorrente non ha lamentato alcun sconfinamento della Regione all’interno di un ambito competenziale dello Stato, tale da lederne una attribuzione costituzionalmente tutelata, osserva che lo Stato non può ricorrere allo strumento del conflitto di attribuzione per lamentare il modo attraverso il quale la competenza regionale in materia di caccia in deroga è stata esercitata, potendo, se del caso, intraprendere la strada della ordinaria tutela giurisdizionale.
Il Giudice osserva inoltre che, in base all’art. 19 bis della legge n. 157 del 1992, è in potere del Presidente del Consiglio dei Ministri annullare, se ritenuti in contrasto con la legislazione vigente e previa diffida, i provvedimenti con i quali sono state fissate le deroghe. “È, quindi, del tutto contraddittorio ed illogico sostenere che un atto la cui complessiva regolamentazione, non contestata dalla resistente, prevede anche la sua sottoposizione al potere di annullamento dello Stato possa determinare un vulnus alla sfera di attribuzioni costituzionali di quest’ultimo”.
 
 
 
Sentenza 11 novembre 2011, n. 308 – (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri)
 
Materie: tutela dell’ambiente; produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia; principio di leale cooperazione
 
 
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 1, comma 1, lettere a) e b), della legge della Regione Molise 23 dicembre 2010, n. 23, recante «Modifiche ed integrazioni alla legge regionale 7 agosto 2009, n. 22 (Nuova disciplina degli insediamenti degli impianti di produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili nel territorio della Regione Molise), con il quale vengono individuate delle aree non idonee all’installazione di impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili e viene stabilito che costituiscono aree e siti non idonei alla installazione degli impianti eolici, le aree e i beni di notevole interesse culturale così dichiarati ai sensi del decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42 (Codice dei beni culturali e del paesaggio, ai sensi dell’articolo 10 della legge 6 luglio 2002, n. 137), nonché gli immobili e le aree dichiarati di notevole interesse pubblico ai sensi del medesimo decreto legislativo.
 
La Corte, dopo aver ricordato che la disciplina della produzione di energia da fonti rinnovabili si colloca in un punto di equilibrio tra la competenza esclusiva statale in materia di ambiente e paesaggio e quella concorrente in materia di energia e che, come ribadito più volte dalla propria giurisprudenza, “il bilanciamento tra le esigenze connesse alla produzione di energia e gli interessi ambientali impone una preventiva ponderazione concertata in ossequio al principio di leale cooperazione”, che si realizza mediante l’attribuzione alla Conferenza unificata della competenza ad approvare le linee guida, come prevede l’art. 12 del decreto legislativo 29 dicembre 2003, n. 387 (Attuazione della direttiva 2001/77/CE relativa alla promozione dell’energia elettrica prodotta da fonti energetiche rinnovabili nel mercato interno dell’elettricità), che enuncia i principi fondamentali della materia, rileva che le disposizioni impugnate si pongono in contrasto con quanto stabilito dalle linee guida adottate in data 10 settembre 2010 e, conseguentemente, con i principi che le Regioni devono rispettare al fine di individuare le zone nelle quali non è possibile realizzare gli impianti alimentati da fonti di energia alternativa.
Invero, le linee guida prevedono che le Regioni possono procedere alla individuazione di aree e siti non idonei alla installazione di specifiche tipologie di impianti solo dopo avere posto in essere apposita istruttoria. Inoltre, l’individuazione delle aree e dei siti non idonei alla realizzazione degli impianti in questione deve essere differenziata con specifico riguardo alle diverse fonti rinnovabili e alle diverse taglie di impianto e non può riguardare “porzioni significative del territorio o zone genericamente soggette a tutela dell’ambiente, del paesaggio e del patrimonio storico-artistico, né tradursi nell’identificazione di fasce di rispetto di dimensioni non giustificate da specifiche e motivate esigenze di tutela”.
Pertanto, rilevato che le disposizioni della legge impugnata prevedono un divieto arbitrario, generalizzato e indiscriminato di localizzazione di impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili, senza una adeguata e preventiva istruttoria così come prevista dalle linee guida, vietando l’installazione di ogni tipo di impianto alimentato da fonte di energia alternativa, indipendentemente dalla sua tipologia o potenza, ne consegue la loro illegittimità costituzionale atteso che, come più volte affermato dalla stessa Corte, il legislatore regionale non può procedere autonomamente all’individuazione dei siti nei quali non è consentita la costruzione dei suddetti impianti in quanto non è consentito alle Regioni di “provvedere autonomamente alla individuazione di criteri per il corretto inserimento nel paesaggio degli impianti alimentati da fonti di energia alternativa e ciò in quanto l’adozione delle linee guida nazionali, previste dall’art. 12 del d.lgs. n. 387 del 2003, è informata al principio di leale collaborazione tra Stato e Regioni”.
 
