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Regione
Storia delle Istituzioni Venete

Le proprietà collettive nella montagna del Veneto

di Massimo Rinaldi  [*]
Cultore della materia in Diritto pubblico comparato presso la Facoltà di Scienze politiche dell’Università degli Studi di Padova
    
Pubblicato nell'edizione n. 1 del 2011



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ALCUNE RIFLESSIONI ALLA LUCE DI UN PROGETTO DI LEGGE REGIONALE
 
 
PER IL RICONOSCIMENTO DELLE VICINIE ALTOPIANESI
 
«Parlando della proprietà, noi affrontiamo un’altra grossa questione:
una delle più gravi che abbiano affaticato i popoli»
(Schupfer,Il diritto privato dei popoli germanici, p. 51).
 

Abstract: 

L’istituto delle proprietà collettive ha radici storiche molto antiche, e la letteratura giuridica da tempo ne discute. Anche la montagna veneta è da secoli contraddistinta dalla presenza degli antichi nuclei familiari che gestiscono queste terre, spesso con alterne vicende, come dimostra il passaggio dalla Repubblica di Venezia al dominio austriaco e allo Stato italiano. Senz’altro, le leggi del secondo dopoguerra hanno dato riconoscimento a questi istituti, in particolare nel bellunese. Anche nel territorio dell’Altopiano di Asiago si sono formati dei comitati per il riconoscimento e la ricostituzione delle antiche “Vicinie”. Il riconoscimento è subordinato ad un atto della Regione, la quale, per il momento, lo ha negato. E il ricorso presentato al Tribunale amministrativo regionale del Veneto non ha conseguito l’esito sperato: nel 2010, il giudice amministrativo ha avallato la volontà della Regione. L’unica via possibile è un riconoscimento ad hoc con legge regionale. Questo cammino è stato iniziato dal Consiglio regionale del Veneto con un progetto di legge del 2008, ma si è ancora in attesa della sua approvazione. Il progetto si compone di un solo articolo: a parte il riconoscimento delle antiche Vicinie nel comma 2, il comma 3 identifica il patrimonio delle stesse con i «beni agro-silvo-pastorali attualmente amministrati dai Comuni di Asiago, Conco, Enego, Foza, Gallio, Lusiana, Roana, Rotzo […], nonché i beni immobili acquistati con i proventi derivanti dall’utilizzo dei beni delle Vicinie finora amministrati dai Comuni». Si tratta di una formula di riconoscimento che pone a carico delle Regole un ufficio non facile: la gestione del territorio agro-silvo-pastorale, la sua rivalutazione, le decisioni sugli investimenti finalizzate allo sviluppo di questo territorio e compatibilmente con la preservazione dell’ambiente, di cui peraltro, da tempo, sono artefici le Regole bellunesi. Questo saggio propone dunque una riflessione su queste tematiche, anche per capire quale può essere il futuro di una parte importante della realtà montana del Veneto.

 

 
Sommario: Una premessa: dalla mortificazione concettuale e storica della proprietà collettiva al pieno riconoscimento normativo – Uno sguardo alle impostazioni teoretiche affermanti l’origine romanistica delle proprietà collettive. La loro inammissibilità secondo la tesi dell’origine germanica. Rilievi sulle prospettive metodologiche e di ricerca – Il caso particolare della proprietà collettiva nel Veneto: le radici germaniche e il dominio della Serenissima. La conservazione degli antichi diritti nei secoli della Repubblica – Alcune considerazioni sull’attuale progetto di legge regionale nel futuro della montagna altopianese dopo la decisione del TAR Veneto, sez. I, 29 gennaio 2010, n. 199
 
 
 
 
1. Una premessa: dalla mortificazione concettuale e storica della proprietà collettiva al pieno riconoscimento normativo
 
Rappresenta un consolidato luogo comune noverare favole, leggende, racconti e detti popolari, tra le manifestazioni più antiche e spontanee del passato, specie nelle piccole realtà locali[1]. Ciò può dirsi, in primo luogo, per lo stretto legame solidaristico che un tempo si manifestava all’interno della comunità[2], intesa non già nell’accezione moderna di un ente astratto, ma nel senso più appropriato di una sintesi degli individui: ove, cioè, i singoli si sacrificano adoperandosi per un bene comune a tutti[3]. In secondo luogo, su un piano materiale[4], nel rapporto, con le cose, nella gestione che anticamente avevano i pascoli, i boschi, le acque: essenziali mezzi di sopravvivenza e al tempo stesso preziosamente protette, a dispetto delle modalità di sfruttamento spesso mortificatrici di oggi. Lo svilimento delle terre collettive è stato il trapasso tra questo esistere nella comunità come parte integrante e il risolversi in chiave individualistica della vita e dell’economia, secondo l’espressione più matura del pensiero fisiocratico tradottosi in legge[5]. È sufficiente, per intendersi, pensare alla gestione comunale delle terre civiche, in talune circostanze estraniata dall’interesse collettivo, come d’altronde comprovano le alienazioni a favore di privati gerenti attività economiche ovvero l’assoggettamento a diritti reali[6] a giovamento di attività economiche private[7]. In sintesi: comprimendo e svalutando le terre collettive e non promuovendole con interventi adeguati sotto l’aspetto economico e tecnico nell’interesse della comunità locale[8]. Peraltro, come osserva Massimo Severo Giannini, anche quando il Comune agisce nella cura di interessi della collettività non esprime la volontà della comunità stessa. Si tratta, per la precisione, di quel «potere pubblico» – stando sempre alle parole del Giannini – di cui l’attività dell’ente Comune è espressione, ma che non può confondersi con la comunità cui accede per territorio il Comune medesimo nell’esercizio dei poteri previsti dalla legge[9]. Ovviamente rispetto a questa preliminare considerazione, non si può ignorare un’ulteriore riflessione, sostenuta con forza di argomenti dai giuristi tedeschi: che comunque si esplichi l’organizzazione della comunità, le decisioni sono l’espressione di suoi poteri e di sue facoltà, che trascendono l’interesse del singolo comunista, tanto che in ciò si giustifica l’ascrizione – voluta per legge – della personalità giuridica[10]. Eppure il progetto di legge regionale n. 296 del 2008, che vuole ricostituire le Vicinie nell’Altopiano di Asiago, si prefigge il ritorno a queste antiche proprietà, con lo scopo di preservare il territorio montano e di rendere tangibile l’art. 44, u. c., Cost. – «La legge dispone provvedimenti a favore delle zone montane»[11] – l’art. 11, c. 1, l. n. 1102/1971 – «Il patrimonio antico delle comunioni è trascritto o intavolato nei libri fondiari come inalienabile, indivisibile e vincolato alle attività agro silvo pastorali»[12] –. Tale regime pro-indiviso si impone, peraltro, ai discendenti degli antichi originari, che ne sono i diretti titolari e gerenti[13] e sono dotati, ancora, della legittimazione ad agire individuale contro eventuali usurpazioni[14]. Il vincolo sui beni comuni è senz’altro più rigido di quello previsto per i beni civici[15]. Ma quali sono state in passato le ragioni del riconoscimento delle proprietà collettive?
L’ammonimento di Tacito, «corpora… lente augescunt, cite exstinguuntur», è stato, per i giuristi di un tempo, prediletta citazione; forse in una paradossale rappresentazione di come le conquiste, dopo lungo tempo e a costo di enormi sacrifici conseguite, possano facilmente cadere; ed è anche questo il caso delle varie manifestazioni delle proprietà collettive esistenti in Italia da secoli[16], che furono facilmente colpite dal decreto napoleonico del 25 novembre 1806[17]. D’altra parte, però, in quegli anni molti salutarono le recenti innovazioni napoleoniche: quella libertà dello spirito che avrebbe smantellato l’Antico Regime portando all’epoca nuova. La sintesi del pensiero illuminato fu: farsi guidare dalla ragione e non dalla tradizione. Secondo un aneddoto, in una lettera Hegel avrebbe scritto, riferendosi a Napoleone: «Ho visto lo spirito del mondo seduto a cavallo, che lo domina e lo sormonta». Era la visione di un’epoca nuova che Napoleone apriva e in cui anche la proprietà, disciplinata dal Code Civil, era diretta espressione, ed antitesi epocale alle eteronome concezioni “delle” proprietà d’Antico Regime. La liberazione delle cose come complementare alla libertà dell’individuo, secondo i dettami della rivoluzione[18]: come può evincersi dalla stessa Dichiarazione dei diritti del 1789.
Nell’Italia post-unitaria seguirono provvedimenti dello stesso tenore, quali le ll. 24 giugno 1898, n. 5489, e 4 agosto 1894, n. 397. Poi, in via definitiva, la l. n. 1766 del 1927, che in continuità con la legislazione napoleonica e con l’atteggiamento di una parte della dottrina assimilava realtà diverse sotto il nome di uso civico provvedendo alla relativa affrancazione[19], secondo una rappresentazione che è tipica dello Stato moderno sin dalla sua nascita: la formulazione di «corpi organici di diritto legislativo destinati a fronteggiare e, infine, sconfiggere la frammentazione giuridica di cui le tante fonti del diritto materiale erano state, fino ad allora, le cause…»[20]; la tendenza uniformizzante della proprietà, il suo definitivo inquadramento nella logica del formalismo positivista[21]. Anche per la sent. 25 maggio 1963, n. 87, della Corte costituzionale, di cui fu relatore Giovanni Cassandro, la legge del 1927 avrebbe ricondotto ad unitaria disciplina realtà invero aventi «origini e svolgimenti localmente differenti». Cosicché gli statuti speciali, nella consapevolezza dell’arbitrio di questa legge, hanno riconosciuto competenza primaria alle Regioni ed alle Province autonome sul tema[22]. La Corte osserva «il proposito del legislatore costituente di rimediare a codesta artificiosa uniformità, disponendo che la materia degli usi civici fosse regolata dal legislatore regionale e in difformità dalle leggi dello Stato in quelle Regioni, segnatamente in quelle alpine, dove si sono conservate tenaci tradizioni e consuetudini che possono essere ricondotte ad usi antichissimi, romani e germanici, e dove le condizioni geografiche e la natura degli ordinamenti agrari impongono regole particolari nell’uso dei boschi e dei pascoli»[23]. D’altra parte, il legislatore imperiale, con l. 7 giugno 1883, n. 94, indirizzò la sua politica nel senso della liquidazione degli antichi diritti. Però, in un secondo tempo, si rese conto che ciò finiva per contrastare, quasi per natura, con le esigenze delle comunità locali. Per questo, pur proseguendo sulla strada di questo indirizzo politico, lo attenuò con l. 9 giugno 1909, n. 37, valevole per la contea principesca del Tirolo, regolando l’affrancazione dei diritti di godimento della legna, dei pascoli e dei prodotti forestali, nonché le servitù boschive.
«Uso civico» è, per la precisione, una dizione che attiene a diritti sorti a seguito di un’investitura feudale ovvero come infeudazione di terre comuni[24]: il feudatario concede alla popolazione la conservazione dell’uso sul proprio dominio, rimanendo fermo, però, il corrispettivo nemo dat non habet. L’antica massima sull’uso civico, ubi feuda, ibi demania – dovuta, sembra, alla prammatica De Baronibus del 1535 di Carlo V –, è appunto tradizionalmente addotta per riassumere la vicenda originaria di tali diritti[25], un tempo fortemente tutelati, come dimostra la giurisprudenza napoletana, che arrivò a definirli come imprescrittibili e fondati sul diritto naturale.
L’uso civico è lontano dalla storia e dalla tradizione socio-culturale, se non antropologica, delle proprietà collettive; ciò vale con particolare riguardo per la montagna veneta, che gli studiosi ritengono più vicina all’esperienza iure germanico delle mani riunite e qualificata, ma non senza critica, come condominium iuris germanici. Sicché, come sottolinea il Cacciavillani[26], «è evidente che tra i due istituti esiste radicale antiteticità ed incompatibilità: la proprietà collettiva ha di solito titolo originario (per antica occupazione delle terre nullius) ed è diritto pieno ed esclusivo sui beni che ne sono oggetto; l’uso civico ha invece di solito titolo derivativo (investitura) e contenuto parziale (non comporta l’intera disponibilità del bene) e non esclusivo, perché “convive” col diritto di proprietà “altrui”». Notevole è stata sul punto la battaglia intellettuale condotta dal prof. Bolla dell’Università di Firenze, attento studioso e ottimo conoscitore della realtà alpina delle proprietà collettive alpine[27].
Di questa distinzione è stato consapevole il legislatore del 1948, che ha ritenuto opportuno dettare per le Regole del Cadore una disciplina a sé stante, avulsa cioè dalla legge del 1927[28]. Il d. lgs. 3 maggio 1948, n. 1104[29] (c.d. «decreto Segni») nacque sulla spinta che a livello politico diedero le Regole e all’opera di diffusione culturale su questo tema. Un certo rilievo ebbero anche alcune pronunce commissariali di poco precedenti. Comunque, il decreto riguardò essenzialmente il Cadore[30], in quanto le Regole ampezzane – sul punto patrocinate dal Bolla – non accettarono la presenza del controllo da parte della Giunta Provinciale Amministrativa sui bilanci preventivi della Regola[31]. Seguirà, su questa corretta direzione, l’art. 34, l. 25 luglio 1952, n. 991 (c.d. «legge Fanfani»), per cui «nessuna innovazione è operata in fatto di comunioni familiari vigenti nei territori montani nell’esercizio di attività agro-silvo-pastorali; dette comunioni continuano a godere e ad amministrare i loro beni in conformità dei rispettivi statuti o consuetudini riconosciute dal diritto anteriore». L’autonomia statutaria, ma anche amministrativa e gestionale, delle comunità familiari montane, fu confermata anche dal regolamento di attuazione della l. n. 991/1952[32]. Comunque, nonostante questi importanti passi, è da dire che non sempre i giudici si sono adeguati a questa ratio, persistendo, in alcune decisioni, ad equiparare ancora le proprietà collettive all’uso civico: un’errata tendenza che è stata definita dal Romagnoli «meridionalistica»[33]. Questa, d’altronde, è stata la principale motivazione che portò ancora le Regole ampezzane e cadorine ad un’ulteriore spinta nel chiaro riconoscimento dell’autonomia delle Regole da altre realtà: l’approdo consistette nella già cit. l. n. 1102/1971[34]. Degno di rilievo, peraltro, è l’art. 10, c. 2, di questa legge, col quale si esclude che le Regole siano assoggettate alle norme sull’uso civico[35]. Nel Veneto seguirono le ll. reg. 3 maggio 1975, n. 48[36] e n. 49[37], nonché il reg. 24 maggio 1975, n. 5, sulla pubblicità degli atti delle Regole comelicensi ed ampezzane. Va peraltro constatato – seguendo anche un rilievo del Pototschnig[38] – che il succedersi di queste leggi ha generato non poche difficoltà sul piano interpretativo, specie con riguardo alla corretta qualificazione giuridica delle Regole. Pertanto, l’allontanamento dall’uniforme regime della legge del 1927 si avvicina ad essere completo e percorribile per le altre esperienze di proprietà collettiva esistenti nel territorio, dopo la l. 31 gennaio 1994, n. 97[39], seguita dalle numerose leggi regionali, compresa la l. reg. Veneto 19 agosto 1996, n. 26. Ed è interessante proprio la definizione che in termini generali ha dato il legislatore veneto alle Regole quali «…comunità di fuochi-famiglia o nuclei familiari proprietarie di un patrimonio agro-silvo-pastorale collettivo, inalienabile, indivisibile ed inusucapibile…», a conferma del cammino che è stato percorso nel riconoscimento delle peculiarità di questi istituti.
Per lo meno, il legislatore ha cercato di conservare le proprietà collettive residue, consentendo agli antichi originari una gestione coerente con i bisogni locali e di preservazione del territorio. Ciò, da ultimo, è dimostrato anche dalla recente l. reg. Veneto 21 novembre 2008, n. 21, che all’art. 13 – epigrafato: «Costituzione coattiva di servitù» –, c. 1 seconda parte, dispone: «La costituzione coattiva di servitù [di impianti e piste da sci] non è ammessa nel caso di terreni di uso civico o di beni costituenti patrimonio antico delle Regole di cui alla legge regionale 19 agosto 1996, n. 26, “Riordino delle Regole” e successive modificazioni». Senz’altro, in questa disposizione si conferma ancora una volta il vincolo di destinazione del bene regoliero nell’interesse della collettività ed è facilmente desumibile che questo vincolo sia diretto ad impedire il disboscamento delle vaste aree boschive per l’esercizio di attività sportive invernali[40].
 
