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Benedetto XVI, la giustizia e la democrazia

di Andrea Pin  [*]
Ricercatore di Diritto costituzionale e docente di Diritto pubblico comparato all’Università di Padova
    
Pubblicato nell'edizione n. 2 del 2011



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Commento al discorso del Papa al Bundestag del 22 settembre 2011
 

 
1.“Togli il diritto – e allora che cosa distingue lo Stato da una grossa banda di briganti?” Questa celebre frase di sant’Agostino viene rilanciata da Benedetto XVI nel suo recente discorso al Parlamento tedesco, per riproporre l’interrogativo fondamentale che percorre la vita delle comunità politiche di ogni tempo: che cosa lega il diritto dello Stato alla giustizia?
La questione oggi si è fatta ancora più urgente, poiché la scienza e la tecnologia hanno enormemente esteso il potere dell’uomo: “L’uomo è in grado di distruggere il mondo. Può manipolare se stesso. Può, per così dire, creare esseri umani ed escludere altri esseri umani dall’essere uomini.” La questione della giustizia nel diritto sembra assumere una radicalità forse sconosciuta in precedenza. Una radicalità che è testimoniata quotidianamente dalla delicatezza degli argomenti che affiorano nella vita politica e giudiziaria: solo per fare qualche esempio, mentre in Parlamento si discute del testamento biologico, la Corte di Giustizia dell’Ue prende posizione sulla brevettabilità degli embrioni[1].
La regolamentazione di queste materie può difficilmente eludere la questione della giustizia. Secondo Benedetto XVI, l’alternativa sarebbe lasciarle semplicemente all’arbitrio individuale e collettivo. Tuttavia, se si evita di prendere posizione si toglie fiato al diritto e alla democrazia, si impoverisce la vita associata e, in definitiva, si erodono le ragioni per le quali gli uomini si mettono insieme[2]. D’altra parte, non si può agilmente ricavare una soluzione ai nuovi problemi semplicemente facendo appello al testo costituzionale. L’evoluzione scientifica, culturale e sociale si sono spinte così lontano da quando i testi sono stati redatti, che è semplicemente inverosimile ripiegare sul giudizio adottato generazioni fa[3]. L’attualità sembra esigere dunque che ora vengano prese delle scelte secondo giustizia.
 
2.Quel che propone il Papa non è qualcosa d’inconsueto, in sé. I grandi movimenti di riforma del diritto, il medesimo costituzionalismo moderno e la creazione degli ordinamenti e degli organismi internazionali e sovranazionali non si spiegano senza una propensione alla protezione dei diritti dell’uomo e della sua dignità – propensione dai caratteri di forte impegno etico, personale e collettivo. La medesima retorica dei diritti umani, su cui ora in molti ritornano anche a causa della crisi economica internazionale che mette in discussione la loro sostenibilità, non si spiega se non con il fortissimo appeal ideale e morale che essi rivestono[4].
Tuttavia, il Papa sembra aver ragione nel diagnosticare una certa tendenza, nel diritto, ad abdicare ad una funzione regolativa, di ordinamento dei fatti e dei comportamenti in base ad un criterio di giustizia[5]. Egli individua due dei fattori che ostacolano la quotidiana ricerca della giustizia: la convinzione che vi sia una frattura incolmabile tra “l’essere e il dover essere”, ossia che dall’osservazione del fenomeno umano non possa dedursi l’esistenza di norme[6]; e la correlata concezione positivista di natura e ragione, secondo la quale “ciò che non è verificabile o falsificabile non rientra nell’ambito della ragione nel senso stretto”. Questa “non è una cultura che corrisponda e sia sufficiente all’essere uomini”.
In effetti, se non si può dedurre una regola dalla fisiologia di certe relazioni umane, o se non è possibile scoprire alcuna verità al di fuori delle scienze naturali, buona parte della vita associata risulta deferita al mero arbitrio della forza, sia pure quella dello Stato – la “banda di briganti” cui alludeva Agostino. E, a ben vedere, il medesimo controllo democratico diviene impossibile: se non esiste alcun criterio di giustizia, su quale base sarà possibile giudicare l’operato del legislatore, o eleggere i propri rappresentanti? E su quali basi può avvenire la discussione politica, o il dibattito, se non sulla base di ideologie confliggenti ed ugualmente incapaci di affermare la giustizia? Ad un’osservazione più attenta, pare dunque che il positivismo e la frattura tra natura e giustizia non fondino, ma piuttosto sottraggano terreno alle ragioni e al metodo della convivenza democratica.
 
