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Storia delle Istituzioni Venete

Il commissario distrettuale: funzionario dell’impero nelle province venete asburgiche (1819-1848) un profilo di ricerca

di Luca Rossetto  [*]
Dottorando in Storia presso l’Università degli Studi di Padova
    
Pubblicato nell'edizione n. 2 del 2011



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Abstract:
 
Come spiega l’autore Luca Rossetto, il principale obiettivo di questo breve saggio storico coincide con il tentativo di delineare sinteticamente il ruolo istituzionale e sociale del Commissario Distrettuale nelle Province Venete dal 1819 al 1848, un trentennio scarso che costituisce però il "cuore", non solo cronologico, della complessiva ultrasessantennale appartenenza dei territori della nostra regione alla realtà imperiale della monarchia asburgica. Il contributo è articolato in quattro sezioni.
 
SOMMARIO: Premessa – I. Identikit – II. Stato degli studi – III. Gli archivi – IV. Il commissario in azione: un esempio concreto di controllo del territorio
 
PREMESSA *
 
Il principale obiettivo di questo breve saggio coincide con il tentativo di delineare sinteticamente il ruolo istituzionale e sociale del Commissario Distrettuale nelle Province Venete dal 1819 al 1848, un trentennio scarso che costituisce però il "cuore", non solo cronologico, della complessiva ultrasessantennale appartenenza dei territori della nostra regione alla realtà imperiale della monarchia asburgica. Il contributo sarà articolato in quattro sezioni. Una prima, in cui si traccerà un veloce "identikit" del Commissario Distrettuale, appunto, e delle mansioni a lui attribuite. Una seconda, dedicata allo stato dell'arte degli studi sull'argomento ed all'impianto problematico dell'indagine. Una terza, concernente il metodo di lavoro, le fonti utilizzate e le principali tematiche emerse finora dalla consultazione delle stesse. Una quarta, che condurrà da un piano teorico ad uno essenzialmente più "pratico", attraverso l'esemplificazione dell'azione del Commissario Distrettuale in un campo di massima importanza nell'ambito della sua attività: quello delle funzioni di polizia e soprattutto di ausilio alle autorità giudiziarie.
 
I. IDENTIKIT
 
Figura nodale dell'Impero Asburgico a "livello periferico" nel Regno Lombardo-Veneto, il Commissario Distrettuale accentrava nella propria persona competenze amministrative, censuarie e di polizia.
Qui si parla di "livello periferico" perché, effettivamente, tra i 127 distretti lombardi ed i 93 distretti veneti, a Milano, a Venezia, nelle città regie e nei capoluoghi di provincia (ma non esattamente nei territori extraurbani facenti parte appunto dei loro distretti) il Commissario Distrettuale svolgeva esclusivamente compiti di natura censuaria[1].                                                                                                                                                  
Si diventava Commissari su nomina del Viceré, che sceglieva tra una rosa di candidati proposta dal Governo di Milano o di Venezia, a seconda che il concorso si svolgesse appunto nelle Province Lombarde o in quelle Venete del Regno.
Questo era l'atto conclusivo di un iter più complesso che prevedeva, oltre ad un percorso formativo universitario di natura «politico-legale», un periodo di tirocinio («alunnato»), un esame di abilitazione e quindi, appunto, l'eventuale concorso[2].
Ci si avvaleva inoltre di dettagliate informazioni fornite dalle rispettive Direzioni Generali di Polizia[3].
La mobilità verticale era quasi nulla, data l'impossibilità di accedere ad incarichi superiori (fatti salvi i rari casi di promozione a Relatore Provinciale o ad Aggiunto di Delegazione).                                                                                                                 
In ambito fiscale il Commissario Distrettuale aveva la piena responsabilità di tutto il ciclo tributario, dalla nomina dell'esattore sino all'eventuale pignoramento dei beni, nell'ipotesi di insolvenza; in campo amministrativo, invece, basilare era la sua sistematica sorveglianza sull'operato dei Comuni[4].
Considerate alla luce del nuovo ordinamento giudiziario, in vigore dal 1818, le competenze del Commissario Distrettuale rientravano negli affari di polizia: suo dovere era quello di prevenire i delitti, effettuando ogni controllo imposto dalla legge e coadiuvando appunto le autorità giudiziarie.                                                                                                                    
L'organizzazione della struttura statale del Regno Lombardo-Veneto, invero, prevedeva che le attività, almeno in parte formalmente separate, e gerarchicamente organizzate, dell'apparato amministrativo, di quello poliziesco e pure di quello giudiziario, trovassero proprio nei Commissari Distrettuali un punto di raccordo essenziale anche tra la periferia istituzionale e gli organi di potere centrali.      
Le mansioni di tali funzionari erano dunque di carattere esclusivamente esecutivo, ma non limitate; e ciò si evince chiaramente, ad esempio, dall'attenta lettura dei fascicoli processuali.
Poteva capitare, infatti, che il Commissario Distrettuale addivenisse perfino all'escussione di testimoni che erano già stati interrogati dal Dirigente di una Pretura, oltre che all'audizione di nuovi testi; la sovrapposizione era solo apparente, in quanto ci si trovava spesso ad operare su richiesta di un Tribunale Provinciale: gli atti prodotti venivano indicati come atti di «sommariainvestigazione»[5].
Il Commissario Distrettuale, in tal modo, era in grado di diventare pure lo strumento di una politica dell'ordine.
Le sue mansioni trovavano quindi, nell'immediata necessità della salvaguardia della sicurezza, il momento di autonomia decisionale.                                                                                                
In sostanza, l'azione di controllo del e sul territorio, inquadrata in questa prospettiva, conferiva a tale funzionario il compito di delega e di rappresentanza, a livello locale, di uno Stato che, agli occhi dei sudditi poteva anche apparire molto lontano, ma che si proponeva costantemente di ricomporre appunto l'ordine sociale locale in un più ampio contesto di "pubblico bene".
Per gli Asburgo, infatti, la ricerca del rispetto dell'ordine etico e morale fra i sudditi, sinonimo di lealtà alla corona, ed ancor più alla dinastia (e in realtà coincidente con la sicurezza e la stabilità del sistema "Monarca-Stato") costituiva un imperativo inderogabile al quale erano chiamati tanto la popolazione, quanto gli organi facenti parte dell'establishment statale, da quelli di rango superiore, via via fino all'occupante l'ultimo gradino della scala gerarchica[6], ed appunto il perseguimento della correttezza etica e morale era un principio cardine su cui ruotava anche la formulazione della maggior parte dei dettami legislativi.
 