2. Uno sguardo alle impostazioni teoretiche affermanti l’origine romanistica delle proprietà collettive. La loro inammissibilità secondo la tesi dell’origine germanica. Rilievi sulle prospettive metodologiche e di ricerca
 
Nell’evoluzione degli studi giuridici e nella pratica forense non c’è stata, però, sempre chiarezza di posizione – frutto, forse, di un ostinato preconcetto – sulle caratteristiche tipiche e peculiari che hanno contrassegnato la gestione delle terre collettive[41]. Non vi sono ragioni per tacere sul fatto che, in primo luogo, proprio gli storici del diritto che in passato si sono occupati, in generale o incidentalmente, della proprietà avevano limitato il loro campo d’indagine e di ricerca alla mera evoluzione storica degli istituti e dei concetti, con risultati che, sia pure corroborati da una valorosa e ricca erudizione, apparivano al tempo stesso privi di un’effettiva rispondenza ai concreti svolgimenti dei rapporti storico-sociali, cioè di quelle fondamenta che fossero in grado di far capire il perché esistessero e come concretamente operassero gli istituti[42]. Ciò può essere detto, con particolare riguardo, per la dottrina del tardo Ottocento, forte del contemporaneo insegnamento della Pandettistica e, probabilmente, ancora troppo lontana dalla radice profondamente sociale degli istituti giuridici e dell’importanza che essi rivestivano per la società: «[I]l sapere giuridico – nota Antonio Manuel Hespanha[43] – garantiva la sua scientificità con il formalismo, con il rifiuto di oltrepassare, nelle sue costruzioni, la preoccupazione del rigore concettuale e di invischiarsi in considerazioni di fondo sulla giustizia materiale dei risultati». L’argomentazione che fece propria la dottrina tedesca, avversa a quello stretto dogmatismo fondato sulla sistematica del codice, può riassumersi in questi termini: che gli istituti giuridici non sono una creazione del legislatore, della sua volontà più o meno arbitraria, ma hanno un retroscena storico, culturale e sociale; ed è in questo retroscena che il diritto va cercato nella sua origine e nel suo fondamento. Nell’opera di Friedrich Carl von Savigny è presente questo assunto, al quale – invero non mancando l’influsso del pensiero kantiano – egli fa seguire, quale ultimo stadio, l’attività di elaborazione scientifica del giurista, e non un codice che cristallizza il diritto di un popolo esistente in un determinato tempo. Il Volk è di per sé natürliche Einheit, ed in esso si risolve la regola: questa non è la creazione di un’astratta valutazione, ma è la realizzazione che il giurista opera dell’azione del popolo, espressione di una forza libera e spontanea, che egli deve studiare e conoscere[44]. Per questa ragione il rischio principale, in definitiva, consiste nell’inquadrare in categorie predefinite, sotto la spinta di un estremo dogmatismo concettuale, realtà diverse o, addirittura, antinomiche: come ci apprende, peraltro, la legislazione voluta per la liquidazione delle forme di godimento comune delle terre variamente manifestatesi fin dall’epoca del diritto comune ed in essa descritte, assai impropriamente, con la denominazione «usi civici»[45].
È interessante notare, anche al fine di rafforzare questa premessa, la diversa accezione del concetto di esperienza giuridica maturata nel positivismo giuridico – assai formalizzante, tanto da associare l’esperienza a quanto è formalmente definibile come valido – rispetto alle correnti ‘anti-intellettualistiche’ o ‘neoromantiche’, manifestatesi all’inizio del XX sec. Secondo Enrico Opocher[46], queste ultime correnti avevano dimostrato una maggiore attenzione «all’approfondimento dell’incidenza del “metagiuridico” sulla vita del diritto… Lo sfondo resta naturalmente quello della crisi della statualità del diritto e del tentato recupero delle dimensioni sociali del fenomeno giuridico».
L’origine della proprietà collettiva è stata ampiamente dibattuta dagli studiosi ed è ancora discussa e controversa, così come il coevo tema dell’uso civico. Probabilmente, sul piano metodologico non è da respingere del tutto il riferimento alle radici romanistiche, specie delle forme di godimento delle terre comuni nell’epoca arcaica, cui gli antichi letterati romani – specialmente i gromatici, come Igino, Festo e Frontino – richiamavano la pastorizia alle radici dell’economia del popolo romano, e dove, addirittura, era quasi evanescente la distinzione tra possesso e proprietà[47]. Non a caso il giureconsulto Paolo ricorda nell’origine della proprietà il possesso: «Dominiumque rerum ex naturali possessione coepisse»[48]. E, ancora, è altrettanto decisiva la frequente citazione dei compascua e delle silvae da parte dei giureconsulti: un uso antico per provare, in primo luogo da parte dei retori, la gestione dei pascoli e dei boschi comuni. La citazione di esempi anche nella letteratura antica potrebbe quasi cadere nell’ovvio, tanto sono importanti. Uno per tutti: il De re rust. di Varrone, che ricorda il governo del bestiame, la gestione dei pascoli, le relative actiones[49].
Possono essere annoverate le forme particolari di gestione dei pascoli, delle selve e delle paludi di nuova conquista conosciute nel diritto romano come silva et pascua Coloniae Augustae Concordiae[50]. C’era una parte dei pascoli appartenenti alle Colonie che dava diritto all’uso delle relative utilità; queste terre erano inalienabili proprio in forza del vincolo di destinazione su di esse costituito (communalia, pro indiviso): dunque, si potrebbe dire, “pubbliche”, quanto al dominio formale, ma accompagnate all’uso promiscuo da parte dei privati. Gli agrimensori, in epoca imperiale, ragionavano di «habere in commune»[51]. Altre terre pubbliche, invece, limitavano il conferimento al diritto di pascolo a vantaggio della comunità col corrispettivo del pagamento di un canone (c.d. scriptura)[52]. Infine, c’erano delle terre su cui si costituiva un condominio da parte di coloro che avevano delle proprietà vicine (cc.dd. communiones)[53]. Secondo Schupfer[54], il termine communalia si trova testimoniato anche in epoca medievale, dov’era frequente il riscontro del vocabolo «communaglia»; poi aggiunge: «[E]videntemente una condizione di cose simile a quella dei Germani». Il fatto che Brugi evochi quest’ultima tipologia di terre – sulla cui qualificazione aveva mutato opinione, rispetto a quella prima esposta nell’opera sugli agrimensori del 1887 – ha un peso molto importante per tutta la storia del diritto italiano, specie per il rilievo dato dallo stesso romanista sulla continuità nel periodo medievale[55]. Anche per Savigny la legge romana sui communalia si era conservata in epoca medievale dopo le invasioni.
Meno plausibile è la tesi che poggia su basi decisamente più dommatiche, cioè tese ad inquadrare il fenomeno nel condominium romano. Più precisamente, la titolarità plurisoggettiva di una cosa è inquadrata e portata ad unità mediante la categoria del condominio; istituto del quale ha risentito notevolmente il diritto civile moderno[56]. Nonostante poi qualche opinione sia tesa a sostenere che il condominio non rientrasse nella figura propria del dominio ma costituisse una figura a sé, dev’essere però preferita la tesi opposta, soprattutto espressa da Bonfante[57], per cui i Romani non ragionavano mai per il condominio di uno speciale tipo di proprietà, ma di un’appendice della proprietà. Anche nel diritto moderno la pluralità soggettiva non è tale da mutare la natura della proprietà, cioè da distinguerla dal dominio individuale. Peraltro, il fatto che si sarebbe giunti alla divisione della cosa comune – soprattutto attraverso la via giudiziale, come ricorda il giureconsulto Paolo[58] – e la conseguente nascita delle proprietà individuali, fa capire che il concetto astratto di quota ideale è stato anche considerato come un espediente necessario per portare ad unità la natura plurisoggettiva della proprietà, ma pur sempre allo scopo di giustificare l’unicità della proprietà, la sua singolarità sul piano proprio della concezione scientifica[59]. Effettivamente, anche le fonti romane non sembrano affatto contemplare il condominio come un istituto a sé stante e distinto dalla proprietà. C’è stata in dottrina anche una riflessione poggiante più che su dati e fonti storiche su una premessa logica per delineare la peculiarità del condominio: essendo il diritto di ciascun condomino sul bene comune delimitato funzionalmente dall’esercizio del diritto dell’altro condomino, non se ne può che dedurre la seguente conclusione: il condominio esprime un diritto che per il singolo condomino non è equiparabile alla proprietà piena individuale, così, in definitiva, assumendo la natura di un diritto diverso[60]. Come si risolve allora il problema? Con un’astrazione: in pratica si estende al condominio la fictio della personalità giuridica, uno status ben accettato dalla letteratura a cavallo tra il XIX ed il XX sec. ed esteso anche alla proprietà collettiva[61]. Comunque, tali ricostruzioni tendenti a equiparare la proprietà collettiva al condominio romano possono essere respinte almeno da due punti di vista. In primo luogo che l’estensione delle categorie astratte del condominio alla proprietà collettiva confligge con l’assunto per cui se nell’epoca romana sono esistiti dei diritti della collettività su boschi e pascoli, questi, innanzitutto, non trovavano la loro origine in quelle categorie dommatiche tipiche del regime proprietario di diritto privato comune; e, secondariamente, che si può riscontrare al più nei diritti degli abitanti delle colonie una radice storica dei diritti in re aliena, magari conservati dagli invasori barbari in quanto non contrastanti con le assodate e diversificate esperienze collettivistiche di gestione delle terre da loro stessi conosciute[62].Lo avrebbero dimostrato, già in epoca medievale, i giureconsulti, che nella ricostruzione del dominium nelle sue diverse manifestazioni di fatto, si sono allontanati dal tradizionale testo romano-bizantino oggetto della loro opera esegetica[63].
L’opinione seguita dalla prevalente parte degli studiosi considera maggiormente attendibile l’origine germanica delle proprietà collettive, più precisamente sul modello del condominio a mani riunite[64]. Su un piano strettamente probatorio, questi studiosi fanno riferimento a ragioni non solo di carattere storico – cioè lo stanziamento di popoli tedeschi nelle zone dell’ex impero e, quindi, nelle zone alpine nell’età di mezzo – ma altresì di carattere giuridico, visto che si è contestato il fatto che i barbari possedessero una cultura giuridica[65]. A riguardo Pugliatti osserva che «la proprietà spetta ai componenti il gruppo, come collettività; cioè non spetta ai singoli come tali, né alla totalità personificata. Non si ha, cioè, né una proprietà solitaria di una persona giuridica, né un condominio di tipo romano tra più persone fisiche. Siamo in presenza di una proprietà collettiva, per la quale, adottando una forma storicamente individuata, si può fare riferimento alla comunione di tipo germanico»[66]. Tuttavia, Pugliatti ritiene possibile un «amalgama» di diverse realtà nell’epoca medievale, compreso il diritto romano[67].
La letteratura più recente non ha mancato di avvicinare allo studio delle proprietà collettive, e, più generalmente, delle situazioni reali dell’epoca medievale, la produzione letteraria tedesca ricadente tra la seconda metà del XIX e gli inizi del XX sec. I giuristi tedeschi dell’epoca – in particolare delle correnti storiche ed istituzionistiche –, infatti, stavano combattendo un’ultima battaglia per conservare le antiche consuetudini dei popoli tedeschi contro la codificazione tanto desiderata, come ultimo stadio dell’attività scientifica di sistemazione concettuale del diritto, dalla Pandettistica, specie nel concetto unificante di abstrakte Eigentum[68]. L’astrattezza su cui si fondò il legislatore otto-novecentesco veniva criticamente osservata come assai lontana dalla realtà dell’antico diritto germanico, di cui la proprietà comune poteva considerarsi il più alto diritto della stessa collettività; la deutsche Rechtswissenschaft più attenta alle specificità delle stirpi germaniche aveva a tale riguardo ascritto a tale, mutevole, realtà il concetto di Gesammteigentum; concetto che sintetizzava sul piano, per così dire, dell’«esteriorità» giuridica una realtà invero manifestamente complessa[69]. Fondamentale la teoria organica di Otto von Gierke, che aveva percepito come la collettività fosse intrinsecamente entificata, a prescindere dall’esistenza di uno specifico riconoscimento normativo; e ciò senza originare alcuna dialettica conflittuale dell’individuo alla comunità, ma reggendosi su un’immanente compenetrazione dell’uno nell’altra[70]. Cosicché, nella teoria organica l’associazione risulta più forte, più intensa rispetto alla persona giuridica del diritto romano: nella Gemeinschaftseigentum comunità e terra si completano vicendevolmente[71]. Probabilmente a conclusioni non dissimili dalla teoria organica perviene Ferrara, il quale parla dell’antica comunità germanica come un quid che trascende la nozione moderna e ad essa estranea di persona giuridica, collocandosi in un processo storico-sociale completamente diverso[72].
Come si può constatare, la contrapposizione tra le correnti dottrinali, divise sull’origine romanistica o germanica della proprietà collettiva, appare, probabilmente, scarsamente risolutiva. Invero, in epoca altomedievale la proprietà collettiva è stata sicuramente una conseguenza delle invasioni barbariche – come si può riscontrare indiscutibilmente nelle zone alpine, ove molte sono le analogie con le antiche forme organizzative germaniche –, ma questo non esclude che vi siano state delle manifestazioni prettamente autoctone o, magari, di conservazione di antichi istituti romani[73] ovvero assembrati con quelli germanici, che si sono riscontrati in determinate zone. Scrive in sintesi Capograssi[74]: «Il problema della proprietà in termini generali e astratti non esiste, benché non si cessi di trattarlo così, fastidiosamente e ostinatamente, facendogli perdere la sua precisa originalità. Il problema della proprietà è sempre il problema della proprietà come hic et nunc si pone». La proprietà collettiva – o, se si vuole, più correttamente, le varie manifestazioni di uso collettivo – ha radici risalenti nel tempo, di certo le popolazioni germaniche non possono considerarsi estranee. Però, non si può nemmeno credere che sia possibile trarne un’unitaria classificazione sul piano scientifico senza il rischio di cadere in un vizio d’impostazione[75]. Il che conduce ad un’ulteriore e conseguente riflessione: la natura di questo legame tra l’uomo e la terra, dove questa diventa il suo mezzo necessario di sostentamento, evidentemente era comune a molte popolazioni, anche di origine diversa e non collocabile esclusivamente nelle terre germaniche[76]; a loro volta queste ultime dovevano avere delle proprie e peculiari caratteristiche, poi diffusesi nell’Alto Medioevo nelle zone dell’arco alpino italiano con manifestazioni e progressioni diverse[77]. Osserva Paolo Grossi che il rapporto tra uomo e cosa non è più costituito da una prevalenza del primo sulla seconda, seguendo la concezione che si legge anche nella metafisica medievale[78]. Nell’Alto Medioevo, prosegue lo studioso, «né crisi, né acme di civiltà, non romano e non germanico, né momento di luce né di tenebra, ma un enorme sovvertimento nell’ordine dei valori d’una società, un’esperienza permeata di un genuino, vitale naturalismo»[79]. Questa autorevole constatazione può trovare piena conferma solo in uno studio approfondito, sul piano storico ed antropologico, delle popolazioni e delle loro radici culturali e sociali[80], e che trova, peraltro, due fondamentali archetipi metodologici: partire dal reale come momento fondante dell’indagine e azzerare qualsiasi preconcetto contraddistinto dalla proprietà quale nucleo portante[81]. È noto, d’altra parte, che anticamente il rapporto tra l’uomo e il suolo era decisamente collettivo, non essendoci la proprietà individuale: «[E] questo è un fatto costante – nota Schupfer[82] – che si trova in Asia, in Europa, in Africa. Generalmente si comincia con la proprietà collettiva; e un occhio un po’ attento potrebbe scorgerne qualche traccia perfino tra i Greci e i Romani, quantunque questi due popoli abbiano conosciuto la proprietà privata… Più chiaramente essa si presenta tra gli Indiani, gli Slavi e i Germanici». Scrive altresì Pugliatti[83] – richiamandosi a Santi Romano – che «di proprietà collettiva, dunque, si parla legittimamente perché l’associazione non è ente distinto dai singoli e tuttavia non si risolve nella somma: è una unità collettiva a cui appartiene la cosa». I diritti dei singoli si riducono nell’unità organica della comunità, che è espressione collettiva, unitaria e indivisibile dell’insieme degli individui.
Infine, osserva ancora Grossi[84], «…quella vasta gamma di assetti fondiari, oggi prevalentemente ristretti all’arco alpino e alla dorsale appenninica, che trovano una costruzione paradigmatica nelle cosiddette “proprietà” comuni di consorti coeredi, dove la titolarità non è né del singolo né dell’ente ma della concatenazione incessante delle generazioni dei consorti».
 
3. Il caso particolare della proprietà collettiva nel Veneto: le radici germaniche e il dominio della Serenissima. La conservazione degli antichi diritti nei secoli della Repubblica
 
