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Ezio Perillo, giudice al tribunale della funzione pubblica dell’Unione Europea, ricorda il grande civilista patavino Trabucchi

di Ezio Perillo  [*]
Giudice al Tribunale della funzione pubblica dell’Unione europea
    
Pubblicato nell'edizione n. 2 del 2011



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ALBERTO TRABUCCHI, EUROPEISTA:
UN TRATTO ANCORA POCO CONOSCIUTO
DEL GRANDE CIVILISTA PATAVINO
(Riflessioni personali a margine di alcuni spunti sulla portata
della cosa giudicata nazionale contraria al diritto comunitario)[1]
 
 
Abstract:
 
Abbiamo chiesto a Ezio Perillo, nominato di recente dal Consiglio dell'Unione europea giudice al Tribunale della funzione pubblica dell'Ue (primo italiano a ricoprire questa carica), un suo contributo per la rivista Il Diritto della Regione. Il giudice ci ha inviato un intervento che riprende in larga parte il suo contributo al Convegno "La formazione del diritto europeo. Giornata di studio per Alberto Trabucchi nel centenario della nascita". Ci ha autorizzato a pubblicarla, e di questo lo ringraziamo. L'intervento è incentrato attorno alla figura del padovano Alberto Trabucchi, "maestro di diritto civile" come lo definisce Perillo, il cui intento in questo saggio è di mettere in luce lo straordinario, seppure ancora poco evidenziato, profilo di "europeista" del Professor Trabucchi: "‘europeista’ soprattutto nelle opere, nel senso cioè che egli è stato uno degli artefici – forse il più determinante – del processo di costruzione dell'attuale ordinamento giuridico comunitario."
 
 
 
