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Storia delle Istituzioni Venete

Tra «LEGGI ET PRIVILEGGI»

di Roberto Bragaggia  [*]
Operatore bibliotecario nelle biblioteche del Comune di Mira (Ve), conduce studi storiografici sulla Repubblica di Venezia
    
Pubblicato nell'edizione n. 1 del 2011



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CONFINI, LITI, GOVERNO DEL TERRITORIO ED ESERCIZIO DEL POTERE POLITICO ATTRAVERSO L'ATTIVITÀ DEL TRIBUNALE
DEI PROVVEDITORI SOPRA BENI COMUNALI NEL '600[1]
 
 

Abstract:
 
Una minuziosa ricostruzione dei rapporti tra la Repubblica di Venezia e quello spazio “politico, composito, giurisdizionale, frammentato, suddiviso in centinaia d’insediamenti” noto come lo Stato di Terraferma, i cui limiti geografici si spingevano dall’Isonzo all’Adda e verso il Po, lambendo a nord e ad est le terre imperiali, ad ovest il ducato milanese, a sud il marchesato di Mantova e il ducato ferrarese, per poi spingersi in seguito fino allo Stato pontificio. La graduale definizione di spazio e territorio della Serenissima è dunque il cuore del puntuale saggio storico di Roberto Bragaggia, il quale si è sempre occupato, nei suoi studi, di comprendere quale ruolo politico ebbero le comunità di villaggio della Repubblica di Venezia nei processi di territorializzazione del potere, in particolare di quelle alpine. La montagna rappresenta, infatti, un'area di confine strategica per gli equilibri politici della Serenissima. Bragaggia ha studiato dapprima i cosiddetti Territori, ossia gli organismi di rappresentanza collettivi dei distretti urbani di fronte ai governi cittadini e alle istituzioni, per poi approdare a indagare le singole realtà comunitarie. In modo particolare, si è soffermato sulle comunità di villaggio bellunesi (le Regole), sull'uso che facevano delle risorse (pascoli e boschi), e sui controversi rapporti con la città di Belluno. Per analizzare le singole situazioni, ha studiato le forme di conflitto che si generavano per l'uso dei beni comunali, il ruolo giocato da Venezia in queste liti con la sua macchina giudiziaria sempre in fervente movimento, e gli attori che a vario titolo le animavano contendendosi il territorio. Ne emerge un progressivo affinamento dell’apparato giuridico veneziano e la creazione di istituti sempre più articolati. Uno fra tutti, il Magistrato sopra beni comunali, che con la sua intensa attività di arbitro contribuì attivamente alla definizione del demanio della Serenissima.
Ciò che colpisce, in questo excursus storico-giuridico, è l’inalterata capacità della Repubblica di Venezia di esercitare con fermezza la propria autorità preservando però, nei limiti del possibile, le prerogative e gli usi delle comunità. Una lezione di “equitas” che può essere valida ancora oggi per chi è chiamato a governare.
 
 
SOMMARIO: Lo Stato di Terraferma. Brevi note sulla formazione e sulla gestione politica (sec. XV-XVI) – Il ruolo della Communitas nell’organizzazione statale – I beni comunali: cenni sulla legislazione di un istituto giuridico del diritto veneto tra ’400 e ’500 – I Provveditori sopra beni comunali: un Magistrato, il suo officio, i suoi incarichi e il suo archivio – Tra Venezia e le comunità nell’opera quotidiana dei Provveditori nel ’600: catasti, investiture, suppliche, lettere, scritture, processi, terminazioni e appelli – Dallo spazio al territorio? Un esempio dal Bellunese
 
I. Tra la seconda metà del ’300 e lungo il ‘400, la Repubblica di Venezia realizzò un’imponente campagna di conquista del territorio alle spalle del suo «entroterra»[1]. Sebbene a lungo meditata, non sarebbe stata di certo un’impresa semplice[2]. Tuttavia, nel corso di quasi un secolo e mezzo, tra successi, sconfitte e temporanei arretramenti, il Commune Venetiarum annetté a sé un’area i cui limiti geografici si spingevano dall’Isonzo all’Adda e verso il Po valicandone addirittura il corso, anche se per periodo limitato[3]. L’esteso territorio soggetto alla città lagunare sarà nel tempo consolidato, descritto e conosciuto come Stato di Terraferma o dominio da terra.
Elencando in sintesi gli Stati confinanti, a nord e a est, la Dominante[4] lambiva le terre Imperiali, a ovest il Ducato Milanese (che dal 1535 sarebbe entrato nei domini spagnoli), a sud importanti territori come il Marchesato di Mantova e il Ducato Ferrarese degli Estensi, per scendere poi, con la conquista di Ravenna, verso le terre legate allo Stato Pontificio.
La sequenza della complessa operazione di conquista della Terraferma fu il risultato di un’attenta e ponderata azione del governo veneziano che coinvolse gli aspetti politici, sociali, giuridici e militari, attraverso il «consueto strumentario di dedizioni e patti»[5].
Quando gli uomini del Maggior Consiglio avviarono la propria macchina politico-economico-militare verso l’acquisizione del territorio dietro il Dogado[6], le motivazioni erano le più diverse. Certamente, le più prossime ai loro interessi erano dettate da pressanti necessità congiunturali. In breve, le principali possono essere così compendiate: crescente bisogno di approvvigionamento annonario della città marciana che in quegli anni stava aumentando la sua popolazione; dura concorrenza per la primazia commerciale nei mari; urgenza nel cercare una certa sicurezza delle vie di traffico sugli itinerari padani ed europei; difesa delle nuove conquiste da vicini potenti e temibili.
Nonostante queste premesse e l’alto grado d’interesse rispetto alle terre di nuova acquisizione, non da subito la ruling class veneziana ritenne praticabile un’intromissione diretta che potesse stravolgere in modo definitivo l’assetto politico e giuridico dei territori sudditi[7]. Una prudenza, quest’ultima, dettata dall’esperienza che Venezia aveva maturato nel governo dello Stato da Mar: evitare, laddove possibile, ogni trionfalistica ingerenza negli «affari locali», mantenendo una distanza da ogni forma di «integrazione sociale», e mescolando il tutto da un’apparentemente «assenza» da ogni aspirazione alla «centralizzazione»[8].
La Terraferma era tuttavia un altro mondo rispetto ai domini marittimi e sostanzialmente diverso da quello lagunare. Si trattava di un territorio tutt’altro che organico sotto il profilo ambientale, e che per di più era attraversato da una molteplicità di conflitti, interessi e appartenenze politiche diverse[9].
L’eredità lasciata su queste terre da parte dei numerosi signori che si contesero e dominarono nel passato i centri della recente conquista veneziana (Carraresi, Scaligeri e i presuli aquileiesi per citare i più altisonanti), fu assai controversa. I governi cessati lasciarono in quei territori uno strascico di accordi, riconoscimenti, esenzioni, beni, privilegi e, soprattutto, liti mai sanate.
In questa situazione, per la nuova capitale sarebbe stato assai controverso e potenzialmente rischioso tentare di affermare trionfalmente la sua egida praticando la politica, la giustizia e la fiscalità in modo diretto, almeno nei modi intesi dal corpo sovrano[10]. Anche perché in quel frangente, è stato recentemente osservato, «mancavano tanto le risorse quanto la convinzione necessaria»[11]. Ad esempio, quando subito dopo la conquista Venezia si trovò di fronte alla riforma degli statuti locali di alcuni centri maggiori della Terraferma, momento nel quale le prerogative più controverse dei centri sudditi potevano essere ridotte o svuotate, si scelse la nomina di commissioni di giuristi locali, considerati «i protagonisti più consapevoli e agguerriti della vita cittadina», a garanzia della conservazione dei patti da poco stabiliti, evitando forme di accesa conflittualità verso il nuovo Principe[12].
Tuttavia, quest’«apparente assenza di un’aspirazione alla coerenza» e alla creazione di un modello statuale uniforme, almeno per il ’400[13], non ci deve indurre a pensare ad un «isolamento» veneziano rispetto al territorio di nuova acquisizione[14]. Quanto piuttosto a concepire la nuova compagine come un insieme contraddistinto da ampie distinzioni di mentalità, culture, consuetudini e istituzioni.
In altri termini, prima ancora che un territorio consolidato e coerente, sebbene Venezia fosse, e lo sarà fino al maggio 1797, il «collante primo del sistema»[15], aspetto quest’ultimo che richiama senza troppe esitazioni lo Justizstaat medievale[16], lo Stato di Terraferma era anzitutto uno spazio politico[17], composito, giurisdizionale, frammentato e suddiviso in centinaia d’insediamenti che esprimevano modi assai diversi d’intendere il governo, o i governi del territorio e del suo ambiente circostante. Si passava, infatti, dalle piccole entità territoriali (villaggi o ville) amministrate da assemblee di capi famiglia – le comunità di villaggio: communi, Regole, vicinie -, sino alle grandi città rette da consigli formati da oligarchie aristocratiche[18]. C’erano inoltre altre forme di organizzazione che si contraddistinguevano per le dimensioni ampie come le contee feudali (laiche ed ecclesiastiche), quartieri, centenari, pievi, gastaldie, quadre, vicariati e terre, o territorialmente ridotte come parrocchie, borghi, contrade luoghi, fino alle ampie comunità di valle (comprensive di più comunità) come, ad es., il Cadore, o le bresciane Val Camonica, Val Trompia e Val Sabbia[19].
Ognuna di queste organizzazioni sociali della Terraferma era gelosissima delle proprie prerogative territoriali, politiche, fiscali e amministrative in precedenza concessegli. Nel corso della potestà veneziana, i territori si sarebbero sovente richiamati a questi antichi diritti per ottenere un riconoscimento da parte del Principe. Per conseguire i riconoscimenti delle loro ragioni, questi protagonisti seppero mescolare l’elemento locale (consuetudine, privilegio, concessione, esenzione) alla «felice» dedizione verso il centro lagunare[20]. Solo un esempio. Tra questa miriade d’insediamenti il numero di conflitti in corso era, infatti, incalcolabile aprendo un continuo fronte d’istanze verso le magistrature della Repubblica. Nel 1610, le comunità di villaggio di Udine e Navone appartenenti alla Val Sabbia denunciarono i violenti tentativi da parte del comune di Marmentino, nella vicina Val Trompia, di volere allargarsi oltre gli antichi confini, incorporando così alpeggi e pascoli di montagna. Ciò era palesemente contrario a «quello che a noi dalla fondazione de nostri communi è sta[to] dal Prencipe nostro, et dalla natura dato»[21]. Gli estensori della supplica combinarono elementi di un passato risalente e il ruolo giocato dalle risorse naturali, con altri argomenti legati invece alle ragioni che legittimavano l’appartenenza al sovrano veneziano, loro «Prencipe naturale».
Una volta acquisita, la Terraferma restò suddivisa nelle circoscrizioni consolidate attorno ai centri maggiori – lasciando di fatto inalterati i rapporti di sudditanza città-contado creati nel passato[22] -, laddove la Serenissima inviava regolarmente i propri Officiali (Rettori) a gestire, unitamente a una corte, il buon governo attraverso la conservazione dell’ordine politico, sociale, giuridico, economico e fiscale.
Dal centro lagunare, invece, fervido era il lavorio di quelle magistrature che a più riprese, sin dalle prime fasi dopo la conquista, governarono il territorio. Esse vigilavano sulla gestione di patti, privilegi, che portavano con sé beni, diritti, confini, usi ed esenzioni. Tra le più importanti e antiche annoveriamo il Consiglio dei Dieci, l’Avogaria di Comun, gli Auditori Novi e le Quarantie. Il numero di materie con le quali questi tribunali dovettero confrontarsi, tuttavia, aumentò considerevolmente nel tempo, e questo portò, come vedremo, alla creazione di Collegi o Magistrati più specifici e maggiormente corrispondenti alle problematiche che provenivano dal territorio.
 