II. STATO DEGLI STUDI
Dunque, quella del Commissario Distrettuale, che vide la propria genesi nel 1819[7], era una figura di primaria importanza nell'apparato amministrativo lombardo-veneto, perché, come già accennato, oltre a svolgere compiti di natura censuaria e di controllo sull'operato dei comuni, era dotata di competenze di polizia e di ausilio alle autorità giudiziarie.
Eppure anche la bibliografia più aggiornata relativa alle istituzioni di diritto pubblico delle Province Venete del Regno, o all'amministrazione delle stesse, non si è mai spinta così a fondo ad analizzare tale figura, concentrando invece la propria attenzione su uffici più prestigiosi; probabilmente perché, tra l'altro, lo scarso rilievo burocratico del posto occupato dal Commissario e le scarse possibilità di ricoprire incarichi superiori (con conseguente blocco della mobilità verticale, lo si è già detto), lasciavano trasparire solo velatamente l'importanza di un'attività che, attraverso la collaborazione con numerosi organi dell'apparato statale, la supervisione ed appunto il controllo della vita delle comunità, cercava di assicurare al meglio una condizione di adesione di queste ultime ai princìpi sovrani[8].
Un'eccezione significativa a quanto sin qui affermato è rappresentata da una serie di lavori di Brigitte Mazohl-Wallnig dell'Università di Innsbruck, culminati nell'opera del 1993 Österreichischer Verwaltungsstaat und administrative Eliten im Königreich Lombardo-Venetien 1815-1859, nella quale è presente un intero capitolo dedicato proprio all'analisi della figura del Commissario Distrettuale.
Un'analisi incentrata in gran parte, però, sotto il profilo istituzionale, sui progetti di riforma concernenti tale figura discussi dopo le vicende del 1848, e, dal punto di vista territoriale, insistente esclusivamente sulla provincia di Verona[9].
La stessa Brigitte Mazohl-Wallnig, d'altra parte, nel medesimo volume, relativamente ai fondi conservati presso l'Archivio di Stato di Venezia (che rappresentano la componente documentaria più corposa su cui poggia il presente contributo) affermava che essi giacevano quasi inesplorati, a disposizione di nuove generazioni di studiosi[10].
Da quanto sin qui esposto, dunque, risulta evidente come il Commissario Distrettuale rappresentasse l'interlocutore diretto tra gli apparati governativi di più alto livello e le comunità locali in cui operava.
Pur essendo, lo si è già ricordato, un impiegato statale dalla connotazione burocratica di
medio-basso profilo (appartenente alla X classe), si ergeva però come snodo insostituibile nel quadro della struttura gerarchica dell'amministrazione asburgica.
Ma era anche una figura che tentava di assorbire gli umori della base sociale e di trasmetterli, attraverso la propria attività informativa, alle autorità superiori.
Inoltre, alla luce appunto dell'ordinamento giudiziario entrato in vigore nel 1818, il Commissario Distrettuale aveva pure, tra le proprie incombenze, quella di prevenire i delitti, effettuando ogni controllo imposto dalla legge ed adoperandosi nelle investigazioni dei casi denunciati, in ausilio alla magistratura.
Lo si ribadisce ancora una volta perché è un tema fondamentale: l'organizzazione della struttura statale del Regno Lombardo-Veneto comportava che l'ambito amministrativo, quello dell'ordine pubblico legato alle attività di polizia, ed in parte quello giudiziario, trovassero esattamente nel Commissario Distrettuale un punto di raccordo essenziale tra periferia e centro istituzionali.
Ecco perché, nella ricostruzione della sua figura, risulta necessario, oltre che un inquadramento normativo della stessa, vale a dire riuscire a comprendere come dovessero essere i Commissari secondo la legge, soprattutto un'indagine dialetticamente connessa con la prima, e cioè chiarire chi in concreto fossero[11].
Ciò potrebbe consentire di cominciare a capire quali dinamiche all'interno del Consiglio di Governo a Venezia[12] e nel rapporto, rivelatosi più dialettico di quanto si fosse potuto ipotizzare finora, fra Governo stesso e Viceré, conducevano alla selezione ed alla successiva nomina dei Commissari; che tipo di convivenza e/o di interferenza si sviluppava con i Pretori, funzionari con competenze "contigue", la cui autorità insisteva sul medesimo ambito territoriale[13]; infine, se la carriera di certi Commissari, dal punto di vista biografico più interessanti di altri, poteva essere legata anche all'attività svolta in alcuni distretti peculiari delle Province Venete, e quindi se esistevano differenze, dalle molteplici sfumature, da distretto a distretto.
 
III. GLI ARCHIVI
 
La raccolta e l'analisi del materiale documentario conservato presso l'Archivio di Stato di Venezia consentono, dunque, di colmare una lacuna nello studio dell'amministrazione asburgica nel territorio veneto durante la seconda dominazione austriaca[14]: lacuna rappresentata dall'enfatizzazione del ruolo degli uffici centrali e delle loro immediate ramificazioni provinciali, a scapito dell'attenzione rivolta alle articolazioni istituzionali locali e 'sovralocali'[15].
Quest'ultimo, tra l'altro, è il livello che sconta maggiormente le insufficienze di una struttura burocratica ancora in fase di "rodaggio", specie negli anni venti dell'Ottocento.
Di qui la necessità di visionare le fonti riguardanti la figura del Commissario Distrettuale già all'indomani della sua genesi (lo si rammenta, nel 1819), nonostante appunto la stabilizzazione burocratico-professionale possa essere effettivamente collocata attorno alla metà degli anni trenta, con un "progressivo mutamento generazionale"[16] (tra l'altro inserito in un sottile gioco di rapporti di forza tra Milano e Venezia, cui non fu estraneo nemmeno l'elemento rappresentato dall'ascesa al trono del nuovo Imperatore Ferdinando I) a partire dal 1836[17]
I problemi inerenti il reclutamento di tale funzionario, la possibile esistenza di "griglie corporative" tra i soggetti chiamati a ricoprire quella carica e l'adeguatezza allo svolgimento delle mansioni loro conferite, sono solo alcuni dei nodi tematici che la consultazione del materiale archivistico veneziano può aiutare a sciogliere.
Tra l'altro è necessario "sconfinare" nella lettura di documenti conservati presso il fondo della Luogotenenza (e quindi successivi al 1848) per riuscire a tracciare un profilo delle carriere che, nella maggior parte dei casi, non si sono concluse "patologicamente" con gli eventi e per gli eventi rivoluzionari, ma, "fisiologicamente", alcuni anni dopo[18].
La complessità della consultazione delle buste del fondo denominato Governo sta nel fatto che ciascuna di esse contiene elementi concernenti la nomina dei Commissari, le «traslocazioni» (trasferimenti, richiesti o coatti), il trattamento economico ("soldo", trasferte, ecc.) e pensionistico, gli eventuali procedimenti giudiziari e/o disciplinari a carico, loro istanze di vario genere.
Ne esce un quadro tanto affascinante quanto intricato, per il coinvolgimento di un elevato numero di autorità di diversa natura e collocazione gerarchica, le quali, per la gran parte, deliberavano sugli aspetti di propria competenza attraverso una serie di meccanismi interni che prevedevano, di norma, la presentazione di una proposta di risoluzione da parte di un "relatore", discussa poi da un consiglio.
E' la collegialità tipica (e molto poco "napoleonica") degli organismi istituzionali asburgici (da quelli amministrativi a quelli giudiziari) che comporta, materialmente, la produzione di una notevole mole di documenti tra cui districarsi[19].          
Ancor più significativa, però, apparela consultazione del materiale archivistico che riflette l'esperienza dei Commissari Distrettuali indirizzata al controllo ravvicinato del territorio.
A questo riguardo è fuori di dubbio che l'attenzione rivolta ai compiti di polizia e di ausilio all'attività giudiziaria penale di tali funzionari costituisca un campo di indagine privilegiato, perché mette in luce, tra le altre, problematiche quali le difformità tra norma e prassi nel loro agire quotidiano, i rapporti di collaborazione/concorrenza con istituzioni operanti all'incirca nello stesso ambito territoriale (Preture in primis, ma anche autorità comunali) e più in generale il riparto di competenze tra giustizia ed amministrazione nel Lombardo-Veneto, col suo peculiare assetto rispetto ad altre realtà dell'Impero[20].
Interessante, ad esempio, risulta approfondire il rapporto esistente tra il Commissario Distrettuale ed il Delegato Provinciale e tra il Commissario Distrettuale ed il Commissario Superiore di
Polizia[21]: ciò è possibile grazie alla presenza di una fitta corrispondenza tra questi soggetti, ma soprattutto grazie all'invio di rapporti periodici sullo stato del distretto che lo stesso Commissario Distrettuale doveva appunto ad entrambe le autorità citate.  
In realtà la configurazione istituzionale degli organi di polizia era piuttosto complessa e non così adamantina nel riparto delle competenze, anche perché frutto del compromesso raggiunto a livello centrale tra la Cancelleria Aulica e proprio il Dicastero di Polizia.
In linea di massima organizzata su base regionale, la rete di polizia prevedeva due Direzioni Generali, con sede a Milano e a Venezia.
Queste due Direzioni Generali, subordinate a ciascun Governatore soprattutto per l'attività di «polizia ordinaria», godevano di un canale di collegamento preferenziale proprio con il Dicastero di Polizia di Vienna per l'attività di «polizia segreta»; mentre, a livello 'sovralocale', era stato previsto appunto un Commissariato Superiore, teoricamente facente capo alla Delegazione, autorità politica provinciale, a sua volta subordinata al Governo[22].
Ancor più interessante è lo spoglio dei processi penali, il cui esame consente di focalizzare l'attenzione su diversi aspetti dell'attività di ausilio del Commissario medesimo alle autorità giudiziarie, attività che incideva notevolmente sulla vita delle comunità locali, attraverso, tra l'altro, arresti, perquisizioni, raccolta di informazioni sulla «fama» delle persone, anche tramite l'azione di "confidenti", ma che doveva nel contempo fare i conti con il controllo sulla legalità di tale operato e con le garanzie offerte all'individuo proprio dal Codice Penale Universale Austriaco.
L'osservanza di tale normativa, rigorosamente predeterminata, garantiva appunto l'accusato pure contro l'arbitriodel giudice nel corso di un processo penale disegnato secondo un modello inquisitorio.
Si trattava di un processo penale che, se da un lato era riflesso diretto dell'attività giurisdizionale dello Stato, e in quanto tale espressione delle sue direttive politiche, dall'altro era anche l'esplicita manifestazione di una concezione più tradizionale dei rapporti sociali, che esso doveva assicurare, senza costituirsi tramite pericoloso ed incerto di conflitti e di tensioni[23].
 Particolarmente significativa appare, in quest'ambito, la possibilità di vedere il Commissario in azione con i colleghi di altri distretti.
Il territorio vicentino, di cui ci si occuperà nello specifico nel prossimo paragrafo, offre uno spaccato significativo a tale riguardo, perché comprende realtà molto diverse tra loro, pure da un punto di vista geografico[24].  
 
