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Inediti – l’ultimo studio di Carlo Sini sul ‘viver bene’: la società delle conseguenze

di Carlo Sini  [*]
Filosofo, accademico dei Lincei
    
Pubblicato nell'edizione n. 2 del 2011



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Estratto dal libro Del Viver Bene
 
Ringraziamo il professor Carlo Sini per averci consentito di pubblicare alcuni brani del suo volume Del Viver Bene, in uscita per Jaca Book. E ringraziamo l’editoriale Jaca Book per averne autorizzato la pubblicazione.
La favola delle api di Mandeville è il punto di partenza del libro, in un percorso che affronta i problemi posti dalla rivoluzione industriale, dal capitalismo moderno e dalla economia del mercato globalizzato. L’indagine va alle radici della formazione dell’individuo sociale, disegnandone la genealogia attraverso le strutture del sacrificio, del dono e dello scambio. Il senso del “viver bene” pone altresì una domanda urgente su una possibile correzione di rotta che si proponga la salvaguardia della biodiversità e delle differenti tradizioni culturali del pianeta, e soprattutto e in generale l’affermazione dei diritti della vita “della nostra matre Terra, la quale ne sustenta et governa”.
 
 
Cerchiamo di stabilire alcuni punti fermi. In una società complessa e profana o «laica», come si ama dire, contano più le conseguenze dei principi: questa proposta, che qui avanziamo, di capovolgimento dell’attenzione tra principi e conseguenze (dei medesimi) è, se bene intesa, di straordinaria portata politica[1]. La modernità ha combattuto tenacemente, e talora anche eroicamente, per stabilire e rendere universali alcuni ben noti principi, spesso riassunti nella triade famosa «libertà, uguaglianza, fraternità». Non si tratta affatto di svalutare superficialmente questi principi: si tratta piuttosto di risolversi a constatare che essi sono sempre più divenuti oggetto di una mera ripetizione retorica priva di effetti reali. Per esempio, le cosiddette «garanzie costituzionali» diventano chiacchiere, se non sono accompagnate da concreti strumenti di controllo e di valutazione dei risultati, resi democraticamente davvero disponibili a chiunque. Si può ben dire che è qui che si gioca il futuro della cosiddetta democrazia mondiale. Non è possibile che essa resti affidata a consigli di amministrazione segreti e inaccessibili, a sale ovali supportate dal braccio armato di organizzazioni di agenti segreti che svolgono impunemente le loro criminali imprese in tutti i paesi del mondo, e a una stampa prezzolata che, fingendo di informare, di fatto disinforma e svia la pubblica opinione.
Non dobbiamo però dimenticare ciò che abbiamo imparato da Mandeville e cioè che in una società complessa le conseguenze non sono né programmabili, né controllabili dall’alto; è necessario, per così dire, un continuo «decentramento in esercizio». Ciò che è allora politicamente efficace non è lasciare mano libera agli interessi privati, che poi di fatto esercitano un’azione protezionistica a senso unico (anche se affermano il contrario), ma è lo sforzo reiterato di togliere progressivamente i maggiori condizionamenti materiali e spirituali che frenano l’effettiva e necessariamente differenziata creatività in tutti i luoghi della terra. Si potrebbe osservare che questo cammino verso una nuova figura della libertà di iniziativa è in qualche modo connesso col destino strutturale del segno, in quanto «resto» umano sempre in cammino. L’interpretazione infinita di cui parlarono sia Nietzsche sia Peirce allude appunto al toglimento della superstizione dell’«oggetto», della «cosa», e allude al retroflettersi della dinamica e dell’economia del segno su se stessa, così da dileguare ogni volta nel transito del suo stesso evento.
Cosa questo significhi emergerà via via, ma intanto sottolineiamo che anche la società dello scambio mercificato, cioè dell’economia capitalistica incentrata sulle dinamiche intrinseche del capitale finanziario, dominatore dei mercati, produce e promuove a sua volta degli effetti che sono sentiti come conseguenze positive. Conseguenze che chiamano in causa la strutturale natura dell’essere umano in quanto, come dicemmo, costitutivamente «viandante», cioè sempre in cammino, sicché per lui «ne va» della verità, in modo tale che la verità di continuo muta. La capacità di accoglierla nelle sue figure mutevoli, ovvero di riconoscere il suo cammino «in errore», è parte essenziale della nostra possibilità e dignità di esseri razionali.
Primo effetto innegabile della società moderna è dunque la produzione di ricchezza. Di essa è parte cospicua la straordinaria messe di scoperte scientifiche e di applicazioni tecnologiche. Scienza, industria e capitale: tre fenomeni omologhi, capaci di generare conseguenze ed effetti in ogni senso epocali, dei quali nessuna persona in buona fede e di buon senso potrebbe negare la desiderabilità e l’importanza. Ma nessuno può nel contempo negare che agli effetti positivi si sono accompagnati e si accompagnano costi immensi, pagati da intere culture e popolazioni, con un evidente squilibrio «antropologico» complessivo.
Secondo effetto e conseguenza è la formazione in Occidente della coscienza critica, e in particolare della consapevolezza «storica», che si potrebbe definire l’altro lato della nostra cultura scientifica: una cultura «razionale» sempre più informata dal processo inarrestabile della «ricerca».