II. Sotto il profilo giuridico, molti dei gruppi/organizzazioni sociali che costellavano il territorio possono essere compresi entro il paradigma proposto da Bartolo di Sassoferrato, ripreso poi da famosi giuristi nel ’600. Bartolo affermava che il lemma Communitas, al singolare, era da considerarsi un nomen generale che appartiene a diverse realtà, come universitates, civitates, villae, castra e municipia[23].
La pertinente definizione di comunità, tuttavia, è ancora più chiara nella riflessione del giurista veneziano settecentesco Marco Ferro. Anche se parrebbero essere escluse dal novero le civitates, nel suo Dizionario di diritto Comune e Veneto, l’avvocato sostenne, parlando al plurale, che «Comuni o Comunità si chiamano le unioni di abitanti, i castelli, le ville, ed i vari luoghi dello Stato, le quali rappresentano un corpo»[24].
Sulle comunità e sul loro patrimonio di diritti, beni, ed esenzioni, dove esse esercitavano le proprie e talvolta limitatissime prerogative[25], la ruling class veneziana eseguì un’attenta sorveglianza. Questa tutela era evidentemente legata al fatto che attorno a questa mole di antiche prerogative e risorse era consolidata una robusta articolazione dei poteri locali.
Il corpo sovrano della Repubblica rappresentato dal Maggior Consiglio, nel corso del tempo, creò alcune magistrature ad hoc. Rispondendo agli impulsi legislativi del centro e coadiuvandolo nella complessa azione deliberativa, esse vigileranno su questo intricatissimo sistema di ordinamenti che componeva il background politico, sociale, culturale, giuridico ed economico della Terraferma[26].
Sin da subito va dichiarato dove orienteremo la nostra attenzione per leggere i modi con i quali Venezia governava il territorio. Lo sguardo sarà rivolto al mondo delle comunità di villaggio (di dimensioni e importanza diverse), all’uso e alle conseguenti liti per l’accesso alle risorse collettive, ai conflittuali rapporti con i ceti delle città dominanti e con giusdicenti di varia natura (famiglie, feudatari o enti ecclesiastici).
All’atto delle dedizioni, Venezia riconobbe a tutte queste comunità[27] le loro antiche prerogative, concesse alcuni privilegi e beni, e garantì talvolta esenzioni, soprattutto per sostenere la difesa dell’ampio Dominio caratterizzato da incerti confini. Durante i secoli XVI-XVII era, infatti, ricorrente per queste comunità, anche le più piccole, richiamarsi al ruolo di antemurali nel loro arsenale di argomentazioni per rivendicare diritti e privilegi davanti ai tribunali veneziani. Alcune scritture e suppliche, abilmente compilate da giuristi, esordivano con questa retorica piuttosto collaudata, altre invece preferivano mescolarla nel mezzo del testo. In tal senso, vale la pena citare ancora un breve passo tratto dal Dizionario del Ferro, il quale, sempre alla voce «comuni e comunità», ricorda che a queste «al tempo della loro dedizione o conquista furono accordati molti privilegi, esenzioni e beni dal Principe, e furono accresciuti in benemerenza dei servizi prestati nella difesa dai nemici, e nella custodia dei confini dello Stato»[28].
Il confine con gli stati esteri era, infatti, spesso segnato da ampi demani civici, pascoli e boschi, il cui uso comune e la conservazione da parte delle comunità ne garantivano implicitamente la difesa. Riprendendo antiche consuetudini e richiamando davanti all’autorità un controverso scontro in atto tra Vicario e Podestà di Vicenza, nei primi del ’600, la piccola comunità di Rotzo, appartenente al vicariato dei Sette Comuni, per ribadire la sua contrarietà al manifesto tentativo della più grande comunità di Asiago di appropriarsi della «loro» montagna di «Ungelaita[?] [posta] nelle pertinentie di Campolongo», dichiarò che l’antico uso del taglio del legno in quei luoghi giustificava e garantiva il loro possesso. E questo contrariamente alle carte, fasulle secondo loro, prodotte dagli avversari. Antagonisti temibili, quelli di Asiago. Per via della grandezza e ricchezza del loro comune, alcuni dei maggiorenti, i più facoltosi e con solidi agganci nel mondo urbano, si facevano portavoce degli interessi di tutti, spadroneggiando anche su quelli vicini. I problemi presentati dai supplicanti erano piuttosto ricorrenti. Gli uomini della comunità di Rotzo aggiunsero tuttavia un particolare: puntando direttamente al cuore della rivendicazione affermarono sagacemente che «con il taglio [del bosco] si conserva la giurisdizione della Serenità Vostra», poiché la montagna era posta sul limite con i territori sudditi della Casa d’Austria[29]. Un confine, quello Vicentino-Imperiale, conteso e assai problematico che bene si prestava a diventare oggetto di lite per risanare questioni interne.
Tuttavia, alle comunità venete in virtù di una legge dell’ottobre 1412, è ancora Ferro ad aiutarci, questo immenso patrimonio di beni, pascoli e boschi, per lo più, ma anche acque e strade, era loro concesso solo parzialmente. Spiega il giurista: «i comuni [non possono] senza licenza dell’Eccellentissimo Senato prendere denaro a censo, né vendere o alienare cosa alcuna in qualsiasi modo»[30]. L’uso di alcuni beni era subordinato all’autorizzazione e alle esigenze del Principe. In questo senso possiamo convenire con la recente storiografia delle istituzioni, laddove essa sostiene che in antico regime solo grazie ad una manifestazione dell’autorità sovrana un gruppo territoriale può assumere «una certa sfera di libertà simile a quella dell’individuo»[31].
D’altra parte è utile ricordare che l’uso di queste risorse spesso definiva, in assenza di segni tangibili, il confine tra un luogo e l’altro. Ognuna di queste comunità esprimeva, infatti, un proprio modo di esercitare un’autorità, seppur minima, nell’ambito delle proprie pertinenze. Pertinenze che erano segnate da confini, i quali tuttavia sovente non erano essenzialmente geografici e tracciati in modo inequivocabile sul territorio (ma non per questo inesistenti), bensì erano «di tipo funzionale, normativo e analitico», basati sull’uso che le comunità facevano delle risorse sul territorio (pascolo, legnatico, e ampliando rispetto al nostro argomento, l’uso delle acque come ad esempio per la pesca[32]).
Su questi confini d’uso, di Stato o interni allo stesso che nel corso del ’600 saranno definiti dai tribunali del centro «litigiosi», prese corpo un lungo processo di istituzionalizzazione dello spazio attraverso il controllo dei rapporti politici di forza fra gli attori sul territorio.
Oltre a questi aspetti che richiamavano l’ordine difensivo, era inoltre necessario, per Venezia, assicurarsi il favore delle comunità in funzione dell’ordine fiscale. Infatti, e questo avverrà soprattutto dal ’500, Venezia cercò spesso di eludere il filtro talvolta stringente delle città, le quali sovente rallentavano il flusso dei cespiti verso la capitale, stringendo invece rapporti più diretti con le comunità e con i loro rappresentanti[33].
Si configurava, pertanto, sin da subito, un rapporto intenso, seppur asimmetrico, tra governanti e governati, tra sovrano e comunità, tra diritti diversi, che aveva comunque al centro il Principe, laddove la locale necessità di «justitia» richiesta in forma di grazia all’autorità, «supremo fonte delle Gratie»[34], e la sua concessione, o non concessione, da parte del corpo patrizio, creava uno spazio di mediazione ritualizzato nei tribunali lagunari entro i quali venivano convogliate le istanze. Questo modo d’esercitare il potere, permise l’estensione ordinata dell’autorità politica, fiscale e giudiziaria.
La Repubblica fu così il centro catalizzatore di tutte le suppliche e lamentele. Ciò gli permise di ottenere un equilibrio tra conservazione patrimoniale del nuovo dominio e pragmatismo politico rivolto a conseguire una forma di ordine e di pace sociale. L’accurata e meticolosa registrazione delle liti negli archivi della macchina giudiziaria, nell’ordinario esercizio dell’autorità, consentì inoltre l’emersione di forme alternative al potere delle istituzioni veneziane che sarebbero così state contenute e controllate.
Se il centro avesse mancato a questo suo ruolo di mediazione e controllo, le comunità, anche le più piccole, non sarebbero state alla finestra. Paradigmatiche sono le minacce lanciate da una comunità bellunese frontaliera nel tardo ’600. Durante un’assemblea dei capifamiglia riunita nella piazza del paese qualcuno «straparlò» proponendo di «passare sotto l’Imperatore» se la Repubblica non fosse intervenuta a sanare uno strappo all’interno della comunità stessa. La lacerazione era provocata dallo scontro tra fazioni avversarie per l’accaparramento di alcuni pascoli e boschi da parte di qualche potente privato locale sgradito alla Regola e, che per di più, era appoggiato da gruppi cittadini influenti[35].
Sin dalle iniziali dedizioni, il rapporto con il dominio da terra sarebbe stato regolato dalla costante «osservanza alla lettera delle pattuizioni stipulate al momento della conquista»[36]. Chiedendo il rispetto delle loro prerogative e diritti, le comunità, pur tuttavia subordinate ai centri cittadini o a giusdicenti feudali, in un complesso e raffinato gioco di riconoscimenti con l’autorità, divennero «partner obbligato del sovrano nella nuova impresa statale»[37].
Non tutto però superava la soglia dei tribunali regi e talvolta conosceva solo una composizione locale, comunitaria, che scalzava abilmente il centro. Pensiamo in particolar modo alle risoluzioni private tra i membri della comunità di villaggio che avevano subito un torto, o, centro della nostra analisi, in relazione all’uso dei pascoli e dei boschi, o alla definizione dei confini. Solitamente l’agone entro il quale la lacerazione del tessuto comunitario trovava una soluzione era la congrega dei capi famiglia, davanti ad un sacerdote, alla presenza di qualche eminente locale, spesso un cittadino influente, un notaio, o, laddove come, ad es., in Carnia, molte materie erano di competenza dei giudici della Gastaldia di Tolmezzo che in virtù dei patti di dedizione manteneva numerose competenze[38]. Tuttavia, questo genere di risoluzioni, arbitrati, e «compromessi» della giustizia locale non erano pienamente condivisi dalla giustizia regia, poiché essa poteva perdere così il ruolo legittimante di arbitro supremo[39].
Quello appena descritto, in estrema sintesi, era un insieme di modi assai complessi d’esercizio del potere politico con cui Venezia dovrà rapportarsi sino alla caduta, affinché si evitassero ammassamenti di potere in centri che fuoriuscissero dal cerchio dell’ufficialità e del controllo lagunare. Pur tuttavia l’interesse primigenio per l’ordine centrale coniugato con la politica del riconoscimento delle prerogative locali, attraverso una continua presenza da parte dell’autorità per mezzo dei suoi tribunali, alla fine fu una pratica che, unitamente a una riorganizzazione e istituzionalizzazione degli assetti comunitari, in certuni casi comportò, «la sostanziale e progressiva disarticolazione di quel sistema normativo e consuetudinario, fondato sui legami di solidarietà e di reciprocità nell’uso delle risorse comunitative, su cui si era fondata, nel periodo basso medievale, la coesione della società»[40].
Si trattò di una frammentazione che coinvolse il territorio e pertanto gli interessi che su di esso vertevano. In seguito fu pragmaticamente utilizzata come strumento politico per sostenere l’esercizio dell’autorità[41].
In questo senso, per evitare sgretolamenti politici, collassi fiscali e crisi di sussistenza nei territori sudditi, già duramente provati dalle continue imposizioni dei centri urbani del dominio, era necessario, da parte dell’autorità lagunare, intervenire con una legislazione rigorosa, una sua di applicazione attenta e con precise azioni che in qualche modo correggessero eventuali derive.
 