IV. IL COMMISSARIO IN AZIONE: UN ESEMPIO CONCRETO DI CONTROLLO DEL TERRITORIO
 
Eccoci giunti, dunque, ad un'esemplificazione dell'attività del Commissario "sul campo".
Prima di entrare nel vivo della vicenda presa in esame, però, è opportuno accennare brevemente alle caratteristiche del fondo processuale a cui si è attinto per rinvenire il fascicolo oggetto dell'analisi e delle riflessioni a seguire.
Trattasi appunto dell'imponente fondo processuale penale dell'Archivio di Stato di Vicenza, identificato dalla denominazione Tribunale Penale Austriaco o Tribunale Criminale Austriaco, riguardante l'attività del Tribunale Provinciale di quella città, organo giudicante che, per alcuni decenni, estese la propria giurisdizione su un vasto territorio, che comprendeva, oltre all'odierna provincia berica, pure alcune fasce delle attuali province di Padova e di Verona.
Naturalmente, oltre a quello di Vicenza, si avevano, nelle cosiddette Province Venete, appunto i Tribunali Provinciali di Venezia, Padova, Verona, Treviso, Udine, Rovigo e Belluno[25].
Del fondo archivistico, in realtà, non si possiede alcun inventario, anche se un buon criterio di orientamento è fornito dalla successione cronologica.
A questo proposito, le frequenti consultazioni del complesso documentario (non solo del sottoscritto) consentono di dare dello stesso, relativamente ai fascicoli processuali, la seguente indicazione di massima: circa 2200 buste relative agli anni 1831-1864, più una serie cospicua di buste, non precisamente quantificabili, per gli anni venti[26].
Ciò, comunque, non incide minimamente sulla valutazione in base alla quale ci si trova di fronte al fondo processuale che insiste sul periodo cronologico legato alla seconda ed alla terza dominazione austriaca, di gran lunga più importante per tutte le Province Venete: e l'unico che consenta quindi, tra l'altro, pure la formulazione di riflessioni che poggino su dati quantitativi di una certa attendibilità.
Ed è proprio sul fascicolo contenuto in una busta della seconda metà degli anni venti che si accentrerà la nostra attenzione.
La notte tra il 10 e l'11 febbraio del 1827, a Piovene[27], nel distretto di Schio, viene «praticato» un furto a danno di Giovanni Battista Bugna[28].
Gli oggetti rubati sono un maglio ed altri attrezzi della cartiera di cui il Bugna era proprietario.
Dal momento che il valore degli utensili asportati supera i 25 fiorini, secondo il Codice l'illecito ricade sotto la fattispecie del delitto e non semplicemente della grave trasgressione di polizia[29].
Il perseguimento penale è dunque appannaggio del Tribunale Provinciale di Vicenza, e, nello specifico, del Giudice Relatore Cavazzani, incaricato di condurre il processo.
Nelle sue forme ordinarie il processo penale si articolava in tre fasi distinte: l' «investigazione generale e preliminare» (o «inquisizione preliminare»), l' «inquisizione» (o «inquisizione speciale») e la deliberazione della sentenza.
Di volta in volta veniva appunto scelto, tra i magistrati del Tribunale Provinciale di competenza, un Giudice Relatore che riassumeva gli atti costituenti proprio la prima fase del processo.
Tale riassunto prendeva il nome di «referato di preliminare investigazione» e conteneva l'opinione dello stesso Giudice Relatore sul legale riconoscimento del fatto esaminato, così come sull'esistenza di indizi sufficienti per la continuazione del processo medesimo.
In seguito alla lettura del succitato referato, gli altri membri del consesso criminale si pronunciavano su quanto appena proposto dal loro collega.
L'orientamento prevalente poteva decretare sia un «conchiuso di desistenza» e la conseguente fine della fase istruttoria per la non sussistenza del delitto o per l'assenza di indizi sufficienti per il proseguimento dell'indagine, sia l'apertura della vera e propria fase inquisitoria del processo.
Terminata tale fase inquisitoria, il Relatore (per lo più lo stesso giudice che aveva condotto la precedente istruttoria preliminare) riassumeva gli atti di protocollo, che costituivano la seconda fase del processo, appunto in una relazione che veniva denominata «referato di finale inquisizione».
In questa relazione, il magistrato, dopo aver sintetizzato i momenti più salienti del procedimento, proponeva la pena che, a suo giudizio, doveva essere inflitta nei confronti dell'imputato, l'assoluzione, oppure la sospensione del processo medesimo per difetto di prove legali[30].  
In realtà, il fatto accaduto al Bugna era stato denunciato dallo stesso alla Deputazione  Comunale[31] di Piovene, che a sua volta aveva segnalato il tutto alla Pretura di Schio, competente per territorio: da quest'ultima era stato allertato, quindi, il Tribunale della città berica, che aveva interessato nuovamente la Pretura medesima per le investigazioni preliminari.
Nel frattempo, però, il Commissario Distrettuale di Thiene, Giovanni Antonelli, attraverso alcuni informatori[32], viene a conoscenza del fatto che gli autori del furto si erano spostati proprio in territorio di Thiene per cercare di piazzare la «merce» rubata, riesce ad individuare un potenziale compratore ed organizza un "incontro-vendita" tranello.
Grazie a questa azione, il 26 febbraio un certo Gaetano Dal Prà è arrestato dalle guardie del Satellizio[33] di Thiene ed il Commissario Antonelli è quindi in grado di rimettere alla Pretura di Schio, assieme al proprio rapporto, sia il Dal Prà che la refurtiva.
Per la Pretura si tratta di un vero e proprio smacco.
In quei pochi giorni, infatti, aveva tentato di risolvere il caso con indagini ed interrogatori, ma senza successo.
Ora un Commissario, per giunta di un altro distretto, offriva su di un piatto d'argento imputato e maltolto (senza aver assolutamente tenuto al corrente la Pretura stessa delle proprie mosse).
A Thiene si era rivelata fondamentale la collaborazione tra Antonelli ed il capo del Satellizio, Rossi.
Entrambi, nei loro rapporti, parlano di «confidenziali tracce» per la scoperta della pista da seguire.
La Pretura di Schio, inizialmente annichilita, nei giorni successivi riprende con vigore gli interrogatori per dare sostanza giuridica alle accuse nei confronti del Dal Prà: e cerca di andare oltre, tentando di individuare i potenziali complici dello stesso.
A questo riguardo chiede la collaborazione del "proprio" Commissario, il Commissario di Schio Giovanni Battista Dal Ferro, che sollecita ad indagare sulle amicizie dell'unico accusato.
Ma i risultati sono nulli e la relazione del medesimo Dal Ferro alla Pretura, datata 8 giugno, appare estremamente stringata ed assolutamente ininfluente nell'economia delle indagini.
Passati gli incartamenti al Tribunale Provinciale di Vicenza perché il Giudice Relatore Cavazzani potesse a sua volta interrogare i testi e stendere i referati[34] da presentare al consesso criminale[35], vi è da sottolineare come proprio in tali referati Cavazzani riconosca quale indispensabile l'operato del Satellizio di Thiene, coordinato dal Commissario Antonelli, sia per l'arresto del Dal Prà, sia per la raccolta di altre informazioni utili al processo[36].
Un solo brevissimo accenno all'epilogo giudiziario[37]: il Tribunale Provinciale di Vicenza, con deliberazione di primo grado datata 14 settembre 1827, condannerà il Dal Prà a due anni di «carcere duro»[38]; il Tribunale Generale d'Appello di Venezia , invece, il 9 ottobre 1827 sospenderà il processo per difetto di prove legali.    
Riassumendo, invece.
Qui i protagonisti assoluti della fase investigativa sono il Commissario di Thiene (Antonelli) ed il suo diretto subordinato, il Capo del Satellizio (Rossi), i quali svolgono indagini autonome e riescono a giungere all'arresto ed alla consegna dell'imputato alla Pretura di Schio.
