RSS RSS Feed
Categoria↓
Saggi
Materia↓
Storia delle Istituzioni Venete

Introduzione al saggio di Luca Rossetto “Il commissario nelle province venete durante la seconda dominazione austriaca”

di Claudio Povolo  [*]
Docente di Storia delle istituzioni politiche all’Università Ca’ Foscari di Venezia
    
Pubblicato nell'edizione n. 2 del 2011



Download PDF
 
Le tumultuose vicende politiche che, sul finire del Settecento, introdussero anche nel Veneto, non diversamente dalle altre realtà italiane ed europee, profonde e decisive trasformazioni negli assetti istituzionali esistenti, si riflessero soprattutto sul piano del controllo sociale e dell’ordine pubblico. Si trattava di trasformazioni che, a ben vedere, già avevano manifestato nei decenni precedenti alcuni visibili segni del nuovo clima culturale e ideologico, ma che solo con i successivi cambiamenti politici si sarebbero effettivamente concretizzate con forza ed intensità, determinando un nuovo corso nel delicato settore del controllo sociale. Il cambiamento degli assetti politici si riflesse in tutti i settori istituzionali (amministrazione, assistenza, militare, ecc.), ma si rivelò significativo ed incisivo soprattutto nell’ambito giudiziario. Il breve periodo del regime napoleonico fu contrassegnato dall’introduzione di un nuovo codice, che poneva fine al secolare pluralismo da cui era stata contraddistinta la società italiana e veneta, e dall’imposizione di un sistema giudiziario incentrato sul libero convincimento del giudice e su una struttura gerarchica che aveva il fine di controllarne l’operato. E nel settore preventivo la creazione di nuove forze di polizia si orientò verso un più serrato controllo del territorio e dell’ordine pubblico. Un periodo breve, ma intenso, che registrò in particolare un’inedita collaborazione tra il ceto di notabili e di proprietari e le strutture del nuovo stato.
            Con l’avvento della seconda dominazione austriaca il plurisecolare assetto politico dell’impero diede luogo ad una diversa configurazione delle istituzioni giudiziarie e di polizia e, conseguentemente, ad un concetto di controllo sociale che, pur accogliendo le istanze politiche e culturali emerse nei decenni precedenti, si muoveva in una prospettiva volta a considerare nella sua complessità le molteplici componenti della società, anche di quelle più ancorate alla tradizione e alla permanenza di valori religiosi e morali, i cui riferimenti simbolici si volgevano esplicitamente alle consuetudini.
            La struttura giudiziaria asburgica, pur organizzata ferreamente secondo un profilo gerarchico, prevedeva teoricamente un significativo contenimento del libero convincimento del giudice e un sistema probatorio che, anche nella sua delineazione indiziaria, era strettamente regolato dal codice penale emanato nel 1803 e successivamente esteso nel 1815 al Regno Lombardo-Veneto. Ed inoltre un incisivo sistema di polizia, insignito di una notevole autonomia sia rispetto alle autorità politiche che a quelle giudiziarie, era volto ad intensificare il settore delicato della prevenzione.
            L’ampia ed approfondita ricerca di Luca Rossetto è rivolta a delineare una figura istituzionale che, pur presente con altra denominazione nel precedente regime napoleonico, svolse un ruolo di tutto rilievo nelle realtà locali venete e lombarde, occupando uno spazio notevole anche nell’ambito di polizia e della prevenzione sociale. Una figura poco conosciuta quella del commissario distrettuale, come sottolinea l’autore, ma che per le competenze affidatele a partire dal 1819, s’innervava significativamente nei meandri dei poteri locali, svolgendo un ruolo essenziale di raccordo con le istituzioni politiche e di polizia, ma anche rivestendo compiti di vera e propria collaborazione con le autorità giudiziarie.
            Il saggio di Luca Rossetto denota una profonda conoscenza delle dinamiche che animavano la vita delle istituzioni politiche e giudiziarie dell’epoca; e la ricerca da lui condotta nei numerosi archivi della regione gli hanno permesso di cogliere da vicino la dimensione culturale e professionale degli uomini che per alcuni decenni vennero scelti ad occupare la carica di commissario distrettuale. Una ricerca che ha innanzitutto sottolineato l’importanza della ricostruzione prosopografica, tramite cui lo studioso ha potuto tracciare una sorta di identikit del commissario distrettuale per un lungo periodo, sino agli eventi tumultuosi del 1848 e alla successiva terza amministrazione austriaca. Ma i pregi di tale ricerca si possono individuare in particolar modo nella precisa ed approfondita delineazione dell’attività svolta dai commissari distrettuali nell’ambito dell’ordine pubblico e del controllo sociale. Un’attività che Luca Rossetto espone al lettore odierno sottolineando sia la peculiare dimensione interpretativa dei rapporti che queste figure chiave dell’amministrazione asburgica erano tenute ad inoltrare ai diretti superiori delle istituzioni politiche e di polizia, che il ruolo di supporto da essi prestato alle indagini condotte dai giudici dei tribunali incaricati dell’istruzione dei processi penali. La personalità e l’adesione professionale degli uomini che occuparono tale carica, appare in più di un caso come un aspetto decisivo, soprattutto negli anni venti dell’Ottocento, nel delineare le caratteristiche dell’attività di un funzionario che, in un certo senso, può essere considerato l’anello terminale della complessa struttura burocratica imperiale. Ma nel prosieguo degli anni, anche di seguito all’assestamento e al consolidamento dell’amministrazione asburgica, la figura del commissario distrettuale assunse un profilo decisamente più in sintonia con le altre istituzioni che pure, come nel caso delle preture, agivano a contatto diretto del contesto locale. E’ probabile, come sottolinea acutamente l’autore, che il nuovo corso finisse per contenere l’intraprendenza di una figura istituzionale che operava ed interagiva direttamente sulle realtà comunitarie. E che, in definitiva, l’azione svolta da essa sul piano del controllo sociale si sintonizzasse sulla complessiva strategia politica concepita dalle autorità viennesi nei confronti dei diversi territori dell’impero. Un aspetto, quest’ultimo, che non fu forse irrilevante, come è stato ipotizzato per altre realtà italiane, nell’influire sull’atteggiamento del ceto dei notabili e dei proprietari, volto a considerare positivamente, se non ad auspicare, un cambiamento politico che, già a partire dagli anni venti, una ristretta élite aveva individuato nella formazione di una nuova patria. Una patria intesa in maniera sempre più estensiva, ma che avrebbe comunque assicurato un più efficace controllo sociale e, soprattutto, assicurato una visibilità e un protagonismo politico ai ceti che occupavano un ruolo rilevante nell’ambito della struttura economica esistente.
 
Chi è Claudio Povolo:
 
Claudio Povolo è docente di Storia delle istituzioni politiche presso il Dipartimento di studi umanistici dell’Università Ca’ Foscari di Venezia. Tra le sue numerose pubblicazioni si ricorda L’ìntrigo dell’onore. Poteri e istituzioni nella Repubblica di Venezia tra Cinque e Seicento, Verona 1997; Il romanziere e l’archivista. Da un processo veneziano del Seicento all’anonimo manoscritto dei Promessi Sposi, Verona 2004 (prima ediz. Venezia 1993); L’uomo che pretendeva l’onore. Storia di Bortolamio Pasqualin da Malo, Venezia 2010; Zanzanù. Il bandito del lago (1576-1617), Brescia 2011.