Alberto Trabucchi, civilista europeo.
Per tutti coloro che lo hanno conosciuto, diciamo così da questa parte delle Alpi, detta congiunzione di tratti di civilista ed europeo è pienamente condivisibile, per non dire quasi connaturata al personaggio.
In Italia, e non solo nella sua amata scuola patavina, tutti lo ricordiamo per la sua straordinaria e autorevole figura di maestro di diritto civile, figura che è andata poi delineandosi verso una dimensione nuova, quella appunto europea, in ragione soprattutto del prestigioso magistero che egli assunse per oltre quindici anni presso la Corte di giustizia delle Comunità europee, dapprima come giudice e poi da Avvocato Generale.
Sicché, dopo ogni periodo trascorso nel cuore della settimana a Lussemburgo, di ritorno a Padova le sue lezioni e riflessioni di diritto civile avevano sovente una nuova linfa e un respiro prospettico più ampio. D'altra parte, diversi passaggi dell'aureo libretto e le premesse alle edizioni di quest'ultimo relative agli anni di quel periodo, come pure quelle alle edizioni successive, testimoniano pienamente di questo suo sentire.
Di Alberto Trabucchi europeista si sa e si è scritto invece ancora molto poco.
Europeista ben inteso non solo di convinzioni o di ambizioni. No: europeista soprattutto nelle opere, nel senso cioè che egli è stato uno degli artefici – forse il più determinante – del processo di costruzione dell’attuale ordinamento giuridico comunitario.
Può sembrare un’affermazione storica generosa, o se si vuole una tesi quantomeno ardita. Eppure, non è così.
Alberto Trabucchi, proprio perché civilista, ha saputo cogliere con sorprendente senso della storia e con notevole anticipazione (per non dire contrapposizione) rispetto agli altri studiosi e operatori del diritto comunitario degli anni ’60, quasi tutti di scuola internazionalistica, il formidabile germe giuridico-politico che si celava nel cuore del Trattato firmato a Roma nel 1957, dando a questo accordo internazionale di stampo classico un contenuto giuridico ‘‘rivoluzionario’’, delineando in definitiva al suo interno una forma di societas europea di assoluta modernità[2].
Durante i quindici anni lussemburghesi, l’operaio – come egli stesso si definì nella sua allocuzione di addio alla Corte – ebbe infatti piena consapevolezza dell’ opus novum cui aveva direttamente messo mano, dando in pratica all’ordinamento comunitario fondamenta originalissime, per quei tempi quasi impensabili, e contribuendo poi, sentenza dopo sentenza, a sviluppare in modo solido e coerente l’edificio così concepito.
Le mie, ripeto, non sono le affermazioni di ammirazione che l’allievo riconoscente rivolge all’indirizzo del grande maestro.
No. È l’operaio stesso che ci fornisce questa ‘‘verità’’, in una sorta di breve ma straordinaria ricostruzione storica della sua esperienza europea pronunciata appunto il 7 ottobre 1976, in occasione del suo commiato dalla Corte di giustizia. Leggiamo insieme questo suo dire, soppesando le parole ed i concetti ad uno ad uno.
‘‘Ma poi – e appunto il tempo coincide con il mio entrare fra i giudici della Corte – ha preso vita un fenomeno profondamente nuovo e distinto. Cosa dobbiamo pensare? Che si è creato, o che si è trovato e scoperto questo nuovo diritto comunitario? Non lo so, o non lo voglio dire. È sicuro comunque che nella storia delle istituzioni giuridiche quest’affermazione giurisprudenziale dovrà essere ricordata come fenomeno felicemente singolare. Ed è stato per noi esaltante questo affermare, e più ancora il veder seguito e applicato, il sistema nuovo, fatto insieme di norme e di principi. È certo che in quella fase la contribuzione della prospettiva civilistica – ed ecco il punto – è stata essenziale; ciò è naturale, perché il senso vero di questa specie di rivoluzione che si è operata si deve trovare sopra tutto nel riconoscimento dell’efficacia diretta del nuovo diritto per i singoli, e perché proprio questi singoli hanno dovuto apprendere che nella gerarchia delle norme destinate a regolare i loro rapporti si trova ora una fonte che prevale sullo stesso diritto del loro Stato’’.
Chi conosce i passaggi fondamentali della famosa sentenza Van Gend & Loos del 5 febbraio 1963 può cogliere bene il senso profondo di tali affermazioni. Ma c’è di più: l’artefice continua infatti il suo racconto autobiografico ponendo allora a chi lo ascolta una domanda retorica, di sottile e meritata soddisfazione per l’opera così concepita ed iniziata, una domanda che contiene poi in sé la più giusta e la più semplice delle definizioni del diritto comunitario.