 
 
Sentenza 23 novembre 2011, n. 309 – (giudizio promosso in via incidentale dal TAR Lombardia)
 
Materia: governo del territorio
 
 
– dichiara l’illegittimità costituzionale degli artt. 27, comma 1, lettera d), ultimo periodo, e 103 della legge della Regione Lombardia 11 marzo 2005, n. 12 (Legge per il governo del territorio) e dell’art. 22 della legge della Regione Lombardia 5 febbraio 2010, n. 7 (Interventi normativi per l’attuazione della programmazione regionale e di modifica ed integrazione di disposizioni legislative – Collegato ordinamentale 2010), con i quali la Regione, nel disciplinare la materia edilizia, rientrante nella materia del governo del territorio, esclude l’applicabilità del limite di sagoma alle ristrutturazioni edilizie mediante demolizione e ricostruzione, e prevede che, nell’ambito territoriale della Regione, cessi di avere diretta applicazione la disciplina di dettaglio prevista dall’art. 3 del decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380 (Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia).   
 
Il giudice delle leggi, dopo aver ricordato che le disposizioni legislative riguardanti i titoli abilitativi per gli interventi edilizi rientrano nell’ambito dei principi della materia del governo del territorio, rileva che in tale categoria rientrano anche le disposizioni che definiscono le categorie di interventi, perché è in conformità a queste ultime che è disciplinato il regime dei titoli abilitativi, con riguardo al procedimento e agli oneri, nonché agli abusi e alle relative sanzioni, anche penali.
Viene osservato che: “l’intero corpus normativo statale in ambito edilizio è costruito sulla definizione degli interventi, con particolare riferimento alla distinzione tra le ipotesi di ristrutturazione urbanistica, di nuova costruzione e di ristrutturazione edilizia cosiddetta pesante, da un lato, e le ipotesi di ristrutturazione edilizia cosiddetta leggera e degli altri interventi (restauro e risanamento conservativo, manutenzione straordinaria e manutenzione ordinaria), dall’altro. La definizione delle diverse categorie di interventi edilizi spetta, dunque, allo Stato”.
L’art. 3 del d.P.R. n. 380 del 2001 provvede a definire le categorie di interventi edilizi prevedendo, in particolare, che nella definizione di “ristrutturazione edilizia” rientrano gli interventi di demolizione e ricostruzione con identità di volumetria e di sagoma rispetto all’edificio preesistente.
Atteso quindi che in base alla normativa statale di principio, un intervento di demolizione e ricostruzione che non rispetti la sagoma dell’edificio preesistente non configura un intervento di ristrutturazione edilizia ma bensì un intervento di nuova costruzione, ne consegue l’illegittimità della norma regionale che definisce come “ristrutturazione edilizia” interventi di demolizione e ricostruzione senza il vincolo della sagoma.
Viene inoltre dichiarata l’illegittimità della disposizione regionale con la quale, qualificando come “disciplina di dettaglio” numerose disposizioni legislative statali, prevede la disapplicazione della legislazione di principio in materia di governo del territorio, dettata dall’art. 3 del d.P.R. n. 380 del 2001, con riguardo alla definizione delle categorie di interventi edilizi.
 
 
 
Sentenza 23 novembre 2011, n. 310 – (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri)
 
Materie: principio del pubblico concorso art. 97 Cost.; ordinamento civile; principi fondamentali di coordinamento della finanza pubblica; produzione, trasporto e distribuzione di energia e art. 41 Cost.; casi di ineleggibilità e di incompatibilità alle cariche elettive degli organi regionali art. 122 Cost e art. 51 Cost.; tutela dell’ambiente (interferenze con materia caccia)
 
 
dichiara l’illegittimità costituzionale degli articoli 14, comma 1, 15, 16, commi 1 e 5, 18, 29, 46 e 50 della legge della Regione Calabria 29 dicembre 2010, n. 34 (Provvedimento generale recante norme di tipo ordinamentale e procedurale – Collegato alla manovra di finanza regionale per l’anno 2011. Articolo 3, comma 4, della legge regionale n. 8 del 2002).
 
La sentenza, per l’eterogeneità delle norme impugnate, affronta diverse problematiche. Una prima questione, relativa alla legittimità dell’art. 14 della legge impugnata, viene decisa avendo come parametro di riferimento l’art. 97 della Costituzione.
La norma censurata, nel disciplinare il trasferimento alla Regione dei dipendenti addetti ai servizi amministrativi dell’Azienda forestale regionale (AFOR), con riferimento la quale una precedente legge regionale ha disposto la soppressione e la messa in liquidazione, prevede il trasferimento di detto personale nel proprio ruolo organico, per i dipendenti già in servizio presso gli uffici regionali, dando la precedenza al personale che possiede maggior anzianità di servizio presso detti uffici.
La Corte, nell’accogliere le censure sollevate, rileva che, come più volte ribadito dalla giurisprudenza costituzionale, il principio del pubblico concorso non è derogabile se non in casi circoscritti in modo rigoroso, condizione che nel caso di specie non sussistono, pertanto la norma si risolve in un ingiustificato privilegio a favore degli ex dipendenti dell’AFOR, rispetto a coloro che sono stati assunti nei ruoli regionali a seguito di regolare concorso pubblico, sostenendo le prove di selezione necessarie per accedere a tale amministrazione con conseguente contrasto con l’art. 97 della Carta fondamentale.
 