3.Benedetto XVI rilegge in tale contesto il compito storico che si è assunta la dottrina del diritto naturale. Quest’ultima rappresenterebbe il precipitato storico di due fattori. Da un lato, sarebbe il portato di una domanda di giustizia, in sé indelebile ed inseparabile dalla vita delle comunità politiche; dall’altro, testimonierebbe la decisione storica che il cristianesimo ha assunto: affidarsi alla libertà e alla responsabilità individuale. Questo è l’aspetto forse più innovativo della lettura offerta dal Papa. Egli infatti evidenzia che “il cristianesimo non ha mai imposto allo Stato e alla società un diritto rivelato, un ordinamento giuridico derivante da una rivelazione. Ha invece rimandato alla natura e alla ragione quali vere fonti del diritto”. In questo modo, secondo il Papa, il cristianesimo ha collocato in capo a ciascun uomo il compito della ricerca della verità e della giustizia, anziché appiattirsi sull’autorevolezza della dottrina cristiana. Questa decisione avrebbe rappresentato un punto decisivo per la cultura giuridica occidentale, che ha portato, “attraverso il Medioevo cristiano, allo sviluppo giuridico dell’Illuminismo fino alla Dichiarazione dei Diritti umani” e al costituzionalismo contemporaneo. Una dottrina dunque arricchitasi fino a confluire nelle più moderne e attuali acquisizioni giuridiche.
Perché, dunque, buona parte della dottrina ha una forte sfiducia nei confronti del diritto naturale? Perché risulta tanto inattuale, nelle critiche che gli muovono i contemporanei? Anche su questo punto Benedetto XVI offre spunti di riflessione. Egli sembra rispondere, riprendendo l’ultimo Kelsen, che non è il contenuto del diritto naturale, in sé contraddistinto dalla pretesa di un’intima razionalità, a creare problemi – al massimo si potrebbero discuterne i risultati. È invece il problema religioso cui il diritto naturale si apre, a suscitarne. Come nota il Papa, il problema era già stato colto dall’ultimo Kelsen, secondo il quale “la natura potrebbe racchiudere in sé delle norme solo se una volontà avesse messo in essa queste norme”; questo, a sua volta, “presupporrebbe un Dio creatore, la cui volontà si è inserita nella natura”. E questo era un problema che Kelsen aveva voluto superare, proprio grazie alla sua teoria della Costituzione. Benedetto XVI si chiede oggi se sia “veramente privo di senso riflettere se la ragione oggettiva che si manifesta nella natura non presupponga una Ragione creativa”.
Quella riflessione può naturalmente rimanere aperta. Tuttavia, per quanto qui interessa, conviene evidenziare un punto essenziale del ragionamento del Papa. Se nella natura si manifesta una ragione oggettiva, allora la giustizia ha un suo termine oggettivo. Ossia l’esigenza di giustizia ha un contenuto non meramente soggettivo, ma dotato una propria consistenza.
Questo accento sulla natura della giustizia sembra percorrere l’intera riflessione del Papa. Nel suo discorso, la giustizia ha un’oggettività che giustifica insieme la sua ricerca e che dà sostanza al diritto dello Stato. Essa non si identifica con quest’ultimo[7] – anzi, spetta allo Stato e alla politica “un impegno per la giustizia”. Tale impegno ricade sui politici quanto sugli elettori. Benedetto XVI lo mette in luce chiaramente, evidenziando che “nel processo di formazione del diritto, ogni persona che ha responsabilità deve cercare lei stessa i criteri del proprio orientamento”. Ciascuno, in ogni momento, è chiamato ad una ricerca personale della giustizia. Per dirla con Habermas, la democrazia si presenta come un regime particolarmente “sensibile alla verita’”[8], in quanto riconosce a ciascuno il diritto e il dovere di cercare la giustizia. Effettivamente, che la democrazia attribuisca a ciascuno una simile responsabilità, sembra un dato estremamente significativo. Questa responsabilità condivisa, che il Papa richiama, sembra concorrere a spiegare il successo storico del regime democratico, e a dare ragione del valore intrinseco che viene normalmente riconosciuto alla democrazia.
 
Chi è Andrea Pin:
 
Nato nel 1976, Andrea Pin è ricercatore di Diritto costituzionale e docente di Diritto pubblico comparato all’Università di Padova. È membro del Comitato scientifico della Fondazione internazionale Oasis. Si occupa di costituzionalismo in Medio Oriente, di laicità dello Stato e di libertà religiosa.
 


[1] C.-34/10.

[2] Si veda G. Bognetti, Cos’é la Costituzione? A proposito di un saggio di Roberto Bin, in Quaderni costituzionali, 2008, p. 18: “un «patriottismo della Costituzione» costruito su basi {…} smilze e impegnante ad accettare ogni varietà possibile di soluzioni etico-politiche, non potrebbe attecchire presso gli uomini del nostro tempo, e comunque presso gli italiani”.

[3] In questo senso, si osservi ad esempio la sentenza della Corte costituzionale italiana n. 138/10, a proposito della riserva dell’istituto matrimoniale alle sole coppie eterosessuali. Si veda in particolare il punto 9, Considerato in diritto.

[4] In questo senso, recentemente, M.J. Perry, The Political Morality of Liberal Democracy, Cambridge University Press, New York 2010, p. 4.

[5] Echi nell’ultimo L. Elia, Introduzione ai problemi della laicità, relazione al Convegno Problemi pratici della laicità agli inizi del secolo XXI, Associazione italiana dei costituzionalisti, Napoli, 26-27 ottobre 2007, ora in www.associazionedeicostituzionalisti.it.

[6] In questo senso, ad esempio, F. Rimoli, Laicità e pluralismo bioetico, Ibidem.

[7] S. Ceccanti, Benedetto XVI a Westminster Hall e al Bundestag: l'elogio del costituzionalismo, in Quaderni costituzionali, in corso di pubblicazione: “Il destino del diritto non è il destino della legge. Il destino del diritto non è il destino dello Stato. Diritto, legge e Stato non si sovrappongono”.

[8] Tra scienza e fede, Laterza, Roma-Bari, 2006, p. 47.


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