‘‘Cosa sarebbe la Comunità così delineata nel diritto, se non una comunità di cittadini, nella quale, proprio per questi, si sviluppa il nuovo ius civile a dimensione ultrastatuale? L’affermazione di questo diritto comune ha proposto a noi giuristi interessi concreti e culturali del tutto nuovi. Un’idea nuova posta alla base del sistema fa vedere il rapporto comunitario sotto una luce del tutto originale. Non si è perciò trattato soltanto di adattare dei metodi già da prima seguiti: anche se in principio la novità non si è affermata in tutto il suo significato, perché, per farne accettare la creazione, questa si doveva presentare come aspetto di un diritto già esistente. Comunque abbiamo evitato il pericolo più grave, che era quello di fissare il nuovo ordine negli schemi del diritto internazionale classico’’.
Che dire? Ancora oggi a rileggere queste parole anche il più fervente degli europeisti stenta a credere che ciò sia potuto davvero accadere[3].
Si è creato, o si è trovato e scoperto questo nuovo diritto? E perché non volerlo dire? (E quanti sono invero i significati di questo suo apparente rinchiudersi dietro il sipario del silenzio).
E a cosa allude poi il maestro quando dice che il sistema nuovo è fatto insieme di norme e di principi?
I principi generali (che sappiamo hanno sempre avuto un ruolo importante nell'insegnamento del professore) non possono ovviamente che essere qui quelli enucleati dalla Corte di giustizia. E se non c'è dubbio, considerava ancora il maestro, che "in principio la novità (quella appunto dell'efficacia diretta di questo nuovo diritto) non si è affermata in tutto il suo significato", è poi certo che la portata di questa novità è apparsa chiara a tutti a seguito dell'altrettanto famosa sentenza pronunciata dalla Corte, quella nella causa Costa/Enel, con cui essa affermò il secondo fondamentale principio di questo ordinamento giuridico di nuovo genere, quello del "primato" del diritto comunitario rispetto a quello nazionale (pronuncia di poco più di un anno successiva alla Van Gend & Loos e alla quale il giudice Trabucchi anche partecipò, in qualità di presidente di sezione).
E non sono forse queste le sentenze con cui “si è evitato il pericolo più grave”, quello cioè “di fissare il nuovo ordine negli schemi del diritto internazionale classico” ?
Non pochi interrogativi, come si vede, ed altri ancora se ne potrebbero formulare a tal riguardo.
Certo è comunque che tra il mondo delle idee e il mondo delle cose di questa nuova prospettiva giuridica ultrastatuale è intervenuto il demiurgo, l’operaio-artefice nel senso appunto etimologico del termine, che grazie alla sua cultura civilistica che pone il singolo al centro della società civile trasforma il piccolo germe nascosto nelle pieghe del Trattato in ciò che diventerà nientemeno che “un ordinamento giuridico di nuovo genere” a livello europeo, per i singoli cittadini in quanto tali, e non solo quindi per gli Stati. E per fare ciò, per andare cioè a “scoprire” questa nuova realtà civica europea, il civilista non esita a rompere le ‘‘frontiere’’ rassicuranti dei diversi e autorevoli sistemi civilistici nazionali già esistenti a quell’epoca in Europa (a cominciare da quello di casa sua) e apre – in modo geniale – questi mondi a sé stanti verso un sistema giuridico comune. Un sistema giuridico comune che, superando i limiti nazionali, garantisce direttamente ai singoli, di qualunque paese della Comunità europea essi siano, una fonte giuridica ‘‘che prevale sullo stesso diritto del loro Stato’’ e che essi possono far direttamente valere davanti a qualunque giudice nazionale.
Nasce così – e ciò parve al maestro ‘‘naturale’’ – il diritto comunitario come ‘‘nuovo jus civile a dimensione ultrastatuale’’! Ed è così che, da civilista, Alberto Trabucchi si fa anche europeista.
Parole importanti e cariche di significati quelle pronunciate dunque dal grande magistrato italiano in occasione della sua partenza dalla Corte di giustizia. Parole che fanno vibrare ancora forte il cuore, non solo per la straordinaria progettualità giuridica a cui alludono, ma perché a ben vedere non succede spesso nella nostra vita di poter leggere che un professore di diritto civile – andando al di là di quella che è in generale l’azione propria di un giurista di scuola civilista – abbia potuto invece, concretamente e in maniera decisiva, contribuire alla nascita di un nuovo modello di società civile, dettando di questo comune ordinamento ‘‘ultrastatuale’’ gli elementi costitutivi e le caratteristiche principali.
Il professore in questione operò quindi, in realtà, da vero giudice “costituzionale”. Egli seppe poi, in tale ruolo, convincere della “giustizia” di tale “sua” innovativa soluzione anche gli altri sei membri che componevano a quel tempo la Corte. L’impresa – mi dirà molti anni dopo il maestro in uno dei   pomeriggi trascorsi insieme a Lussemburgo – non fu poi così difficile. E in tale contesto, il ruolo di Robert Lecourt – che, non a caso, sarà poi il giudice relatore nella sentenza Costa/Enel – fu con ogni probabilità anch’esso decisivo.
Insomma, già da queste prime considerazioni, mi sembra di poter dire che la tesi di Alberto Trabucchi artefice dell’ordinamento giuridico comunitario, artefice cioè di questa realtà europea che oggi tutti noi viviamo uti singuli e anche uti cives, non appare poi così azzardata[4].
 