III. Tra i beni e risorse che costituivano il nerbo del patrimonio delle comunità di villaggio, le risorse comunitative, vi era un’ingente mole di pascoli, boschi, montagne e paludi che ricadevano nelle loro pertinenze. Poiché su molti di questi beni, le comunità non potevano vantare titoli cartacei comprovanti la piena proprietà (allodio), ma solo l’antico e continuato possesso ab immemorabilia «per 10, 20, 30, 40 … 100 anni senza memoria d’huomeni in contrario», nel secolo della conquista la Serenissima decise d’incamerarli, detenendo per sé il dominio eminente e concedendo, per graziosa concessione, alle comunità il dominio utile. Di questa enorme massa di beni, si vieteranno in seguito le riduzioni a coltura, le vendite, le permute e gli affitti. Questi beni potevano essere utilizzati dalle comunità solo per gli usi consuetudinari legati all’uso del pascolo e del bosco «per rendere più ubertoso il paese». Inoltre, la puntuale tutela da parte delle comunità di questi beni, soprattutto in area prealpina e alpina, garantiva il mantenimento dell’assetto idrogeologico del territorio evitando smottamenti e piene che riversandosi nei corsi d’acqua che lo solcavano avrebbero causato danni ingenti anche nella città capitale.
Nei primi decenni del ’400, era di fatto stato creato il nucleo centrale, magari ancora non del tutto conosciuto all’autorità, di un demanio assai ampio che nel corso del tempo sarebbe stato grandemente utilizzato. Erano i beni comunali (communali, per usare una grafia pertinente, o il più raffinato bona communalia, che sostituì il più popolaresco comugne spesso impiegato in modo ampio per descrivere i beni in uso comune)[42].
Due parti del Senato del 1410 e 1445 si occupano di recuperare «bona communis Veneciarum» ossia tutte le proprietà demaniali con un particolare riferimento ai beni «confiscati ai ribelli o agli antichi signori delle città suddite[43]. Il lemma «communis», secondo recenti interpretazioni, dovrebbe essere tuttavia inteso come dello Stato, piuttosto che attribuirne il significato ai beni comunali in senso stretto. Ciò nonostante, l’indirizzo politico da parte della Serenissima su questi beni era stato scritto come provato da dati successivi. Ben dopo la metà del ’400, quando l’autodefinizione politica di Venezia era già passata da commune a dominium, l’uso di commun (bene communale) per indicare lo stato non era, infatti, venuto meno[44].
Di là da questi primi teorici avvii normativi, che avevano comunque un loro valore politico molto chiaro, sui beni comunali, intimamente legati al mondo delle comunità e alla loro cultura consuetudinaria di ripartizione delle risorse, la Serenissima costituì un solidissimo corpo legislativo e un istituto giuridico che era tipico del diritto veneto assai avido di un orientamento pragmatico e immediato con il quale approcciarsi ai problemi del suo territorio e alla loro risoluzione.
Le prime norme in materia di beni comunali, in senso stretto, sono fatte risalire a una parte del Senato datata gennaio 1476. In questa legge le comugne ricadevano senza troppi indugi «sub iurisdictione Dominii»[45]. Nel lessico politico, una delle prime attestazioni ufficiali del lemma «communalia», nel senso appena descritto, è impiegato qualche anno prima, nel 1467[46].
Sin dagli esordi della legislazione, la Repubblica chiamò le magistrature finanziare esistenti a soprintendere il governo, la gestione e la vigilanza su questo esteso patrimonio: Officiali alle Rason Vecchie e Rason Nuove, e talvolta i Provveditori sopra Camere furono i protagonisti di questa prima fase. Dal 1463 alcune competenze in materia di vendite e alienazioni su «qualsiasi» bene demaniale, genericamente inteso, furono deputate all’Eccelso Consiglio dei dieci[47].
Di fatto, la Repubblica comprese che su questi pascoli e boschi non si attestavano solo gli interessi di qualche sperduto villaggio di pianura o di montagna, ma quelli d’intere comunità i cui legami politici con il territorio circostante erano numerosissimi, robusti e articolati. Talvolta queste vicinie compirono atti di sollevazione quando gli antichi equilibri parevano messi in pericolo, poiché l’accesso, l’uso e la distribuzione stessa dei beni comunali era legato alla loro sopravvivenza e identità. Tuttavia, scavando più in profondità, ci possiamo accorgere che profondamente intrecciati con quelli delle comunità vi erano poi gli interessi di quei maggiorenti (cittadini, giusdicenti, enti feudali, mercanti e contadini facoltosi) che univano i loro privilegi, ottenuti dai vecchi signori, con quelle assemblee di villaggio.
Il disbrigo ordinario di questa materia non era certo affare semplice. Il problema non era più solo amministrativo, finanziario e fiscale, ma n’era coinvolta la sovranità della Repubblica, e spesso l’ordine pubblico. Già nel 1493 il Consiglio dei Dieci intervenne piuttosto duramente in una lite che vedeva contrapposti cittadini e distrettuali bresciani per occasione di alcuni beni comunali che passarono dall’uso delle comunità alla proprietà cittadina, seguendo peraltro quell’emorragia fondiaria che nei secoli successivi vedrà il patrimonio rurale prendere la strada dei centri urbani. Il Rettore di Brescia fu chiamato a risolvere il conflitto[48]. L’episodio non fu certo marginale, infatti, fu posto come proemio del capitolare delle leggi sui beni comunali, a mo’, potremmo intenderlo, d’indirizzo politico. In questo incipit si faceva riferimento al fatto che le politiche territoriali della Serenissima fossero finalizzate a «tenere et conservare subditos suos quietos, et pacificos»[49].
Sin dai suoi esordi, la legislazione del Principe in materia di beni comunali aveva uno specifico indirizzo tutto rivolto a una politica non interventista e conservatrice dello status quo dei beni utilizzati collettivamente nel dominio, poiché per la loro stessa natura ben si prestavano a essere un momento di dialogo tra le parti nel complesso mondo di terraferma.
Tuttavia, l’incerto equilibrio politico tra conservazione e ordine che si era creato attorno a questo istituto sembrò vacillare pericolosamente per le decisioni dovute allo zelante atteggiamento dei tribunali legati all’Erario che in occasione del finanziamento degli impegni militari nel primo periodo delle Guerre d’Italia avevano confiscato alle comunità anche ampie porzioni di beni comunali. Le magistrature principali della Repubblica ebbero ancora il loro bel daffare, in modo particolare il Consiglio dei dieci. In seguito a queste decisioni, confluì su Venezia una cospicua somma di suppliche, proteste e lamentele provenienti da parte di alcune comunità padovane e bresciane che criticavano duramente la decisione di confiscare quei beni. Gli Officiali alle Rason vecchie in realtà consideravano, secondo un ragionamento pragmatico, l’operazione legittima, poiché ritenevano, non certo senza creare altre confusioni nella gestione dell’istituto, l’appartenenza di questi beni ai ‘ribelli’, ossia ai vecchi signori e nobili notoriamente ostili a Venezia[50]. Sulla questione, per competenze, intervenne appunto l’«Eccelso Consiglio di Dieci», i cui Capi, nel 1495, per evitare episodi di cieca violenza o di sollevazione, deliberarono la cosiddetta prescrizione trentennale sui beni comunali, istituita formalmente solo l’anno successivo l’11 giugno 1496[51]. Si trattava di una norma con la quale tutte le comunità che potessero dimostrare il possesso in modo pacifico e continuo da più di trent’anni dei beni comunali, ne avrebbero potuto ottenere il reintegro. Al contempo si vietò la confisca. E ciò valeva per tutto il Dominio.
Va subito precisato che per il diritto della città lagunare, i beni comunali erano tutt’altra cosa dai beni comuni (allodiali) proprietà delle comunità, o dei beni dei privati, registrati entrambi nelle partite d’estimo, beni sui quali pagavano la loro parte di gravezze e tasse al fisco. I beni comunali erano, infatti, parte del corpo del Principe e pertanto erano esentati dalle contribuzioni erariali. Spesso su questa incertezza lessicale tra beni comuni e comunali, «voce nuova et moderna» come diranno i veronesi, o «materia […] nova» come invece diranno i feudatari friulani, e tipica dello stato veneziano, nasceranno controversie di difficile risoluzione che avrebbero aperto numerose liti e fronti di scontro che presero senza posa la via del centro lagunare[52].
Spostandoci rapidamente sulla linea temporale, un esempio del primo ’600 ci permette di capire come questa separazione lessicale potesse divenire in alcuni momenti ambito di rivendicazione di antiche prerogative. La città di Feltre affermava, certamente in chiave retorica piuttosto che apologetica, che sin dal tempo della dominazione dei duchi di Milano[53], «aveva ricevuto il Dominio e mero, e misto Impero, e di se stessa patrona per divina eletione». Piacque a Venezia, all’atto della dedizione nel 1420, «di confermare la predetta Città, e territorio ne’ suoi gradi, dignità, comodità, utilità, et preminenze et conservarle et mantenerle i beni, et comodi suoi, così comuni come particolari». Dopo aver elencato la materia importantissima dell’affitto locale dei dazi, il redattore della scrittura, un rappresentante del popolo, sostenne che tra i vari beni che la città e il suo territorio potevano avere altre prerogative: «come ha ricevuto il comodo, beneficio, et servitio suo et il predetto territorio, et suoi villaggi son stati patroni dei loro beni comuni, pascoli, boschi, montagne godendoli, affittandoli, et di quelli secondo le occorrenze disponendo [liberamente]». Qualcuno aveva denunciato, non senza qualche allusione politica di troppo, che quei beni non erano allodiali bensì comunali. Pertanto il Rettore doveva confiscarli giacché patrimonio del Principe. Ne seguiva tutta un’attenta ricostruzione cronologica che è piuttosto esplicita sull’articolazione degli interessi e degli scambi che avvenivano attorno a quei beni. La parte finale della scrittura è interessante. Quei beni non potevano essere comunali: non erano mai stati individuati come tali e pertanto dovevano essere considerati comuni alla stregua degli altri privilegi a favore della città e del suo territorio sottoposto agli interessi dei gruppi dirigenti urbani[54]. Questo è un caso, ma se ne potrebbero citare molti altri[55].
Anche quello Bellunese è piuttosto chiaro. Sessant’anni prima della definitiva dedizione, nel 1364, durante una fase molto travagliata della storia di questa città[56], un ristretto gruppo di famiglie aristocratiche di Cividal di Belluno elencò all’interno degli statuti urbani, poi riconosciuti da Venezia nella redazione del 1392, tra gli iura et bona publica, oltre alle piazze, alle vie, al castello, alle mura, anche i pascoli, le montagne, le valli e i boschi. Di diritto e di fatto, questi beni erano ora corrispondenti ai loro immediati interessi, poiché costituivano un corpo politico autonomo. Il vescovo – che di questi beni fino a quel momento ne era il dominus loci – fu così formalmente esautorato dei suoi poteri. Si trattò di un’operazione locale di scalata al potere, in momento di vuoto istituzionale, da parte di queste famiglie, che divenne poi identificativa di un modo di intendere la politica e di un rapporto assai geloso con i futuri beni comunali in uso alle comunità. Nello stesso periodo, infatti, i gruppi nobiliari dominanti della città riuscirono ad accentrare in sé il potere giudiziario togliendo al vescovo anche la possibilità di emettere sentenze concernenti la città e il suo territorio[57].
Una volta che la Belluno si diede definitivamente a Venezia, questa situazione provocherà più di qualche scontro con le Regole e numerose prese di posizione da parte delle magistrature del centro sull’uso legittimo del patrimonio comunale boschivo e pascolivo, che invece rientrava nel dominio della città capitale. Tra gli anni ’30 e ’40 del ’700, ad es., aristocratici, popolari, mercanti della città unitamente agli uomini delle comunità comprese nella Pieve di Lavazzo supplicarono più volte la Serenissima Signoria di mantenere un antico privilegio, talvolta piuttosto contestato, sull’affitto dei tagli di legname nei boschi comunali del distretto urbano per potere da un lato, in virtù di un’antica gravezza locale, garantire il rifornimento alla città, e dall’altro, immetterli sul mercato. Rispettando quanto riportato nei patti del 1420 laddove erano riconosciuti gli Statuti, i capitoli e gli «antichi privileggi dalla Pubblica munificenza concessigli nella volontaria sua dedizione», Venezia concedette alla Pieve, alla città e a quel pulviscolo di attorisociali, quanto richiesto. Per i Pregadi, come sosterranno nella loro risposta, era conveniente muoversi e destreggiarsi tra «leggi» che affermavano l’autorità del governo e il riconoscimento dei «privileggi» che invece garantivano la tenuta della sovranità sul territorio[58].
Passando dai centri urbani al mondo delle comunità, un altro esempio, ancora quattrocentesco, di questo modo conflittuale d’intendere, tra leggi «nuove et moderne» e antichi privileggi, l’accesso e lo sfruttamento delle risorse collettive proviene da una grossa comunità friulana, Maniago Grande. In questo importante centro della fascia prealpina posto tra i torrenti Cellina e Colvera, l’accesso e l’uso di pascoli, boschi e montagne che rientravano nei confini della comunità, erano alla base di un continuo contenzioso tra le famiglie originarie, che per antica consuetudine le dividevano annualmente in prese, e conti di Maniago che li ritenevano invece parte integrante della loro giurisdizione feudale. Nello specifico erano le montagne di Avalesco, Jouf e Pala Barzana. Comunità e conti furono spesso in conflitto tra di loro per diverse questioni. Nel corso del ’400, la lite aveva ormai inasprito i rapporti tra il consiglio della comunità e i conti. Davanti ad un arbitro locale, probabilmente un notaio, i primi cercarono di dimostrarne l’uso antico e incontrastato nel corso dei decenni passati, mentre i conti si rifecero a un’antica investitura patriarcale nella quale l’antico signore concesse loro la piena proprietà. L’arbitrato del 1456 che cercò di porre fine alla lite sancì una forma di ordine locale: parte delle montagne contese (Jouf e Pala Barzana) erano da considerarsi in uso collettivo della comunità e delle ville comprese nelle sue pertinenze, mentre la montagna di Avalesco doveva rientrare nel dominio dei giusdicenti feudali. Ciò portò la comunità e la consorteria ad avere «uguali obblighi e restrizioni».