Molto più sottotono appare, invece, la condotta proprio del Commissario di Schio (Dal Ferro), che, pure per l'assunzione di informazioni relative a soggetti, potenziali complici dell'unico accusato, si rifà esclusivamente a ciò che gli viene comunicato dalle varie Deputazioni Comunali del suo distretto.
Antonelli, per contro, a Thiene sembra disporre di una rete di informatori che gli consente di operare con notevole solerzia ed efficacia.
In aggiunta a tutto ciò, pare non esservi una grande cooperazione tra i due Commissariati, se non per il tramite delle rispettive Preture.
La sintesi testé abbozzata funge da vera e propria conferma di come la consultazione delle fonti processuali aiuti a sviscerare le più importanti problematiche relative all'effettiva azione dei Commissari Distrettuali sul territorio di loro competenza e di come anche un fascicolo dalle esigue dimensioni offra numerosi spunti di riflessione.
Tra questi ultimi, in conclusione, vale la pena di indugiare, schematicamente, sopratutto sui seguenti.
1) Un primo dato che balza agli occhi nella vicenda esaminata è il diverso modus operandi dei due Commissari Distrettuali che vi compaiono.
Con buona approssimazione si può affermare che la differente linea di condotta è qui dettata per lo più da ragioni legate alle differenti personalità dei soggetti in questione.
Entrambi, infatti, sono nati attorno agli anni 75-80 del Settecento; entrambi hanno una provenienza geografica più o meno coincidente con quella del territorio in cui operano; entrambi hanno compiuto la propria carriera precedente il 1819 nelle Cancellerie del Censo[39].
Si badi bene che queste sono caratteristiche "istituzionali" peculiari per lo più degli anni venti[40].
La tendenza degli anni successivi sarà invece quella di un notevole aumento della mobilità dei Commissari stessi[41], anche per scoraggiare l'eventuale consolidamento di rapporti "clientelari" con i notabilati locali e per rafforzare in tali funzionari la coscienza della propria autonomia: strategia che, per altro, complessivamente avrà un buon successo[42].
2) Vi è poi la relazione con le Preture e con i Tribunali.
Solitamente più contrastata la prima, più positiva la seconda; giacché il Commissario può occupare, come visto, un ruolo centrale nelle indagini: talora avvia autonomamente alcune fasi dell'investigazione, interroga (e non sempre mette a verbale), incarcera, spedisce rapporti.
E' il Commissario, e non altri, che nel caso in questione ordina l'arresto del principale imputato.
Di certo disponeva dei suoi informatorisegreti[43],che ovviamente non appaiono come tali nel processo.
Può avere la mano pesante, anche perché spetta poi alla Pretura in primis ratificare legalmente il suo operato: e qui sta una delle origini dei motivi di tensione tra queste due istituzioni[44].
Mentre, al Tribunale Provinciale, che delega alla Pretura stessa la pratica delle investigazioni preliminari, compreso il loro formale rispetto delle regole, può far comodo attivare di tanto in tanto una figura come il Commissario, con maggior "mano libera" da tale punto di vista, specie per dare nuovo impulso ad indagini arenatesi o talora inconcludenti: "mano libera" che si traduceva, appunto, solitamente in una maggiore efficienza e rapidità d'indagine; mai, per lo meno non senza conseguenze, in azioni illecite o illegali[45].
Seguire accuratamente l'iniziativa del Commissario Distrettuale in ambito giudiziario aiuta quindi anche a cogliere aspetti meno visibili dei procedimenti.    
3) Appaiono inoltre significative le relazioni intrattenute con le Deputazioni Comunali[46].
Nella vicenda esaminata, la Deputazione Comunale di Piovene, che riceve la denunzia del Bugna relativa al furto, segnala correttamente l'accaduto alla Pretura di Schio, ma omette di inoltrare copia della stessa, per conoscenza, al Commissario Dal Ferro[47].
Una "dimenticanza", piuttosto frequente, che tenderebbe ad accreditare il tentativo delle Deputazioni medesime di ritagliarsi una sorta di maggiore autonomia in talune mansioni di polizia.
A livello comunale, infatti, erano assegnate alle autorità municipali per lo più funzioni di polizia locale in materia di annona, traffico stradale, ornato ed altro. 
Ma, a volte, non ben definite competenze, come quella generica del controllo della pubblica tranquillità e della sicurezza dello stesso comune, potevano facilmente originare contrasti (anche se, teoricamente, dette competenze avrebbero dovuto essere esercitate sotto la supervisione del Commissario Distrettuale)[48].
Tutto ciò anche in vista di una funzione di "mediazione sociale" all'interno della comunità (che la Deputazione bene o male rappresentava) che avrebbe mirato dunque a contenere l'azione, talora considerata troppo incisiva, come sopra ricordato, specie del rappresentante ufficiale dello Stato alla periferia, e cioè appunto del Commissario Distrettuale. Tra l'altro, paradossalmente, Commissari meno "intraprendenti" ed organizzati, come il Dal Ferro, ricorrevano alle stesse Deputazioni, ad esempio per la raccolta di informazioni, richieste dalle autorità giudiziarie, sulla «fama» di persone residenti nei comuni del distretto (nel caso esaminato lo si è visto a proposito del tentativo, poi fallito, di individuare possibili complici del Dal Prà).
4) Infine, una notazione sulla succitata "intraprendenza" dei Commissari Distrettuali proprio nell'ambito delle loro funzioni di ausilio all'azione delle autorità giudiziarie.
Tale "intraprendenza", molto significativa negli anni venti, sembra progressivamente ridimensionarsi nella seconda metà degli anni trenta, per lasciare spazio, al limite, ad un "dinamismo" più attento però agli equilibri ed ai rapporti con le altre realtà istituzionali operanti sul territorio (Preture in primis).
Certo può essere stato un effetto delle Circolari Governative che richiamavano i Commissari stessi ad adoperarsi più per la prevenzione dei delitti che per il loro perseguimento, una volta che fossero stati commessi, e che li esortava ad una più intensa collaborazione, guarda caso, con le Preture: fatte salve, naturalmente, le competenze dei Commissari in materia di «meri oggetti politici», altrimenti detti «traviamenti».
Chiarificatore, a questo riguardo, il passo di un commentario al Codice Penale Universale Austriaco relativo al paragrafo 1 della Parte II, Sezione I:
«La legge punisce come gravi trasgressioni di polizia quelle che furono espressamente contemplate dal Codice Penale, o da particolari regolamenti.
Le altre violazioni di leggi e norme speciali sono semplicemente trasgressioni o contravvenzioni, ovvero traviamenti in genere.
Sono traviamenti in genere le offese corporali, gli ingiusti attentati alla libertà, e le lesioni nell'onore non aventi i caratteri prescritti in ambedue le parti del Codice Penale.
Simili traviamenti vengono repressi dall'autorità politica, la quale in Milano e in Venezia è la Direzione Generale di Polizia, e nelle altre città di provincia e nelle campagne è la Superiorità locale»[49].
Concludendo, si può a buon diritto affermare che la motivazione della minore "intraprendenza" dei Commissari fondata sulla promulgazione delle succitate Circolari risulta di per sé insufficiente, perché Circolari di quel tenore erano state emanate sin dal 1819.
Pare piuttosto che abbia avuto buon gioco, anche in proposito, quel "progressivo mutamento generazionale" di metà anni trenta che si è più volte evocato e che sembra realmente aver consegnato al decennio successivo dei funzionari i cui requisiti professionali rispondevano di certo maggiormente ai criteri ispiratori dell'ordinamento amministrativo pensato e voluto da Vienna per il Regno Lombardo-Veneto[50].
 