 
 
Alcuni indizi ‘‘giuridico-linguistici’’ rintracciabili nella sentenza Vand Gend & Loos in merito al ruolo avuto dal giudice Trabucchi
 
Alcuni indizi ‘‘giuridico-linguistici’’ contenuti nel testo della Van Gend & Loos possono peraltro corroborare, almeno in parte, le convinzioni appena espresse in merito al ruolo avuto dal giudice Trabucchi nella redazione di detta sentenza.
Uno dei passaggi fondamentali di questa celeberrima decisione – passaggio cui come si è visto il Professor Trabucchi teneva in particolar modo – è quello relativo al significato e alla portata della nozione di ‘‘efficacia diretta’’ delle norme comunitarie.
La norma comunitaria, quando ha efficacia diretta ‘‘ha valore precettivo – precisò la Corte nella detta sentenza – ed attribuisce ai singoli dei diritti soggettivi che i giudici nazionali sono tenuti a tutelare’’.
In diritto italiano l’espressione ‘‘diritti soggettivi’’ è arcinota, e il suo significato è a tutti ben chiaro: per un giurista del nostro paese l’affermazione secondo cui i giudici sono tenuti a tutelare i diritti soggettivi è allora semplicemente scolastica, tanto la cosa è evidente.
Trasferita in sede comunitaria, per di più agli inizi degli anni ’60, questa stessa nozione non era invece poi così scontata.
In diritto francese, ad esempio, l’espressione ‘‘droits subjectifs’’ significava – e significa ancora oggi – ben poco. D’altra parte, come si sa, i giudici della Corte lavorano, ancora adesso, quasi esclusivamente in lingua francese. Ebbene, nella versione transalpina della sentenza Van Gend & Loos – quella appunto su cui discussero i giudici in camera di consiglio durante l’elaborazione della loro decisione – la detta espressione ‘‘droits subjectifs’’ non esiste ed il concetto corrispondente alla nostra nozione italiana di ‘‘diritti soggettivi’’ è invece presentato con la formula seguente: ‘‘droits qui entrent dans le patrimoine juridique des particuliers’’.
In diritto francese la formula restava – e resta – comunque vaga.
Nelle versioni tedesca e italiana della sentenza, tradotte ovviamente sulla base della versione ‘‘originale’’ francese, si parla invece solo e semplicemente di ‘‘Rechte’’ o ‘‘individuelle Rechte’’, o, come ho ricordato poc’anzi, di ‘‘diritti soggettivi’’. E qui il concetto è infatti giuridicamente molto chiaro.
Da questo semplice confronto tra le diverse versioni linguistiche della sentenza Van Gend & Loos risulta allora più facile capire che solo chi deteneva la nozione esatta di ‘‘diritto soggettivo’’, conoscendone tutte le implicazioni giuridiche – sia sul piano sostanziale sia su quello processuale – poteva poi suggerirne la sua applicazione – che si sarebbe rivelata rivoluzionaria – anche nel campo comunitario.
La formulazione francese ‘‘droits qui entrent dans le patrimoine juridique des particuliers’’ (diritti che entrano nel patrimonio giuridico dei singoli) non poteva quindi soddisfare pienamente l’esigenza del giurista (o meglio, del civilista) di formazione romanistica che era presente in quella camera di consiglio.
Per questo, in un successivo considerando della sentenza, detto concetto viene accuratamente completato e direi quasi giuridicamente ‘‘blindato’’: e quello che nella versione italiana suona come un’evidenza (diritti soggettivi che i giudici nazionali sono tenuti a tutelare) in francese assume una portata quanto mai precisa secondo la formula ormai storica di ‘‘droits individuels que les juridictions internes doivent sauvegarder’’.
Ed ecco che ciò che il Professor Trabucchi riteneva, da civilista, ‘‘naturale’’, e cioè che la portata di talune norme giuridiche, seppure emanate da poteri sovranazionali, potesse comunque esplicare effetti diretti in capo ai singoli individui, ecco che l’efficacia diretta della norma comunitaria diventa così principio fondatore, il cardine giuridico che dà all’intero sistema comunitario un movimento ‘‘del tutto originale’’.
Ciò detto, non si creda che l’affermazione del principio dell’efficacia diretta sancito dalla sentenza Van Gend & Loos sia stato il frutto del caso o di un piccolo ‘‘miracolo’’ determinato dall’arrivo alla Corte di giustizia, circa un anno prima di detta pronuncia, di un eminente civilista .
Il civilista che giungeva a Lussemburgo nel 1962 aveva invero già una significativa conoscenza del sistema giuridico comunitario, grazie alla sua attività di difensore dell’Alta Autorità della CECA in numerose cause davanti alla Corte di giustizia[5].
Ed è lo stesso Professor Trabucchi che sottolinea – e ci fa capire – l’importanza di questa sua quasi quinquennale esperienza forense nel campo comunitario. Nella già citata allocuzione del 7 ottobre 1976 egli dirà: ‘‘Ricordando i primi processi CECA (pensiamo, ad esempio, alla serie delle cause sul rottame), troviamo che nel funzionamento della Corte di allora c’erano poche differenze rispetto al contenuto di un processo interno, mentre il rito si svolgeva sulla linea di un processo internazionale; e anche il cultore del diritto civile si trovava sul piano dei colleghi di differente formazione’’.
Tuttavia, al di là degli aspetti processuali messi qui in evidenza, ho motivo di ritenere che nel corso di questa esperienza professionale, Maître Trabucchi avesse ben intuito le potenzialità ‘‘federali’’ del Trattato CECA, e comunque ben misurato l’estensione del c.d. ‘‘potere sovranazionale’’ di cui godeva l’Alta Autorità nei confronti dei soggetti giuridici privati, fossero essi le imprese o i consumatori operanti nel mercato carbo-siderurgico. Il disegno innovatore che, attraverso le semplici parole della sentenza Van Gend & Loos, il maestro giunge ad introdurre nell’ambito del Trattato CEE era quindi probabilmente in nuce già da tempo.
Chiudo allora qui questa digressione esegetica – che spero abbia comunque fornito qualche ulteriore indizio sul ruolo avuto dal Professor Trabucchi nella redazione della sentenza Van Gend & Loos – per passare al secondo aspetto di questo mio intervento.
 