La seconda questione riguarda l’art. 15 con il quale si stabilisce che per eccezionali ragioni di continuità nell’azione amministrativa, restano validi gli incarichi dirigenziali conferiti a soggetti esterni ai ruoli dell’amministrazione, per la copertura di posti vacanti.
Tale norma si pone in contrasto con quanto stabilito dall’art. 19 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165 (Norme generali sull’ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche), che al comma 6 stabilisce, con riferimento agli incarichi a soggetti esterni ai ruoli dell’amministrazione conferente, che la durata di questi ultimi “non può eccedere, per gli incarichi di funzione dirigenziale, di cui ai commi 3 e 4, il termine di tre anni, e, per gli altri incarichi di funzione dirigenziale, il termine di cinque anni”.
Come già chiarito dalla giurisprudenza costituzionale, la normativa statale in materia di incarichi dirigenziali conferiti a soggetti esterni all’amministrazione è riconducibile alla materia dell’ordinamento civile di cui all’art. 117, secondo comma, lettera l), della Costituzione, poiché il conferimento dell’incarico si realizza mediante la stipulazione di un contratto di lavoro di diritto privato e tra i precetti rientranti nella materia dell’ordinamento civile, devono ritenersi compresi anche quelli relativi alla “durata massima dell’incarico”.
Poste queste premesse ne consegue l’illegittimità costituzionale della norma impugnata che prevede la proroga dei contratti in essere, in violazione della competenza statale in materia.
 
Riguardano sempre il tema del personale le censure sollevate dallo Stato nei confronti dell’art. 16 della legge impugnata, con il quale viene modificato il termine finale entro il quale può essere disposta la stabilizzazione di alcune categorie di lavoratori precari.
La Corte, ricordato che la propria giurisprudenza ha qualificato le norme statali in materia di stabilizzazione dei lavoratori precari come principi fondamentali di coordinamento della finanza pubblica, poiché si ispirano alla finalità del contenimento della spesa pubblica nello specifico settore del personale, rileva che la proroga del termine finale del piano di stabilizzazione del personale disposto dalla Regione Calabria produce l’effetto di sottrarre le suddette stabilizzazioni ai vincoli previsti dall’art. 17, comma 10, del decreto legge 1° luglio 2009, n. 78 (Provvedimenti anticrisi, nonché proroga di termini), che si configura quale norma di principio al quale le Regioni non possono derogare.
 
L’art. 18 della legge impugnata prevede che, per la copertura dei posti di qualifica dirigenziale vacanti nei ruoli della Regione Calabria (Consiglio regionale e Giunta), si procede tramite corso-concorso a cui possono partecipare i dipendenti regionali in possesso dei requisiti previsti per l’accesso alla qualifica dirigenziale.
La Corte, nell’accogliere le censure sollevate, rileva che la norma impugnata non menziona specifiche necessità funzionali (che non possono essere identificate nella generica necessità di coprire posti vacanti), e non individua, nemmeno in via generale, le modalità di verifica da adottare nel “corso-concorso” in essa previsto.
Pertanto, viene dichiarata l’illegittimità costituzionale della norma, in quanto restringe ai soli dipendenti regionali, senza alcuna specificazione e giustificazione, l’accesso ai posti di qualifica dirigenziale nell’amministrazione della Regione Calabria, in violazione degli artt. 3 e 97, terzo comma, della Costituzione.
 
Con l’art. 29 si introducono una serie di privilegi per gli enti pubblici, gli enti locali ed i consorzi di sviluppo industriale, che intendano proporre iniziative energetiche da fonti rinnovabili.
La Corte, dopo aver ricordato che la normativa internazionale, comunitaria e nazionale, manifestano ampio favor per le fonti energetiche rinnovabili, nel senso di porre le condizioni per la massima diffusione dei relativi impianti, rileva che la normativa statale e ancor prima quella comunitaria recepita dal decreto legislativo 29 dicembre 2003, n. 387 (Attuazione della direttiva 2001/77/CE relativa alla promozione dell’energia elettrica prodotta da fonti energetiche rinnovabili nel mercato interno dell’elettricità), individuano come principio fondamentale della materia, di potestà legislativa concorrente, della “produzione, trasporto e distribuzione di energia”, quello del libero mercato concorrenziale.
“L’esigenza che la produzione e la distribuzione dell’energia siano realizzate in un regime di libera concorrenza è particolarmente avvertita nel caso di energia prodotta da fonti rinnovabili, sia perché la quantità di energia prodotta è di gran lunga inferiore rispetto a quella derivante da altre fonti, sia perché la normativa comunitaria ha imposto precise quote minime di produzione, che, in assenza di libera concorrenza, rischierebbero di essere assorbite da pochi operatori, in grado di realizzare veri e propri monopoli nei diversi territori”.
Ne consegue la dichiarazione di illegittimità costituzionale della norma impugnata, per violazione degli artt. 117, primo e terzo comma, e 41 della Costituzione, poiché le misure previste si traducono in una distorsione del mercato nel campo della produzione di energia da fonti rinnovabili.
 