Chi è Luca Rossetto:
 
Dottorando in Storia presso l’Università degli Studi di Padova. Luca Rossetto nasce nel 1974. Laureato all’Università Cà Foscari di Venezia con una tesi dal titolo ‘la giustizia penale internazionale: il tribunale per la Ex Jugoslavia tra potere, società e diritto’. Le ricerche di Rossetto si snodano attorno a temi di natura sociologico-giuridica della terra veneta tra cinquecento e ottocento. Rilevanti gli approfondimenti sugli aspetti della giustizia penale internazionale condotti tra il 2004 e il 2006.
BIBLIOGRAFIA INTEGRATIVA SINTETICA *
 
G. BENZONI, G. COZZI (a cura di), Venezia e l'Austria, Venezia, 1999.  
L. M. FRIEDMAN, Il sistema giuridico nella prospettiva delle scienze sociali, Bologna, 1978 (New York 1975).  
V. GUAZZO,Enciclopedia degli affari, ossia guida universale per la cognizione e conformazione di qualunque atto e per lo sviluppo di qualunque affare tanto tra privati, come avanti qualunque Autorità od Ufficio. Compilazione per ordine alfabetico desunta da tutte le vigenti leggi italiche ed austriache, Padova, 1853.
A. LORENZONI,Instituzioni del Diritto Pubblico Interno pel Regno Lombardo-Veneto, Padova, 1835.
D. MANIN,Polizia austriaca 1814-1848, Carte segrete e Atti ufficiali della Polizia austriaca in Italia dal 4 giugno 1814 al 22 marzo 1848, Capolago, 1851.   
M. MERIGGI,Amministrazione e classi sociali nel Lombardo-Veneto (1814-1848),  Bologna, 1983.
M. MERIGGI,Il Regno Lombardo-Veneto, Torino, 1987.
S. MORI,La polizia fra opinione e amministrazione nel Regno Lombardo-Veneto, in <Società e storia>, 27, 105, Milano, 2004, 559-601.
C. MOZZARELLI,Il modello del pubblico impiegato nel Lombardo-Veneto della Restaurazione, in  F. VALSECCHI e A. WANDRUSZKA (a cura di), Austria e province italiane 1815-1918. Potere centrale e amministrazioni locali, Bologna, 1981.   
E. TONETTI,Governo austriaco e notabili sudditi. Congregazioni e Municipi nel Veneto della Restaurazione (1816-1848), Venezia, 1997.
 


* Più che di vero e proprio profilo della figura del Commissario Distrettuale, per il presente intervento sarebbe appunto più corretto parlare di un "profilo di studio", essendo la ricerca in oggetto tuttora in corso. Il saggio riprende (ampliato in alcune sue parti ed arricchito da un più articolato apparato di note e di riferimenti bibliografici) un contributo, in corso di pubblicazione, presentato all'Università di Bergamo nel gennaio del 2010, durante una giornata di studi dedicata alla società ed alle esperienze di polizia nell'Ottocento preunitario, con particolare riferimento al caso delle periferie lombarde e venete.
Si segnala inoltre che nel testo i nomi delle istituzioni politiche e giudiziarie, alcune delle quali poco conosciute dai "non addetti ai lavori", sono riportati con la lettera iniziale maiuscola per una più semplice identificazione delle stesse.   
[1] Per un approfondimento a tutto tondo proprio sull'amministrazione di Venezia e delle altre città delle Province Venete tra il 1815 ed il 1835, si rimanda a D. LAVEN, Venice and Venetia under the Habsburgs, 1815-1835, Oxford, 2001.