La portata della cosa giudicata nazionale contraria al diritto comunitario
 
Come ho appena detto, in forza del principio dell’efficacia diretta sancito dalla Van Gend & Loos, i giudici nazionali sono tenuti a tutelare i diritti soggettivi di origine europea e ad assicurare in definitiva la loro corretta applicazione.
Orbene, com’è noto, in virtù dell’articolo 267 del Trattato di Lisbona (quello che oggi corrisponde al già famoso articolo 177 dell’originale Trattato di Roma), quando i giudici nazionali di merito hanno un dubbio sulla validità o sull’interpretazione del diritto comunitario la cui soluzione è necessaria per dirimere la controversia pendente davanti ad essi, possono domandare alla Corte di giustizia di pronunciarsi sulla questione. Essi non hanno quindi l’obbligo di farlo.
L’obbligo di rinvio sussiste invece per le giurisdizioni di ultima istanza, quelle cioè avverso le cui decisioni non può più proporsi un ricorso giurisdizionale.
Il senso di tale costrizione è evidente: le sentenze delle giurisdizioni di ultimo grado hanno, come si sa, l’autorità e la forza della cosa giudicata: nella prospettiva comunitaria l’obbligo di rinviare una questione pregiudiziale alla Corte di giustizia mira quindi ad evitare che tali giurisdizioni pronuncino, in via definitiva, delle sentenze non conformi al diritto comunitario, o in violazione di quest’ultimo.
Ebbene, dopo tanti anni dalla sentenza Van Gend & Loos e dopo tanti anni di dibattiti tra Corte di giustizia e Corti costituzionali sulla ’’primauté’’ del diritto comunitario e sulla sua efficacia diretta, dobbiamo invece, ancora oggi, denunciare un’amara realtà: i giudici nazionali, e in particolare le giurisdizioni di ultima istanza, tendono con una certa frequenza a non tutelare i diritti soggettivi che i singoli vantano direttamente dall’ordinamento comunitario. Insomma, i giudici nazionali supremi violano il diritto comunitario!
Occorre notare che in tali casi le Corti supreme commettono due distinte violazioni: la prima è di carattere sostanziale e riguarda giust’appunto la mancata tutela del diritto soggettivo di origine comunitaria, diritto che come ho detto è preminente rispetto a quello nazionale e ha efficacia diretta. Sotto questo profilo è dunque il singolo che risulta in primo luogo perdente.
La seconda violazione è invece di natura processuale, poiché non viene rispettato l’obbligo di cui al citato articolo 267 del Trattato di Lisbona di rinviare alla Corte di giustizia. Sotto questo secondo profilo i perdenti sono invece due: anzitutto, e ancora una volta, il singolo cittadino o l’operatore economico; ma poi anche la Corte di giustizia, che vede la propria prerogativa di interprete suprema del diritto comunitario (quella di nomofilachia per dirla in termini giuridici) gravemente compromessa.
Trattandosi di sentenze di ultima istanza, il principio dell’autorità della res judicata assicura loro, da un lato, l’intangibilità del giudicato e, dall’altro, la certezza del diritto contenuto in detta sentenza (buono o cattivo che sia il giudicato). Ma, allora, che ne è in questi casi della ‘‘primauté’’ del diritto comunitario e della sua efficacia diretta a favore dei singoli ? È al principio della res judicata che si deve dare la prevalenza o devono invece riconoscersi come superiori, e quindi indefettibili, i principi dell’efficacia diretta e del primato del diritto comunitario?
Nella sentenza Köbler del 30 settembre 2003 (Causa C-224/01, in Raccolta 2003, p. I-10239), la Corte affermerà che il principio della res judicata fa parte dell’ordinamento comunitario e va rispettato quale principio generale comune agli ordinamenti degli Stati membri.
Il riconoscimento di tale principio – statuirà d’altra parte la Corte – non impedisce tuttavia di accertare la responsabilità patrimoniale dello Stato per i danni causati da atti giudiziari pronunciati in violazione del diritto comunitario. In buona sostanza, dice la Corte, in materia comunitaria i giudici supremi possono sbagliare anche quando – pur essendovi tenuti – non rinviano alla Corte di giustizia una questione pregiudiziale; in tali casi – preciseranno però i giudici di Lussemburgo – è comunque lo Stato che, se del caso, paga i danni al cittadino.
All’indomani di detta pronuncia, le reazioni degli studiosi della materia furono quasi euforiche[6]. Sentenza coraggiosa, si disse. La responsabilità degli Stati per la corretta applicazione del diritto comunitario è completa posto che include anche gli atti giudiziari ’’anti-comunitari’’. La ’’primauté du droit communautaire’’ è salva!
Poche invero le voci di controcanto, tra cui anche[7] quella di chi scrive.
La Corte peraltro confermerà in altre successive sentenze la giurisprudenza Köbler, precisandone le condizioni e anche la portata nei confronti di leggi nazionali, come la nostra legge Pinto, relative alla responsabilità civile dei giudicanti. La nostra legge sarà infatti censurata perché non conforme al diritto comunitario in quanto articolata su condizioni ritenute dalla Corte troppo restrittive per assicurare la piena operatività ed efficacia del risarcimento, condizioni quali il dolo del giudice o la sua colpa grave[8].
Tuttavia, nel luglio 2007, la Corte pronuncerà la sentenza Lucchini (dal nome di una società italiana che aveva beneficiato di notevoli aiuti di Stato, aiuti che la Corte di appello di Roma, senza rinviare alcuna questione alla Corte di Lussemburgo, aveva riconosciuto – in via definitiva ma erroneamente – come pienamente legittimi anche sotto il profilo comunitario[9]). Ebbene, in detta sentenza[10] la Corte di giustizia riconoscerà che il giudicato nazionale in questione non poteva essere opposto al Ministero italiano dell’industria che agiva nei confronti della Lucchini per il recupero dell’aiuto indebitamente percepito. L’aiuto di Stato andava quindi restituito, malgré l’autorité de la chose jugée!
La Corte, tuttavia, non fornirà una vera spiegazione in merito al fondamento e alla portata di tale eccezione, lasciando aperte agli studiosi e ai suoi lettori non poche perplessità.