Nel corso del ’500-’600, il fronte litigioso si spostò nell’ambito dei beni comunali davanti ai tribunali veneziani[59], quando la percezione locale del territorio e dell’ambiente circostante poté essere usata in chiave di rivendicazione politica. Antichi diritti, prerogative, esenzioni, modi di raccontare la geografia dei propri luoghi, divennero presto parte di attento lessico utilizzato pragmaticamente di fronte ai tribunali veneziani. Prova ne è, tra le tante, che l’equilibrio raggiunto tra la comunità di Maniago e i giusdicenti fu ripreso da Venezia qualche decennio dopo per definire istituzionalmente alcuni confini. Nel 1663, per sedare una lunga lite che vedeva contrapposti il comune di Maniago Grande e quello limitrofo di Maniago Libero per l’accesso e l’uso del monte Jouf, la Serenissima affermò la validità dell’antico arbitrato privato (1453) e il principio d’ordine che questo aveva generato, disponendo che l’uso del detto monte fosse immemorabile, impedendo a Maniago Libero ogni ingerenza, e garantendo così «[il] godimento, et uso delle portioni del Monte [Jouf] di sua ragione»[60].
Tornando all’opera legislativa del ’400, in questa prima fase dell’esercizio della politica in Terraferma, per l’autorità veneziana, era innanzitutto centrale cercare di preservare i beni comunali dal corrente reato d’usurpo. Si trattava di un crimine attraverso il quale soggetti diversi s’impadronivano indebitamente dei beni del Principe. In materia si espresse ancora il Consiglio dei dieci «cum addictione», segno che il problema non era marginale o di poca rilevanza politica: l’allargamento alla zonta veniva, infatti, concesso nei casi più gravi e straordinari[61]. Inoltre, i Dieci in quegli anni stavano sviluppando e consolidando ulteriormente il loro potere sul mondo della Terraferma con una regolazione delle loro competenze[62].
Il 2 luglio 1496, pochi giorni dopo aver emanato la parte che istruiva la prescrizione trentennale, questo tribunale decretò che ogni illecito in materia di comunali sarebbe dovuto essere denunciato e i pubblici rappresentanti avrebbero dovuto procedere per «justitiam, et juste eurum conscientias procedere ad illos actus, probationes, et sententias, quae ipsius videbuntur», sanzionando così ogni manifestazione contraria all’autorità secondo i principi dell’equitas insiti nel sistema giuridico veneziano[63].
La denuncia, il processo, la sanzione erano tutte parti di un articolato meccanismo con il quale la Repubblica entrava nelle contese, anche le più complicate, cercando di portarle dall’alveo locale, difficilmente governabile, a quello istituzionale e dei suoi tribunali dove sarebbe stato maggiormente controllabile.
Gli anni successivi che seguirono questo primo corpo di legislazione furono assai complicati per la Serenissima. Le truppe dei collegati di Cambrai incrociarono le armi con le milizie veneziane ad Agnadello, sulla Ghiaradadda, nel 1509. La Repubblica uscì sconfitta da questo scontro. Molte aristocrazie dei centri urbani, sfruttando il momento, si sollevarono contro Venezia, inneggiando l’Imperatore come un liberatore. Furono anni di profondi rivolgimenti e regolazioni negli assetti sociali e territoriali nel composito mondo della Terraferma.
Le comunità non rimasero tuttavia impassibili, ma appoggiarono, rispetto alle oligarchie urbane, la causa veneziana fornendo prova di fedeltà. Questo sostegno non sarà dimenticato e per le comunità, anche le più piccole, diverrà un altro argomento, oltre a quelli consolidati, nelle richieste di riconoscimento negli anni successivi. Il trattato di Noyon (1517) e gli accordi di Bologna (1529-30), videro uscire da questo conflitto una Venezia profondamente ridimensionata nelle sue velleità espansionistiche e diminuita sul fronte territoriale. Inoltre, anche il suo primato di regina dei mari stava subendo una considerevole riduzione. Mercanti più attrezzati come inglesi e olandesi solcavano gli Oceani, il Mediterraneo e i mari del nord, senza limitazioni di spazio. Il mercato levantino si faceva, inoltre, sempre più stretto e difficilmente praticabile per via dell’impero Ottomano che divenne un avversario ancora più temibile.
In sintesi, pur con tutte le sue evidenti contraddizioni, il territorio rappresentato dal dominio da terra, ora assumeva un valore nuovo. Lo spazio politico acquisito circa un secolo prima andava controllato diversamente. È proprio in questa congiuntura che il patriziato compì la sua «svolta verso la Terraferma» e verso quelle forme di territorializzazione del potere che in passato erano state solo prospettate[64]. Questo lungo processo può essere qui letto sia attraverso interventi istituzionali, che modificarono i modi della rappresentanza del mondo rurale con la nascita dei Corpi territoriali, riconosciuti e nel frattempo controllati da Venezia; sia attraverso la comparsa di alcune magistrature (e la riforma di altre) che per competenze avrebbero coadiuvato il Senato e gli antichi tribunali veneziani nella vigilanza degli assetti politici, fiscali, giuridici del territorio e la sua difesa. In quegli anni furono creati, ad esempio, i Savi alle acque (1501), il Collegio dei X Savi sopra il corpo del Senato (1529, che diverranno venti nel 1619), gli Inquisitori di Stato (1531), la Camera dei confini (1554), i Provveditori sopra beni inculti (1556) e ancora, a fine secolo, i Provveditori sopra feudi (1586). Tutte materie importantissime che entravano nel merito della dialettica sulle prerogative del dominio da terra, e che finora erano state amministrate tra il centro e i rappresentanti pubblici sul territorio.
Anche la materia dei beni comunali era in via di una nuova sistemazione negli indirizzi politici veneziani. Sino a quel momento erano ancora il Consiglio dei Dieci, i Provveditori sopra camere, gli Officiali alle Rason Vecchie e i Rettori a regolarne gli intendimenti legislativi.
Tra gli anni ’30 e ’40 del ’500, la materia divenne ancora centro di aspre polemiche nel territorio e tra i suoi protagonisti. Confische dei beni usurpati e primi tentativi di catasticazione (nella Trevisana) dei beni comunali innervosirono non poco le popolazioni suddite. Tra il maggio 1529 e il gennaio del 1530 seguirono dapprima un decreto del Senato e poi una parte del Consiglio dei Dieci. Il primo commetteva la consegna da parte delle Rason Vecchie dei processi sinora seguiti in materia di beni comunali a Zuanne Antonio Giustinian, tornato da poco dalla Livenza per porre i confini ai boschi della Signoria[65]. Secondo recenti ricostruzioni, il patrizio tenne in Collegio una puntuale descrizione delle distese dei comunali nella Trevisana, che alla fine fece propendere il ceto dirigente per una campagna di alienazioni[66].
Oltre ad aprire una lunga stagione di continue discussioni tra i favorevoli e contrari all’alienazione dei beni comunali, che durerà sino alla caduta della Repubblica[67], l’opera del Giustinian fornì anche vivaci argomenti di rivendicazione ai sudditi di Terraferma per le numerose contese successive sulla proprietà di pascoli e boschi. Dopo queste primi tentativi, dal Palazzo veneziano arrivò l’ordine. Nel luglio del 1529, il Consiglio dei dieci deliberò l’avvio della prima campagna di alienazioni investendo ancora le Rason Vecchie: dei beni confiscati, 1/3 sarebbe dovuto andare alla Signoria e 2/3 rimanere ai comuni. Fu un’operazione destinata a non trovare il successo sperato, sia per le discussioni interne al patriziato, sia per le continue proteste dei governati.
Oltre all’effettiva necessità di far cassa, al centro degli interessi veneziani c’erano nuovamente quei maggiorenti cittadini (i consigli civici e le famiglie che li comandavano) che non si davano per vinti, e consideravano la materia dei beni comunali ancora come un fatto locale sul quale poter deliberare a piacere. Erano quelli, inoltre, gli anni di una progressiva ingerenza veneziana negli affari giudiziari dei sudditi e delle città[68].
Taluni di questi protagonisti, diranno in seguito alcune comunità, volevano «farsi Principi»[69]. Quale migliore argomento da fornire alle autorità per intervenire? Erano anni nei quali la linea impositiva veneziana sul patrimonio demaniale andava man mano rafforzandosi attorno alle impellenti esigenze dell’Erario[70]. Ancora una volta il caso Bellunese ci può essere d’aiuto a capire. L’atavico interesse degli aristocratici della città alpina non si era interrotto davanti alle severe leggi veneziane. Implicitamente valeva ancora il principio sancito negli Statuti urbani. Pochi anni dopo le importanti delibere, nel dicembre 1538, fu votata dal consesso aristocratico bellunese una parte nella quale era considerata la difficile condizione dei boschi. Poiché la legna scarseggiava in città[71], i nobili bellunesi decisero di dividere il territorio in quattro zone nelle quali inviare speciali consoli locali che avrebbero dovuto cercare di risolvere il problema del disboscamento insieme ai rappresentanti delle Pievi.
Se da un lato il provvedimento concedeva alle Pievi e Regole una discreta autonomia nel bandire «vizare» i terreni considerati a rischio, consentendo implicitamente la costituzione di nuovi confini d’uso attraverso il bando, dall’altro permetteva al Consiglio Maggiore di intromettersi ulteriormente nelle decisioni delle comunità. I beni comunali, così, ricadevano sotto l’attenzione dei maggiorenti cittadini. Dall’incertezza possessoria in cui vertevano, a metà ’500, le terre di dominio regio, soprattutto in area alpina, costoro scorgevano la possibilità d’incamerarle per ampliare la proprietà terriera allodiale già acquisita in passato, e completare così quel processo di esclusione dalla vita pubblica dei gruppi cittadini e rurali avviato ancora nel 1427, al tempo della serrata del consiglio cittadino[72]. Venezia non restò indifferente allo scorporo del bene pubblico né alle manifeste velleità degli aristocratici locali. Poco dopo queste decisioni, il Consiglio dei dieci intervenne confermando una decisione del Podestà e Capitano Antonio Bollani circa la non permutabilità dei beni[73]. La resa dei conti con i riottosi aristocratici della città alpina non finì con laconici ordini del Rettore e dei Dieci, ai quali seguirono numerose critiche. Venezia non stette alla finestra, e così nel giugno 1557 il Senato promanò una parte, con valenza giuridica per tutto il dominio, con cui la Repubblica vietava e revocava ogni alienazione, vendita, affitto e divisione dei beni demaniali[74].
Certo, il fronte d’azione doveva essere più ampio. I mirati interventi dei tribunali del centro in materia di pascoli e boschi erano solo uno degli ambiti di un problema più esteso. In quegli anni, sempre il Consiglio dei Dieci agì, infatti, su un altro ordine di controversie. Nel 1547, dopo numerose richieste da parte del sindacato dei popolari di Belluno, detentori di una buona parte del potere economico cittadino[75], fu avviata una piccola o grande, secondo i punti di vista, riforma del Consiglio Maggiore di Belluno. Quando fosse estinta una famiglia «del ditto Consiglio di Cividal, nel qual caso si ha da elezzer uno del Populo». L’anno successivo i Dieci precisarono che l’estinzione andava intesa «quando non li fosse superstite alcuno della Casata, et non quando fossero estinti quelli, che abitassero sotto uno medesimo tetto»[76]. Ciò avrebbe messo in seria discussione i principi di solidità dell’antico gruppo dirigente, soprattutto quando nell’ambito della politica dei popolari si poteva scorgere un tentativo di promozione sociale e di legittimazione del costituendo Corpo territoriale[77].
I problemi che le istituzioni veneziane incontrarono a Belluno erano comunque un leit-motiv che ben si adattava, seppure con doverosi distinguo, a tutta la Terraferma. Venezia tentò il colpo di mano facendo cadere sotto la scure legislativa la prescrizione trentennale, sancendo invece l’imprescrittibilità, per evitare continue ed estenuanti trattative con i sudditi più agguerriti. Il Consiglio dei dieci intervenne ancora. Il 29 dicembre 1570 introdusse l’imprescrittibilità e inoltre agì nella procedura, «che nell’espedizione de denunzie usurpi communali si debba proceder servatis servandis»[78]. Questa decisione fece trasalire consigli civici e comunità intere. In questi provvedimenti era ormai palesemente tangibile e pericolosamente reale l’inquietante segno di un controllo più serrato, e forsanche ritenuto eversivo dell’antico ordine giuridico posto sui governi della Terraferma da parte del temibile Consiglio veneziano, e visibile nell’ambito giudiziario[79].
A queste decisioni seguirono suppliche e dense scritture da parte di molti grandi centri della Terraferma come Brescia, Verona e Padova che, richiamandosi alle dedizioni e ai privilegi loro concessi, e in taluni casi alla Pace di Costanza (1183), ne richiedevano l’abrogazione. Cosa che accadde negli anni a venire. Le suppliche e i rilievi degli oratori delle città erano mirati, visto il richiamo al rispetto dei patti originari, ed erano indirizzati direttamente al Consiglio dei dieci.
Negli anni seguenti seguirono intensi dibattiti sul problema sollevato dalle decisioni del 1570, fino a quando, i Dieci valutando le istanze e, pur in aperto contrasto con i pareri dei Fiscali della Serenissima, riconobbero dapprima l’antico diritto a Brescia e poi a Verona e Padova[80].
 