[2] La presenza insindacabile di tutti questi requisiti, in realtà, per lo meno per quanto attiene alle Province Venete, comincerà progressivamente a divenire effettiva solo nella seconda metà degli anni trenta.
Sulla figura del Viceré, ed in generale sulla suddivisione amministrativa del Regno Lombardo-Veneto, si rinvia invece alla nota 12 del presente contributo.      

[3] Sulla Direzione Generale di Polizia, si rimanda al paragrafo III del presente contributo.

[4] La limitazione dell'autonomia gestionale dei comuni veniva attuata principalmente attraverso il controllo esercitato sui bilanci di spesa.

[5] Quest'ultimo è un aspetto che verrà ripreso ed approfondito nel paragrafo conclusivo del presente contributo.

[6] «Gli interessi di coloro che servono lo Stato devono avere lo scopo di servire gli interessi del Monarca. Per il bene delle popolazioni ognuno deve conoscere le proprie attribuzioni e doveri»: così recita uno dei primi articoli dell'Interinale Organizzazione Amministrativa redatta nel 1813, all'indomani della rioccupazione austriaca dei territori veneti.

[7] Suo progenitore era stata la figura del Cancelliere del Censo, con origini nella Lombardia teresiana di metà Settecento, riesumata da Napoleone nel 1805 ed infine "riistituzionalizzata" dagli austriaci all'inizio della seconda dominazione.

[8] Si rinvia, a questo proposito, a quanto già detto nella nota 6 del presente contributo.

[9] Tale indagine di Brigitte Mazohl-Wallnig, dal punto di vista documentario è basata, per quanto concerne il primo aspetto ricordato, soprattutto su fondi conservati presso l'Archivio di Stato di Milano (specie il fondo Cancellerie Austriache) e su fondi viennesi; per ciò che attiene al secondo aspetto rammentato, invece, su fondi conservati presso l'Archivio di Stato di Verona e presso numerosi archivi comunali della stessa provincia.
Queste le esatte parole della studiosa in proposito:
«Die vorliegende Arbeit basiert im wesentlichen auf den Quellenbeständen aus Mailand und Wien, das Archiv von Verona diente überwiegend der Untersuchung über die exemplarisch ausgewählte Provinz Verona»:
B. MAZOHL-WALLNIG, Österreichischer Verwaltungsstaat und administrative Eliten im Königreich Lombardo-Venetien 1815-1859, Mainz, 1993, 414.

[10] «Die Auswertung des in Venedig befindlichen Archivbestandes muß einer weiteren Untersuchung – und weiteren Forschergenerationen – vorbehalten bleiben»: B. MAZOHL-WALLNIG, ibidem.
 

[11] L'esame degli Almanacchi per le Provincie soggette all'I. R. Governo di Venezia nel Regno Lombardo-Veneto e dei  Manuali del Regno Lombardo-Veneto, da questo punto di vista, consente preliminarmente, ed in modo abbastanza agevole, di "assegnare un'identità" ai Commissari, quasi di familiarizzare con essi, di individuare concretamente i distretti in cui operavano e di ottenere una panoramica generale sulla loro mobilità. 

[12] Il 7 aprile del 1815 il Lombardo-Veneto venne eretto a Regno, diviso in due territori separati tra loro dal Mincio ed affidati a due distinti Governi (il Viceré, sino al 1848 fu sempre Ranieri, fratello dell'Imperatore Francesco I, risiedeva sei mesi in una capitale, Milano, e sei mesi nell'altra, Venezia) che controllavano a loro volta province (quelle venete erano: Belluno, Padova, Rovigo, Treviso, Venezia, Verona, Vicenza ed Udine), distretti e comuni.
Il Governo Veneto, così come quello lombardo, era retto da un Governatore, assistito appunto da un Consiglio di Governo e dipendente, a sua volta, in primis dallo stesso Viceré e quindi da Vienna.
Sul numero dei distretti, la ripartizione territoriale che qui maggiormente ci interessa, si rimanda a quanto già detto nel paragrafo I del presente contributo.

[13] Sia gli uni che gli altri, pressoché tutti funzionari di origine "italiana": differenza fondamentale rispetto agli uffici "superiori".

[14] Meglio sarebbe parlare di "amministrazione austriaca" se ci si volesse distaccare da un riferimento storiografico (quello appunto di "dominazione austriaca") in parte superato, ma qui utilizzato perché ancora valido ai fini dell'identificazione del relativo materiale archivistico veneziano. 

[15] Per la suddivisione amministrativa del Regno Lombardo-Veneto, si rinvia alla nota 12 del presente contributo.
Si ricorda inoltre che la pianta organica "standard" dell'Ufficio del Commissariato Distrettuale era costituita, oltre che dal Commissario stesso, da un Aggiunto e da uno Scrittore.
Vi potevano poi essere una serie di soggetti che stavano compiendo l' «alunnato», di concetto o di cancelleria (e cioè un tirocinio), e, in caso di esigenze particolari, dei "collaboratori occasionali", i diurnisti.
Due esempi appunto di "esigenze particolari" sono rappresentati dall'applicazione della Sovrana Risoluzione sull'alienazione dei beni comunali in genere ed in particolare dei beni incolti del 1839 e dall'attivazione del Censo Stabile, cioè del Catasto Austriaco (a questo proposito ricordiamo che nel 1838 vennero pubblicate tutte le tariffe d'estimo per le Province Venete e che proprio il nuovo catasto vide la luce nel 1846 a Padova, Rovigo e Venezia, nel 1849 a Belluno, Treviso e Verona, nel 1850 a Vicenza e nel 1851 ad Udine). 

[16] "Progressivo mutamento generazionale" per lo più anagrafico ma proprio perché legato, ora, alla maggiore osservanza dei requisiti richiesti dalla legge per l'ammissione alla funzione di Commissario.
Si rimanda, a questo proposito, a quanto già detto nella nota 2 del presente contributo. 

[17] Si ricorda che a Francesco I, salito al trono nel 1792, nel 1835, mortis causa, succede per l'appunto il figlio Ferdinando I (sino al 1848, quando subentrerà Francesco Giuseppe I a seguito degli eventi rivoluzionari).
Descritto come persona cagionevole di salute e debole di carattere, Ferdinando non ebbe in pratica nessuna responsabilità di governo. Gli affari politici venivano sbrigati da una Conferenza di Stato, "controllata" dal cancelliere Metternich e dal ministro Kolowrat-Libstejnsky, con un fratello dell'ex imperatore Francesco, l'arciduca Ludovico, a far da "mediatore" tra i due. 

[18] Ciò consente, inoltre, di individuare qualche biografia di funzionario, la cui parabola professionale potrebbe meritare un'attenzione particolare.
Sulla conclusione "fisiologica" della maggior parte delle carriere, a prescindere dagli accadimenti del 1848, collimano le analisi di Brigitte Mazohl-Wallnig e di Marco Meriggi.
Si vedano in proposito: B. MAZOHL-WALLNIG, Österreichischer Verwaltungsstaat und administrative Eliten im Königreich Lombardo-Venetien 1815-1859, cit., 43-66 e M. MERIGGI, Pubblici funzionari e crollo dello Stato. Il 48-49 a Venezia, in P. MACRY (a cura di), Quando crolla lo Stato. Studi sull'Italia preunitaria, Napoli, 2003, 329-347.     