La proprietà collettiva nella montagna veneta è sopravvissuta sino alla caduta della Serenissima: e questo è aspetto comune che ha interessato anche l’Altopiano dei Sette Comuni. La presenza dei beni comuni a Venezia – nota Schupfer[85] – è dimostrato da documenti assai antichi, risalenti, appunto, all’Alto Medioevo: «[F]orse nello stesso patto con Liutprando se n’era fatto cenno: certamente li contempla quello con Lotario dell’anno 840». La Repubblica veneta, infatti, aveva riconosciuto le antiche forme di gestione dei pascoli e dei boschi montani affermatesi in epoca medievale o, forse, anche più anticamente, e riconosciute da Ezzelini, Scaligeri e Visconti, come, peraltro, la difesa del Comune di Rotzo constatò innanzi alla Corte d’appello di Roma nel 1949 al fine di paralizzare le pretese del Comune di Valdastico. Il legame delle diverse terre del Veneto alla Repubblica di Venezia avvenne in forza dei patti di dedizione, tra i quali spicca quello della Reggenza dei Sette Comuni, datato 20 febbraio 1404, secondo il calendario della Repubblica[86]. Ed è notevole che le succitate dedizioni non fecero affatto venir meno l’autonomia delle comunità locali né scalfirono il suo tradizionale contenuto. Non si trattò di un atto di sottomissione: anzi, l’autonomia fu conservata sino all’epilogo della Serenissima, decretato dal Doge Ludovico Manin il 12 maggio 1797[87]. In pratica, la sostituzione della Repubblica di Venezia alle vecchie signorie della terraferma non comportò affatto l’imposizione di un governo accentrato e di una legislazione uniformizzante; almeno questa constatazione può essere felicemente avanzata per le comunità esistenti nelle zone di montagna. Carattere tipico – o, se si vuole, peculiare – della Repubblica fu altresì la conservazione degli antichi privilegi[88]: come puntualmente avvenne per l’Altopiano dei Sette Comuni.
I Longobardi, ai quali la prevalente dottrina ritiene ascrivibile, se non in senso pieno, almeno la consolidazione della proprietà collettiva nella montagna veneta, arrivarono nel Nord Italia intorno al VI sec. d.C.[89]. La loro organizzazione si fondava sul legame agnatizio e sul vincolo di sangue: il gruppo parentale[90], denominato Fara o Farra, può essere considerato il nucleo essenziale dell’assetto sociale[91]. Come lo è il Colonnello per le Vicinie. In circa duecento anni di dominio, il popolo longobardo incise in modo consistente sull’assetto sociale e sulla gestione delle terre, tanto da sopravvivere anche con la conquista dei Franchi, avvenuta nel 774, sebbene limitatamente alle zone montane. In pianura fu risoluta, invece, la diffusione del feudalesimo, anche con la Serenissima[92]. Sotto il profilo della proprietà terriera, il regime collettivistico era decisamente avvinto all’organizzazione sociale: differenza significativa rispetto al feudalesimo, che concentrava nel signore feudale il dominio della terra, quasi assoggettandovi la comunità; del resto, la comunità stessa si adoperava per cercare la protezione del feudatario[93]. A questo riguardo, il Venezian[94] scrive che la proprietà collettiva non è stata il frutto di «aggregati artificiali» ma dell’estensione naturale della famiglia, che è resistita molto più a lungo rispetto ad altre formule aggregative. Questo organismo sociale, fondato sul villaggio o sulla tribù, è recuperato in dottrina col concetto di Gemeinschaft zur gesammten Hand[95]; nozione che si deve alla dottrina tedesca nel XIX sec. e che sta a designare i beni della comunità, in cui ciascun comunista traeva godimento in ragione dei propri bisogni. Il governo della terra, inoltre, si poggiava sull’autorità della consuetudine, che, come si sa, costituiva la fonte prediletta dei popoli germanici[96]. Ne era la prova l’uso di segnare i confini con pietre, pilastri o alberi piantati con grandi cerimonie[97]. Una volta l’anno, poi, i Vicini visitavano solennemente i confini alternando dei riti religiosi. La comunità era decisamente solidaristica: esisteva un vero e proprio «spirito cooperativo»[98], in cui tutti dovevano rispettare le decisioni prese per il bene collettivo[99]. Inoltre, confermativo del vincolo solidaristico è il fatto che non esistevano «quote» individuali di proprietà della terra[100]: ognuno lavorava secondo le sue capacità e per il bene della complessiva comunità.Peraltro, sono da ricordare anche le leggi dei Visigoti e dei Borgognoni, che riconoscevano la proprietà comune di prati, pascoli e boschi, e ne regolavano i criteri di soluzione delle controversie[101].
Ciò considerato, è da osservare che alcune forme organizzative della montagna, a prescindere poi dalla loro organizzazione (Regole, Vicinie, Società di antichi originari), possono essere utilmente richiamate per confortare l’ipotesi intesa a sostenere il legame con le comunità di origine germanica: come l’utilizzo di termini di derivazione germanica, specie per denominare le zone in cui è ripartito il territorio e, cosa ancor più notevole, l’accostamento dei nomi delle località, investite dal comune godimento, ai nomi propri delle famiglie[102]. Il sistema peculiare dei popoli germanici era senz’altro congeniale alla stessa esistenza dell’uomo nella comunità di villaggio[103]; peraltro, agevolato dalle condizioni dell’epoca altomedievale, che aveva contribuito non poco a radicare consistentemente il rapporto dell’uomo con la terra[104]. La terra, essa stessa generatrice del diritto: diritto e fatto stabiliscono, in quest’epoca, una relazione simbiotica, necessaria[105]; la terra di nessuno che veniva appresa dagli uomini che promiscuamente ne ricavavano le utilità necessarie per il quotidiano sostentamento. Immaginiamo come questo legame sia stato ancor più evidente nelle zone alpine e prealpine[106]. Scrive a riguardo Cacciavillani[107] che il feudalesimo non ha trovato affatto terreno fertile su cui radicarsi nelle zone montane; in esse sono risultate, invece, più congeniali le «forme di aggregazioni “paesane”… I Colonnelli e le Regole (o fabula) agirono come fattori di conservazione delle forme di proprietà collettiva, costituente la dote essenziale della gente della montagna: ecco perché lo stesso vocabolo, “regola” indica l’oggetto, la terra che la costituisce, “gente”, che l’abita e la coltiva su di essa e di essa vivendo, e la norma che disciplina il rapporto dell’una con l’altra». In sostanza, la gente della montagna aveva conservato – lontano da esterne ingerenze – la proprietà collettiva di derivazione germanica e l’antico vincolo solidaristico.
 La Serenissima accettò l’autonomia di queste comunità, formate dagli «Originarj» o «antichi abitatori», come li denominava l’attenta legislazione veneziana, e i loro usi[108]. Premesso questo, si deve chiarire che il concetto di comunità (l’antica universitas incolarum) e quello di originari (gli antichi nuclei familiari fondati sullo ius sanguinis) costituiva un’identità perfetta, nemmeno scalfita dalla presenza della gente col tempo proveniente da altri luoghi (i forestieri o forenses). Il forestiero, infatti, poteva essere proprietario, a titolo di dominio privato, di case o terreni, ceduti dall’originario dominus, ma non aveva titolo giuridico per godere delle terre boschive e pascolive costituenti i domini collettivi[109]. Diversamente, però, Raffaglio[110] ritiene che il rapporto d’incolato sorgesse non in forza di qualsivoglia legame parentale o di ius sanguinis, essendo, invece, fondato su una sorta di ius loci, contraddistinto dalla residenza in un certo luogo[111]. Questa peculiarità, comunque, fu tenuta in stretta considerazione da Venezia, che non mancò di produrre una normativa in materia di incolato, anche al fine di risolvere le non poche ed annose controversie tra gli originari ed i forestieri. Ma la legislazione diede coronamento alla politica diretta alla conservazione delle proprietà collettive montane e, contestualmente, rimase una sorta di “prerogativa” della montagna; non a caso, infatti, nelle zone di pianura anche gli “estranei” partecipavano attivamente da tempo all’uso dei beni comunali, tanto quanto gli originari[112]. Gli statuti o laudi delle comunità[113] – che erano una manifestazione evidente di autonomia, anche di segno normativo, di cui s’avvaleva l’assemblea dei regolieri – prevedevano specifiche sanzioni nei confronti degli originari che consentivano ai forestieri di godere delle proprietà collettive[114]. Ovviamente, per quanto concerne specificamente gli originari, previsione costante era la trasmissione del loro diritto per via ereditaria[115]. Ciò premesso, non va taciuto, comunque, che l’autonomia era tale che il laudo poteva prevedere l’ingresso nella Regola (o Vicinia) dell’estraneo: seppure, sovente, subordinandolo ad una decisione dell’assemblea dei regolieri e alla sussistenza di certi requisiti (come il pagamento di una somma di denaro o la residenza del forestiero per un certo periodo di tempo o il matrimonio con un appartenente alla Regola: c.d. ius matrimonii)[116]. Peraltro, l’eterogeneo trattamento dei forestieri – desumibile, appunto, dalle previsioni non uniformi dei laudi – aveva indotto la Serenissima ad intervenire normativamente, imponendo, alla fine, con la terminazione dei Sindaci Inquisitori di Terra Ferma del 28 aprile 1674[117], delle disposizioni comuni «per troncar le liti tra gl’Originarj e Forastieri»[118]. Si facevano comunque salvi gli usi più favorevoli per i forestieri. Singolare, invece, il caso della Reggenza dei Sette Comuni, che s’oppose alle disposizioni veneziane recate dagli «Ordini Bragadin» del 12 maggio 1642, considerate come una violazione dei «privilegi» già riconosciuti in forza delle dedizioni del 20 febbraio 1404[119]. Conseguentemente, il Maggior Consiglio intervenne il 29 settembre 1754 per il solo territorio dell’Altopiano riconfermando le antiche consuetudini in materia e l’autonomia statutaria, nonché eliminando ogni automatismo d’ingresso nelle Vicinie[120]. In pratica, solo l’assemblea della Vicinia avrebbe deciso sull’ammissione del forestiero[121]. La soluzione meno auspicabile di questo problema, però, giunse col decreto del Regno italico n. 225/1806, che attribuiva all’amministrazione delle Municipalità i beni che prima erano amministrati dagli antichi originari, senza però – come sembra dire correttamente la Corte d’appello di Roma, sez. usi civici, 29 luglio 1949[122] – farne conseguire anche l’assegnazione in proprietà.
Condivisibile il rilievo di Gian Candido De Martin[123]: «…l’analisi delle vicende storiche delle regole – anche sulla scorta di alcuni documenti e laudi antichi – conduce a ritenere più verosimile (al di là della iniziale occupazione di territorio ad opera di più antichi abitatori) la progressiva formazione di comunità locali tendenzialmente chiuse (soprattutto per ragioni di difesa), tuttavia non indispensabili, ma anzi disposte ad accettare (mediante deliberazione dei capifamiglia) nuovi immigrati, perché insediati in modo stabile con un “fuoco” (e non residenti occasionali o temporanei) e purché disponibili al lavoro sui beni agro-silvo-pastorali…». Tali modalità di ammissione consentivano ai forestieri di «integrarsi nel tessuto socio-economico locale». Questa è un’ulteriore dimostrazione della complessità del tema, sfociato, come dicevamo, in diverse occasioni, in liti giudiziarie tra antichi originari ed estranei per il riconoscimento dei diritti di partecipazione alla Regola ed al suo patrimonio. Peraltro, si trattava di forestieri che erano da lungo tempo (e per generazioni) residenti nel territorio. Conseguentemente diversi laudi hanno tenuto conto di questo aspetto, consentendo l’inserimento nella comunità regoliera (e, di conseguenza, l’iscrizione nella propria anagrafe) di estranei da tempo positivamente integrati nel territorio[124].
Tale conflitto allo stato latente, tra antico originario-agnatizio e forestiero-immigrato, avrebbe però esteso i suoi confini al rapporto tra Regola e Comune di derivazione napoleonica, determinando tra queste realtà una compresenza antitetica nello stesso territorio: con la l. n. 1766/1927 – specialmente l’art. 26 – s’intese vincere l’antico conflitto preferendo la supremazia pubblicistica del Comune, come già fece il decreto vicereale del 1806; in sintesi, il tratto comune della legislazione eversiva: l’apertura dei terreni di uso civico a tutti i cittadini del Comune o della frazione quale risultato ultimo[125]. Diversa, invece, sarà la ratio ispiratrice delle leggi che dal 1948 in poi si sono susseguite nella regolamentazione delle Regole (e delle altre similari realtà), dando ragione al diritto anteriore, cioè ai diritti esercitati secundum antiquam consuetudinem della comunità[126].
Dunque, la prima utile conclusione cui si può pervenire è che la montagna veneta sia sempre stata caratterizzata, nonostante il mutare del dominio politico, dalla continuità della proprietà collettiva, resistita anche nell’epoca moderna, a differenza della pianura del Veneto, travagliata da frequenti guerre e da dispute di ogni tipo[127]. Basta considerare che le terre del Cadore non erano state interessate dalla legislazione veneta sulla distinzione tra beni comunali, assoggettati al dominio eminente della Repubblica Serenissima, e i beni comuni, di appartenenza della comunità: tutto era appartenente alla comunità, assieme alla sua autonomia regolatoria[128]. Questo è valso anche per il caso dei Sette Comuni, che conservarono a lungo la proprietà collettiva attraverso l’autonoma gestione dei Colonnelli. Senz’altro, però, la fine della Serenissima segnò anche il tramonto della proprietà collettiva, sì che il patrimonio agro-silvo-pastorale è passato alla gestione come demanio civico, degli enti comunali: ciò specialmente dopo l’atto notarile del 1925, che aveva dato fine anche al Consorzio ad hoc che gestiva, sostituendosi alla Reggenza, le ex terre in comproprietà dei Sette Comuni.
 
4. Alcune considerazioni sull’attuale progetto di legge regionale nel futuro della montagna altopianese dopo la decisione del TAR Veneto, sez. I, 29 gennaio 2010, n. 199
 
Il Comitato che ha promosso la ricostituzione delle Vicinie altopianesi aveva trovato un primo ostacolo nella decisione dell’amministrazione regionale volta a respingere la richiesta di riconoscimento fatta ai sensi della cit. l. reg. n. 26/1996[129], ed un secondo nella recente sentenza del TAR Veneto, sez. I, n. 199/2010, con cui si pone una definitiva pietra tombale sul riconoscimento in via amministrativa della Regola di Roana: il giudice amministrativo, pur riconoscendo «la pregevole ricostruzione storica dell’istituto regoliero fornita dalla difesa istante», arriva alla conclusione per cui «non giunge… a comprovare, nel caso di specie, dell’esistenza dell’antica Regola di Roana». Non risultano provati dal Comitato gli elementi soggettivi ed oggettivi richiesti dalla legge regionale e non è stato prodotto alcun laudo o statuto della Regola di Roana[130]. Ora il risultato si vuole raggiungere per altra via; la più decisiva. Si tratta, come accennavamo sopra, di un progetto di legge[131].
Un convegno dal titolo Perché insistere sull’attualità della proprietà collettiva. Un falso dilemma: collettività arretrate e progressiste, realizzato dal Centro studi e documentazione sui demani civici e le proprietà collettive dell’Università di Trento, ha toccato il tema delle Vicinie altopianesi. Poi, il Coordinamento per il Veneto della Consulta nazionale della proprietà collettiva ha patrocinato con una lettera la ricostituzione della proprietà collettiva nell’Altopiano dei Sette Comuni. Invero, le vicende storiche riferite nella lettera valgono come prima ragione d’impulso nel senso del riconoscimento; con particolare attenzione per le vicende storiche delle terre altopianesi, dalla nascita dell’antica Reggenza sino all’atto di transazione del 28 dicembre 1925[132], si enuclea il contenuto della relazione che accompagna il progetto di legge. Questo progetto, peraltro, si compone di un solo articolo (escludendo, evidentemente, quello che seguirà circa la pubblicazione e l’entrata in vigore). A parte il riconoscimento che il c. 2 opera delle antiche Vicinie, il c. 3 identifica il patrimonio delle stesse con i «beni agro-silvo-pastorali attualmente amministrati dai Comuni di Asiago, Conco, Enego, Foza, Gallio, Lusiana, Roana, Rotzo, in base al decreto vicereale del 25 novembre 1806, n. 225 ed in base alla legge 16 giugno 1927, n. 1766, nonché dai beni immobili acquistati con i proventi derivanti dall’utilizzo dei beni delle Vicinie finora amministrati dai Comuni». Si tratta di una formula di riconoscimento che risulta già all’art. 1, l. reg. n. 26/1996; una disposizione che – come ha osservato Cacciavillani[133] – pone a carico delle Regole un ufficio non facile: la gestione del territorio agro-silvo-pastorale, la sua rivalutazione, le decisioni sugli investimenti finalizzate allo sviluppo di questo territorio e compatibilmente con la preservazione dell’ambiente, di cui peraltro, da tempo, sono artefici le Regole bellunesi[134].
L’identificazione del patrimonio antico rispecchia quasi alla lettera quanto già previsto dall’art. 5, c. 1, l. reg. n. 26, con particolare riguardo al richiamo del decreto vicereale del 1806; seppure, nel caso altopianese, nella gestione delle terre si era sostituito alle Vicinie un apposito Consorzio di Comuni[135], come avevamo constatato già al § 3. Però, a partire dall’atto notarile del 1925, che nasceva da una transazione tra i Comuni, si era passati alla diretta amministrazione comunale.
Al c. 4 del progetto, poi, si ragiona di un «elenco degli originari delle Vicinie», del quale faranno parte «le famiglie iscritte al registro anagrafico degli attuali Comuni dell’Altopiano nell’anno 1921». Però, dalla relazione allegata non emergono le ragioni di questa scelta[136]. Senz’altro, però, determinerà un limite all’autonomia statutaria della singola Vicinia, soprattutto se si pensa a quei nuclei familiari che avevano abbandonato prima del 1921 le terre altopianesi ma ab immemorabili avevano goduto delle terre comuni[137]. Forse sarebbe stato più opportuno aggiungere alla disposizione una formula più aperta verso l’autonomia della Vicinia: «…salvo che lo statuto o laudo non preveda diversamente»[138].
L’art. 2, c.1, l. reg. n. 26 – seguendo sul punto la legge statale sulla montagna del 1994 – prevede che alle organizzazioni montane sia conferita la personalità giuridica di diritto privato, subordinatamente ad un’istanza alla Regione: riconoscimento che, secondo l’efficace riflessione di Desideri[139], «serve a mediare il rapporto tra collettività ed ordinamento ed ha rilevanza sostanzialmente esterna»[140]. Poi rispetto a questo primo riconoscimento di autonomia, si aggiunge anche lo statuto: si tratti degli antichi statuti già esistenti ovvero approvati subito dopo il riconoscimento dell’organizzazione (cfr. art. 4). Questa autonomia è riconosciuta in primis dalla legge statale del 1994, che ragiona espressamente all’art. 3 di «autonomia statutaria». L’art. 16, l. reg. n. 26, fa rinvio, poi, alle disposizioni del codice civile relative alla persona giuridica privata[141]. È da dire che al riconoscimento delle Vicinie dell’Altopiano seguirà, a cura di queste organizzazioni, l’approvazione del proprio statuto: ma con una certa difficoltà, in quanto, almeno al momento, non è facile recuperare il contenuto di antiche consuetudini che valevano localmente; diversamente, invece, da quanto è avvenuto per gli statuti delle Regole bellunesi. A ciò si assomma un ulteriore problema – sottolineato dal Vitucci – ossia delle terre spettanti alle Vicinie che sono al momento assoggettate alle disposizioni dei regolamenti sugli usi civici vigenti nei Comuni interessati[142]. Gli artt. 3, c. 5, e 17, l. reg. n. 26, prevedono la collaborazione tra ente locale e Regole per la realizzazione ed il completamento delle procedure di ricostituzione, nonché un finanziamento a carico della Regione[143]. Osserva sul punto Cacciavillani[144] che «la disposizione pone una specie di presunzione semplice di carattere universale: tutti i beni attualmente in amministrazione del Comune, quale che ne sia l’intestazione formale nei registri di proprietà, si presumono pervenutigli per effetto del decreto vicereale, ove non sia riconosciuto un titolo di disponibilità autonoma e diversa, da parte dello stesso Comune, di quei beni». Quindi, seppure i beni dei corpi originari siano stati attribuiti ai Comuni, «…la proprietà sostanziale di quei “corpi originari” è rimasta giuridicamente intatta e in un certo qual modo “in quiescenza”, secondo i principi affermati dalla sentenza Fletzer». L’opinione va condivisa. Ciò considerato, non rimane che attendere quale sarà la sorte di questo travagliato percorso di riconoscimento, specie dopo la recente decisione del giudice amministrativo di Venezia. Per il futuro della montagna altopianese, almeno per il momento, l’esito non potrà che attendere il senno del poi.
 