IV. Oramai la materia dei beni comunali, considerato il suo ruolo di regolazione e correzione nell’ambito dei rapporti sociali interni alla Terraferma e con l’autorità centrale, si prestava per divenire un soggetto sul quale intervenire con la creazione di un nuovo Magistrato. Nell’ottobre 1574, il Maggior Consiglio su proposta dei Pregadi istituì i Provveditori sopra beni comunali. Lasciamo che siano gli stessi magistrati a descriversi in una rielaborazione successiva – e pertanto meditata – sulle origini del loro tribunale.
 
Nell’anno poi 1574 persuasa la prudenza dell’Eccellentissimo Senato dalle sopravidenze di questi tempi di ridure ad una sola sopraintendenza quello che caminava diviso in molte, con il decreto 6 ottobre dello stesso anno confermato poi dal Serenissimo Maggior Consiglio nel medesimo mese il dì 17 istante cotesto Magistrato de Beni Comunali, commetendo a chi si sia di consegnar alla nuova Magistratura tutte le Scritture ed ogni altra cosa correlativa alli beni communali, e particolarmente quelle del magistrato alle Rason Vecchie, con quanto avessero stabilito li sogetti, che le componevano nel da loro eseguito giro per i pubblici debitori, compartendo agli eletti la più ampla facoltà, sino di poter produrre in questo Eccellentissimo Senato quelle parti che riputassero conferenti nel proposito[81].
 