[19] In certe circostanze la collegialità istituzionale diviene vera e propria complessità: è il caso, ad esempio, per quanto concerne i Commissari Distrettuali, di alcune Commissioni Disciplinari miste, all'esame delle quali potevano essere sottoposti, formate da Consiglieri di Governo e da Consiglieri della Corte d'Appello. 

[20] Qui agivano infatti, contemporaneamente, l'eredità teresiana lombarda e della Serenissima, il lascito napoleonico e, in definitiva, le peculiari esigenze di un Regno da accordare comunque con quelle di una realtà istituzionale più vasta qual era appunto l'Impero.

[21] I diretti superiori del Commissario Distrettuale.

[22] Al di là della spesso artificiosa distinzione tra affari di «polizia ordinaria» e di «polizia segreta» (definiti pure, rispettivamente, di «bassa» e «alta» polizia) è fuori di dubbio che il rapporto tra il Commissario Distrettuale e il Delegato Provinciale (la massima autorità politica della provincia) fosse assolutamente privilegiato, perché molto più intenso e continuativo, in quanto comprendeva la trattazione di tutta una serie di altre attività, politiche appunto ma anche amministrative.

[23] In ambito penale il Codice del 1815 riproduceva il Codice Penale Universale Austriaco del 1803, che si collocava in una fase intermedia della codicistica austriaca, preceduto dalla Giuseppina del 1787 e seguito da quello del 1852.
Lo stesso si divideva in due Parti: la prima, Dei delitti, definiva quegli illeciti collegati all'inquisizione criminale per i quali era prevista «necessariamente la pravità dell'intenzione» cioè l’intenzione intima del reo di voler delinquere, congiunta ad un'azione od omissione delittuosa. La seconda, «Delle gravi trasgressioni di polizia», comprendeva quegli illeciti commessi senza «pravità d'intenzione», che per diversi elementi non erano qualificati per la criminale inquisizione. Corrispondevano in parte alle contravvenzionidei moderni codici penali, in parte alle misure di sicurezza.
A questo proposito risultava ovviamente determinante anche il sistema di prove legali adottato, «… che mirava ad equilibrare il libero convincimento del giudice con l'esigenza di controllarne l'operato e di predisporre una serie di garanzie procedurali nei confronti dell'imputato. A differenza del sistema tradizionale di prove legali, che a lungo andare aveva dimostrato le sue incongruenze di fronte al lento ma decisivo delinearsi del libero convincimento del giudice, il cosiddetto sistema di prove legali negative, di cui ampiamente si avvaleva il processo penale austriaco, era tale da prescrivere l'assoluzione dell'imputato in presenza di meri e semplici indizi»: C. POVOLO, Rapporti dell'Imperial Regio Tribunale di Vicenza all'Imperial Regio Tribunale d'Appello in Venezia, Vicenza, 1997, 5.
Ma il margine di discrezionalità dei giudici di prima istanza non era dettato solo dal sistema di prove, «… quanto piuttosto dal serrato ed automatico controllo gerarchico che costringeva spesso il giudizio criminale ad assumere le proprie decisioni con estrema prudenza e sulla scorta dell'esiguo spazio concesso dal Codice Penale»: C. POVOLO, La selva incantata. Delitti, prove, indizi nel Veneto dell'Ottocento, Sommacampagna, 2006, 55.
Per un inquadramento generale del Codice Penale Universale Austriacodel 1803, si veda S. VINCIGUERRA, Codice Penale Universale Austriaco (1803), Padova, 1997.
Sulle ricadute di tutto ciò nei rapporti tra Commissari Distrettuali, Preture e Tribunali Provinciali, si rinvia alle riflessioni conclusive dei punti 2 e 4 del paragrafo IV del presente contributo.  

[24] Vale a dire distretti di pianura, di collina, di montagna e, soprattutto, di confine (con altre province e, addirittura, con il Tirolo).  

[25] Cui va aggiunta la suddivisione provinciale in Preture Urbane e Foresi. Esercitava la seconda istanza il Tribunale Generale d'Appello di Venezia. Al terzo livello c'era il Senato Lombardo-Veneto del Supremo Tribunale di Giustizia, che dopo il 1816 venne insediato a Verona.
Per la suddivisione giurisdizionale e giudiziaria del Lombardo-Veneto, si rimanda pure, soprattutto per una più ampia bibliografia, a A. SANDONA', Il Regno Lombardo-Veneto (1814-1859). La costituzione e l'amministrazione, Milano, 1912 e a N. RAPONI, Il Regno Lombardo-Veneto (1815-1859/66), in AA.VV., Amministrazione della giustizia e poteri di polizia dagli Stati preunitari alla caduta della destra, Roma, 1984.

[26] La minor precisione nella quantificazione delle buste relative agli anni venti dipende anche da una diversa e "meno agevole" collocazione delle stesse nei depositi. In ogni caso non vi è di sicuro una continuità come quella garantita dal materiale che fa riferimento agli anni trenta e quaranta.  

[27] Oggi Piovene Rocchette, ndr.

[28] Il riferimento archivistico del processo è: Archivio di Stato di Vicenza, Tribunale Penale Austriaco, busta 97 del 1827.

[29] A questo riguardo, si veda il paragrafo 153 della Parte I Sezione I del Codice Penale Universale Austriaco in S. VINCIGUERRA, Codice penale universale austriaco, cit.
Sulla differenza tra delitti e gravi trasgressioni di polizia, si rinvia, invece, alla nota 23 del presente contributo.

[30] Sul sistema di prove legali, si rimanda alla nota 23 del presente contributo.
Per un approfondimento delle tematiche connesse alla procedura penale nelle sue diverse fasi, con particolare riferimento pure ad un'analisi interpretativa dei referati (e dei loro autori), si rinvia in primis a C. POVOLO, La selva incantata, cit., e quindi a L. ROSSETTO, Un protagonista nascosto: il ruolo del fascicolo nella giustizia criminale asburgica in territorio veneto, in G. CHIODI e C. POVOLO (a cura di), Amministrazione della giustizia penale e controllo sociale nel Regno Lombardo-Veneto, Sommacampagna, 2007, 61-91 ed ancora a L. ROSSETTO, Una delle ultime sere di Carnevale. La giustizia criminale asburgica nella piccola comunità rurale veneta di Lisiera (1832), in <Acta Histriae>, 17, 3, Koper, 2009, 513-526.

[31] Il comune, la più piccola entità territoriale amministrativa, aveva una propria struttura di autogoverno che, in relazione al numero di abitanti, poteva essere il Convocato, o, per i comuni con un numero di abitanti superiore a 3000, il Consiglio, al cui interno si eleggevano tre membri che formavano la Deputazione Comunale, con funzioni di giunta. Il deputato più ricco assumeva le funzioni di Deputato Politico, simili a quelle di un sindaco. Nei capoluoghi di provincia, invece, operavano un Consiglio e la Congregazione Municipale (presieduta da un Podestà).
Per un accenno all'attività del Commissario Distrettuale relativa alla sorveglianza sull'operato dei comuni, si rimanda al paragrafo I del presente contributo ed alla nota 4 dello stesso.
Sulle competenze delle Deputazioni Comunali in materia di polizia, invece, si rinvia al punto 3 del paragrafo IV ed alle relative note 46 e 47 del presente contributo.

[32] Poco si è indagato finora su questo argomento.
Per un'interessante riflessione sugli informatori lombardo-veneti che a metà Ottocento tenevano sotto osservazione la popolazione urbana per individuarne le inclinazioni politiche, si veda S. MORI, Spiare il popolo nel primo Ottocento: gli informatori di polizia lombardo-veneti, interpreti dello spazio pubblico cittadino, in <Acta Histriae>, 17, 3, Koper, 2009, 527-550.