Chi è Massimo Rinaldi:
 
Massimo Rinaldi ha 38 anni. Dopo aver conseguito la laurea in Scienze politiche (indirizzo politico-amministrativo) presso l’Università degli Studi di Padova nel 1999 con il massimo dei voti, ha continuato il suo percorso di studi laureandosi dieci anni dopo, nel 2009, anche in Scienze Giuridiche presso l’Università degli Studi di Ferrara. Attualmente è cultore della materia in Diritto pubblico comparato presso la Facoltà di Scienze politiche dell’Università degli Studi di Padova e docente a tempo indeterminato di istruzione seconda superiore in discipline giuridiche ed economiche. Rinaldi è inoltre autore di numerose pubblicazioni.

 


[1] V. le pagine di D. Coltro, Leggende e racconti popolari del Veneto, IV ed., Roma, 1995, pp. 9 ss., che riconduce alla stessa «origine collettiva» i testi popolari; come volevano i fratelli Grimm e come voleva Benedetto Croce. Ma si veda anche Vico, Principj di Scienza nuova (1774), I, 2, § LIV: «Gli uomini le cose dubbie ovvero oscure, che lor appartengono, naturalmente interpretano secondo le loro nature e quindi uscite passioni e costumi».

[2] Concetto come realtà vivente, storicamente e socialmente qualificata; il rilievo giuridico deriva, semmai, dai successivi (e necessitati) riconoscimenti normativi: cfr. anche S. Pugliatti, La proprietà e le proprietà (con riguardo particolare alla proprietà terriera), in La proprietà nel nuovo diritto, Milano, 1964, pp. 264 s. Nell’immagine che ne dà G. Capograssi, Agricoltura, diritto, proprietà, in Riv. dir. agr., 1952, p. 256, la comunità è una «unione complessiva… varia di forme e di dimensioni, secondo le varie società storiche… è il gruppo che ha una sua unità vitale, e quindi la sua durata: può essere una tribù, o un complesso di famiglie, o la universitas personarum degli utenti degli usi civici, o la badia benedettina, o il villaggio medievale, o la città… perfino la comunità internazionale…». In un successivo passo prosegue: «…l’unione del singolo è insufficiente e nella sua insufficienza tende a perfezionarsi e si perfeziona nella unione della comunità con la vita della terra, e questa sente la necessità di integrare e continuare lo slancio del singolo e portarlo a termine, e a sua volta essa stessa sente la insufficienza del suo sforzo, e aspira a uno sforzo comune che superi la limitatezza delle singole comunità e arrivi a una unione totale della umanità con tutta la terra» (p. 262). Ricordando S. Romano, Principii di diritto amministrativo, III ed., Milano, 1912, p. 600, la proprietà collettiva deriva da una «compenetrazione dell’individuo con il tutto di cui fa parte, in modo che l’uno non può considerarsi separato dall’altro, nel senso che il diritto del singolo non può concepirsi che come diritto che esso possiede come membro della corporazione e il diritto della corporazione, a sua volta, risulta, non dalla somma aritmetica ma dall’insieme, ridotto ad unità organica, dei diritti dei singoli». È da premettere che sulla base di queste premesse teoretiche può utilmente svilupparsi l’indagine storico-sociale sulla esistenza delle proprietà collettive.  

[3] Cfr. sul tema le riflessioni di P. Grossi, Il protagonismo della persona è la vera anomalia della nostra Carta, in Il Riformista, 14 gennaio 2008, p. 5, specialmente dove sostiene che tra persona e società esiste una «continua e necessaria simbiosi, in rapporto di reciproca necessità». E, più ancora, G. Capograssi, op. cit., p. 248: «Da questo bisogno reciproco nasce il mondo storico dell’agricoltura, nel quale terra individui comunità sociale, tutto è fuso col dato (la terra è costruita), e il dato è fuso col lavoro (il mondo storico nasce)»; suggestiva è l’immagine che Capograssi dà delle «tre vite»: il singolo, la comunità, la terra.

[4] Non semplicemente dell’oggetto, come rileva E. Finzi, Diritto di proprietà e disciplina della produzione, in Atti del 1° Congresso Nazionale di diritto agrario, Firenze, 1936, pp. 159 s., visto che entrambi i fattori – soggettivo ed oggettivo – devono coesistere.

[5] Cfr. C. Desideri, Potere pubblico e forme tradizionali di proprietà collettiva, in Riv. trim. dir. pubbl., 1971, p. 1111. Da tempo si coglie nelle forme aggregative, variamente denominate, cui appartengono le proprietà collettive, la natura di «formazioni sociali» previste dall’art. 2 Cost., cioè di quei «gruppi» che sono intermedi tra individuo e Stato. Cfr., in particolare, A. Germanò, Le comunioni familiari montane come formazioni sociali, in Riv. giur. sarda, 1992, pp. 281 s., ove puntualizza che il regime delle proprietà collettive non può assimilarsi ad «un semplice e transeunte condominio edilizio». Germanò (pp. 283 ss.) svolge, sul punto, una riflessione che va condivisa: «Nel suo piccolo ma per il suo non-carattere di formazione sociale, il condominio edilizio, già preso ad esempio, insegna che le sue norme statutarie danno luogo ad applicazione ed al rispetto solo ogni volta che la legge lascia spazio di manovra agli organi condominiali. Ma quando ci si trova di fronte a formazioni sociali la cui natura postula la capacità di darsi norme di condotta e di attuarle, ciò che ci pare ricorrere non è il riconoscimento che lo Stato fa, con un giudizio di non-opposizione alle proprie, delle singole norme del gruppo, ma il riconoscimento che lo Stato fa dell’esistenza e della libertà in sé della stessa formazione sociale come ordinamento» (corsivo aggiunto). Da questa conclusione si possono trarre ulteriori considerazioni sulla natura di enti originari che può ascriversi alle multiformi realtà organizzative montane, fondate dagli antichi originari e della sua contestuale riferibilità al concetto di ordinamento giuridico riconosciuto dallo Stato. Nel saggio di Germanò questa conclusione è sostenuta anche sulla base dei testi normativi afferenti alle comunioni familiari montane, tra i quali, per fare un solo esempio, spicca l’art. 11, l. n. 1102/1971, disposizione che per l’A. avrebbe carattere meramente «ricognitivo» e non «costitutivo». Conseguentemente, la «intangibilità delle regole statutarie e consuetudinarie delle comunioni sulla base dell’art. 2 Cost., ogni volta che esse non si pongono in contrasto con lo scopo di sviluppo della potenzialità umana che ogni formazione sociale, per trovare tutela, deve perseguire» (pp. 289 s.).
In sostanza, l’autonomia delle comunità, riconosciuta dallo Stato e rinvenibile nel concetto di «formazioni sociali» di cui all’art. 2 Cost., dev’essere necessariamente rispettosa dei diritti e dei principi costituzionali che sono posti a garanzia del singolo individuo. Pertanto, se è vero che lo Stato, rispetto alle formazioni sociali, si limita a riconoscerle, è altrettanto pacifico che questi «micro»-ordinamenti sono comunque subordinati all’ordinamento statale e, in primo luogo, alla Costituzione. V. ora, per tutte, l’art. 4, c. 1, l. reg. Ven. 18 agosto 1996, n. 26. Cfr. anche P. Grossi, Assolutismo giuridico e proprietà collettive, in Quad. fiorentini, 1988, pp. 550 s., che parla specificamente del limite dell’«ordine pubblico», da sempre considerato una valvola di sicurezza rispetto agli atti provenienti da altri ordinamenti.
Invero, la soluzione così delineata può essere avvalorata alla luce di una certa concezione dell’ordinamento giuridico, ben sapendo che nella teoria generale si sono contrapposte due visioni distinte circa la c.d. pluralità degli ordinamenti; nota in proposito W. Cesarini Sforza, voce Ordinamenti giuridici (pluralità), in N.mo dig. it., vol. XII, 1965, p. 3, che «…la giuridicità dell’ordinamento statale assorbe in sé qualsiasi altro prodotto alla vocazione giuridica degli uomini. Allora gli ordinamenti delle molteplici istituzioni ed associazioni spontaneamente create per la tutela o la soddisfazione di interessi economici, politici, religiosi, culturali, ecc., in tanto appaiono giuridicamente validi in quanto lo Stato ne garantisce l’attuazione con la propria forza, o direttamente, se ne fa degli elementi del suo ordinamento, o indirettamente se ad essi rinvia». Questa forza ordinatrice dello Stato si sintetizza, per Cesarini Sforza, nella sua «sovranità»; ma «se poi si prescinde da questo dato di fatto… gli ordinamenti giuridici riappariscono nella loro logica molteplicità e ciascuno valido in se stesso». Dello stesso A., v. La teoria degli ordinamenti giuridici e il diritto sportivo (nota a Cass., sez. III, 12 dicembre 1932), in Foro it., 1933, I, cc. 1381 ss., e Il corporativismo come esperienza giuridica, Milano, 1942, p. 85.

[6] V. le riflessioni critiche in questo senso di I. Cacciavillani, Chi parla di autonomia, in Corriere del Veneto, 29 marzo 2008, p. 1. Peraltro, con la legislazione dei primi dell’Ottocento fu pressante questa logica. La tendenza era quella di riunire le proprietà delle Regole sotto un unico Comune; le Regole, da parte loro, costituivano le frazioni che avrebbero conservato i diritti di godimento (ad es. fare la legna nei boschi). L’Andrich, Un’antica forma di proprietà collettiva nel bellunese, in M. Guidetti-P.H. Stahl (a cura di), Un’Italia sconosciuta. Comunità di villaggio e comunità familiari nell’Italia dell’Ottocento, Milano, 1977, p. 138, racconta che contro «quella tendenza burocratica, triste eredità francese… quei frazionisti, o come essi stessi si chiamavano ancora, regolieri, si difesero strenuamente. Si pretendeva dal Comune che quel terreno fosse di proprietà dello Stato e da questo concesso in uso alla frazione. E di queste forme ne troviamo spessissimo». 

[7] Sul punto ricordiamo, però, l’art. 1, l. 6 ottobre 1967, n. 957 (c.d. «legge Vecellio»), per cui si è parlato di «alienabilità controllata»: P. Vitucci, Proprietà collettive, diritti dell’utente, autonomia statutaria, in Riv. dir. civ., 2002, II, p. 587. Cfr., poi, le note critiche di G. Bolla, Modifiche dell’art. 2 del decreto legislativo 3 maggio 1948, n. 1104, contenente disposizioni riguardanti le «Regole della Magnifica Comunità di Cadore», in Riv. dir. agr., 1969, pp. 542 ss., che ritiene questa «leggina» in contrasto non solo con l’art. 44 Cost. e con la legge del 1952, ma anche con la natura delle Regole e della loro autonomia. Questo indirizzo sembra confermato dalla l. n. 1102 cit., nonché dall’abrogata l. reg. Ven. n. 49/1975 (cfr. G.C. De Martin, Questioni irrisolte nell’inquadramento giuridico dell’istituto regoliero, in Il dir. Reg., 1983, V, p. 170 nt. 26). Recentemente si è discusso di una funzione aggiuntiva degli usi civici e delle proprietà collettive: non più soltanto come mezzo di cui i cives possono trarre diretta utilità, quanto di difesa e preservazione di vaste aree naturali (v. anche P. Stella Richter, Proprietà collettive, usi civici e interesse pubblico, in Dir. amm., 2003, n. 1, pp. 185 ss., e, sul piano legislativo, l’art. 3, c. 1, l. 31 gennaio 1994, n. 97; cfr. altresì L. Costato, Terre civiche e proprietà collettive. Problemi attuali delle normative sugli usi civici nella gestione e tutela del territorio, in Riv. dir. agr., 2005, spec. pp. 179 s.). Pertanto, nonostante il riconoscimento delle Regole come persone giuridiche di diritto privato, non si può nascondere il rilievo che queste storiche identità rivestono per l’interesse generale.
Rimane, però, un’eccezione. Nel caso di immobili urbani, appartenenti all’università agraria, non si può ritenere sussistente il vincolo di destinazione; questa constatazione è evidente in Cass., sez. un., 17 gennaio 1974, n. 17, in Riv. dir. agr., 1974, II, pp. 344 ss., in quanto trattasi di immobili che, a differenza di stalle o capanne, non hanno un legame diretto con la terra tale da giustificarne il vincolo di uso civico. Questa decisione, che peraltro non sembra avere avuto precedenti, aveva ad oggetto l’impugnativa della decisione commissariale circa la nullità di un contratto di vendita di un immobile urbano da parte dell’università agraria di Manziana. L’eccezione degli immobili urbani è espressamente prevista dall’art. 11, l. n. 1102/1971, e dall’art. 6, c. 4, l. reg. n. 26/1996, se risulta dal catasto edilizio che sono sottratti dalla destinazione agro-silvo-pastorale.
Si ricordi, poi, che la destinazione data con dichiarazione di pubblica utilità può insistere sui beni regolieri, purché tale da non alterare l’assetto territoriale, come ha chiarito il TAR Veneto, sez. I, 2 ottobre 1999, n. 1462, in Riv. amm. Veneto, 2000, n. 4, p. 291. (Nel caso si trattava del progetto per l’istituzione di un percorso voluto dal Comune di S. Pietro Di Cadore che il TAR non ha ritenuto incompatibile coll’assetto territoriale e tale da non pregiudicare l’utilizzo del bosco). Così, nuovamente, il TAR Veneto, sez. II, 2 marzo 2000, n. 762, ivi, pp. 291 ss., non ha ritenuto tale da ledere le situazioni giuridiche poste a capo dei regolieri il provvedimento del Comune con cui si procede all’elenco delle strade silvo-pastorali in conformità col codice della strada e con la l. reg. n. 14/1992. Ciò in forza della constatazione che la classificazione disposta dall’ente comunale non comporta alcun effetto espropriativo e di costituzione di demanialità. Cfr. le note critiche di E. Tomasella, Note sul regime «pubblicistico» dei beni regolieri, ivi, pp. 310 ss. spec. pp. 315 s.

[8] Cfr. C. Desideri, op. cit., p. 1114.

[9] M.S. Giannini, I beni pubblici, Roma, 1963, p. 53.

[10] V. Cerulli Irelli, Proprietà pubblica e diritti collettivi, Padova, 1983, pp. 305 s.

[11] Un significativo valore esegetico è attribuito a questo comma da C. Esposito, Note esegetiche sull’art. 44 della Costituzione, in Riv. dir. agr., 1949, p. 173, assieme alla tutela della piccola e media proprietà terriera, già disposta nei commi che lo precedono. Tra l’altro Esposito rileva la necessità di un pronto intervento del legislatore a questo fine: la cui omissione, nell’ambito di una legge, costituirebbe un vizio di illegittimità costituzionale, così come il caso di una legge che abroghi o limiti precedenti favori stabiliti dalla legge già vigente. Ancora, per una letteratura contemporanea all’entrata in vigore della Costituzione, v. G. Bolla, L’art. 44 della Costituzione italiana e la sua interpretazione organica, in Riv. dir. agr., 1949, pp. 1 ss.

[12] V. anche Commissario usi civici Venezia, 18 settembre 1986, in Riv. dir. agr., 1987, p. 453 (comunemente nota come «sentenza Fletzer»). Inoltre, cfr. a tale riguardo quanto già incisivamente disponeva, circa le Regole del Cadore, l’art. 2, c. 1, d. lgs. 3 maggio 1948, n. 1104, e, su un terreno più programmatico, l’art. 4, d. lgs. 18 maggio 2001, n. 227. Si v. poi la l. reg. Ven. 25 febbraio 2005, n. 5, che disciplina l’accatastamento dei beni soggetti ad uso civico con la dizione di «bene inalienabile, indivisibile, inusucapibile e vincolato all’esercizio dei diritti collettivi». Si aggiunge, inoltre, l’elaborazione di un «piano di utilizzo delle terre stesse» a cura del Comune o frazione, oggetto della conferma della Giunta regionale. Per le proprietà collettive: art. 6, c. 2, l. reg. n. 26/1996.

[13] Nel mondo del maso chiuso immemorabilmente l’antica massima dice: Der Bauer hat mir ein Kind. V. la l. prov. Bolzano n. 17/2001.

[14] Cfr. Cons. St., sez. IV, 10 maggio 1939, n. 185, in Foro amm., 1939, I, 1, c. 193 (per la Valle di Fiemme), Cons. St., sez. IV, 22 gennaio 1964, n. 10, in Giur. it., 1964, III, c. 259, e Commissario usi civici Venezia, 18 giugno 1986, cit., pp. 447 ss. In dottrina V. Cerulli Irelli, op. cit., p. 301.

[15] V. Cerulli Irelli, op. cit., p. 301.

[16] Cfr., in tal senso, G. Raffaglio, Le «vicinie», in Dir. beni pubbl., 1935, pp. 35 ss. È logico che il riferimento va alle «minori comunità rurali della montagna [che] erano organizzate in cellule chiuse («regole» per il Cadore, «vicinie» per il Friuli e la Val di Fiemme)… Nei “laudi” sono contemplate forme di proprietà speciale collettiva che vengono chiamate “colonnelli”… Sono terre arative, prative e pascolive concesse ai “regolieri” ossia agli homines cioè ai capi famiglia o per assegnazione diretta (per commoditatem) o per estrazione a sorte (per bolletinos)…»: così Commissario usi civici Venezia, 18 settembre 1986, cit., pp. 459 s. Degna di nota, poi, la conferma dello storico del diritto A. Pertile, I laudi del Cadore (1899), in M. Guidetti-P.H. Stahl, Un’Italia sconosciuta, cit., p. 123, ove chiarisce che «il Cadore ebbe fino ai tempi a noi più vicini un ordinamento politico particolare, ma non proprio esclusivamente di esso, perocché si ripete anche in altre regioni montuose d’Italia, come nei Sette Comuni, nel Trentino e sugli Appennini». Relativamente alla Magnifica Comunità di Fiemme, caratterizzata da proprie peculiarità rispetto al Cadore, v. Cons. Stato, sez. IV, n. 185/1939, cit., p. 193.