La prima frase è assai interessante, laddove l’autore parla «delle sopravidenze di questi tempi» unitamente alla «persuasione» e «[al]la prudenza» dei Pregadi. La creazione di un nuovo organo nell’ambito costituzionale veneziano equivaleva, di fatto, ad ammettere una necessità e un’improrogabilità non più rinviabili, e ciò anche se i tempi e le congiunture erano avversamente contrari[82]. Sino a quando la materia non fu accentrata presso un unico organo, restava vagante tra i collegi deputati all’ordine sociale e alle magistrature che si occupavano della gestione finanziaria dello Stato. In una perfetta combinazione di pragmatismo politico tra competenze antiche, urgenze immediate e opportunità future, fu così creato un nuovo Magistrato, sebbene inferiore nell’ordine costituzionale veneziano, che negli anni a venire avrebbe segnato profondamente i rapporti con il territorio.
Il Magistrato sopra beni comunali era formato da tre patrizi, scelti dal Senato presso i propri membri. E ai Pregadi risponderà per tutta la sua esistenza. La carica di Provveditore sopra beni comunali durava un anno e non potevano essere scelti individui che avessero proprietà o interessi coincidenti con i beni comunali.
Insieme ai tre Provveditori, operavano e ruotavano attorno all’Officio un notaio, un cancelliere, un avvocato fiscale, un fante[83]. Inoltre, per la tipologia di materie da trattare, il Magistrato si serviva di un nutrito stuolo di periti pubblici e agrimensori che in molti casi erano espressione locale della professione (eletti nell’ambito dei Consigli cittadini); in altri erano «ordinari» del tribunale stesso o operavano per altre magistrature (come ad esempio gli ingegneri che esercitavano per i Provveditori sopra beni inculti).
In un periodo limitato ma corrispondente con quello dell’attività più intensa dell’ufficio, nei decenni centrali del ’600, il Senato nominò con decreto anche un «Custode» del Magistrato che si sarebbe dovuto occupare della buona tenuta dell’archivio. Si trattò di una carica a vita che non fu più reiterata poiché in seguito il tutto passò in mano al notaio. Il custode che operò tra il 1649 e il 1670 era tal Gio. Antonio Pisoni, che i Provveditori non lesineranno, a mo’ di epitaffio celebrativo nei loro registri, nel definire «fedelissimo»[84]. Quello del custode era di un ruolo importante che andava a valorizzare e impreziosire il costituendo archivio dei beni comunali laddove, lungo il ’600 e ’700, saranno recuperati, dalle altre magistrature, e registrati ex novo innumerevoli episodi di lite e di conflitto assai loquaci sulle modalità di contendersi e governare il territorio[85], oltre agli importantissimi catasti.
La continua richiesta di carte locali per comporre il fascicolo processuale[86], come riunioni di vicinia o di Regola (delibere delle assemblee di villaggio in materia di acque, strade, confini, boschi e pascoli), contratti notarili di compravendita delle terre ed estratti di estimo, era un chiaro segnale di come il nuovo tribunale cercasse di portare presso di sé scritture che potevano essere apertamente in contrasto con la legislazione o apertamente concorrenziali nella gestione degli affari locali[87].
A fine ’500, erano ordinati presso un solo tribunale una materia molto complessa e dai tratti controversi, tuttavia necessaria per garantire l’ordine, la pace sociale, e mantenere nel frattempo la «sopranità» dello Stato, punto d’apertura imprescindibile dell’agenda politica veneziana all’alba del nuovo secolo[88].
Processi, carteggi, disegni, scritture, suppliche, proclami, in buona sostanza «ciò che camminava diviso» in diverse soprintendenze, trovavano una nuova posizione in un ufficio del Palazzo. Accanto al quale, per affinità di alcune parti della materia, sarà posto quello dei Provveditori sopra Feudi, qualche anno dopo. Spesso, infatti, i due tribunali collaboreranno strettamente[89]
Tornando ancora brevemente sull’auto-descrizione dell’Officio, i Provveditori raccontavano in modo fin troppo encomiastico il loro ruolo sino a sostenere di avere amplissime facoltà che culminavano, parrebbe direttamente, nel «poter produrre» le leggi in Senato. Quest’ultima parte andrebbe di fatto sfumata. La recente storiografia ha provato che i Provveditori «conservarono la funzione di proposta legislativa e di consulenza del legislatore», che resterà comunque appannaggio del Senato[90]. Certo, le competenze e la stretta vicinanza con i Pregadi aumenteranno considerevolmente dopo la correzione del Consiglio dei dieci (1582) che permise ai Senatori di recuperare molte delle competenze esercitate «in concorrenza» con l’Eccelso[91].
Uno dei ruoli fondamentali, i Provveditori lo ebbero essenzialmente nel valutare le innumerevoli proposte di revisione dei patti proprietari che provenivano dalla Terraferma, sotto forma di supplica o di raccordo. In quegli anni tra ’500 e poi ancor più nel ’600, piovvero numerose richieste in Collegio[92]. In queste scritture le comunità o dei misteriosi raccordanti proponevano le loro consulenze al fine di ottenere qualche Campo di bene comunale per ampliare il proprio brolo davanti a casa, per ottenere una permuta (magari già effettuata privatamente[93]), per meriti conseguiti in occasione di una lunga carriera professionale, o per incamerare, casi meno soventi ma non per questo poco importanti, centinaia di Campi proponendo di vendere in toto il patrimonio demaniale. Queste ultime proposte, vagliate attentamente, venivano da quelle parti della società che aspettavano una campagna di vendite come accadde negli anni ’30 del ’500. Anche di fronte a proposte di questo tipo, i Provveditori mantennero la loro linea d’imposizione e consenso. Leggiamo la risposta di qualche anno più in là compilata di fronte ad un suddito, probabilmente un aristocratico, che proponeva una vendita massiccia dei beni comunali.
 
li beni comunali sono dunque composti dai beni che erano delli signori della città ridotte sotto il pubblico dominio in loco de quali subentra la Signoria Nostra, et di rebelli, et banditi stati di pubblica ragione, con le confiscationi, onde sono senza essitationi d’indubitabile pubblico patrimonio se bene concessi in godimento ad uso di pascolo alli comuni di quei lochi ove li beni medesimi sono situati[94].
Riprendendo uno schema di sicuro impatto negli ambienti della Terraferma, i Provveditori affermavano l’importanza di mantenere e conservare una situazione di equilibrio. Anche se sarebbero d’approfondire le intenzioni, è molto interessante il continuo riferimento ai ribelli. L’archivio del Magistrato evidentemente funzionava a dovere garantendo così ai suoi ministri di recuperare gli «antichi monumenti» per dare legittimità alle proprie decisioni costruendo, attraverso una sapiente combinazione di linguaggi politici, un modo diverso nel governo del territorio.
Sempre in quegli anni, il Senato decise che i Provveditori avrebbero potuto agire, formando processi, con il rito dei Pregadi, dall’istruzione fino all’emanazione della sentenza, raccogliere le scritture delle cause, intrattenere carteggi con gli Officiali nel Dominio, compilare proclami e pubblicare le terminazioni. Essendo il Magistrato sopra beni comunali un tribunale di primo grado, la procedura dell’appello fu affidata al Collegio dei X (e poi XX) Savi del corpo del Senato[95]. Anche quest’organo, nato nel ’500 per cercare di ordinare e controllare gli annosi contenziosi che attanagliavano la Terraferma, ruotò per tutta la sua esistenza attorno al Senato e alle sue decisioni. Nelle vicende processuali, sentenze e appelli, non mancarono di certo le intromissioni da parte degli antichi tribunali veneziani come l’Avogaria di Comun e «la concorrente giurisdizione d’appello» della Quarantia Civil Nova[96].
Che il nuovo Magistrato rappresentasse una ventata di novità nei rapporti con la Terraferma divenne nel tempo un aspetto assodato. Lasciamo che siano ancora i Provveditori a descrivere questo passaggio:
 
Appena creato il Magistrato ha voluto Vostra Serenità farne riconoscere il di lui carattere, esprimendosi nel Decreto 22 febbraio dell’anno 1575 risponsivo alli ricorsi della Città di Brescia col mezo di suoi ambasciatori, e del Territorio mediante i suoi nontii con le seguenti sovrane parole: esser ferma intenzione, che essi beni restino conservati in uso e comodo de Communi e che sospese essendo tutte le denontie, sentenze, confiscationi, ed atti tutti delle Rason Vecchie, e di qualunque offitio, o reggimento, era tutta la materia de comunali dello stato comessa alli tre Provveditori eletti, da qualli s’assicurassero che sarebbe tratata con universal sodisfatione. Con lo stesso linguaggio posteriormente s’esprimesse la Serenità Vostra lì 7 novembre 1578 con Verona, e lì 28 luglio 1582 con Padova[97].
 
V. All’alba del ’600, il Magistrato sopra beni comunali stava assumendo gradualmente quelle caratteristiche che l’avrebbero portato nel primo quarantennio del nuovo secolo a essere il protagonista di un’ambiziosa operazione di censimento, catasticazione e di successivo controllo dei beni del demanio. Si trattò di una complessa rilevazione i cui risultati furono registrati in mappe, rappresentazioni, descrizioni e carteggi, segnando indelebilmente le relazioni dell’autorità con il territorio. In questi documenti erano riportati i diversi modi di percepire e raccontare lo spazio e l’ambiente da parte delle comunità. Di fatto venivano attraverso il territorio, i suoi protagonisti raccontavano alle istituzioni i sistemi di potere che lo governavano. Pertanto, ogni indicazione al momento della registrazione andava vagliata e verificata dalle istituzioni. D’altra parte si trattava di un’operazione che s’innestava esattamente agli intendimenti del gruppo dirigente che usciva da un fine secolo turbolento, e che poneva, stando alle parole di Paolo Sarpi, l’estensione della «sopranità» come punto di apertura dell’agenda politica[98].
Proviamo a entrare nel clima che vivevano gli uomini del tempo. Uno dei periti pubblici «ordinari» e ingegnere, che servì i Provveditori nei primi del ’600, tale Pietro Vecchio, descrisse, con tutte le attenzioni del caso, le numerose motivazioni che spinsero la Repubblica ad avviare le rilevazioni catasto.
 
Sono così notabili et infinite le perturbazioni fatte, et che del continuo se vanno aumentando nel suo felicissimo stato per li usurpatori di beni communali, che se la Vostra Serenità prudentissima non gli fa qualche gagliarda, et presta provisione la [là?] scoprirà disordini, che con così poco rispetto vengono tenuti quelli Serenissimi ordini che la Vostra Serenità furono considerati et esseguiti con il mezzo dell’Eccellentissimo suo Senato, con la ellettione di quelli Illustrissimi et Eccellentissimi Signori Provveditori che sopra essi beni communali furono istituiti, et per ciò andati ove ordinò Vostra Serenità per far come fecero le divisioni di essi beni communali, et assignatione di quelli, acciò che tanto maggiormente fossero a tutti conservati fecero mettere li confini doppo fatte le perticationi, come il tutto prudentemente fu fatto da Vostra Serenità con ferma intentione che tutti dovessero stare nelli suoi veri termini. Hor mo si vegono molti, et infiniti li travagli, che da particolari per loro interessi gli sono portati così per le mutationi de termini come de terreni, et in altri et infiniti modi. Hora dinanti all’Illustrissimo et Eccellentissimo suo Collegio hora alli Illustrissimi Signori X Savi dell’Eccellentissimo Senato, et dinanti all’Illustrissimi Signori Avogadori di Comun et Conservartori delle leggi et altri magistrati del che ne nascono infiniti litigii con destruttione di quelle povere famiglie, havendo anco essi Illustrissimi signori Sopraprovveditori per ciò fatto piantar termini, et prohibito con quelli ordini, che li parvero necessarii la giusta disposizione delle leggi in tal proposito. Le qual tutte cose non ostante si vede che dalli usurpatori di essi beni communali si vanno ogni giorno, […] ogni hora facendo diverse perturbazioni con pericoli così pubblici come privati, che potriano dar matteria d’infiniti scandali come la può benissimo considerare, tutto che vadino li Meriga, Cavalieri, et altri officiali, con ordine dell’Illustrissimi rettori di quelle Città et Castelli[99]
 