Con l’art. 46 della legge impugnata si prevede che “anche in deroga a quanto previsto dall’articolo 4 legge 154 del 1981 e dall’art. 65 d.lgs. n. 267 del 2000 le cariche di Presidente e Assessore della Giunta provinciale e di Sindaco e Assessore dei comuni compresi nel territorio della Regione sono compatibili con la carica di Consigliere regionale. Il Consigliere regionale che svolge contestualmente anche l’incarico di Presidente o Assessore della Giunta Provinciale, di Sindaco a Assessore Comunale deve optare e percepire solo una indennità di carica”.
Il giudice delle leggi, nell’esaminare le censure formulate dal Governo, rileva che l’art. 65 del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267 (Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali), stabilisce che il presidente e gli assessori provinciali, nonché il sindaco e gli assessori dei comuni compresi nel territorio della Regione, sono incompatibili con la carica di consigliere regionale.
Tale norma, secondo la giurisprudenza costituzionale, deve essere letta alla luce del principio ispiratore di cui essa è espressione e che consiste “nell’esistenza di ragioni che ostano all’unione nella stessa persona delle cariche di sindaco o assessore comunale e di consigliere regionale e nella necessità conseguente che la legge predisponga cause di incompatibilità idonee a evitare le ripercussioni che da tale unione possano derivare sulla distinzione degli ambiti politico-amministrativi delle istituzioni locali e, in ultima istanza, sull’efficienza e sull’imparzialità delle funzioni”. Rilevato che la norma impugnata disattende detto principio e stabilisce, invece, l’opposto principio della generale compatibilità delle cariche di consigliere regionale e presidente o assessore provinciale, sindaco o assessore comunale, ne viene dichiarata l’illegittimità costituzionale per violazione degli artt. 122, primo comma, e 51 della Costituzione, in quanto contraddice, in materia di incompatibilità, un principio generale contenuto nelle norme legislative statali, e lede, al contempo, il principio di eguaglianza tra i cittadini nell’accesso alle cariche elettive.
 
La sentenza in esame dichiara, infine, l’illegittimità dell’art. 50 della legge impugnata che fissa il calendario venatorio regionale e contiene una disciplina delle specie cacciabili, per violazione della competenza statale in materia di tutela dell’ambiente in quanto la Regione non ha acquisito il parere preventivo dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (ISPRA), per fissare il calendario regionale relativo all’annata venatoria, ponendosi in tal modo in contrasto con quanto stabilito dall’art. 18 della legge 11 febbraio 1992, n. 157 (Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio), che si configura come norma interposta diretta a stabilire standard e uniformi di tutela della fauna in tutto il territorio nazionale e con ciò violando l’art. 117, secondo comma, lettera s) della Costituzione.
 
 
 
Sentenza 25 novembre 2011, n. 320 – (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri)
 
Materia: ordinamento civile
 
– dichiara l’illegittimità costituzionale dei commi 2 e 4 dell’art. 49 della legge della Regione Lombardia 12 dicembre 2003, n. 26 (Disciplina dei servizi locali di interesse economico generale. Norme in materia di gestione dei rifiuti, di energia, di utilizzo del sottosuolo e di risorse idriche), introdotti dall’art. 1, comma 1, lettera t), della legge della Regione Lombardia 27 dicembre 2010, n. 21, recante «Modifiche alla legge regionale 12 dicembre 2003, n. 26 (Disciplina dei servizi locali di interesse economico generale. Norme in materia di gestione dei rifiuti, di energia, di utilizzo del sottosuolo e di risorse idriche), in attuazione dell’articolo 2, comma 186-bis, della legge 23 dicembre 2009, n. 191».
 
La norma impugnata stabilisce che gli enti locali possono costituire una società patrimoniale d’ambito ai sensi dell’articolo 113, comma 13, del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267 (Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali), a condizione che questa sia unica per ciascun ATO e vi partecipino direttamente o indirettamente mediante conferimento della proprietà delle reti, degli impianti, delle altre dotazioni patrimoniali del servizio idrico integrato e, in caso di partecipazione indiretta, del relativo ramo d’azienda, i comuni rappresentativi di almeno i due terzi del numero dei comuni dell’ambito.
La Corte dopo aver ricostruito il quadro normativo di riferimento vigente, rileva che la disposizione censurata prevede un caso di cessione ad un soggetto di diritto privato (la società patrimoniale d’ambito), di beni demaniali e perciò incide sul regime giuridico della proprietà pubblica.
Detta norma sarebbe legittima se tale intervento fosse effettivamente consentito dal comma 13 dell’articolo 113 del testo unico sugli enti locali, richiamato nella medesima norma impugnata.
Tuttavia, rileva la Corte, il comma 13, che consentiva il conferimento delle reti idriche in proprietà a società di diritto privato a capitale interamente pubblico, non può esser preso in considerazione in quanto tacitamente abrogato, prima dell’entrata in vigore della legge impugnata, dall’art. 23-bis del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112 (Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria), convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, che aveva stabilito il principio secondo cui le reti idriche sono di proprietà pubblica.
Viene inoltre osservato che la proprietà pubblica delle reti implica il loro assoggettamento al regime giuridico del demanio accidentale pubblico, con conseguente divieto di cessione e di mutamento della destinazione pubblica. “In particolare le reti, intese in senso ampio, vanno ricomprese, in quanto appartenenti ad enti pubblici territoriali, tra i beni demaniali, ai sensi del combinato disposto del secondo comma dell’art. 822 e del primo comma dell’art. 824 cod. civ. Il comma 1 dell’art. 143 del d.lgs. n. 152 del 2006 (anch’esso anteriore alla disposizione regionale impugnata) conferma la natura demaniale delle infrastrutture idriche, dettando una specifica normativa di settore. Esso dispone, infatti, che: gli acquedotti, le fognature, gli impianti di depurazione e le altre infrastrutture idriche di proprietà pubblica, fino al punto di consegna e/o di misurazione, fanno parte del demanio ai sensi degli articoli 822 e seguenti del codice civile e sono inalienabili se non nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge”.
La Corte precisa inoltre, rinviando per le motivazioni alla sentenza 26 gennaio 2011, n. 24, che l’art. 13 del TUEL non ha ripreso vigore a seguito dell’avvenuta abrogazione dell’intero art. 23-bis del d.l. n. 112 del 2008, a seguito di referendum popolare.
Su queste premesse la Corte conclude rilevando che l’abrogazione tacita del comma 13 dell’art. 113 del TUEL, per incompatibilità con il comma 5 dell’art. 23-bis del d.l. n. 112 del 2008, preclude alle Regioni di disciplinare, in attuazione del medesimo comma 13, il regime della proprietà di beni del demanio accidentale degli enti pubblici territoriali, trattandosi di materia ascrivibile all’ordinamento civile, riservata dall’art. 117, secondo comma, lettera l), della Costituzione alla competenza legislativa esclusiva dello Stato. Ne consegue la violazione, da parte della Regione Lombardia, di tale sfera di competenza statale e, quindi, l’illegittimità costituzionale della norma impugnata.
 