[17] Di diverso tenore, invece, fu la disposizione del Regio Governo bavarese del 4 gennaio 1807 per la Comunità generale di Fiemme – nata prima dell’anno Mille come consorteria delle antiche Regole della Valle – che fu sostituita dai Comuni per l’esercizio dei poteri politico-amministrativi a livello locale; doveva rimanere fermo, si prescriveva, il possesso che anticamente si esercitava dei boschi, dei pascoli, delle acque e delle strade, secondo il regime che era naturale di destinazione, cioè i bisogni dei discendenti degli antichi originari (i vicini): cfr., in questo senso, C. Isotti, voce Fiemme (Magnifica Comunità di), in N.vo dig. it., vol. V, 1938, pp. 1132 s.

[18] Così P. Grossi, Tradizione e modelli nella sistemazione pre-unitaria della proprietà, in Quad. fiorentini, 1976-77, p. 216. La visione del dominio che parte dall’agente e non più dalle cose: è anche il riflesso di una scienza fondata su metodi rigorosi ed avulsa dall’interpretazione strettamente legata al fatto tipica della giurisprudenza medievale. La scienza giuridica ottocentesca, d’ispirazione lockiana e fisiocratica, tende alla semplificazione della proprietà, in una accezione fortemente astratta: si è lontani, insomma, dalla concezione del dominio utile, fondato sull’uso della cosa. Per la letteratura tedesca: E. Böcking, Pandekten des römischen Privatrechts, II, Leipzig, 1855.

[19] «…è necessario ricordare come la legge n. 1766 del 1927 avesse costretto sotto un unico schema (valido soprattutto nelle regioni meridionali) le più varie situazioni nelle quali fosse stato presente un godimento collettivo di terreni (atti alla coltura o, in prevalenza, boschivi e prativi) caratterizzati da inalienabilità ed indivisibilità»: A. Germanò, Comunioni familiari montane e giurisdizione in caso di usurpazioni di terre, in Riv. dir. agr., 1987, p. 448. Del resto, ad una più attenta indagine, il legame tra regime proprietario e finalità, o strumentalità, ad un certo fine o interesse, del bene, è stata una formula privilegiata del Guicciardi, Il demanio, Padova, 1934, pp. 70 ss., come per la qualificazione dei beni demaniali dello Stato, per contraddistinguere e sintetizzare il concetto di demanialità. Seguendo questa impostazione, l’esclusione dei soggetti terzi assume qui una caratteristica sua propria, dovuta non solo all’appartenenza, ma soprattutto alla finalità qualificata dall’interesse pubblico. V. su queste tematiche anche S. Pugliatti, La proprietà e le proprietà, cit., p. 222 nt. 254.

[20] G. Zagrebelsky, La legge e la sua giustizia, Bologna, 2008, pp. 39 s.

[21] Cfr., in giurisprudenza, TAR Veneto, sez. I, 11 marzo 2004, n. 1327, circa l’impugnazione del decreto regionale che rigettava il riconoscimento della Regola di Pedescala, ove, nel rit. in fatto, si osserva da parte del Comitato ricorrente che «errato è l’assunto motivazionale dove si ritiene ostativo al riconoscimento la mancata dimostrazione di un quid pluris rispetto agli usi civici, poiché la loro precedente classificazione quali usi civici discende dalla l. n. 1766/1927 che così definiva ogni diritto reale collettivo, ignorando che quella regoliera è di tipo allodiale, e non, viceversa, un diritto collettivo su beni altrui».

[22] V. ora ord. 17 maggio 2006, n. 208, sulla competenza esclusiva della Provincia di Trento.

[23] N. 4 cons. dir.

[24] Peraltro, il legame dell’uso civico col feudo è confermato nel pensiero giurisprudenziale. Osservava, infatti, la Cass. Roma, 9 novembre 1893, in Giur. it., 1894, c. 470: «Si esercitavano gli usi civici dai cittadini della università sui demani feudali, senza che ad altra condizione fosse soggetto l’esercizio del diritto medesimo».

[25] Cfr. Cass., 7 luglio 1934, n. 2455, in Riv. dem., 1934, p. 615, e Cass., 6 maggio 1980, n. 2966. È utile riportare la massima della Cass. Roma, 10 luglio 1893, in Giur. it., 1893, I, c. 239, particolarmente chiarificatrice in tema: «… Gli usi civici hanno duplice origine: o l’antico dominio che le popolazioni avevano sulle terre avanti l’infeudazione, o la riserva fatta dal principe a favore degli abitanti nell’atto della concessione del feudo. I feudi, in Italia, non andavano concessi quoad dominium, ma soltanto quoad jurisdictione; per modo che il feudatario era semplice utilista del territorio infeudato, l’altro dominio del quale restava presso il concedente sovrano; e solo aveva facoltà di dicere jus sulla popolazione che si trovava nell’ambito del suo territorio. L’utile godimento della terra in favore del feudatario non era sconfinato e pieno, dovendo esso rispettare i diritti che gli abitanti della città avevano sul territorio, di trarne i mezzi di loro sussistenza, qualunque fosse stata la formola dell’investitura; e tali diritti erano siffattamente connaturali ed inerenti alle persone dei cittadini, che i principi non avrebbero potuto abolirli e le università non avrebbero potuto spogliarsene. Gli usi civici spettanti alle popolazioni sul rispettivo territorio sono ritenuti costantemente fuori di commercio, dalle consuetudini, dai rescritti, dai decreti e dalle leggi feudali dei diversi Stati in cui era divisa la penisola, e per ciò inalienabili, imprescrittibili, e tali che neppure il principe poteva manometterli. Le relazioni giuridiche tra il feudatario e la popolazione per gli usi civici possono essere giustificate con qualunque elemento atto a dimostrarle, non esclusa la pubblica fama». Quanto alla prova, di cui ragiona la parte finale della massima trascritta, è notevole quanto osserva la Cass., sez. II, 27 febbraio 1946, n. 192, in Giur. compl. Cass. Civ., 1946, I, p. 354: «La ricerca della prova della natura feudale di un territorio, al fine di applicare il principio ubi feuda, ibi demania, non va intesa nello stesso senso della proprietà, occorrente per l’azione di rivendica di diritto comune. La suddetta ricerca deve farsi esclusivamente nel campo della prova propria del diritto feudale…». Cfr., inoltre, G. Curis, voce Usi civici, in N.vo dig. it., vol. XII, 1940, pp. 746 e 753, e C. Desideri, op. cit., pp. 1082 ss., che nota: «La l. 16 giugno 1927, n. 1766, che pur recepisce una serie di specificazioni e distinzioni relative alla proprietà collettiva, non si colloca in una prospettiva diversa e sfugge alla sua previsione… una delle figure più antiche e originali: quella della proprietà di comunità familiari».

[26] La proprietà collettiva nella montagna veneta, Padova, 1988, p. 60.

[27] Cfr. anche le riflessioni di A. Germanò, Comunioni familiari montane e giurisdizione in caso di usurpazioni di terre, cit., pp. 448-451.

[28] U. Pototschnig, Le Regole della Magnifica Comunità Cadorina, Milano, 1953, p. 134.
Sul punto è assai indicativo ricordare una questione posta al Consiglio di Stato negli anni Sessanta. Il Prefetto di Belluno aveva presentato un quesito al Commissario usi civici di Trieste circa l’assoggettabilità dei beni della Magnifica Comunità Cadorina alla l. n. 1766/1927. Il Commissario liquidatore, nonostante il parere già espresso da un autorevole cultore del tema, il prof. Umberto Pototschnig, con nota del 5 novembre 1962 rispose affermativamente al quesito, almeno fino al momento in cui le Regole non avessero acquistato personalità giuridica ex art. 4, d. lgs. n. 1104/1948. Contrario a questa opinione sulla cessazione d’efficacia della l. n. 1766 cit., il Ministro dell’Agricoltura e delle Foreste chiedeva il parere del Consiglio di Stato. Secondo il Ministro, per l’appunto, i beni già soggetti ad uso civico dovevano rimanere sottoposti alla l. del 1927 (come già aveva chiarito il Ministro dell’Interno circa un’analoga questione sorta sulla Regola di Costalissoio nel Comune di S. Stefano di Cadore). La contraria interpretazione del d. lgs. n. 1104 darebbe adito a problemi di legittimità costituzionale, dato che molte famiglie dei Comuni e delle frazioni sarebbero escluse – non essendo legate dal vincolo agnatizio con gli antichi originari – dall’uso dei beni regolieri.
Quindi, i beni delle Regole non possono che essere estranei a quelli appartenenti al demanio civico, e loro ascritti ad altro titolo.
Il Cons. St., sez. II, par. 14 aprile 1964, n. 525, aveva risposto in senso negativo al quesito. Infatti, il Consiglio di Stato, dopo avere premesso l’applicazione prima del 1948 della l. del 1927 e del r.d. n. 332/1928, anche ai beni delle Regole, chiariva: il legislatore del 1948 agì con l’intento di «addivenire ad una compiuta disciplina delle attività silvo-pastorali delle Regole cadorine. E la specialità di tale disciplina… [dimostra] l’avvenuto distacco della subietta materia dalla sfera di applicazione delle norme sugli usi civici… Ai sensi dell’art. 2 (2° comma) e dell’art. 4 del decreto n. 1104, l’utilizzazione dei beni pertinenti alle Regole si esaurisce infatti nei modi tassativamente stabiliti: il soddisfacimento dei particolari diritti di godimento delle famiglie regoliere (pascolo, legnatico e rifabbrico)… Gli interessi dei regolieri ricevono protezione che è giustificata da peculiari ragioni storico-giuridiche e che è ben maggiore» di quella dei titolari di diritti d’uso civico (in Foro it., 1965, III, cc. 297 s., da cui sono tratte le frasi riportate nel testo).
Ancora – a titolo chiarimento – nella cit. sent. n. 525 il Consiglio di Stato (c. 258) aveva rilevato che «…prima dell’entrata in vigore del d. lgs. 3 maggio 1948, n. 1104, era pacifica opinione che le Regole, sorte come associazioni di valligiani sulla base del vincolo agnatizio, costituissero delle corporazioni, i cui membri godevano in comune (condominium iuris germanici, o «a mani riunite») i beni dei quali avevano preso possesso ab antiquo, definendone con «laudo» e modalità d’uso comune». Una comproprietà – si prosegue (c. 259) – che non è per quote ideali, «ma comproprietà solidale», sì distinguendosi dalla comunione di origine germanica.

[29] Disposizioni riguardanti le Regole della Magnifica Comunità Cadorina.

[30] Cfr. art. 1, d. lgs. n. 1104.

[31] Cfr. E. Romagnoli, voce Regole dell’arco alpino, in N.mo dig. it., vol. VI, app. 1980, pp. 611 s.

[32] Cfr. l’art. 30, d.P.R. 16 novembre 1952, n. 1979: «Le comunioni familiari montane, di cui all’art. 34 della legge, conservano la loro autonomia per il godimento, l’amministrazione e l’organizzazione dei loro beni agro-silvo-pastorali, appresi per laudo».
Interessante notare, anche alla luce di quella normativa, che per Pototschnig, Le Regole della Magnifica Comunità Cadorina, cit., pp. 32 ss., le Regole cadorine costituivano «soggetti privati di interesse pubblico»; formula, peraltro, ripresa dalla l. prov. Bolzano 7 gennaio 1959, n. 2. Osserva, però, V. Bachelet, Recensione aPototschnig, Le Regole della Magnifica Comunità Cadorina, in Riv. trim. dir. pubbl., 1956, p. 489, che «prescindendo qui da una valutazione critica della persona giuridica privata di interesse pubblico, sembra tuttavia doversi notare come in ogni caso non appaiano correttamente riferibili a tale figura le “Regole” cadorine, così come sono state definite dal Decreto legislativo del ’48. Non solo infatti tale decreto dichiara le “Regole” persone giuridiche pubbliche, ma a questa dichiarazione letterale fa corrispondere la disciplina sostanziale dell’istituto, sia indicando l’ordine dei fini per i quali tali enti sono giuridicamente riconosciuti…». Quindi, Vittorio Bachelet accoglie l’opinione circa la natura pubblicistica delle Regole cadorine, ma nella consapevole peculiarità di questi antichi istituti «…che sfuggono all’ordinamento proprietario di impostazione napoleonica»; la più «efficace» definizione, per Bachelet, è quella contenuta nell’art. 1 dello statuto della Comunità generale di Fiemme: «La Comunità generale di Fiemme è un ente pubblico di carattere storico, avente personalità giuridica, sorto ed organizzato sulla base di antichi ordinamenti e consuetudini, che non trova corrispondenza in nessuna delle categorie di enti pubblici previsti dal sistema italiano». Cfr. anche Commissario usi civici Province di Trento-Bolzano-Belluno, sent. 24 ottobre-27 dicembre 1947, Cass., sez. un., 17 aprile 1982, n. 2331, e TAR Veneto, sez. II, 27 gennaio 1988, n. 10.

[33] E. Romagnoli, Regole dell’arco alpino, cit., p. 611.

[34] E. Romagnoli, op. ult. cit., p. 613.

[35] Se ne è conseguentemente argomentato che le relative controversie siano di competenza del giudice ordinario: così Pret. Bressanone, 24 aprile 1971, cit. in Germanò, Le comunioni familiari montane come formazioni sociali, cit., p. 456 nt. 12. Significativo, inoltre, che siffatta conclusione sia stata sostenuta dal Trib. Venezia, 24 agosto 2000, n. 1982, relativamente ad un’area demaniale, e ne condivide la conclusione I. Cacciavillani, Demanialità «necessaria» e proprietà privata di aree «demaniali», in Riv. amm. Veneto, 2000, n. 4, pp. 266 s.

[36] Norme per la gestione del patrimonio delle Regole ampezzane.

[37] Norme per la gestione delle Regole comelicensi.

[38] Le Regole della Magnifica Comunità Cadorina, cit., pp. 53 ss.

[39] Sulla quale, però, v. le note critiche di I. Cacciavillani, Uso civico e proprietà collettiva, in Riv. dir. agr., 1995, n. 3, pp. 175 ss.

[40] Sul tema era vigente, prima della cit. l. n. 21/2008, la l. 6 marzo 1990, n. 18: in argomento, v. le decisioni di Pret. Bassano del Grappa – sez. Asiago – ord. 27 dicembre 1994, n. 2083, e Trib. Bassano del Grappa, ord. 23 gennaio 1995, n. 372, nonché la nota a commento di E. Gaz, Brevi considerazioni sulla «servitù di pista da sci» (l. r. n. 18/90), in Riv. amm. Veneto, 1995, n. 4, pp. 289 ss. Sulla potestà regolamentare del Comune in materia, v. TAR Veneto, sez. II, 15 novembre 1996, n. 1891, e la nota di E.M. Zanin-M. Purpura, La circolazione di mezzi motorizzati sulle piste dal sci, in Riv. amm. Veneto, 1997, n. 3, pp. 215 ss.

[41] Però, ha giustamente rilevato Vitucci, op. cit., p. 580, che le competenze di un cultore del diritto positivo, giudice ed avvocato per primi, non possono essere sufficienti ad indagare sulla vastità di questa materia, non a caso necessitano sempre, in sede processuale, le attività peritali, specialmente per le conoscenze di storia locale.

[42] Anche un autorevole romanista come B. Brugi, Introduzione enciclopedica alle scienze giuridiche e sociali, IV ed., Milano, 1907, pp. 77 ss., seppure affermi di essere un sostenitore della necessaria oggettività del giudizio storico, finisce per cadere nelle tentazioni di qualificare, secondo un’impostazione che risente di un certo dogmatismo, come persone giuridiche le varie tipologie di antiche forme aggregative sociali e familiari.

[43] Introduzione alla storia del diritto europeo, Bologna, 2003, p. 254.

[44] Osserva U. Vincenti, Metodologia giuridica, III ed., Padova, 2008, p. 61, che «metodologicamente Savigny è assai vicino a Ugo Donello (XVI sec.), per il quale il diritto sgorga dalla natura delle cose e dalla loro connessione» (corsivo aggiunto).

[45] Da ritenersi perfettamente adatta la premessa di R. Trifone, Gli usi civici, in A. Cicu-F. Messineo (a cura di), Trattato di diritti civile e commerciale, vol. XI, t. II, Milano, 1963, p. 2, secondo cui «in un paese come l’Italia, che conta millenni di storia e che ha subito tante vicende di ordine politico ed economico, neanche le generalizzazioni parvero ammissibili».

[46] Voce Esperienza giuridica, in Enc. dir., vol. XV, 1966, pp. 738 e 743 ss. Cfr. anche P. Grossi, Le situazioni reali nell’esperienza giuridica medievale. Corso di storia del diritto, Padova, 1968, p. 7.

[47] Cfr. la ricostruzione di E. Albertario, voce Ager publicus, in N.vo dig. it., vol. I, 1937, pp. 233 ss., e G. Branca, voce Ager publicus, in N.mo dig. it., vol. I, 1957, pp. 412 ss. Per l’uso civico, v. G. Curis, Gli usi civici, Roma, 1928, pp. 2 ss.

[48] In D. 41, 2, 1, 1, Paulus LIV ad edictum, in V. Arangio-Ruiz-A. Guarino, Breviarium Iuris Romani, VIII ed., Milano, 1998, p. 744, e A. Trabucchi, Istituzioni di diritto civile, XLIII ed., Padova, 2007, p. 566.

[49] «È naturale che nei tempi primitivi dovesse il terreno da pascolo esser ravvisato di capitale importanza nelle originarie forme di convivenza romana», scrive autorevolmente B. Brugi, Dei pascoli comuni nel diritto romano, nel diritto germanico, nel diritto italiano, in F. Glück, Commentario alle Pandette, Libro VIII, Milano, 1900, p. 309.

[50] B. Brugi, Dei pascoli comuni nel diritto romano, cit., p. 310.