In effetti, in questo contesto, il vero punto di sostanza, che avrebbe sicuramente spinto il Professor Trabucchi a levare la sua autorevole voce è proprio questo: d’accordo per il risarcimento del danno, come rimedio sostitutivo. Ma, avrebbe detto il maestro, quid juris in merito alla possibilità di garantire in primo luogo l’effettiva attuazione della pretesa inerente al diritto soggettivo di origine comunitaria vantata dal singolo cittadino?
Invero: per quale ragione obbligare il singolo a provare di aver subito un danno (cosa peraltro difficile da realizzare se come in questi casi chi l’ha commesso è un giudice di ultima istanza) quando detto singolo può invece ancora ottenere il riconoscimento e l’attuazione del suo diritto soggettivo di origine comunitaria da parte di una Corte di giustizia dotata giust’appunto di una competenza specifica in materia?
Per la ragione, forse, e per la ‘‘forza’’ del dogma dell’intangibilità della cosa giudicata?
Summum jus et summa iniuria, avrebbe probabilmente tuonato il Professor Trabucchi!
La problematica è complessa – in particolare sotto il profilo dei possibili rimedi processuali esperibili in questi casi – e il contesto di questo mio scritto non consente qui molti approfondimenti.
Mi limiterò allora a delineare, sotto un profilo di politica del diritto piuttosto che di ‘‘clinica’’ del diritto, due linee argomentative che sarebbe stato opportuno prospettare alla Corte di giustizia.
La prima è quella direi di stampo civilistico, nel solco innovativo della Van Gend & Loos e quindi più vicina, io credo, al pensiero del maestro.
Secondo tale prospettiva, anche a fronte dell’autorità della cosa giudicata di una pronuncia nazionale occorre comunque assicurare, nell’ambito dell’ordinamento giuridico comunitario, che è preminente, la piena tutela del diritto soggettivo di origine comunitaria. L’ultima parola, in definitiva, spetta alla Corte di giustizia che in tale materia, dato il suo dovere di assicurare ‘‘il rispetto del diritto nell’interpretazione e nell’applicazione’’ dei trattati, non può certo ‘‘stare decisis’’.
La seconda prospettiva è invece quella di stampo internazional-pubblicistico. Vale a dire che la soluzione data in sede nazionale alla controversia in cui è in gioco la tutela di un diritto soggettivo di origine comunitaria, se definitiva, resta pienamente valida all’interno di detto ordinamento in virtù del principio della res judicata, della certezza del diritto (buono o sbagliato che sia) e dell’indipendenza del giudice. Per contro, sul piano degli obblighi assunti dallo Stato nei confronti dell’ordinamento comunitario a cui questo giudicato si riferisce, è giust’appunto lo Stato che, se la violazione del diritto comunitario sussiste, sarà chiamato a risponderne benché detta violazione sia stata commessa in via definitiva da un giudice supremo.
In questa seconda prospettiva, come si può vedere, la ‘‘primauté du droit communautaire’’ sotto il profilo delle relazioni tra Stato e Unione europea è assicurata. È l’efficacia diretta del diritto comunitario e, ancora di più, l’effettività della giustizia in generale che vengono invece gravemente vanificate. Il denaro, inteso come diritto al risarcimento del danno provocato da un giudice supremo che non ha tenuto nel debito conto il prevalente diritto soggettivo di origine comunitaria, può allora davvero diventare la misura di tutte le cose e la soluzione (salomonica?) di questo conflitto tra principi posti “al vertice” del sistema giustizia e del sistema comunitario?
Sono convinto che il Professor Trabucchi, da europeista e civilista illuminato, avrebbe respinto con forza detta prospettiva.
E questa convinzione mi viene data, una volta di più, proprio dalla lettura della sentenza Van Gend & Loos.
In quella causa, i tre governi intervenuti davanti alla Corte difendevano la tesi secondo cui l’articolo 12 del Trattato – che ricordo imponeva agli Stati membri l’obbligo di astenersi dall’introdurre tra loro nuovi dazi doganali – che tale articolo dicevo non poteva aver efficacia diretta e attribuire quindi al singolo operatore, come contropartita, il diritto soggettivo di non pagare un nuovo dazio o di ottenerne successivamente il rimborso. La violazione eventuale di tale obbligo, infatti, poteva e doveva essere fatta valere – secondo tali governi – dalla Commissione, nella sua qualità di guardiano dei Trattati, convenendo davanti alla Corte lo Stato interessato, appunto per violazione degli obblighi comunitari.
Ebbene a fronte di tale argomento, la Corte di giustizia affermò invece che la circostanza che la Commissione europea (o gli Stati interessati) abbiano il potere di convenire davanti alla Corte di giustizia lo Stato che sia venuto meno ai suoi obblighi non implica che ai singoli sia precluso di far valere questi stessi obblighi davanti al giudice nazionale: ‘‘… Dove le garanzie contro la violazione di un obbligo in capo agli Stati membri venissero limitate a quelle offerte dal ricorso per inadempimento dello Stato – disse la Corte – i diritti individuali degli amministrati rimarrebbero privi di tutela giurisdizionale diretta’’ e, aggiungo io, anche di tutela effettiva.
Ma se allora i singoli possono autonomamente agire contro il loro stesso Stato quando quest’ultimo non ottempera puntualmente gli obblighi che il diritto comunitario ad esso impone in favore dei cittadini di tale ordinamento, non si vede perché a questi stessi soggetti debba essere invece preclusa la possibilità di ottenere dalla Corte di giusitizia, almeno in via incidentale, l’attuazione del loro diritto soggettivo di origine comunitaria quando a negargliela sia una sentenza nazionale di ultima istanza pronunciata in palese contrasto con tale diritto.
Insomma, di fronte al problema dell’autorità della cosa giudicata nazionale pronunciata in violazione del diritto comunitario, la Corte di giustizia – mi chiedo – ha forse dimenticato l’innovativa, e civilistica, linea chiaramente indicata dalla sentenza Van Gend & Loos?
 