Infine (ed è il tratto economicamente più importante) la liberazione dell’individuo dal debito. Questo è appunto l’effetto della uscita progressiva dalla società e dall’economia del dono. Ciò comporta, per l’individuo sociale moderno, che finalmente i diritti sormontano o almeno eguagliano i doveri. Ne deriva una attenuazione del sentimento dell’essere in colpa: all’etica del sacrificio subentra un’etica della realizzazione personale; all’etica del padre subentra un’etica del figlio, processo non a caso ravvisabile anche nelle correnti attuali della teologia cristiana. Da ciò la nascita di soggetti, non solo almeno in parte affrancati dal sentimento del «peccato originale» e della «dipendenza ontologica», ma soprattutto liberati dalla oppressione delle eredità di sangue, di razza e infine di sesso, quanto meno in un processo tendenziale. Naturalmente sarebbe molto ingenuo e irrealistico considerare questi effetti come portatori di risultati soltanto positivi. C’è un lato oscuro e distruttivo, ci sono conseguenze alienanti degenerative in ognuno di questi effetti elencati; sarebbe facile, come già in parte abbiamo fatto, ricordarli ed è comunque necessario tenerne conto.
L’insieme degli effetti «positivi» potrebbe essere ora ricondotto a un elemento comune, elemento determinante e qualificante la società attuale: la sua possibilità, in gran parte ancora solo «ideale», e però anche e forse sempre più «reale», di diffondere occasioni alla portata di tutti. Questo è certamente il perno della condizione democratica, supportata dalle risorse dell’industrialismo e del mercato, che ne sono condizioni necessarie. Questa, si potrebbe aggiungere, è anche la ragione profonda per la quale, dovunque e nonostante le contraddizioni e le violenze che pure non mancano, tutti mostrano nel mondo di desiderare il nostro modello di vita e di aspirare alla nostra economia.
Vero è, com’è stato notato, che noi non abbiamo lasciato e non lasciamo molte altre alternative praticabili o immaginabili, il che indubbiamente limita il significato dell’universale consenso e induce a ulteriori approfondimenti e riflessioni. […]
Le imprese economiche del capitale hanno senza dubbio coltivato e diffuso, come un riflesso a specchio sui soggetti sociali, quegli effetti, giudicati comunemente come risultati «positivi», che sopra abbiamo succintamente elencato (altri ancora se ne potrebbero aggiungere). È vero però che l’ideologia capitalistica ha trovato comodo farsi bella di questi «valori» per promuovere molto più l’espansione illimitata, e non di rado distruttiva, del semplice profitto economico, in favore degli stessi capitalisti e dei loro interessi privati, che non il diffondersi pubblico delle «occasioni» di cui parliamo. Questo non toglie che l’elemento centrale, il tratto economico principale della moderna economia consista nella diffusione di occasioni o, come anche si dice, di opportunità per la maggior parte delle persone, senza discriminazioni di sorta; infatti ogni appartenenza «qualitativa» è così impallidita da divenire tendenzialmente ininfluente, non più di una curiosità «biografica».
Il moltiplicarsi delle opportunità dà naturalmente luogo a fenomeni contraddittori. Se incrementa la ricchezza, nel contempo ispira un consumismo sciocco ed esasperato; se favorisce la realizzazione delle aspirazioni personali, nel contempo converte il riconoscimento nel mero possesso privato di opportunità, in quanto nuovo segno della potenza personale, e così via. In generale si potrebbe dire che l’etica del «viver bene» tende oggi a identificarsi con qualcosa di simile a una mobilità assoluta, che esplode in direzioni multiverse. Tutti corrono, nessuno sta fermo: bisogna cogliere al volo le occasioni là dove l’informazione le segnala e le propone. Persino la cultura si identifica con un’informazione freneticamente velocizzata: non sai chi era Napoleone? Nessun problema (dice in inglese la voce): guarda in Internet (così ne saprai ancora meno – Ochei!).
Dietro a questi fenomeni facilmente ridicolizzabili stanno però necessità più profonde. L’informazione globalizzata per un lato si fa carico del nostro costitutivo «stato di necessità», vale a dire di quella distanza per cui gli esseri che non possono esistere separati da sempre anche lo sono. Per un altro diviene essa stessa un nuovo «stato di necessità» che ci proietta continuamente altrove, cioè sempre più «a distanza» da ciò che sino a poco tempo fa, e in parte ancora, consideravamo le nostre radici, le nostre identità e appartenenze. Stato di necessità «informativo» che non colma la distanza (come potrebbe?), che anzi la replica a dismisura (più corro più devo correre, più mi avvicino più mi allontano), sino al rischio di colmare noi stessi di vuoto e di distanza, ma che in ogni caso declina la nostra distanza costitutiva in una nuova figura con la quale dobbiamo fare i conti e alla quale dovremo, volenti o nolenti, assuefarci.
Questo processo manifestamente inarrestabile dà luogo peraltro a un risultato di evidenza e rilevanza universale. Si potrebbe definirlo così: la esplosione e la dissoluzione delle sostanze individuali; invero un processo che sembra essere solo agli inizi. Non può accadere diversamente, se è vero che la diffusione di occasioni e di opportunità nella società del cosiddetto benessere di massa, ovvero della informazione e del mercato, disperde inevitabilmente i legami di appartenenza e vanifica, già solo moltiplicandoli, i criteri di riconoscimento. L’apparire, come non-cultura tipica delle società ricche, esportata anche nelle società povere, sostituisce sempre più l’essere (da tempo lo si dice e lo si constata), tanto più perché l’apparire si mercifica, genera e muove flussi imponenti di denaro e diviene quindi oggetto sommo del desiderio di potere sociale. È così che spettacoli «fragorosi» diventano «concerti», passerelle postribolari «arte della moda», la quale sostituisce ormai quasi tutti i negozi del centro, e così via. I criteri di «valore» sono praticamente polverizzati in un universale «opinare» indotto dalle tecniche illusionistiche dei «pubblicitari», grazie ai quali la mercificazione guadagna terreno. Come potrebbero coltivarsi, in un tale «clima», identità mature e originali, soggetti realmente critici e consapevoli? Assistiamo così al pervertimento programmatico di quell’«individuo» sulla cui sostanza e presunta libertà naturale il liberismo sosteneva di fondarsi. Non soltanto quella sostanza, presa in assoluto, è un sogno ideologico, ma per di più, in modo a tutta prima stupefacente, proprio la pratica economica liberistica dissolve quel tanto di individualità e di libertà che la storia aveva prodotto in Occidente. In realtà, insistendo sull’individuo e sui suoi presunti inalienabili diritti di proprietà, il pensiero liberista difende un feticcio e nel contempo espropria l’individuo del suo cammino verso l’autonomia, anche se sostiene il contrario e anche se non può fare a meno, in qualche misura, di promuoverlo quel cammino.