[51] V. anche P. Voci, Istituzioni di diritto romano, V ed., Milano, 1996, p. 230, B. Brugi, Le dottrine giuridiche degli Agrimensori romani comparate con quella del Digesto, Verona-Padova, 1887, pp. 319 ss., e F. Schupfer,Il diritto privato dei popoli germanici con speciale riguardo all’Italia, vol. III, Possessi e dominii, Città di Castello-Roma, 1915, p. 58.

[52] Igino, De cond. agr., 120, 12 e 18.

[53] Ne discorre molto Brugi, specie per contraddire l’assunto che si trattasse di servitù e nella precisa convinzione, invece, che l’istituto avesse radici storiche molto antiche ed altrettanto non ben definite: si trattava di loca occupati dai privati e ridotti a loro individuale dominio, a cui si accostavano le vicine terre comuni: «Qua e là – chiarisce il Brugi, Dei pascoli comuni nel diritto romano, cit., p. 314 – il terreno, non passato nel dominio dei privati, era goduto in comune dai proprietari di singoli fondi, per lo più vicini, che costituivano così un nucleo di comunisti con diritto di escludere ogni estraneo. Press’a poco lo stesso fenomeno si verificò nella marca germanica».

[54] Il diritto privato dei popoli germanici, cit., pp. 52 ss.

[55] «Non è impossibile che alcuni di questi terreni di uso comune appartenenti già ad una città, ad un concilium, ad un forum, ad un vicus siano stati l’origine o il modello di una parte dei nostri beni comunali»: op. ult. cit., p. 314 (corsivo aggiunto). V. anche G. Raffaglio, Diritti promiscui, demanii comunali ed usi civici, II ed., Milano, 1915, p. 209.

[56] «Per condominio, o comproprietà, si intende la coesistenza di più titolari del diritto di proprietà sulla medesima cosa … »: A. Burdese, Diritto privato romano, IV ed., Torino, rist. 2000, p. 348.

[57] Corso di diritto romano. La proprietà, vol. II, Roma, 1928, pp. 40 ss.

[58] In D.8.2.26 (Paulus XV ad Sabinum).

[59] S. Pugliatti, La proprietà e le proprietà, cit., pp. 158 e 168. Da escludere, pertanto, l’opinione che la cosa in condominio fosse res nullius.

[60] S. Pugliatti, La proprietà e le proprietà, cit., pp. 164 s., che cita a riguardo il pensiero del Scaloja.

[61] Osserva Carnelutti, Personalità giuridica e autonomia patrimoniale nella società e nella comunione, in Riv. dir. comm., 1913, I, pp. 86 s, alla luce dell’opinione di Ferrara, «le persone si collegano in società, vertunt in unum e diventano soci come le cose semplici si riuniscono nella cosa composta, costituiscono la universitas… e diventano parti. La essenza della società sta in ciò: un tutto contrapposto alle parti, una universitas di fronte ai singuli». In questo saggio il Carnelutti, prendendo a tema una pronuncia della Cassazione di Firenze, sostiene che il riconoscimento del gruppo non poteva aver luogo se non con la personificazione giuridica.

[62] V. anche F. Schupfer,Il diritto privato dei popoli germanici, cit., pp. 52 ss.

[63] Cfr. P. Grossi, Naturalismo e formalismo nella sistematica medievale delle situazioni reali, in Jus, 1967, n. 3-4, pp. 260 s., il quale richiama l’esegesi su C. 5, 12, 30, di Giustiniano I compiuta da Baldo, dove al concetto della proprietà si sostituisce quello fattuale, fondato, cioè, sull’effettivo godimento o uti frui.

[64] Decisamente in questo senso I. Cacciavillani, La proprietà collettiva, cit., p. 27, Id., Diritto di posta e pensionatico altopianesi, in Quad. cultura cimbra, 2004, spec. pp. 6 ss., e G.C. De Martin, Profili giuridici degli enti regolieri nel quadro del nuovo assetto degli enti montani, Milano, 1973, p. 13. Per la dottrina più risalente: F. Ferrara, Tracce della comunione di diritto germanico nel diritto italiano, in Riv. dir. civ., 1909, pp. 508 ss.

[65] L. Fulciniti, I beni d’uso civico, II ed., Padova, 2000, p. 11 nt. 17.

[66] S. Pugliatti, La proprietà e le proprietà, cit., p. 192.

[67] «La distinzione netta tra proprietà romana e proprietà germanica – quella chiusa in una formula che la fissava come unità astratta, questa rifrangentesi in una serie di figure differenti… è distinzione intellettualistica, tra due concetti, il primo dei quali dedotto persino da quella situazione che è la proprietà quiritaria, che dal punto di vista economico sociale costituì una situazione ristretta, di scarsa risonanza, rispetto alla proprietà sostanziale. E proprio per il fatto che il godimento della terra era, presso i Romani, disciplinato nei modi che si sono accennati, fu possibile, nell’età di mezzo, quell’amalgama tra diritto romano e diritto germanico in rapporto alla proprietà terriera, che diede all’istituto le strutture ai tempi nuovi e alle nuove esigenze, e le cui linee si possono ancora riscontrare nel diritto vigente, anzi di tanto in tanto si rendono più manifestamente visibili»: S. Pugliatti, La proprietà e le proprietà, cit., p. 234.

[68] V. B. Windscheid, Leherbuch des Pandektenrechts, I, Frankfurter am Main, IX ed., 1906, § 167, sulla definizione di  Eigentum. Cfr., inoltre, il citatissimo studio dello Stobbe, Miteigentum und gesammte Hand, in Zeitschrift für Rechtsgeschichte, IV, Weimar, 1864, pp. 207 ss.
I concetti moderni di «sovranità» e «Stato» sono la dimensione in cui s’iscrive la civiltà giuridica moderna; «il diritto è una proiezione dello Stato», secondo la definizione di P. Grossi, Un diritto senza Stato (La nozione di autonomia come fondamento della costituzione giuridica medievale), in Quad. fiorentini, 1996, p. 273, e trova la sua compiuta affermazione proprio nella codificazione, nella sua completezza; nella sua idoneità, cioè, a colmare le lacune, come si volle con la scrittura dell’art. 12 disp. prel. del nostro cod. civ. (cfr.L. Paladin, Costituzione, preleggi e codice civile, in Riv. dir. civ., 1993, pp. 28 ss.). Ovviamente, in questo contesto culturale, lo statalismo ha avuto partita vinta, sostenendo l’identità tra lo Stato e l’ordinamento giuridico (cfr. P. Grossi, op. ult. cit., p. 276); senz’altro in antitesi al diritto dell’epoca medievale, in cui il diritto era dato da un insieme eterogeneo di fattori e forze che si esprimono nella società. Tutt’altro nello Stato moderno, dove la «legge» è identificata con la volontà generale: Grossi, op. ult. cit., p. 278. Scrive B. Brugi, Valore giuridico e importanza delle consuetudini specialmente nel diritto agrario, in Riv. dir. agr., 1924, n. 1, p. 4: «È noto che l’esagerato amore all’unificazione legale portò ad un disconoscimento di certe diversità amministrative imprescindibili. È meno noto, ma altrettanto vero, che le nostre formole astratte di diritto civile velarono forzatamente certe diversità topografiche, economiche, agrarie, che in parte abbiamo dovuto poi scoprire di nuovo introducendole con leggi speciali nella legislazione generale».  

[69] V. P. Grossi, Assolutismo giuridico e proprietà collettive, cit., p. 277.

[70] Cfr. anche S. Romano, Principii, cit., p. 600.

[71] O. von Gierke, Deutsches Privatrecht, vol. II, Leipzig, 1905, p. 376

[72] Teoria delle persone giuridiche, Torino, 1915, pp. 468 ss.,e, ancora, O. Stobbe, op. cit., p. 387.

[73] Cfr., per gli ademprivi, G. Curis, voce Ademprivi, in N.vo dig. it., vol. I, 1937, p. 166, che ne ascrive l’origine all’ager publicus populi romani ed una particolare evoluzione in epoca medievale. Inoltre, G. Astuti, voce Ademprivi, in Enc. Mondadori, vol. I, ed. 2008, p. 185.

[74] Op. cit., p. 271.

[75] Necessario punto di partenza, in proposito, è l’abbandono del relativismo metodologico. La proprietà, innanzitutto, non va studiata con gli occhiali della moderna costruzione normativa; la relazione uomo-terra, infatti, è diversamente concepita nelle culture; la moderna concezione risente, invero, di un quadro culturale ben preciso e definito, che parte dall’umanesimo giuridico ed arriva alla codificazione napoleonica e alla Pandettistica. Un attento studioso dell’epoca medievale come Marc Bloch ha dimostrato cosa diversa, attraverso un’analisi, secondo la terminologia pugliattiana, “delle proprietà” a più dimensioni.

[76] Cfr. anche quanto osserva A. Solmi, Sulla natura giuridica delle «Società degli Antichi originarii» e delle partecipanze agrarie nel sistema della proprietà fondiaria dell’Italia superiore, in Studi storici sulla proprietà fondiaria nel Medio Evo, Roma, 1937, p. 330: «Sotto nomi diversi e sotto varie forme, giustificate dalla varietà dei tempi e del suolo, si tratta sempre di un identico rapporto … terre di proprietà privata, o almeno distribuite in sorte ai privati, lasciate pro indiviso per gli usi comuni di pascolo, acque, boschi o comune difesa, e poste nel novero di quei fondi, che i cittadini si obbligavano di rispettare come beni individuali». Con l’avvertimento che il Solmi respinge la teoria dell’origine «…che le varie forme di comunioni del suolo, quali si riscontrano poi nel medio evo in Italia, abbiano la loro origine dal comunismo germanico, trasportato in Italia con le invasioni dei Goti e dei Longobardi» (p. 331), favorendo l’origine romanistica, comunemente all’opera del Raffaglio, Diritti promiscui, cit., e di C. Calisse Gli usi civici nella provincia di Roma, Prato, 1906, passim.

[77] Lo si può desumere anche in F. Schupfer,Il diritto privato dei popoli germanici, cit., p. 51.

[78] «…le erbe selvatiche che… riconquistano i campi coltivati, le strade consolari, le città di pietra dell’uomo sono il simbolo della riconquista da parte delle cose del territorio umano, primo fra tutti quello del diritto»: P. Grossi, Naturalismo e formalismo, cit., p. 277.

[79] P. Grossi, Naturalismo e formalismo, cit., pp. 278 s.

[80] La difficoltà di questo lavoro scientifico sta, già in via preliminare, nella complessa articolazione degli ordinamenti medievali, affatto compatibili nell’ambito di un unico riferimento concettuale (come quello di Stato nel pensiero giuridico moderno); ordinamenti da cui hanno sicuramente tratto origine queste particolari forme di rapporto tra uomo e terra; dove, come abbiamo sopra constatato, la consuetudine costituisce il substrato giuridico di questo rapporto. È l’espressione dell’«autonomia» che regge questi ordinamenti medievali, conviventi sopra uno stesso territorio e per niente identificabili in quel concetto di esclusività che viene, appunto, ascritto allo Stato (sovrano) moderno. Cfr. P. Grossi, Un diritto senza Stato, cit., pp. 283 s., e Id., La proprietà e le proprietà nell’officina dello storico, in Quad. fiorentini, 1988, p. 390.

[81] P. Grossi, Naturalismo e formalismo, cit., p. 283, e Id., La proprietà e le proprietà nell’officina dello storico, pp. 381 e 390.

[82] Il diritto privato dei popoli germanici, cit., pp. 51 s.

[83] La proprietà e le proprietà, cit., pp. 193 ss.

[84] La proprietà e le proprietà nell’officina dello storico, cit., pp. 363 s. E ancora: «L’appartenenza dei beni è imputata ad una comunità ininterrottamente vivente nella storia»: Grossi, Assolutismo giuridico e proprietà collettive, cit., p. 507.

[85] Il diritto privato dei popoli germanici, cit., p. 63.

[86] I. Cacciavillani, Il patto di dedizione della Spettabile Reggenza dei Sette Comuni alla Serenissima Repubblica di Venezia, in Quad. cult. cimbra, 1981, pp. 484 ss., che qualifica come «patto federativo» la natura giuridica della dedizione. La relazione che accompagna il p.d.l. cost., presentato alla Camera di deputati il 29 aprile 2008, fa riferimento a questa autonomia, parlando di «libertà di praticare costumi e regole di vita che li rendevano diversi dagli abitanti della sottostante pianura e di mantenere la piena autonomia» (Atti Camera dei Deputati, XVI legislatura, Disegni di legge e relazioni, n. 323, p. 4).

[87] Il «tremendo zorno del dodeze»: I. Cacciavillani, La «dedizione» dell’Altopiano. Così seicento anni fa nacque il Veneto, in Corriere del Veneto, 20 febbraio 2005, per un breve ma limpido quadro storico. Certo, è da dire che il riconoscimento dell’autonomia avvenne verso la fornitura costante del legname e la difesa dei confini.

[88] I. Cacciavillani, La proprietà collettiva nella montagna veneta, cit., pp. 18 s. Il Cacciavillani, poi, si sofferma a p. 55 nel ricordare l’esempio di una terminazione senatoriale del 14 dicembre 1439 «ricognitiva e confermativa dei diritti più antichi» per la comunità di Caorle, più precisamente in tema di esercizio della pesca (corsivo aggiunto).

[89] Scrive il Commissario usi civici di Venezia, 18 settembre 1986, cit., p. 456, che «…il Cadore… fu soggetto ai Longobardi, dalla cui denominazione derivò la sua divisione in “sculdasce” dette poi “centenari” e la continuata potenza della famiglia feudataria longobarda dei Collalto e dei conti di Ceneda». Sul tema v. anche I. Cacciavillani, La proprietà collettiva nella montagna veneta, cit., p. 33, il quale osserva che la denominazione «”centenari”… acquistò significato esclusivamente territoriale, analogo al nostro “Comune” ed in tale accezione sopravvive ancor oggi in Cadore». In nota 25 Cacciavillani evidenzia la continuità sul piano linguistico delle denominazioni arimanne con quelle ancor oggi esistenti in Cadore.

[90] Il ruolo della famiglia era determinante, specie nella persona del pater familias; questi partecipava alle assemblee delle frazioni (cc.dd. fabulae) per prendere le decisioni comuni (cfr. A. Germanò, Comunioni familiari montane e giurisdizione in caso di usurpazione di terre, cit., p. 460). Ricorda G. Bolla, Le comunioni ereditarie dei territori alpini e la legge 16 giugno 1927, in L’Italia forestale e montana, 1947, I, pp. 12 s., che nel bellunese, per tutto il periodo del dominio della Serenissima, il territorio era diviso in diverse comunità regoliere; queste non erano enti di carattere pubblico, ma avevano principalmente natura familiare: le Regole erano formate dalle famiglie degli originari.

[91] Circa il consorzio domestico germanico conosciuto nell’Alto Medioevo, il giureconsulto Carlo de Tocco ne evidenziava l’analogia col consortium  dell’arcaico diritto romano (cit. in Pugliatti, La proprietà e le proprietà, cit., p. 200 nt. 169).

[92] Cfr., più approfonditamente, I. Cacciavillani, La proprietà collettiva nella montagna veneta, cit., pp. 38 s. e 101. Già nei secoli X-XII, secondo Schupfer, voce Allodio, in N.vo dig. it., vol. I, 1937, p. 351, si sarebbe avuto un declino della proprietà allodiale, tra le cui cause la cessione delle terre a potenti, laici o ecclesiastici, che poi le concedevano in godimento alla stessa comunità. V. anche G. Astuti, voce Allodio, in Enc. Mondadori, vol. I, 2008, pp. 491 s., che sinteticamente ricorda l’origine celtica o germanica del vocabolo «allodio», volto a designare «il patrimonio comune e indisponibile della famiglia…», ma che in epoca feudale finì per assumere tutt’altro significato.

[93] «Quando non era il signore ad imporre la sua tutela feudale, erano spesso le stesse comunità a ricercare la protezione di qualche “potente”, che spesso si identificava o col vescovo o con qualche grande Abbazia»: I. Cacciavillani, La proprietà collettiva nella montagna veneta, cit., p. 43.

[94] Reliquie della proprietà collettiva in Italia, in Opere giuridiche, vol. II, Roma, 1920, p. 9.

[95] «L’origine della g.H. deve rintracciarsi nel diritto di famiglia germanico… Sull’esempio di queste fratellanze si costituirono altre associazioni tra coeredi per il godimento in comune di un patrimonio avuto per successione, e queste comunanze si continuavano a traverso più generazioni»: così F. Ferrara, Tracce della comunione di diritto germanico nel diritto italiano, cit., p. 500.

[96] Cfr. P. Grossi, L’ordine giuridico medievale, Roma-Bari, rist., 2006, pp. 67 e 96. La proprietà «indivisa» è ritenuta nella letteratura del tutto lontana dalla communio del diritto romano, così come non trovano riferimento alcuno le comunioni familiari montane col codice civile: G. Bolla, Criteri di interpretazione dell’art. 34 della legge n. 991/1952, in favore dei territori montani, in Riv. dir. agr., 1960, I, pp. 592 ss.

[97] F. Schupfer, Allodio, cit., p. 349, che lo definisce «un costume antico» – cfr. nt. 4 – tanto che si usava dare uno schiaffo ai giovani che vi assistevano sì da far rimanere nella loro memoria il fatto.

[98] Cfr. G. Bortoli, Spirito cooperativo e fratellanza regoliera nei Sette Comuni. Il caso del Colonnello di Pedescala, Pubblicazioni dell’Istituto Storico G. Nalli, Vicenza, 2005, p. 17, che utilizza questa locuzione per le Vicinie altopianesi.

[99] «Il vantaggio che deriva al patrimonio per il lavoro di uno è comune a tutti, come il danno causato dal singolo colpisce il complesso dei comunisti»: F. Ferrara, Tracce della comunione di diritto germanico nel diritto italiano, cit., p. 499. Cfr. I. Cacciavillani, La sentenza Terracina sugli usi civici, Asiago, 1983, p. 16, e E. Vitucci, voce Gemeinschaft zur gesammten Hand, in N.vo dig. it., vol. V, 1938, p. 217, che ricorda, a questo fine, l’atto solenne e simbolico dell’incontro delle mani da parte dei comunisti. Più analiticamente, poi, il Gierke, Deutsches Privatrecht, cit., pp. 383 ss. Inoltre, per la composizione delle controversie, soggiunge il Ferrara, op. ult. cit., p. 499, che «…il modo come entro la riunione  i singoli faranno valere le loro pretese alle utilità, ecc., non è sottoposto al diritto, ma abbandonato al costume, all’autorità del capo, al buon volere dei singoli».