Nella più volte citata udienza del 7 ottobre 1976, il Presidente Lecourt concludeva la sua allocuzione in onore del Professor Trabucchi con queste solenni parole: ‘‘La giurisprudenza della Corte conserverà l’impronta d’un grande magistrato, ed il rimpianto’’.
Temo che oggi il Presidente Lecourt, alla lettura delle sentenze Köbler e seguenti, rimpiangerebbe ancora di più il grande magistrato, et bien pour cause[11]!
 
 
Chi è Ezio Perillo:
 
Giudice al Tribunale della funzione pubblica dell'Unione europea. Prima di questa nomina da parte del Consiglio dell'Unione europea (primo italiano a ricoprire questa carica), il giudice Perillo è stato Direttore al Servizio giuridico del Parlamento europeo. Trevigiano, dopo la laurea all'università di Padova, è stato assistente del Professor Alberto Trabucchi. Giunto alla Corte di giustizia nel 1982, Ezio Perillo è stato Referendario dell'Avvocato generale Federico Mancini negli anni '84/'88 e successivamente per cinque anni Consigliere giuridico di Enrico Vinci, Segretario generale del Parlamento europeo. Direttore degli affari legislativi del Parlamento europeo durante la sua quinta legislatura, ha svolto in questa Istituzione le funzioni di Direttore delle relazioni esterne e poi del Servizio giuridico.
 

 

 


[1] Questo articolo riproduce in larga parte il testo del contributo presentato al Convegno “La formazione del diritto europeo. Giornata di studio per Alberto Trabucchi nel centenario della nascita”, pubblicato in, Quaderni della Rivista di Diritto Civile, n°14, Cedam, 2007. Le opinioni qui espresse sono ovviamente personali.

 

 

[2] Trattato, quello di Roma, certo innovativo per l’Europa di quei tempi ma non ancora di per sé ‘‘rivoluzionario’’; si pensi, ad esempio, alla Convenzione di Londra del 1944 che istituì l’unione doganale tra i paesi del Benelux, unione che ha dato poi luogo, tra quest'ultimi, ad un’intensa reciproca cooperazione economico-sociale, senza tuttavia dar vita ad un "ordinamento giuridico di nuovo genere" come sarà invece quello comunitario, qual delineato per l'appunto dalla Corte di giustizia delle Comunità europee nella sentenza Van Gend & Loos.
 