 
 
Sentenza 25 novembre 2011, n. 321 – (giudizio promosso in via incidentale dal TAR Puglia)
 
violazione principio di ragionevolezza art. 3 Cost.
 
 
– dichiara l’illegittimità costituzionale degli articoli 5, 11 e 13 della legge della Regione Puglia 6 settembre 1999, n. 27 (Istituzione e disciplina del dipartimento delle dipendenze patologiche delle aziende U.S.L.), nel testo antecedente alle modifiche apportate con l’art. 14, comma 1, della legge della Regione Puglia 25 febbraio 2010, n. 4 (Norme urgenti in materia di sanità e di servizi sociali), nella parte in cui riservano la direzione dei SerT (Servizi per le Tossicodipendenze) al solo personale sanitario appartenente al profilo professionale medico.
 
La Corte rileva che sulla base della normativa statale vigente, l’organizzazione dei servizi per le tossicodipendenze presso le USL pone su un piano di parità, considerandoli complementari ai fini della composizione dell’organico, i profili professionali di medico e di psicologo.
Analoga equiparazione è stata esplicitamente riconosciuta dalla giurisprudenza amministrativa, che ha rilevato come la normativa statale non conferisca alcuna prevalenza ai trattamenti medico-farmacologici rispetto a quelli di carattere psicologico e socio-riabilitativo (Consiglio di Stato, sezione V, decisione del 20 ottobre 2005, n. 5885; in conformità, decisione del 19 giugno 2009, n. 4041).
Dal complesso della normativa vigente, osserva quindi il giudice, emerge un equiordinazione tra i profili professionali di medico e di psicologo ai fini dell’ottimale esercizio dei delicati ed importanti compiti dei SerT, istituiti per erogare le terapie idonee sia alla disintossicazione e alla riabilitazione psico-fisica dei soggetti dediti al consumo di sostanze stupefacenti sia, del pari, alla loro riabilitazione psicologica, funzionale ad un pieno reinserimento sociale.
Ne consegue “l’intrinseca irragionevolezza, che si traduce nella discriminazione della categoria degli psicologi, di una isolata normativa, la quale, ponendosi in contraddizione con la ratio dell’intera disciplina, statale e regionale, sulla formazione delle piante organiche dei SerT, restringe ai soli medici la possibilità di accedere alle selezioni per il conferimento di funzioni apicali. Non si ravvisa infatti alcun motivo per cui il profilo professionale del medico sarebbe più adatto di quello dello psicologo per dirigere una struttura basata sulla convergenza delle due diverse professionalità – senza che sia possibile trarre argomenti, dal quadro normativo statale e regionale, in favore della prevalenza dell’una sull’altra – ai fini del pieno recupero delle persone tossicodipendenti”.
Viene pertanto dichiarata l’illegittimità della norma impugnata per violazione dell’articolo 3 della Costituzione.
 
 
 
Sentenza 2 dicembre 2011, n. 325 – (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri)
 
Materie: tutela della salute; coordinamento della finanza pubblica; tutela dell’ambiente; pubblica sicurezza; previdenza sociale
 
 
– dichiara l’illegittimità costituzionale degli articoli 13, commi 1 e 2, 37 (in parte), 46, 51 e 54 della legge della Regione Puglia 31 dicembre 2010, n. 19 (Disposizioni per la formazione del bilancio di previsione 2011 e bilancio pluriennale 2011-2013 della Regione Puglia);
 