Le liti per questioni di pascoli e boschi erano all’ordine del giorno. La mole di tali questioni divenne man mano sempre più imponente. Davanti ai tribunali della Repubblica furono esibite con intensità crescente le lamentele di comuni, privati e individui che a vario titolo erano interessati nell’affaire dei comunali. Come agire? Per la ruling class veneziana non si trattava di domande colme di retorica, bensì di pensieri carichi di un certo qual pragmatismo adeguato ai tempi. Ampi o limitati, talvolta limitatissimi, demani erano posti non solo all’interno della Terraferma, ma anche alle sue propaggini. Spesso rappresentando un serio e controverso problema di natura frontaliera.
Nel gennaio 1603, furono eletti due Provveditori sopra beni comunali in Terraferma che il nostro inzegner Pietro chiamò «Sopraprovveditori». Essi operavano in stretta collaborazione con l’Officio centrale. Questi patrizi percorsero negli anni seguenti i territori della Trevisana e del Friuli riportando in Senato amplissime descrizioni e rappresentazioni della situazione dei beni comunali attraverso mappe e disegni, costituendo negli archivi della capitale un corpo cartografico attraverso il quale l’autorità avrebbe in seguito esercitato il potere sui territori[100]. Non si trattava, infatti, di semplici disegni o schizzi di qualche perito avvezzo all’arte figurativa e pittorica, o particolarmente raffinato nel modo di compilare le relazioni[101]. Nelle mappe e nelle relazioni si scorgevano i problemi incontrati tra i sudditi, gli usi, i confini, le condizioni del patrimonio agrario.
Quando i nobiluomini e i loro collaboratori si portarono, in più missioni, dapprima nella Trevisana e poi in Friuli, incontrarono moltissime comunità, famiglie cittadine, rampolli dell’aristocrazia, giusdicenti e patrizi veneziani che operavano in loco. In Cadore, ad esempio, intervennero, su sollecitazione delle Regole della valle, nei torbidi che scuotevano il Consiglio della Magnifica Comunità in mano a una parentela. Al centro delle contestazioni c’era l’uso privato ed esclusivo, da parte di questa famiglia, dei boschi che sin dal 1338 (come ampiamente riportato negli Statuti Cadorini) appartenevano collettivamente agli uomini di quelle terre[102].
La giurisdizione dei Provveditori in Terraferma era ciò nonostante limitata, e non tutte le suppliche, che celavano ampie rivendicazioni, delle comunità che incontravano potevano essere accolte. Gli uomini e il comune friulano della villa di Lauzacco, sede di giurisdizione dominicale della Patria, chiedevano, infatti, ai magistrati in Terraferma di poter arare e coltivare alcune porzioni di bene comunale. Tuttavia, i nobiluomini invitarono la comunità a rivolgersi al Collegio, poiché su certi ambiti «non avevano autorità» di decisione, le quali dovevano essere decise da un tribunale superiore[103]. Questo modo di operare indica nel Magistrato un attento rispetto delle rigide procedure che soprintendevano i modi di governo dello Stato e le sue gerarchie nella trasmissione, controllo e distribuzione delle istanze. Ciò prelude a una prassi che i Provveditori adotteranno nella registrazione presso il loro archivio dei carteggi amministrativi, relativi alle liti, con i territori dalla metà del ’600.
La visita dei Provveditori in Terraferma fu comunque un’occasione che molte comunità non si fecero sfuggire per rivendicare alcune questioni in sospeso con giusdicenti, potenti locali, comunità limitrofe o per ristabilire un equilibrio interno alle stesse. Pur essendo inserite all’interno di circoscrizioni federative, di comprensori signorili, o sotto il giogo di potenti locali, le vicinie erano dotate «di prerogative e di poteri peculiari e autonomi»[104]. Tuttavia, di fronte alla protervia e le minacce di questi maggiorenti, i patrizi inviati non riuscirono a completare la rilevazione: la giurisdizione di Latisana nella pianura irrigua friulana e la contea dei Collalto nel Trevigiano restarono escluse[105].
Non mancarono inoltre gli scontri tra ville vicine, e così «molti Comuni non hanno avuto li loro privilegii non solo per l’istesso rispetto del tempo, ma anco perché, contindendo fra essi dell’uso de pascoli, non si poteva, senza terminar prima le loro differentie, fargli li instrumenti di documento»[106]. Negli interessi dei Provveditori in Terraferma, la composizione o sospensione della lite era posta prima di qualunque atto formale da parte dell’autorità. L’auspicio riportato dai Provveditori in Collegio parrebbe indicare la volontà delle istituzioni di circoscrivere, limitare e, laddove possibile, svuotare la forte conflittualità entro le descrizioni pubbliche del territorio e la sua rappresentazione statale.
Nelle ville sottoposte alla giurisdizione del Patriarca di Aquileia, ad esempio, i Provveditori in Terraferma cercarono la via della conciliazione «conforme alla prudentissima dell’Eccelso Consiglio dei X potesse esser terminato amichevolmente dalli Vicarii dell’Illustrissimo Signor Luogotenente, et Patriarcale il negotio della giurisdizione col cavalcar sopra i luochi della difficoltà, da che poi havesse potuto seguire la detta terminatione de comunali»[107].
Altri luoghi si appellarono agli antichi privilegi ottenendo che i beni non fossero catasticati: è il caso del Cadore e della Carnia laddove erano presenti ampi patrimoni boschivi e numerosi pascoli[108].
Tuttavia non sempre il Magistrato trovò una soluzione immediata a queste annose problematiche. Molti erano gli uomini di autorità che s’imponevano, spesso anche utilizzando un linguaggio celatamente sarcastico nei confronti della Serenissima. Quando ai primi del ’600 i Provveditori in Terraferma visitarono la contea feudale di Belgrado, i Savorgnan dissero che la loro famiglia stimava «più la gratia della Serenità Vostrà, che quante giurisditioni erano al mondo». D’altra parte non potevano esprimersi diversamente, poiché questa contea era stata loro concessa per meriti conseguiti durante la lega di Cambrai. Pertanto, i giusdicenti avrebbero ordinato alle comunità soggette alla loro giurisdizione di denunciare i beni comunali che possedevano[109]. Inoltre era implicito da parte loro cercare «conservar questa giurisdizione»[110]. Viste poi le liti successive tra questi feudatari e le loro comunità viene da chiedersi quale idea avessero i giusdicenti promettendo fedeltà alla Repubblica[111].
Passando nei territori della Terraferma, i Provveditori fissarono con cippi di confine ben visibili il limite fra i territori privati e quelli pubblici[112]. Il Senato avviò così un processo, da taluni considerato il più «significativo», di affermazione sovrana del diritto eminente della Repubblica nei confronti di tutti i patrimoni fondiari in uso collettivo presenti nello Stato[113].
Talvolta solo simbolico o presente nella memoria degli anziani del villaggio e nelle consuetudini, il confine dei beni comunali sarebbe diventato attraverso la campagna di catasticazioni seicentesche (e con l’apposizione dei cippi) una vera e propria soglia reale e visibile, come definizione di uno spazio pubblico nel mezzo di rapporti tra spazi privati. Era, infatti, compito delle comunità confezionarli e tutelarli[114].
In alcuni casi, le comunità utilizzarono il catasto dei Provveditori sopra beni comunali e le magistrature del centro al fine di ratificare antichi «instrumenti» di divisione territoriale[115]. Tuttavia, sorgono degli interrogativi. Quale percezione dello spazio (ambientale e politico) avevano gli uomini delle comunità interessate dalle rilevazioni? Le dichiarazioni, sull’onda della memoria e della «cognitione», ripercorrevano una geografia di assetti di potere invisibili che puntellavano il territorio, piuttosto che quella di pascoli, boschi, acque e strade, invece, ben visibili? Che cosa rappresentavano nelle relazioni locali queste risorse? In che modo i rapporti di forza avevano definito il territorio e il suo ambiente? Si trattava pertanto di una percezione orientata? In molti casi, queste domande trovano una risposta affermativa e variamente articolata, anche se non sempre le testimonianze degli uomini delle comunità erano chiare. Spesso erano omessi particolari rilevanti e talvolta le dichiarazioni erano delle vere e proprie professioni d’ignoranza[116], rinviando l’onere ad altri testimoni spesso per timore di essere coinvolti in scontri e conflitti. Pertanto non era semplice per l’autorità districarsi in questa ridda di voci narranti, che spesso contrastavano tra loro. Vi furono, infatti, dei casi nei quali i Provveditori intervennero duramente separando i testimoni (giurati, anziani e i più pratici del villaggio) che solitamente rispondevano insieme[117].
Non sempre però quest’ultima strada era quella preferita dal centro. Nel caso del catasto bellunese, «la revisione et conterminazione generale» del 1622[118], effettuato sotto il reggimento del rettore Federico Cornaro (1621-1622)[119], il pubblico ufficiale volle sancire il valore simbolico di questi confini con un atto pratico e politico che entrava nello spazio comunitario incistandosi profondamente. Ogni anno i giurati insieme a altri due uomini eletti dalle Regole dell’Agordino e dello Zoldano, per evitare così che i rappresentanti della comunità formulassero un giudizio di parte, si sarebbero dovuti recare presso i cippi di confine posti in occasione del catasto. Lì giunti, avrebbero dovuto controllarne lo stato riferendo eventuali difformità alla «Cancelleria del Stato». L’aspetto più interessante che mostra come il Magistrato volesse entrare nel mondo comunitario, mantenendo tuttavia una linea d’esercizio che mescolasse imposizione e consenso, lo rileviamo nella seconda parte del proclama. I capi della circoscrizione della Pieve (i Sindaci) avrebbero dovuto «far eseguire» l’ordine ogni anno, pena la privazione del loro incarico, salario, «et altre a maggior ad arbitrio» della giustizia. Inoltre, ogni Regola avrebbe potuto, «in libertà […] far registrare il presente proclama in fine della sua carta di Regola, et nei loro libri per maggior sua informazione»[120]. Questo proclama diveniva una sorta di strumento di controllo superiore alla gestione ordinaria locale – consuetudinaria – dei confini dei beni comunali concessi in uso comune all’assemblea dei capifamiglia.
Formalmente, una volta stabiliti i confini che delimitavano i beni comunali, doveva restare poco spazio alla memoria, alla cognizione e alle consuetudini; invece, nella pratica di tutti i giorni questi elementi tornavano e rientravano nella rappresentazione locale e istituzionale del territorio.
Per comprendere quale intrico, anche solo sul piano delle procedure giuridiche, si celasse attorno ai tentativi di ordinamento degli spazi, basti pensare a quei modi che il diritto veneto riconosceva, in generale, all’atto della definizione di un confine:
 
la prova dei confini può essere stabilita in tre modi, coi termini [cippi di confine], coi titoli, o col mezzo di testimoni: coi termini, quando viene provato che furono piantati ab antiquo; coi titoli quando l’estensione del fondo è indicata negli atti di acquisto, di donazione, di ultima volontà; finalmente per testimoni, quando questi dicono, che da tempo immemorabile, o dal tempo determinato hanno sempre veduto il tale a godere e lavorare sino ai dati confini[121].
 
È sui confini tra una comunità e l’altra, determinati sovente dalla presenza di beni comunali, e sulle liti che su questi venivano a crearsi, che il ruolo dei Provveditori di vigile e tutore fu presto riconosciuto nella pratica, divenendo nel corso del ’600 una voce autorevole in materia. Questo dato lo possiamo trarre da una delle migliaia di risposte alle suppliche giunte in Collegio. La contrada veronese di Campofontana[122] sui Monti Lessini, sottoposta al comune maggiore di Selva di Progno, a distanza di quindici anni impetrò due suppliche pressoché identiche. I redattori della scrittura descrivevano la difficile situazione ambientale della loro piccola realtà alpina. Il comune maggiore di Selva di Progno era diviso in colonnelli (colmelli) e inoltre era situato pure in una profonda valle, et parte in un altissimo monte qual parte alta si nomina Campo Fontana di Sopra, et di Dentro, per esser anch’essa in due contrade: queste per quanto si ha da pubbliche scritture volevano anticamente far da per sé se bene al presente si reggono con una sola comunità nel governo temporale, ma per la cura delle anime in spirituale sono anche state divise.
 