[100] F. Ferrara, Tracce della comunione di diritto germanico nel diritto italiano, cit., p. 498: «…in diritto romano si ha una comunione per quote, in diritto germanico una comunione senza quote…».

[101] Il riconoscimento a favore dei comunisti del diritto di godere dei boschi, dei pascoli e dei prati comuni era previsto dalla Lex rom. Burg. XVII, 4 e dalla Lex rom. Wis. 4, 27 e 5, 2. Ciò fu di capitale importanza per quell’epoca; nota Schupfer,Il diritto privato dei popoli germanici, cit., p. 70, che il pascolo era l’attività privilegiata in un’epoca in cui l’agricoltura era ridotta al minimo; e non v’è dubbio che l’esistenza delle terre comuni favorisse la stessa sopravvivenza delle popolazioni. Poi c’erano i boschi, col diritto di fare legna («…ligna pro palo set clusamen ad ipsa curte et pro incidere ad focum»: si esprimeva un diploma del Codice Cavense, cit. in Schupfer,op. ult. cit., p. 71).
Il diritto di pesca nelle acque e il diritto di caccia furono sovente ricordati nelle leggi barbariche e, più che mai, nei documenti longobardi.

[102] Osserva Rizzoli, op. cit., p. 153: «Una iscrizione in gotico antico leggevasi al sommo della porta della Reggenza dei Sette Comuni che era la principale e pubblica autorità del luogo: SLEGE UN LUSAAN…, GHENEBE UN FÜSCHE… GHELL ROTZ ROBAAN…, DISE SAINT SIBEN ALTE KOMEUN…». Lo studioso reputa assai rilevante la radice linguistica per addivenire ad un più completo inquadramento della «provenienza» di una comunità e per la ricostruzione del suo ordine. Attenta, sul punto, la sua lettura delle Memorie di Dal Pozzo. E aggiunge che mentre in pianura i «linguaggi barbari che si erano introdotti in Italia» furono assorbiti dalla lingua italiana già dall’anno Mille, «nell’interno stesso dei monti… più a lungo resistette sino al principio del secolo XVIII» (p. 154). Comunque sia, per il Rizzoli negli antichi Sette Comuni sarebbero rinvenibili gli elementi dimostranti la radice germanica, anche dell’Almende, «un elemento etnico» estraneo all’Italia, che «dovette scomparire ed assumere le forme della comunità italiana in cui si è trovata» (rectius: la comproprietà). Le riunioni delle Vicinie, prima all’aperto e poi in Chiesa, rispecchiavano più i costumi degli antichi germani che la tradizione giuridica italica. V., poi, l’interessante aneddoto in M. Rigoni Stern, Quel Natale nella steppa, Novara, 2006, p. 40: «La tradizione diceva che sotto di essa [una linta] si radunavano i rappresentanti eletti dei Comuni per tenere le “vicinie” negli equinozi, quando pubblicamente si discuteva l’amministrazione dei beni patrimoniali della comunità».  

[103] La natura intrinsecamente promiscua della proprietà era un tratto comune alle popolazioni germaniche, come peraltro ci apprende Tacito, De Germania, 26, 2, 3, 4: «Agri pro numero cultorum ab universis vicis occupantur, quos mox inter se secundum digniationem partiuntur; facilitatem partiendi camporum spatia praestant. Arva per annos mutant, et superest ager. Nec enim cum ubertate et amplitudine soli labore contendum, ut pomaria conserant et prata separent et hortos rigent: sola terrae seges imperatur».
Cesare, De bello Gall., VI, 21 s., per gli Svevi, e Orazio, Carm., III, 9 ss. 24, per i Geti, attestano l’esistenza di terre comuni presso i popoli germanici. Era usuale, invece, l’attribuzione a titolo individuale solo di piccoli appezzamenti di terra. L’agricoltura presso questi popoli era poco diffusa; Cesare testimonia che le fonti principali di sopravvivenza erano la caccia, la pesca e la pastorizia, e «tutti cacciano, tutti pescano, tutti aumentano indistintamente i loro greggi nel territorio comune» (così Schupfer,Il diritto privato dei popoli germanici, cit., p. 56; corsivo aggiunto). F. Schupfer, Allodio, cit., p. 350, ricorda ancora che rispetto ai tempi di Cesare, dove prevalevano caccia e pastorizia, con Tacito si parla di agricoltura; ma la proprietà rimaneva ancora comune, seppure nella mutata destinazione.
Però, anche nel Cadore (almeno sino alla metà del XV sec.) il patrimonio regoliero era prevalentemente destinato al pascolo, da cui si traevano i principali alimenti (v. E. Pellizzaroli, Sulla proprietà regoliera in Comelico: l’area denominata «Paschere», in Riv. dir. agr., 2008, p. 118).

[104] Cfr. P. Grossi, L’ordine giuridico medievale, cit., pp. 72 ss. e 10, dove osserva che «il baricentro del sistema… si sposta necessariamente a forme diverse dalla proprietà… l’ordine giuridico assume a proprie forze promotrici l’appartenenza, il godimento, l’esercizio, cioè le presenze vive a livello della dimensione fattuale»; Id., La proprietà e le proprietà nell’officina dello storico, cit., p. 375 nt. 12, e Id., tradizioni e modelli nella sistemazione pre-unitaria della proprietà, in Quad. fiorentini, 1976-77, I, p. 211: «Il modello che viene invece preteso da questa dimensione – la sola che conti per quel convinto realista che è il giureconsulto medievale – e che emerge chiaro… dal viluppo organico del sistema dei diritti reali è quello di una proprietà costituita dal basso, non in nome e per conto del soggetto sovrano per tiranneggiare le cose, ma dalle cose e sulle cose in assoluta coerenza con la natura oggettiva del reale…».

[105] Gli studiosi tedeschi, sin dall’Ottocento, avevano evidenziato il mutamento avutosi in epoca medievale nel godimento delle terre comuni, fino a portare progressivamente alla proprietà individuale, specialmente nel tempo della tarda scolastica. Sul piano giuridico un pregio particolare deve darsi all’opera di O. Von Gierke, Das deutsche Genossenschaftsrecht, vol. II, t. 2, Graz, rist., 1954, spec. pp. 213 ss., ove chiarisce la distinzione tra godimento individuale – successivamente affermatosi: probabilmente con l’accostamento delle popolazioni germaniche alla res agricola – e godimento collettivo – esistente ab immemorabili –; in pratica, nel tardo autunno e all’inizio della primavera, il pascolo era esercitato in forma individuale; allorché era terminata la raccolta del fieno, e sino al successivo taglio, il godimento del pascolo era comune: ritornava pieno ed indiviso alla comunità di villaggio (questo vincolo era detto «fabulis» nel Cadore). Cfr. sul punto E. Pellizzaroli, op.cit., p. 119.
Nel caso specifico delle Regole del Cadore, poi, questo sistema di godimento dei pascoli appare evidente alla luce delle sole testimonianze che risalgono dalle passate generazioni; invero, si parla semplicemente di «costumanze» o «costumi» o «usi» antichi, che spiegano le modalità di godimento delle terre comuni a mezzo dei singoli individui e solitamente in un arco di tempo circoscritto (es.: un anno per le Regole di Dogna e Provagna: Andrich, op. cit., pp. 142 ss., il quale riteneva (p. 144) subordinato alla compatibilità con la «forma collettivistica»). Poi vi sono i laudi più antichi delle Regole, che di fatto riproducevano le risalenti consuetudini. Il Pellizzaroli, op.cit., p. 120, cita i laudi di S. Stefano e Casada del 1444 e d’Oltrerino del 1575. Oltre al pascolo, c’era il godimento comune dei boschi per trarvi il legname; anche qui i laudi determinavano una regolamentazione specifica.

[106] L’espressione più evidente del legame tra la comunità e la terra è dato dall’istituto consuetudinario. Lo si intende con la circostanza che coloro che lasciavano la comunità perdevano dopo un certo tempo gli stessi diritti che, come membri della comunità, esercitavano sulla terra. Criterio che è stato applicato da molte Regole della montagna veneta, come vedremo.

[107]  La proprietà collettiva nella montagna veneta, cit., pp. 20 e 103.

[108] Così I. Cacciavillani, La proprietà collettiva nella montagna veneta, cit., p. 51. Il giurista Odofredo, sul diritto veneto, diceva: «Non seguono la legge, ma vivono soltanto secondo la loro consuetudine»; per E. Rubini, Giustizia veneta. Lo Spirito Veneto nelle leggi criminali della Repubblica, Venezia, rist., 2010, p. 19, questa «…lapidaria affermazione… rende con brillantezza le priorità di diritto veneto nell’ampio contesto del vecchio mondo o accidentale». V., però, anche l’interessante commento di F. Rocchetta, La montagna bellunese e le Magnifiche Comunità, in Corriere del Veneto, 16 settembre 2008, p. 21, che tocca l’argomento delle «ammirevoli» leggi veneziane su un tema d’attualità.

[109] Come sottolinea ancora P. Grossi, La proprietà e le proprietà nell’officina dello storico, cit., p. 362, il relativismo che contraddistingue la proprietà moderna comporta il superamento del “mio” giuridico; l’appartenenza della terra alla comunità, esprime un legame diverso tra l’uomo e la terra. Il “nostro” giuridico che esclude i forestieri. In tema anche I. Cacciavillani, La proprietà collettiva nella montagna veneta, cit., p. 89.

[110] Della revisione dei titoli d’acquisto dei beni degli ex antichi originari e delle Società di originari, in Riv dem., 1932, p. 9.

[111] Confermativa di questo orientamento dottrinale, la decisione del Trib. Belluno, 12 giugno 1981, in Il dir. Reg., 1983, II, p. 69, per cui la partecipazione continuata per più secoli alla ripartizione dei profitti della Regola, quale elemento materiale, «prevale sull’elemento personale (status) e legittima la richiesta avanzata dagli attori a favore dei quali si deve ritenere ampiamente maturata l’usucapione invocata».

[112] Cfr., sul punto, I. Cacciavillani, La proprietà collettiva nella montagna veneta, cit., p. 85 e 88, il quale, poi, attesta che la vendita dei beni comunali in pianura – dovuta prevalentemente al finanziamento delle guerre contro i turchi – «fu certo uno dei modi più radicali della fine delle proprietà collettive».

[113] «Gli statuti del Cadore… rappresentano – dice il Commissario usi civici Venezia, 18 settembre 1987, cit., p. 459 – insieme ai laudi, l’antica lex loci, scritta e consuetudinaria…». Consuetudini. E giustamente! Non fosse altro perché antiche; radicate, cioè, nella cultura, nei modi di vita, nel tessuto sociale. Il cod. civ. del 1865 non le ignorava: il richiamo che ne fece l’attento legislatore ottocentesco era previsto da una bella disposizione, l’art. 22 disp. att. (Brugi, Valore giuridico e importanza nelle consuetudini, cit., pp. 5 e 8, ricorda l’art. 5, c. 2, del codice elvetico, il quale si esprimeva in termini similari). Non va dimenticata la fonte consuetudinaria nell’epoca medievale; fonte che variava in ogni zona: la mente non può che riportare alla lettura dantesca e, per la precisione, ad un colloquio tra Dante e Virgilio, in cui Dante chiede: «Maestro, or mi concedi ch’i’sappia quali sono e qual costume le fa trapassar parer sì pronte, com’io discerno per lo fioco fiume» (Inf. III, 73-75). Ed aggiunge nel suo chiaro commento Luigi Pietrobono: «Il trapasso da costume a legge è naturale, essendo le prime legislazioni una codificazione delle consuetudini» (La Divina Commedia. Inferno, Torino, rist., 1977, p. 35 nt. 73). Vero è, come l’apprezzamento ricade sulle pagine dei Frammenti di un dizionario giuridico di Santi Romano, quel piccolo ma notevole volumetto che Romano licenziò per i tipi della Giuffrè, e nel quale annotava sotto la voce Consuetudine: «La consuetudine, almeno nelle sue manifestazioni più tipiche, può infatti dirsi un “vulgare ius” (“vulgare” nel significato di “populare”) che si contrappone al “ius scriptum” ossia alla legge (“lex” da “legere”) e tale contrapposizione ricorda, per esprimerci con le parole di Dante (De vulgari eloquentia, I, 1) quella fra la “vulgaris locutio” e la “locutio quam romani grammaticam vocaverunt”». Un’annotazione che merita particolare attenzione, in quanto non si tratta del frutto di un artificioso dogmatismo ricostruttivo della fonte, ma è il modo per entrare nel suo essere, nella sua genesi più profonda: il vulnus che ne è l’intima essenza nel suo rapportarsi con la quotidianità della vita.
Il richiamo alla c.d. consuetudine locale, specie allorché si trattava di questioni delicate e non prive di risvolti dialettici: come l’estensione di particolari diritti sui boschi (cfr. R. Trifone, La consuetudine come fonte del diritto forestale, in Riv. dir. agr., 1922, I, pp. 28 ss. spec. p. 30); il richiamo alla consuetudine è per tradizione giuridica presente in Inghilterra per voce dei signori locali e dei giudici. Nel Re Lear, Edgar diceva: «La consuetudine locale mi offre il precedente dei mendicanti di Bedlam, che, con voce stentorea …» (in Shakespeare, Tragedie, tomo IV, Milano, 1976, p. 667). Discutibile appare la frettolosa conclusione cui perviene l’ord. 26 luglio 1988, n. 917, della Corte costituzionale, per cui le consuetudini (delle Regole d’Ampezzo) sono subordinate alla legge e non possono derogare ad essa (in Le Regioni, 1989, p. 1649). Occorre d’altro canto anche osservare come correttamente tale decisione ha chiarito che le comunioni familiari montane continuano ad essere regolate dallo statuto e dalle consuetudini, come prevede, d’altronde, l’art. 10, l. n. 1102/1971. Peraltro, nella nota a commento, U. Pototschnig, A proposito di maschi e femmine nell’ordinamento regoliero, in Le Regioni, cit., pp. 1652 ss., critica l’assimilazione tra statuti delle comunioni familiari montane e gli atti di diritto privato che la Corte costituzionale ha affermato in questa ordinanza (comunemente a quanto ha fatto – rileva Pototschnig – anche la Corte d’appello di Trento, 22 novembre 1988, n. 480), sulla base – nel caso concreto – di una possibile esclusione delle donne dalle comunioni familiari. Osserva, infatti, lo studioso che «le comunioni familiari montane… pur avendo natura privata, amministrano un patrimonio antico che è dichiarato per legge inalienabile, indivisibile e vincolato in perpetuo alle attività agro-silvo-pastorali, e al quale si riconosce un evidente interesse pubblico». V., per due casi più recenti, M. Fumagalli, «Parità per le donne? Meglio di no». Cortina mantiene le Regole medievali, in Corriere del Veneto, 20 dicembre 2005, p. 27 e M. Di Bona, Cortina, soldi solo agli studenti maschi, in Il Gazzettino, 10 marzo 2010, p. 11,
L’interesse verso la fonte consuetudinaria nel settore agricolo spiccò principalmente negli anni Venti, specie dopo la pubblicazione de La raccolta nazionale delle consuetudini nel 1924. Il lavoro trasse origine dalla proposta di Bolla, assecondata dal Governo e dall’Accademia dei Georgofili. Bolla, a sua volta, si formò questa idea dopo la lettura di un testo, allora inedito, dal titolo di Il libro delle antiche usanze et consuetudini della spettabile et magnifica Comunità di Fiemme (cfr. G.F. Ferrazzi, Il “Corpus” delle consuetudini agrarie, in Riv. dir. agr., 1924, n. 3, p. 339).
A questo libro inedito si accostarono altre raccolte consuetudinarie, come le Carte di Regola delle valli trentine e le Landi del Cadore. Nota L. Luzzatti, La raccolta nazionale delle consuetudini agrarie, in Riv. dir. agr., 1924, n. 3, p. 336, che «quelle raccolte, veri Codici agrari, conservano intatto l’ordinamento sociale tipico delle comunità territoriali, a regime di eguaglianza, rette dall’Assemblea dei componenti il villaggio (vicinia) pel cui tramite si manifesta la volontà collettiva». Infine, osserva ancora Luzzatti (p. 337): «…scoprire schiette tradizioni giuridiche nazionali rispettate dal tempo; dar valore a quel diritto popolare o volgare o italiano che, distinguendosi dal diritto romano, dal diritto germanico e dal canonico, è un prodotto dello spirito e del genio nazionale». In campo scientifico si aprì un ampio dibattito, che coinvolse molti giuristi: Vittorio Scaloja, Mariano D’Amelio, Francesco Ferrara, Manfredi Siotto-Pintor, Biagio Brugi, Giorgio del Vecchio, e tanti altri (cfr. i numerosi contributi pubblicati nella Riv. dir. agr. di quegli anni).
Sul piano politico il dibattito portò il legislatore a tenere conto del contributo, sì investendo i Consigli provinciali dell’economia del compito di raccogliere le consuetudini; con decreto 18 gennaio 1930 il Ministro Rocco incaricò la Commissione reale per la raccolta delle consuetudini ed usi giuridici di operare la raccolta del suddetto materiale giuridico. La presidenza fu assunta dal prof. Vittorio Scialoja. Notevole, poi, la raccolta di studi sulle consuetudini dell’Archivio V. Scialoja pubblicato a Firenze. Invero, Rocco aveva, al tempo stesso, espresso anche con una ben nota critica il suo punto di vista: «Si comprende benissimo che fuori d’Italia, in un periodo di decadenza dello Stato, si tenga a dare particolare rilievo alle forme extra-statali, anche nel tempo della formazione del diritto. Ma a me sembra contraddittorio nel presente periodo della vita italiana, che è contrassegnata indubbiamente dal rifiorire della idea di Stato, esaltare l’idea dello Stato e al tempo stesso proclamare che esso divida con altre organizzazioni e con altre forze sociali l’attributo essenziale della sovranità, l’esercizio della funzione legislativa». Senz’altro, leggiamo tra queste righe una dottrina non certo coerente con l’idea delle formazioni sociali produttive di diritto, cioè l’espressione di un’autonomia che oggi l’ordinamento lascia trasparire; ma non si deve dimenticare che il fascismo volle la liquidazione degli usi civici… Sul pensiero di Rocco, v. il suo Le consuetudini e il diritto dello Stato, in Riv. dir. agr., 1930, I, pp. 425 ss. Per ulteriori approfondimenti, v. G. Bolla, voce Consuetudini rurali, in N.vo dig. it., 1938, pp. 1009 ss., e Id., Consuetudini agrarie e necessità di procedere ulteriormente alla loro raccolta, in Riv. dir. agr., 1944-47, pp. 101 s.