Potremmo osservare che proprio il liberismo tradisce se stesso. Esso esalta l’esercizio della differenza in modo distruttivo, trasformando l’emulazione in concorrenza esasperata e in una vera e propria guerra commerciale senza esclusione di colpi, come spionaggio, ricatti, corruzione. Il liberismo traduce sempre più la iscrizione della differenza nel resto canonico del denaro, sino al punto di trasformare questo prezioso volano dell’economia nel suo fine ultimo e nel suo unico scopo o movente dello scambio. Infine il liberismo porta a compimento quel processo di estraniazione e di esclusione dall’appartenenza subordinata che alimenta oggi in tutto il mondo la diffusione di immense asse di lavoratori-consumatori totalmente soggetti ad abissali disuguaglianze economiche e, di conseguenza, a una effettiva totale minorità sul piano della rappresentanza politica e della protezione sociale e giuridica. La prima, la rappresentanza, non è certo sufficientemente medicata dalle cosiddette «libere elezioni»; la seconda, la protezione, non è a sua volta garantita dai tribunali e dalle carte scritte. Si tratta ormai di miliardi e miliardi di esseri umani: una «massa» di cui Mandeville aveva cominciato a intuire i profili.
Nella società liberista, contro i suoi stessi principi, si forma una nuova aristocrazia o oligarchia del denaro, un vero e proprio ceto di capitalisti, i quali difendono accanitamente e con ogni mezzo il loro potere esclusivo, mantenendo al loro interno la logica arcaica del dono! Fenomeno che oggi ha un nome preciso, sebbene usato in questo contesto in modo generico: si chiama «mafia». Si ricordi: i principi liberisti difendono ed esaltano l’economia di mercato perché, dicono, in essa si produce ricchezza senza uso della forza; perché è la libera scelta e non la potenza a decidere. Sappiamo tutti che questa edulcorata favola è lontanissima dal vero. Nelle grandi dinamiche del mercato, decisive per le economie nazionali, è proprio la potenza che agisce e che si ha di mira. Interessi costituiti orientano, limitano, decidono con pressioni e ricatti di ogni sorta. È un fatto dunque che solo i detentori dell’unico «avere» modernamente efficace e riconosciuto, vale a dire il capitale finanziario, possono tenere insieme le ragioni del clan familiare e dei rapporti di riconoscimento tra «uguali», nel contempo governando accortamente l’economia mondiale ai fini esclusivi del profitto personale. È quindi a sua volta un fatto che poche decine di famiglie in tutto il mondo, o al più qualche centinaio, hanno in mano i destini economici del pianeta. La loro unica preoccupazione è quella di dotarsi di «coperture politiche» in grado di addormentare le masse dei consumatori, garantendo loro una qualche forma, reale o immaginaria ma comunque bene accetta o tollerata, del «viver bene» collettivo; impresa non indifferente.
Così va in Occidente e bisognerebbe, per esaurire davvero il quadro, tener conto di ciò che accade nelle nuove grandi economie in formazione, come nella Cina, nell’India o in Brasile, per non dir d’altro, dove la situazione non è semplicemente riconducibile al capitalismo liberistico e «democratico», ma con le quali quest’ultimo deve sempre più fare i conti. E d’altronde, anche queste «famiglie arcaiche» padrone del capitale finanziario, in totale scollamento rispetto ai movimenti della vita attuale e alle sue possibilità profonde, sono affette dalla universale motilità, inquietudine e metamorfosi: esse allevano la loro stessa autodissoluzione, alimentata dalla continua sostituzione dei vecchi padroni mafiosi dei due continenti con nuovi soggetti-clan o padrini di ultima generazione, e infine con asettici amministratori delegati, cinicamente dediti al profitto societario[2].
A noi non resta che ribadire l’illusorietà di qualsiasi pretesa di un ritorno all’economia del dono. La verità è che di questa mentalità «economica» ce n’è ancora troppa sulla terra, anche se, per altro verso, un ritorno alla terra, in nuove forme, è probabilmente in cammino e promette un notevole futuro[3]. Non si tratta di rinunciare ai benefici dell’economia di mercato e allo scambio universale reso possibile dall’attuale duttilità del denaro. Si tratta, al contrario, di portare sino in fondo la logica della «oggettivazione» che ci caratterizza. Si tratta per esempio di rendere ancora più «astratto» il denaro, espropriandolo totalmente dalla dipendenza arcaica dell’avere in figura proprietaria. Si tratta inoltre di oltrepassare l’astratto formalismo giuridico degli stati moderni, non sostituendolo con immaginari principi «sacrali» o «sostanziali», ma anzi liberandolo da ogni retorica e avviandolo a una sua traduzione efficacemente «funzionale»; cioè, come si disse, in base alle conseguenze e non ai meri principi. Senza più superstizioni, dunque, ma nella consapevolezza di potersi assumere la responsabilità etica di formare, come diceva Nietzsche, «nuove tavole di valori», anche se la parola ‘valori’, come osservammo, è poco adeguata a ciò che si sta suggerendo.
 