Con la sentenza in rassegna la Corte esamina le censure sollevate dal Governo nei confronti della legge pugliese con riferimento a diversi parametri costituzionali.
Un primo gruppo di censure riguarda la materia sanitaria ed in particolare una disposizione con la quale si prevede l’estensione delle categorie di soggetti esentati dal pagamento del cosiddetto ticket sanitario.
Sul punto la Corte rileva che l’articolo 8, comma 16 della legge 24 dicembre 1993, n. 537 (Interventi correttivi di finanza pubblica), indica le categorie di soggetti esentati dal pagamento della quota di compartecipazione alla spesa sanitaria, e detta norma costituisce un principio fondamentale della legislazione sia in materia di tutela della salute che in materia di coordinamento della finanza pubblica.
Pertanto l’estensione ad ulteriori categorie di soggetti dal pagamento del ticket operato con legge regionale viola l’articolo 117, terzo comma, della Costituzione.
Un secondo gruppo di censure riguarda l’articolo 37 della legge impugnata che prevede l’abrogazione di una disposizione, contenuta in una legge regionale istitutiva di un parco naturale regionale, con la quale si vietava, all’interno del territorio del parco stesso, il transito con mezzi motorizzati fuori dalle strade pubbliche e delle strade private e vicinali gravate dai servizi di pubblico passaggio.
La Corte, accogliendo le censure sollevate dal ricorrente, rileva che la tutela delle aree naturali protette è regolata dalla legge 6 dicembre 1993, n. 394 (Legge quadro sulle aree protette), la quale all’articolo 11, prevede che nei parchi sono vietate le attività e le opere che possono compromette la salvaguardia del paessaggio e degli ambienti naturali tutelati con particolare riguardo alla flora e alla fauna protette e ai rispettivi habitat.
La legge regionale impugnata, abrogando i divieti precedentemente previsti nella legge regionale istitutiva del parco, ha permesso il transito di mezzi motorizzati, anche fuori dalle strade statali, provinciali, comunali, private e vicinali gravate dai servizi di pubblico passaggio, in contrasto con gli standard minimi di tutela stabiliti dalla legislazione statale, con conseguente violazione dell’articolo 117, secondo comma, lettera s), della Costituzione atteso che, in materia di tutela delle aree naturali protette, la Regione non può prevedere soglie di tutela inferiori a quelle dettate dallo Stato, mentre può, nell’esercizio di una sua diversa potestà legislativa, prevedere eventualmente livelli maggiori di tutela, che presuppongono comunque il rispetto degli standard adeguati ed uniformi fissati nelle leggi statali.
All’esame della Corte anche l’articolo 46 della legge impugnata con il quale viene prevista l’istituzione dell’Agenzia per la promozione della legalità e della cittadinanza sociale.
Il giudice, accogliendo in toto le censure sollevate dal Governo, rileva che con il decreto legge 4 febbraio 2010, n. 4 (Istituzione dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata), lo Stato è già intervenuto ad affrontare le problematiche relative alla cultura della legalità nelle aree interessate del territorio nazionale e al legislatore regionale è inibito istituire una propria Agenzia con funzioni analoghe a quella istituita dallo Stato atteso che l’ambito d’intervento dell’Agenzia rientra nella materia dell’ordine pubblica e sicurezza, riservata alla competenza legislativa statale ai sensi dell’articolo 117, secondo comma della Costituzione.
Ulteriori censure riguardano l’articolo 51 della legge impugnata con il quale si dispone che, in attesa del completamento dell’installazione del sistema automatico di rilevazione delle presenze, al personale regionale possa essere erogato il compenso per il lavoro straordinario fino al 31 dicembre 2010, e non più fino al 30 giugno 2010, come previsto da una precedente legge regionale del dicembre 2009.
La Corte, nel dichiarare fondata la questione sollevata, rileva che l’articolo 3 della legge 24 dicembre 2007, n. 244 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – legge finanziaria 2008), stabilisce che le pubbliche amministrazioni non possono erogare compensi per lavoro straordinario se non previa attivazione di sistemi di rilevazione automatica delle presenze.
Esso rappresenta un principio fondamentale di contenimento della spesa e di buon andamento della pubblica amministrazione, la cui applicazione non prevede alcuna proroga. La Regione Puglia ha ritardato l’introduzione di un sistema automatico di rilevazione delle presenze dei dipendenti pubblici regionali, prevedendo, sin dal 2008, una serie di proroghe della erogazione del compenso straordinario.
Il rinvio stabilito dalla norma impugnata ritarda ulteriormente l’applicazione della disposizione della legge statale, in contrasto con l’articolo 117, terzo comma, della Costituzione, in materia di coordinamento della finanza pubblica, comportando altresì una disparità di trattamento con il personale delle altre pubbliche amministrazioni, in violazione dell’articolo 3 della Costituzione.
Infine, viene censurato l’articolo 54 della legge regionale della Puglia con il quale si prevede che ai componenti esterni della Giunta regionale si applichino, dalla data di nomina e per l’intera durata dell’incarico, le disposizioni concernenti i consiglieri regionali relativamente al collocamento in aspettativa senza assegni per l’espletamento di cariche pubbliche.
La Corte rileva che solo lo Stato può estendere l’ambito soggettivo di applicazione di disposizioni che rientrano in ambiti di competenza legislativa esclusiva statale, tra cui quello della previdenza sociale. Non spetta quindi al legislatore regionale disporre una equiparazione del trattamento previdenziale degli assessori regionali non consiglieri con quello degli assessori che ricoprano la carica di consigliere poiché ciò comporta la violazione della competenza legislativa esclusiva dello Stato in materia di previdenza sociale e la difformità nella disciplina del trattamento previdenziale dei dipendenti pubblici da una Regione all’altra con violazione, per questo aspetto, dell’articolo 3 della Carta fondamentale.
 