[114] Cfr., in particolare Schupfer,Il diritto privato dei popoli germanici, cit., pp. 77 s.: «…piace di vedere che occorrendo, tutti prendono parte, sia agli atti giuridici e sia ai processi, in cui l’interesse della comunanza fosse in giuoco. Il principio che nessuno possa stabilirsi in un comune senza che i vicini acconsentano, è antico; anzi, secondo la legge salica (XLV) occorreva il consenso unanime di tutti, e se anche uno solo avesse fatto opposizione, sarebbe stata forza all’estraneo di lasciare il villaggio. Né può dirsi che il principio siasi smarrito, mentre sappiamo come parecchi laudi del Cadore vi aderissero ancora in tempi avanzati; per es. quelli delle regole di San Vito (1542), Pieve (1541) e di Vallesella (1565); e così le carte dei sette comuni (Bonato, IV. 56 n. 5) e lo statuto di Fiemme nel Trentino».

[115] Nota Germanò, Le comunioni familiari montane e giurisdizione in caso di usurpazione di terre, cit., p. 461, che alla morte del regoliere privo di discendenti maschi, nati da legittimo matrimonio, «i relativi “colonnelli” tornavano in comune». Nella nota a commento alla sent. 11 ottobre 1967 della Corte d’Appello di Roma, sez. usi civici, G. Bolla, Inapplicabilità della legge 16 giugno 1927, n. 1766, alla proprietà regoliera del Cadore, in Riv. dir. agr., 1969, II, p. 4, osserva: «La Comunità dei territori alpini – sia essa una Comunità «vicinale» o una Comunità «regoliera» – insieme alla famiglia contadina di lavoro si rivela il mezzo più efficace per la conservazione di inestimabili ricchezze, la trasmissione nel gruppo su basi democratiche di beni attribuiti – come dichiarano gli Statuti delle Comunità di Cadore – «per lavorare e far lavorare»; di beni aviti, appresi e trasmessi per Laudo secondo la citata legge 25 luglio 1952 e il diritto anteriore (la lex loci che l’art. 22 delle preleggi al Codice vuole rispettata ed applicata in tema di possesso, di proprietà, di diritti reali)». Cfr. anche Corte d’appello Trento, 2 giugno 1998, n. 231.

[116] Notevole la testimonianza di Solmi, op. cit., p. 334: «Questa rigida chiusura della vicinia [il riferimento va, qui, alla Val Camonica] doveva, nel movimento naturale delle famiglie e degli uomini, provocare lotte e contrasti. Da una parte gli antichi vicini, detti fin da allora Originarii, attaccandosi alle vecchie consuetudini, volevano escludere ogni estraneo o forestiere dal godimento dei beni comuni; dall’altra i forestieri, che venivano ad abitare in un comune, sia da altro comune della Valle, sia da altre località più remote, urgevano, dopo un certo periodo di abitazione, per aver parte nella vicinia e nel godimento dei beni comuni. È questa la lotta che fu famosa in tutta la Val Camonica, tra Originarii e forestieri, la quale ha lasciato tante memorie ed ha provocato tante decisioni del Senato Veneto e dalle leggi della Repubblica; lotta, che si riscontra ugualmente, nelle identiche forme, in tutta la Valle Seriana, nell’Altopiano dei Sette Comuni, nella Val Trompia, nel Cadore, e in altre regioni del dominio veneto; ed è la stessa lotta che troviamo nel patriziato svizzero, nelle partecipanze dell’Appennino emiliano, romagnolo e marchigiano e nell’Allmende germanica».
V. anche I. Cacciavillani, La proprietà collettiva nella montagna veneta, cit., pp. 91 s., che sottolinea il peso non indifferente delle dispute relative all’ammissione nelle Regola e che «ancor oggi non di rado i giudici sono chiamati ad applicare regole di diritto sostanziale che affondano le loro radici nei secoli passati, sicché molto spesso le sentenze diventano veri trattatelli di storia del diritto». A questo fine, ad esempio, è stato notato che l’esistenza di consuetudini che riconoscono ad una comunità l’esercizio di particolari diritti, come quello di caccia, non è in contrasto con le leggi vigenti in tema d’uso civico e di caccia. Sul tema è di significativo interesse la decisione del Commissario usi civici di Trento, 8 aprile 1947, in Riv. dir. agr., 1947, II, pp. 196 ss., specialmente per il richiamo che il giudice liquidatore ha fatto al Libro delle antiche consuetudini del XVI sec. al fine di riconoscere il legittimo esercizio del diritto di caccia esercitato dai Fiammesi nella Valle e per escludere – in forza di questa antica fonte – le «persone forestiere» (p. 198). Sul punto si v. la nota di F. Aliquò, In tema di uso civico di caccia, in Riv. dir. agr., 1947, II, p. 198. Inoltre, lo storico saggio di M.S. Giannini, Sull’esistenza degli usi civici di caccia, in Riv. dir. sport., 1950, pp. 177 ss.

[117] I. Cacciavillani, I privilegi della  Reggenza dei Sette Comuni, Padova, 1984, p. 87. Una normativa a se stante fu introdotta con provvedimento del 1764 per il bresciano ed il bergamasco.

[118] In pratica, senza onere alcuno il forestiero accedeva alla comunità dopo cinquant’anni di permanenza nel «Commune»; l’ingresso era a titolo oneroso nel solo caso in cui accedesse al godimento di beni della Regola acquisiti con apposito atto di compravendita e non mediante l’apprensione ab immemorabili. Se il forestiero moriva prima che il termine di cinquant’anni si fosse realizzato, i successori potevano comunque avvalersene.

[119] La normativa speciale Bragadin prevedeva quindici anni di residenza continuativa nel Comune (art. 24), ed era senz’altro più favorevole per i forestieri.

[120] Per ulteriori approfondimenti, v. l’ottima ricostruzione di G. Bortoli, Proprietà della gente del posto. Usi civici, liti e vicinie per il possesso delle montagne dei Sette Comuni, Asiago, 2000, pp. 182 ss.; sulla legge Bragadin v. spec. il cap. IV. Cfr., poi, ancora Bortoli, Spirito cooperativo, cit., pp. 44 ss. e 161 ss., il quale considera possibile il fatto che la legge del 1754 – specifica, come dicevamo, per l’Altopiano – non sia stata abrogata dal decreto napoleonico del 1806. Tale ultimo provvedimento normativo, infatti, abrogava all’art. 7 solo le leggi del 1674 e del 1764, la quale ultima, non avrebbe pregiudicato la normativa altopianese. La conseguenza per Bortoli comporterebbe non già la ricostituzione delle regole, «bensì la loro vigenza».

[121] «A consolazione di quei benemeriti originari che dai beni derivanti dagli antichi privilegi sopraccennati siano e si intendano capaci gli originari stessi non già li terrieri e forestieri qualora da voti delle rispettive vicinie ammessi espressamente non vengano, come si vede in altri tempi praticati» (cit. in I. Cacciavillani, La sentenza Terracina sugli usi civici, cit., p. 41, e in Commissario usi civici Venezia, 5 gennaio-21 marzo 1967, n. 251, Pubblicazione curata dall’Amministrazione Provinciale di Vicenza, p. 38).

[122] Massimata in Riv. dir. agr., 1969, II, pp. 1 s., con una nota a commento che critica questa conclusione del giudice di seconda istanza, notando da un lato che nel testo dello stesso decreto si desume il trasferimento del dominio delle Municipalità e dall’altro che comunque i corpi degli antichi originari fossero dichiarati letteralmente «cessati», e quindi estinti come soggetto giuridico. La conclusione cui è pervenuto il giudice d’appello era stata confermata dalla Cass., sez. II, 17 agosto 1951, n. 2533, in Giur. compl. Cass. civ., 1951, II, pp. 1528 ss., la quale osservava che in ragione dei documenti storici si dovesse escludere che le montagne di Rotzo fossero un feudo sub concesso dal Vescovo di Padova al Comune di Rotzo. V., poi, più approfonditamente la nota di R. Trifone, Fonti storiche e loro contenuto, ivi, pp. 1542 ss. spec. § 4.
La prosecuzione della vicenda fino all’approdo della storica decisione del Commissario usi civici Venezia, n. 251/1967 cit., è definitivamente confermativa di quell’assunto. Infatti, il Commissario liquidatore (cfr. pp. 26 ss. della cit. pubblicazione della Provincia di Vicenza) accertò l’esistenza di uno «speciale regime di godimento» da parte degli «antichi abitatori», da cui si può inferire «la conclusione ovvia che le popolazioni dell’Altopiano (“gli antichi abitatori” quali che ne possano essere, a decenni di distanza dal dissennato sfacelo degli antichi laudi, i criteri individuatori) “godono ancora e a titolo di demanio civico la proprietà di quei beni”, che sono (dai Comuni che li amministrano) inalienabili, assoggettati ad uso civico dei cittadini “uti singuli”, di loro comune, indivisa ed indivisibile proprietà» (così: I. Cacciavillani, La sentenza Terracina sugli usi civici, cit., p. 26 e pp. 31 ss.).

[123] Questioni irrisolte, cit., pp. 177 s.

[124] Sulla base della tesi per cui l’acquisizione dello status di regoliere consente l’ingresso nella Regola, De Martin, Questioni irrisolte, cit., p. 179, respinge l’opinione adombrata in punto di diritto dal Trib. Belluno, 12 giugno 1981, cit., pp. 69 ss., per cui da parte degli attori (i De Zolt) sussisterebbe il diritto di integrazione nella Regola di Presenaio in forza di una «prescrizione acquisitiva di diritti reali».

[125] A. Germanò, Comunioni familiari montane e giurisdizione in caso di usurpazione di terre, cit., pp. 452 s.

[126] Per G.C. De Martin, Questioni irrisolte, cit., p. 180, questo richiamo da parte delle leggi del dopoguerra alle antiche fonti regoliere costituirebbe un implicito riconoscimento del loro carattere «chiuso», fondato sul vincolo agnatizio. Il Tribunale bellunese, aggiunge De Martin, poi, non avrebbe fatto riferimento allo statuto della Regola di Presenaio, sulla base dell’erronea considerazione che sia stato abrogato dalla l. n. 1102/1971, quando, invece, da alcuna disposizione di quella legge sarebbe desumibile una tale conclusione.

[127] Così anche I. Cacciavillani, La sentenza Fletzer sulle Regole, Belluno, 1989, p. 24.

[128] Questi aspetti sono stati colti con attenzione nella c.d. sentenza Fletzer, anche sulla base del fatto che le parti hanno dovuto far fronte ad un onere probatorio fortemente radicato su documenti storico-giuridici; documenti che rendono edotta una situazione in cui la Repubblica di Venezia aveva riconosciuto, dopo il 1420, la realtà preesistente delle proprietà collettive, diversamente dallo Stato italiano, che sin dall’inizio aveva malamente atteso all’esistenza dei domini collettivi. È comunque significativo, che nella sentenza Fletzer viene citato un parere del Consiglio di Stato, in sede consultiva, del 1868, in cui non si teneva conto dell’esistenza delle terre collettive degli originari in Auronzo del Cadore, distinte da quelle del Comune.

[129] Direzione enti locali, deleghe istituzionali e controllo atti della Regione Veneto, 28 maggio 2004.
Quale qualificazione può ascriversi al suddetto Comitato? Vale la pena soffermarsi su un ricorso. Il Comitato, infatti, aveva impugnato la delibera del Consiglio comunale di Asiago n. 18 del 10 aprile 2002 di modifica del vigente regolamento usi civici, in quanto avrebbe contrastato col procedimento regionale allora in corso per il riconoscimento. Rispetto all’eccezione sollevata dalla difesa del Comune sul difetto di legittimazione ad agire del Comitato, così ha argomentato il TAR Veneto, sez. I, 11 marzo 2004, n. 1326: «Al riguardo si può ritenere priva di pregio quella [eccezione] incentrata sul preteso difetto di legittimazione ad agire, ove si osservi che il ricorrente ha adito questo G.A. non quale soggetto esponenziale alla collettività, ovvero quale portatore di interessi diffusi… bensì come soggetto collettivo che rappresenta un interesse pubblico qualificato e concreto di determinate persone fisiche, a loro volta titolari di interessi personali, in ordine al procedimento di ricostituzione della Regola di Asiago. Un siffatto interesse… deve ritenersi, nella prospettiva del ricorrente, sussistere quale interesse collettivo…».
Sulla natura giuridica della Vicinia, cfr. anche la tesi difensiva di Valdastico in I. Cacciavillani, La sentenza Terracina sugli usi civici, cit., pp. 51-53.

[130] Secondo il TAR Veneto i c.d. Colonnelli non sarebbero assimilabili alle Regole, perché erano soltanto degli istituti che garantivano l’utilizzo delle terre da parte di tutta la collettività e non già proprietarie dell’intero patrimonio: cfr. A. Zorzi, «Tornino le Regole ad Asiago». Ma il TAR dice no, in Corriere del Veneto, 31 gennaio 2010, p. 6, e G. Rigoni, Boschi e pascoli. Il TAR affossa le antiche Regole, in Il Giornale di Vicenza, 2 febbraio 2010.

[131] P.d.l. n. 296/2008 recante Riconoscimento delle Vicinie dell’Altopiano di Asiago, presentato dai consiglieri Finozzi, Variati, Berlato Sella, Trento, Ciambetti e Fontanella. Interessante la decisione della Giunta comunale circa lo stanziamento di una somma destinata a finanziare le ricerche storiche sulle Vicinie altopianesi. Interessante, la decisione della Giunta comunale di Asiago di destinare una somma a finanziare le ricerche storiche sulle Vicinie altopianesi.

[132] In repertorio notaio Serembe, atto n. 12.194. V. I. Cacciavillani, La sentenza Terracina sugli usi civici, cit., p. 39, Id., I privilegi della  Reggenza dei Sette Comuni, cit., p. 226, e G. Bortoli, Proprietà della gente del posto, cit., pp. 140 s.

[133] Sub art. 1, in I. Cacciavillani-E. Gaz, Commento alla legge regionale 19 agosto 1996, n. 26 «Riordino delle Regole», in Riv. amm. Veneto, 1997, n. 2, p. 130.

[134] Questa finalità è peraltro esplicitamente richiamata dall’art. 1, c. 1, l. reg. n. 26. Cfr., inoltre, l’art. 142, d. lgs. 22 gennaio 2004, n. 42, e l’art. 2, d.m. 21 settembre 1994.

[135] V. il testo del suo regolamento in G. Bortoli, Proprietà della gente del posto, cit., pp. 128 ss.

[136] Si può pensare al perduto archivio di Asiago, che comprendeva anche l’intera Spettabile Reggenza. Sul punto, però, v. la ricostruzione che fa di questo evento Cacciavillani, La sentenza Terracina sugli usi civici, cit., p. 44 nt. 8. Questo rilievo è stato avanzato anche nelle scritture difensive del Comitato in TAR Veneto n. 199/2010 cit.

[137] «Nella sua forma paradigmatica di proprietà comune di consorti coeredi (per es. nelle regole cadorine ed ampezzane), il proprio è imputabile a una catena ininterrotta di generazioni e serve essenzialmente come limite verso l’esterno, come elemento per circoscrivere la sfera giuridica di quel consorzio agnatizio da sfere giuridiche limitrofe di altri consorzi, di privati, di enti pubblici»: P. Grossi, Assolutismo giuridico e proprietà collettive, cit., p. 285.

[138] Si potrebbe pensare a titoli probatori di un antico legame agnatizio da parte di nuclei familiari non iscritti nei registri del 1921.

[139] Op. cit., p. 1113.

[140] Desideri, op. cit., p. 1117, peraltro, propone per le proprietà collettive la qualificazione di «figure di diritto comune».

[141] Da notare che si ragiona sempre di «riconoscimento» da parte del pubblico potere, in piena dissociazione rispetto a qualsiasi forma di ingerenza o di potestà sostitutiva da parte del pubblico potere. Questa considerazione non è priva di importanti conseguenze, se si pensa all’ingerenza esercitata dal pubblico potere secondo la legge del 1927, dove alla collettività venivano invero a sostituirsi l’ente comunale, il Ministro dell’Agricoltura e il Commissario liquidatore (espropriazioni, mutamenti di destinazione, scioglimento delle associazioni, tra i possibili provvedimenti di spiccato carattere autoritativo): cfr. Desideri, op. cit., p. 1114.

[142] Op. cit., p. 594. Secondo Vitucci il regolamento del Comune di Gallio sembra lasciare uno spazio aperto alle previsioni recate dalla legge sulla montagna del 1994 e dalla legge regionale. Per il regolamento usi civici del Comune di Asiago, v. Bortoli, Spirito cooperativo, cit., pp. 53 ss., il quale osserva come tale regolamento attribuisca al Comune la sola amministrazione del patrimonio silvo-pastorale, essendo questo in piena proprietà alla «collettività degli aventi titolo».

[143] Cfr., qui, la scheda di analisi economico-finanziaria della Direzione Bilancio della Regione Veneto, che stima in complessivi cinquantamila euro le spese a carico del bilancio regionale per il p.d.l. sulle Vicinie dell’Altopiano di Asiago.

[144] Sub art. 5, in I. Cacciavillani-E. Gaz, op. cit., p. 140,