Chi è Carlo Sini:
 
Carlo Sini ha insegnato per trent’anni Filosofia teoretica all’Università statale di Milano. Accademico dei Lincei e membro di altre accademie e istituzioni culturali italiane e straniere, ha tenuto conferenze, corsi di lezioni e seminari negli Stati Uniti, in Canada, Argentina, Spagna e in altri Paesi europei. Per oltre un decennio ha collaborato con le pagine culturali del “Corriere della Sera” e collabora tuttora con la stampa, la RAI e la Radiotelevisione svizzera. È autore di una quarantina di volumi, alcuni tradotti in varie lingue. Tra i più recenti: Raccontare il mondo. Filosofia e cosmologia e Le arti dinamiche. Filosofia e pedagogia (Jaca Book, 2005); Il gioco del silenzio (Mondadori, 2006); Eracle al bivio e L’uomo, la macchina, l’automa (Bollati Boringhieri, 2007 e 2009); Da parte a parte. Apologia del relativo (ETS, 2008).
 


[1] Cfr. C. Sini, La libertà, la finanza, la comunicazione, Spirali, Milano 2001, pp. 17ss.

[2] Cfr. F. Ferrarotti, America oggi. Capitalismo e società negli Stati Uniti, Newton Compton, Roma 2006.

[3] Cfr. R. Martufi, L. Vasapollo (a cura di), Futuro indigeno. La sfida delle Americhe, Jaca Book, Milano 2009.


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