 
 
Sentenza 16 dicembre 2011, n. 330 – (giudizio promosso dalla Regione Toscana)
 
Materie: determinazione livelli essenziali di assistenza (LEA); ordinamento civile; tutela della salute; coordinamento della finanza pubblica; principio di leale collaborazione art. 118 Cost.
 
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’articolo 11, comma 6-bis, del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78 (Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica), comma inserito dalla legge di conversione 30 luglio 2010, n. 122, nella parte in cui non prevede alcun coinvolgimento delle Regioni nel confronto tecnico da esso disciplinato.
 
La norma oggetto di sindacato costituzionale con la sentenza in esame, prevedeva un confronto tecnico tra il Ministero della salute, il Ministero dell’economia e delle finanze, l’AIFA e le associazioni di categoria maggiormente rappresentative, per la revisione dei criteri di remunerazione della spesa farmaceutica tenendo conto: a) dell’estensione delle modalità di tracciabilità e controllo a tutte le forme di distribuzione dei farmaci; b) della possibilità di introduzione di una remunerazione della farmacia basata su una prestazione fissa in aggiunta ad una ridotta percentuale sul prezzo di riferimento del farmaco che, stante la prospettata evoluzione del mercato farmaceutico, garantisca una riduzione della spesa per il Servizio sanitario nazionale.
La Regione Toscana impugna detta norma deducendo la violazione delle proprie prerogative costituzionali poiché introduce una normativa di dettaglio nella materia della tutela della salute, di competenza concorrente e, comunque, la violazione del principio di leale collaborazione non essendo prevista alcuna forma di coinvolgimento delle Regioni.
Sul punto la Corte osserva che la disposizione impugnata rientra certamente nella determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti diritti civili e sociali – poiché l’erogazione di farmaci rientra nei livelli essenziali di assistenza (LEA) – il cui godimento è assicurato a tutti in condizioni di uguaglianza sull’intero territorio nazionale. Inoltre la norma incide anche nella materia dell’ordinamento civile, poiché per i prodotti farmaceutici vige il sistema del prezzo contrattato e, pertanto, la modifica delle quote di spettanza dovute alle aziende farmaceutiche, ai grossisti e ai farmacisti è rimessa all’autonomia contrattuale.
Viene tuttavia rilevato che vi sono anche ulteriori ambiti materiali interessati dalla norma, di competenza concorrente Stato e Regioni, quale la tutela della salute e, soprattutto, il coordinamento della finanza pubblica, considerato che il confronto tecnico, disciplinato dall’impugnato comma 6-bis, è diretto alla riduzione della spesa per il Servizio sanitario nazionale.
Ad avviso del giudice delle leggi, in presenza di una simile sovrapposizione di materie e nell’impossibilità di individuarne una prevalente, il legislatore statale avrebbe dovuto attribuire adeguato rilievo al principio di leale collaborazione. Non essendo ciò avvenuto, viene dichiarata l’illegittimità costituzionale della norma censurata, poiché non prevede alcun coinvolgimento delle Regioni privando, di fatto, le stesse della possibilità di differenziare, con determinazione amministrativa e per il proprio territorio, il livello di rimborsabilità dei farmaci, in violazione dell’articolo 118 della Costituzione.
 
 
 
 
 
Sentenza 22 dicembre 2011, n. 339 – (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri)
 
Materie: ordinamento civile; tutela della concorrenza
 
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’articolo 3, comma 2, terzo periodo, della legge della Regione Lombardia 23 dicembre 2010, n. 19 (Disposizioni per l’attuazione della programmazione economico-finanziaria regionale, ai sensi dell’art. 9-ter della legge regionale 31 marzo 1978, n. 34 – Norme sulle procedure della programmazione, sul bilancio e sulla contabilità della Regione – Collegato 2011), che ha sostituito l’articolo 25, comma 6, della legge regionale 7 luglio 2008, n. 20 (Testo unico delle leggi regionali in materia di organizzazione e personale), nella parte in cui così dispone: “Le economie risultanti dalla riduzione dell’organico complessivo della dirigenza possono essere destinate alla valorizzazione delle posizioni organizzative, in aggiunta alle risorse annualmente stanziate ai sensi dell’articolo 31 del CCNL del personale del comparto Regioni-Autonomie locali del 22 gennaio 2004”;
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’articolo 14 della legge della Regione Lombardia n. 19 del 2010, nella parte in cui, modificando la legge della stessa Regione Lombardia 12 dicembre 2003, n. 26 (Disciplina dei servizi locali di interesse economico generale. Norme in materia di gestione rifiuti, di energia, di utilizzo del sottosuolo e di risorse idriche), dopo l’articolo 53 di essa ha introdotto l’articolo 53-bis, recante disposizioni in materia di grandi derivazioni ad uso idroelettrico, il cui comma 3 così dispone: “La Regione, in assenza e nelle more dell’individuazione dei requisiti organizzativi e finanziari minimi e dei parametri di aumento dell’energia prodotta e della potenza installata concernenti le procedure di gara, di cui all’art. 12, comma 2, del d.lgs. 79/1999, provvede a determinare i suddetti requisiti e parametri entro diciotto mesi dalla data di entrata in vigore del presente articolo”;
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’articolo 14 della legge della Regione Lombardia n. 19 del 2010, nella parte in cui, modificando la legge della stessa Regione Lombardia n. 26 del 2003, dopo l’articolo 53 di essa, ha introdotto l’articolo 53-bis.
 