 

 

[3] Ricordo, a tal riguardo, che i governi belga, olandese e tedesco, intervenuti in detta causa, sostenevano la tesi contraria e cioè che il Trattato CEE, in quanto tale, non potesse che contenere degli obblighi rivolti ai soli Stati membri, e non anche degli obblighi posti direttamente a carico dei loro cittadini. In questo stesso senso si espresse peraltro anche l'Avvocato Generale Karl Roemer. Quanto basta per dire quanto, nel quadro di questa problematica, fosse all'epoca ancora prevalente la prospettiva di stampo internazionalistico

 

 

[4] Nel prosieguo di questo scritto mi soffermerò in particolare sull’esegesi di un passaggio della sentenza Van Gend & Loos che consente, induttivamente, di cogliere bene l’apporto civilistico dato dal Professor Trabucchi alla redazione di questa pronuncia. E tuttavia, a mò di prima conferma delle conclusioni indicate nel testo, citerò un brano importante dell’allocuzione pronunciata dal Presidente Robert Lecourt in occasione appunto della partenza dell’avvocato generale Trabucchi.
In tale brano si allude infatti elegantemente, ma per chi ne conosce la storia anche inequivocabilmente, al ruolo svolto dal giudice Trabucchi nel processo decisionale di detta sentenza, uno dei primi deliberé affrontato per l’appunto dal neo-giudice. Lecourt così si espresse: ‘‘Il collega che giungeva fra noi nel 1962 era dunque un giurista ricco d’esperienza e di meritata notorietà. Che dire del giudice che egli è stato, della parte di rilievo da lui assunta nell’elaborazione della giurisprudenza che forma oggi il vanto della Corte? Il segreto della deliberazione mi impedisce di entrare nei dettagli. Posso però dire, mio caro collega, che il suo senso della formulazione, proveniente senza dubbio dalla sua solida conoscenza del diritto romano, ha permesso di modellare e di raffinare – e ciò fin dal suo primo anno d’attività – alcune delle motivazioni più celebri delle nostre sentenze, che sono divenute i classici “cavalli da parata” del diritto comunitario. Anche alla Corte, il giudice non ha mai dimenticato la sua vocazione d’insegnante. Anche qui lei è rimasto l’attento cultore del diritto civile, “juris civilis custos” per dirla con Cicerone”.

 

 

[5] Peraltro, è interessante notare come, in quegli anni, numerosi siano stati i civilisti italiani – da Walter Bigiavi a Cesare Grassetti e a Giuseppe Stolfi – che sono stati chiamati a patrocinare davanti alla Corte le cause dell’Alta Autorità. Nei ricordi, raccontatimi dal Professor Trabucchi, delle comuni esperienze che anche questi suoi colleghi civilisti ebbero nel campo comunitario, non c’è tuttavia traccia di un loro confronto di idee sulle possibili prospettive, per questo diritto appena nato, di diventare un “nuovo jus civile a dimensione ultrastatuale”.

 

 

[6]       Vedi per tutti, J. G. Huglo, La responsabilité des Etats membres du fait des violations du droit communautaire commises par les juridictions nationales: un autre regard; in Gazette du Palais, 2004, p. 19-32.

 

 

[7]       Cfr. in particolare G. Alpa, La responsabilità dello Stato per "atti giudiziari: in proposito del caso Köbler, c. Repubblica d'Austria, in Nuova Giurisprudenza Civile, 2005, p. 1.

 

 

[8]     Sentenza 13 giugno 2006, C-173/03, Traghetti del Mediterraneo, in Raccolta 2006, p. I-5177.

 

 

[9]     Ricordo che ai sensi dell’articolo 107 del Trattato di Lisbona, ‘‘… sono incompatibili con il mercato comune, nella misura in cui incidano sugli scambi tra Stati membri, gli aiuti concessi dagli Stati, ovvero mediante risorse statali, sotto qualsiasi forma che, favorendo talune imprese o talune produzioni, falsino o minaccino di falsare la concorrenza’’.

 

 

[10]     Sentenza 18 luglio 2007, C-119/05,in Raccolta 2007, p. I-06199..

 

 

[11] Vedi in particolare, dopo l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, l’articolo 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. In virtù dell’articolo 6 TUE, detta Carta ha invero lo stesso valore giuridico dei Trattati. L’articolo 47 cosi dispone: “Ogni persona i cui diritti e le cui libertà garantiti dal diritto dell’Unione siano stati violati ha diritto a un ricorso effettivo dinanzi a un giudice, nel rispetto delle condizioni previste nel presente articolo”.

 

 


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