[33] Il Satellizio esisteva già sotto la Repubblica di Venezia e la prima dominazione austriaca (mentre, nel 1809, durante il Regno d'Italia napoleonico, il corpo era stato soppiantato dalla Gendarmeria).
Con la Sovrana Risoluzione del 26 settembre 1819 si confermava l'operatività di questa forza, che venne sostituita dalle Guardie di Sicurezza e dalle Guardie Militari di Polizia (queste ultime limitatamente a Venezia ed alle altre città capoluogo delle Province Venete) solo nel 1832-1833.  

[34] Sulla funzione dei referati, si rimanda, a proposito delle diverse fasi in cui era strutturato il processo penale, a quanto detto in questo stesso paragrafo ed alla bibliografia indicata nella nota 30 del presente contributo. 

[35] Sul consesso criminale, si rinvia a quanto detto in questo stesso paragrafo.
Qui si aggiunge solamente che, in base al paragrafo 418 Parte I Sezione II del Codice Penale, il consesso che pronunciava la sentenza doveva essere composto da almeno tre giudici, più due assessori giurati ed un cancelliere.

[36] Non era poi così frequente che ciò accadesse, stante la necessità, da parte della magistratura, di vigilare sulla scrupolosa osservanza delle procedure di indagine, pena il rischio di potenziali ricadute negative per il prosieguo dell'iter giudiziario in caso di mancato rispetto delle garanzie previste dal Codice nei confronti dell'imputato.  

[37] Il Dal Prà si rivela un imputato "coriaceo" e, durante gli interrogatori, continua a negare di conoscere la provenienza della refurtiva.

[38] Il paragrafo 11, Parte I, Sezione I del Codice Penale distingueva la pena del carcere in tre gradi (carcere, carcere duro, carcere durissimo) «secondo la differenza nel rigore». Le caratteristiche corrispondenti a ciascun grado erano esplicitate nei successivi paragrafi 12, 13 e 14.
 

[39] Sulle Cancellerie del Censo, si rimanda a quanto già detto nella nota 7 del presente contributo.

[40] Di questo periodo, con una struttura burocratica ancora in fase di "rodaggio", si è già accennato all'inizio del paragrafo III del presente contributo.

[41] Rimarranno delle eccezioni, rappresentate per lo più dalle città capoluogo di provincia (in cui i Commissari, come si è già ricordato, avevano competenze "limitate") e da alcuni distretti "montani" particolari.  

[42] Ne consegue che il diverso modus operandi dipenderà, allora sì, anche dai distretti in cui in precedenza si sarà svolto il servizio.

[43] Spesso i locandieri e gli osti. Sull'argomento, si rinvia a quanto già detto nella nota 32 del presente contributo.

[44] Nel territorio vicentino, oltre appunto alla Pretura Urbana del capoluogo, si contavano nel 1817, al momento del loro ripristino post-napoleonico, dodici Preture Foresi, la cui giurisdizione territoriale corrispondeva, più o meno come nel resto delle Province Venete, a quella dei distretti amministrativi.

[45] Sul formalismo giuridico, che di frequente legava le mani agli stessi magistrati, si rimanda a quanto già detto nella parte conclusiva del paragrafo III e nella relativa nota 23 del presente contributo.
Sulla maggiore o minore "intraprendenza" dei Commissari Distrettuali nell'ambito delle loro funzioni di ausilio alle autorità giudiziarie, invece, si rinvia alla riflessione finale del successivo punto 4. 

[46] Per alcune caratteristiche generali delle Deputazioni Comunali, si rimanda alla nota 31 del presente contributo.

[47] Si tenga presente che se una Deputazione Comunale veniva «notiziata» su di un fatto criminoso compiuto nel proprio territorio, aveva l'obbligo di informarne subito il Giudizio Criminale se i delitti scoperti fossero avvenuti nel distretto del capoluogo della Provincia, oppure, negli altri distretti, la competente Pretura, con contestuale comunicazione anche all'Autorità Politica Distrettuale, e cioè con l'invio del duplicato della denunzia inoltrata appunto alla Pretura.

[48] Il problema del conflitto in tale ambito fu oggetto di chiarimenti in fase di esecuzione della Sovrana Risoluzione 6 aprile 1835. Venne ribadito in quell'occasione come fosse precisa mansione del Commissario Distrettuale la gestione degli affari riguardanti il servizio dello Stato e di polizia, e, per evitare "sovrapposizioni", in base alla Disposizione Aulica del 21 giugno 1836 n. 15812, il decreto di nomina del Deputato Politico (con funzioni simili a quelle di un sindaco, come già ricordato nella nota 31 del presente contributo) avrebbe dovuto contenere l'avvertimento a non ingerirsi proprio negli affari di Stato e di polizia, se non appunto di concerto e sotto la sorveglianza del Commissario Distrettuale.
«Il problema della distinzione fra compiti dell'autorità giudiziaria, cioè del giudice in quanto commina pene o applica misure afflittive di sicurezza in via giurisdizionale, e compiti di polizia come organo sussidiario dell'autorità giudiziaria o in quanto applica misure preventive di polizia, da sempre fortemente dibattuto, non trova certo una soluzione limpida e univoca nell'ordinamento austriaco attuato nel Lombardo-Veneto»: N. RAPONI, Il Regno Lombardo-Veneto (1815-1859/66), cit., 120.

[49] G. A. CASTELLI, Manuale ragionato del Codice penale e delle gravi trasgressioni di polizia, Milano, 1839, 7.
Sulla differenza tra delitti e gravi trasgressioni di polizia, si rinvia, invece, alla nota 23 del presente contributo.

[50] Non senza contrasti e dibattiti interni alla stessa amministrazione centrale.
Sui requisiti richiesti dalla legge per l'accesso alla carriera di Commissario Distrettuale e sulla loro osservanza, si rimanda a quanto riportato nelle note 2 e 16 del presente contributo.
Resta da vedere, ed è questo l'obiettivo primario del residuo periodo di una ricerca per l'appunto in corso, come già detto in apertura, in che modo si caratterizzò l' "attività giudiziaria" delle "nuove leve" negli anni seguenti, anni che condussero ai ben noti accadimenti del 1848.
Tuttavia, per altri aspetti relativi alla figura del Commissario Distrettuale in questa fase (ad esempio concernenti l'incidenza del '48 sulla continuità delle carriere di tali funzionari), si rinvia a quanto esposto (seppur sinteticamente) nel presente contributo.

* La presente "bibliografia integrativa sintetica" è costituita da scritti, mai citati in nota, volti all'approfondimento di tematiche correlate al contesto, lato sensu inteso, in cui la figura del Commissario Distrettuale operava ed in cui la sua azione si concretava, mancando appunto, come ricordato nel contributo, una bibliografia specifica concernente tale funzionario, fatta eccezione per alcuni lavori, di impronta più ampia, di Brigitte Mazohl-Wallnig.
Si è cercato quindi di strutturare un percorso così concepito, privilegiando i testi in lingua italiana, anche per il più agevole reperimento degli stessi:
a)opere coeve;
b)opere volte ad esaminare aspetti di carattere politico-istituzionale, amministrativo, giudiziario, sociale.