Con l’articolo 3 della legge regionale n. 19 del 2010, la Regione Lombardia, dopo aver previsto una rimodulazione degli organici, con riduzione dei posti dirigenziali, ha stabilito che le economie risultanti dalla riduzione dell’organico complessivo della dirigenza possono essere destinate alla valorizzazione delle posizioni organizzative, in aggiunta alle risorse annualmente stanziate ai sensi dell’articolo 31 del CCNL del personale del comparto Regioni –Autonomie locali.
La Corte, accogliendo le censure formulate da parte statale, rileva che la norma, prevedendo l’erogazione di incentivi ad integrazione di quelli previsti dalla contrattazione collettiva, è diretta a disciplinare un aspetto del trattamento economico dei dipendenti della Regione, il cui rapporto di impiego è stato privatizzato, e pertanto rientra nell’ambito della materia dell’ordinamento civile, con conseguente violazione dell’articolo 117, comma secondo, lettera l) della Costituzione.
Viene inoltre censurato l’articolo 14 della legge impugnata che introduce l’articolo 53 bis alla legge regionale che disciplina i servizi locali di interesse economico generale e, in particolare, la materia delle grandi derivazioni ad uso idroelettrico, prevedendo che, in assenza e nelle more della loro individuazione da parte dello Stato, la Regione provvede ad individuare i requisiti organizzativi e finanziari minimi e i parametri di aumento dell’energia prodotta e della potenza installata, concernenti le procedure di gara di cui all’articolo 12 del decreto legislativo 16 marzo 1999, n. 79 (Attuazione della direttiva 96/92/CE recante norma comuni per il mercato interno dell’energia elettrica).
Sul punto la Corte rileva che la norma impugnata attribuisce alla Regione la competenza ad individuare i requisiti concernenti le procedure di gara, competenza che viceversa la normativa statale attribuisce allo Stato.
Ne consegue che la norma regionale incide direttamente sulla disciplina delle procedure di evidenza pubblica che spetta alla competenza esclusiva statale ai sensi dell’articolo 117, comma secondo lettera e) della Costituzione, e ne viene pertanto dichiarata l’illegittimità costituzionale.
L’articolo 14 della legge impugnata prevede inoltre che allo scadere delle concessioni in essere, la Regione Lombardia acquisisca le opere e gli impianti afferenti alle grandi derivazioni idroelettriche per conferirli a società patrimoniali di scopo, con partecipazione totalitaria di capitale pubblico incedibile, prevedendo che tali società patrimoniali metteranno a disposizione del soggetto affidatario le infrastrutture e gli impianti afferenti alla derivazione.
Per quanto concerne l’individuazione del soggetto affidatario la norma regionale prevede che venga individuato a seguito di procedura di gara ad evidenza pubblica o mediante procedure competitive ad evidenza pubblica, ovvero che venga affidato direttamente a società a partecipazione mista pubblica e privata, a condizione che siano soddisfatti i requisiti prescritti dalle vigenti direttive comunitarie e norme nazionali.
Viene inoltre prevista una deroga a tali modalità di individuazione dell’affidatario. Il comma 9, dell’articolo 14 citato dispone infatti che le concessioni di grande derivazione d’acqua per uso idroelettrico ricadenti in tutto o in parte nelle province montane individuate dal comma stesso, sono affidate direttamente a società a partecipazione mista pubblica e privata partecipate dalle province interessate, a condizione che siano soddisfatti i requisiti previsti dalla stessa norma per la selezione del socio privato (da effettuare mediante procedure competitive ad evidenza pubblica), per le modalità della relativa gara e per la misura della partecipazione del socio privato.
Ad avviso della Corte risulta evidente che, sulla base della normativa impugnata, l’affidamento mediante gare ad evidenza pubblica è rimesso alla mera discrezionalità del soggetto affidante, cui è demandata la scelta tra dette procedure di gara e l’affidamento diretto sia pure a condizione che siano soddisfatti i requisiti prescritti dalle vigenti direttive comunitarie e norme nazionali.
Ciò si pone nuovamente in contrasto con quanto stabilito dal legislatore statale con l’articolo 12 del decreto legislativo n. 79 del 1999 che per l’affidamento richiede, in ogni caso, l’esperimento di procedure di gara ad evidenza pubblica la cui disciplina è riconducibile alla competenza esclusiva statale in materia di tutela della concorrenza.
Ne consegue la dichiarazione di illegittimità costituzionale della norma regionale impugnata.
 
Chi è Gilberto Ferro:

 
Nato a Venezia nel 1966, Gilberto Ferro dopo la laurea in giurisprudenza consegue l’abilitazione alla professione di avvocato, attività che esercita dal 1993. Dal 2000 opera come funzionario dell’Ufficio Legislativo della Giunta regionale del Veneto. Iscritto all’elenco speciale degli avvocati dell’Ordine di Venezia, segue il contenzioso costituzionale e svolge consulenza legale e legislativa nei settori agricoltura, bilancio, finanza, tributi.