L’antica suddivisione territoriale veniva invocata per costituire una nuova situazione confinaria. Pertanto gli uomini della contrada richiedevano la «gratia» di potersi separare da Selva di Progno e costituire un «Comune separato». Le condizioni vi erano tutte. Gli uomini della piccola contrada chiedevano di delegare (trasferire) la loro causa al Capitano veneziano di stanza a Verona, evitando, possibilmente, il giudizio del Vicario, eletto dal consiglio della città e mandato a giudicare in «prima istanza in Civile» presso la giurisdizione della Montagna alta del Carbone[123]. L’aspetto interessante che val la pena di rilevare è che la prima volta il Collegio girò la supplica solo al Capitano della città capoluogo, la seconda volta ai rettori ed anche ai Provveditori sopra beni comunali[124]. Va detto che tra una supplica e l’altra, era in via di completamento il catasto veronese (1647) le cui investiture erano state rilasciate alla fine degli anni ’20[125]. Nel corso di questi vent’anni, impetrando numerose istanze ai Provveditori sopra beni comunali, alcune piccolissime contrade del territorio alpino veronese tentarono di passare da un comune all’altro, soprattutto cercando di entrare nelle pertinenze di quelli che potevano vantare esenzioni e prerogative particolari in materia fiscale, mutando così anche i confini interni.
Anche in questi casi il ruolo di regolatore dell’ordine nei territori dei Provveditori sopra beni comunali fu centrale. Attraverso i catasti, fissarono formalmente i «limiti» di numerosi territori[126], segnati attraverso pascoli, boschi, paludi e incolti comunali, placando temporaneamente le fughe interessate di queste piccole comunità dalla partecipazione collettiva agli obblighi che si dovevano all’Erario. Giocando sulla confusione tra beni comuni e comunali spesso si cercava di far ricadere i primi nella giurisdizione dei secondi. Questa pratica permise inoltre all’autorità di evitare che si completassero costruzioni del tutto arbitrarie dei territori. Costruzioni che manifestavano la complessa applicazione locale del diritto veneto in materia di beni comunali.
Per un caso simile di liti di confine, furono incaricati i Provveditori qualche anno dopo, durante il periodo delle alienazioni dei beni comunali[127]. Gli intervenienti della comunità di San Vito, giurisdizione del Patriarcato di Aquileia, presentarono una supplica alla Serenissima Signoria affinché i termini confinari affissi con «colonne di pietra viva» e riportati nelle «Ducali del 1539, 43, 48, et 52», fossero rispettati da alcuni compratori di beni comunali della comunità vicina di Casarsa. Il compratore era tal domino Alvise Alessi, il quale «si compiacque distender la sua estrazione in modo, che quasi tutto il terreno da lui scorporato in adempimento del suo acquisto vien a cadere dentro i limiti dell’istessa giurisdizione»[128].
Proprio per la complessità d’interessi coinvolti, la redazione dei catasti non era affare così semplice. Alle operazioni era presente, direttamente o indirettamente, infatti, una pletora di soggetti, non sempre immediatamente identificabili con i gruppi dirigenti radicati nelle città o con individui eminenti, che a più riprese misero in difficoltà il lavoro dei Provveditori. In tal senso, dal catasto bellunese traiamo «che li medesimi usurpatori nel tempo appunto di queste essecutioni vanno sul luogo, e disturbano l’effetto della pubblica volontà, poiché i giurati, et gli huomini de comuni non ardiscono mostrar i veri confini per il rispetto, e timore, c’hanno de medesimi interessati [perciò si ordina che] li eletti dalla Signoria Illustrissima andranno a far le suddette terminationi, alcuno degli interessati non ardisca di andarvi sotto alcun qualsivoglia pretesto»[129].
Per far fronte alla piaga endemica degli usurpi e intacchi, anche di parcelle di comunali assai limitate, si andò via via rafforzando un processo d’intensa comunicazione politica tra centro veneziano e le comunità sul territorio.
Ogni tentativo di misurazione, locale o statale, del territorio era, infatti, soggetto a critiche e episodi di sollevazione violenta nei confronti di coloro che operavano. La comunità di Ardesio, nel Bergamasco, che pur era toccata solo in parte dalle decisioni in materia di comunali, impetrò una denuncia nei confronti di quei minacciosi usurpatori che, contrariamente alla legislazione veneziana, confiscavano «beni comunali e strade pubbliche di detta Communità». Volendo porre fine a questi abusi, il comune inviò alcuni «calcatori» insieme a dei «provvisori»[130] per tracciare i confini su un disegno da inviare a Venezia. Costoro non poterono eseguire il compito assegnato poiché «minacciati et ingiuriati»[131].
Va ricordato che in questi anni cominciavano a emergere figure nuove all’interno delle singole comunità, che attraverso inconsueti patti di fiducia potevano frapporsi nel rapporto che Venezia invece cercava direttamente. Attraverso le denuncie di usurpo e alle dichiarazioni rilasciate sull’onda della memoria, che avrebbero portato alla redazione dei catasti, passava un po’ di tutto.
Protagonisti di questi processi, ad esempio, furono gli uomini della comunità friulana di Erto, sottoposta alla giurisdizione feudale dell’abate di Sesto al Reghena. Nei primi del ’600, era aperto già da qualche tempo un contenzioso con la famiglia veneziana dei Giustinian, i quali, almeno dagli anni ’60 del ’500, detenevano il diritto di prelazione su tutti i boschi locabili dell’alta valle del Cellina, limitrofa al torrente Vajont. Questo grazie alla parentela con il patriarca di Aquilieia, già abate di Sesto, Giovanni Grimani[132].
Le comunità di quella valle avevano ampie prerogative ed esenzioni[133]. Non tardarono troppo a rivendicarle, anche se i risultati non furono sempre così immediati. Tra il 1606 e il 1608, gli ertani davanti ai Provveditori in Terraferma sostennero che il Commun di Erto soleva haver alcuni boschi delli quali vivevano li huomini di Erto commun, ma per loro necessità che furono astretti quelli affittar alli Signori Giustiniano et anco in virtù di un privilegio che esso Clarissimo Giustiniano se ritrova havere, et non havendo noi il modo di contratare con essi ricoremo alli piedi di Vostre Spettabilità Illustrissime quali si degneranno di pigliare la difesa per esso comun, et provedere.[134]
I due pubblici rappresentanti raccolsero le istanze «sopra le affittationi de diversi boschi denontiati da gl’huomini di Ert, Claut, e Cimolais come beni communali, et per tali giudicati da noi»[135]. Inviando alcune lettere all’ufficio centrale affinché fosse presa una decisione, i Provveditori in Terraferma affermarono che si trattava effettivamente di beni comunali. Da questa prime lettere e rivendicazioni comunitarie nacque una lite che vide contrapposti i villaggi friulani alla potente famiglia veneziana. Sebbene con queste denuncie le comunità potessero potenzialmente perdere alcuni antichi usi come l’affitto degli alpeggi durante il periodo estivo[136], la richiesta d’intervento rivolta ai Provveditori valeva l’eventuale decurtazione dei privilegi.
Lo scontro successivo non fu condotto sul territorio, attraverso composizioni, accordi locali, agguati o strategiche spoliazioni di terra, bensì presso i tribunali della Repubblica. E in modo particolare nell’officio del Magistrato sopra beni comunali, e poi in appello davanti al Collegio dei X Savi del Senato.
Questo continuo via vai di uomini, istanze, mappe, carteggi, scritture, terminazioni, sentenze, appelli e contestazioni portò, tuttavia, qualche anno più tardi ad una sentenza piuttosto controversa. Tra 1611 e 1612, il Consiglio dei X savi del corpo del Senato[137], recependo le richieste dei Provveditori in Terraferma, concesse ai Giustinian, per l’uso e il commercio del legname proveniente dai boschi delle comunità friulane di Claut, Cimolais, Erto e Casso, le «affittanze e proroghe col riflesso che si provedeva e si provede la Dominante de legnami per le fabriche, di bor[r]e e carboni anco per la Casa dell’Arsenal». Sebbene la decisione possa far pensare ad una sconfitta delle comunità, in realtà sarebbe andata a regolare in modo chiaro l’uso delle risorse boschive e il ruolo della collettività rurale negli equilibri della politica locale. La pratica delle affittanze lunghe non fu solo prerogativa dei Giustianian, poiché la terminazione del Collegio dei Pregadi fu utilizzata anche da altri mercanti, soprattutto da quelli che gravitavano intorno ai villaggi bellunesi[138]. Per i Giustinian si trattò di un equilibrio che durò poco. Nuovi competitori agguerriti e attrezzati sotto il profilo tecnico ed economico, e meglio inseriti nel mondo comunitario, scalzarono la loro primazia, relegandoli a un ruolo locale secondario[139].
Non tutti i territori del dominio furono posti in catasto secondo le prime intenzioni del Senato. Alcune provincie, rifacendosi ad antichissimi privilegi ne restarono escluse, o semplicemente la disciplina sui beni comunali non fu applicata appieno: Bresciano, Bergamasco, Polesine e il Dogado, oltre alle già citate Cadore e Carnia. Nel Cremasco, invece, è stato rilevato, alcune azioni giudiziarie compiute nel secolo precedente avevano aperto la strada a un esercizio del potere politico più diretto nel combattere gli usurpi[140].
Dopo la redazione dei catasti seicenteschi (1606-1647), i beni comunali furono concessi alle comunità di villaggio con uno strumento, il «privileggio» d’investitura, che ne regolava i modi d’uso, d’accesso e i confini, per evitare che i beni concessi fossero usurpati, intaccati o danneggiati[141]. Una volta ottenuta l’investitura, le comunità avrebbero dovuto poi rinnovarla ogni decennio al fine di poter godere regolarmente dei beni comunali[142].
L’investitura era un dispositivo giuridico che presentava una precisa sequenza d’ordini. Suddivisa in più parti, queste riguardavano l’uso, i confini, l’accesso e i modi di gestione dei beni concessi[143]. Nel testo del «privileggio» possiamo notare come questo documento sancisse da una parte le norme dettate dal centro e dall’altro accogliesse le consuetudini delle comunità di villaggio, in particolare laddove era regolamentato l’accesso alle risorse, lo sfalcio e il pascolo comunitario[144].
Alle investiture, le comunità si richiameranno spesso per rivendicare diritti e prerogative messe in discussione da persone lontane dalla comunità (che non detenevano il loco et foco, ossia la residenza e la partecipazione alla contribuzione fiscale e alle gravezze), da comunità vicine, da fazioni interne o da cittadini facoltosi[145]. Il Magistrato sopra beni comunali seppe utilizzare gli strumenti legittimi che l’ordinamento veneziano metteva a disposizione.
In una pragmatica mescolanza tra riconoscimento dei diritti della comunità unitamente alle esigenze di ordine da parte dello Stato, durante il Seicento l’autorità e il ruolo politico dei Provveditori sopra beni comunali crebbero portando l’azione di questo Magistrato a inserirsi in vicende talvolta molto complicate che uscivano dal consueto schema di rapporti conflittuali con i centri urbani. Vecchi e nuovi protagonisti prorompevano sui territori. Comunità, mediatori locali, giusdicenti, eminenti cittadini e consigli urbani erano avviluppati attorno alla gestione locale beni del demanio. Tuttavia costoro non erano sempre perfettamente riconoscibili dall’autorità. Spesso sui documenti troviamo dei prestanome, che pur essendo importanti e operando per il territorio erano solo i terminali di una rete di relazioni molto complessa e articolata.
Con la richiesta, il rilascio e il rinnovo dell’investitura, inoltre, si completava quel processo di meticoloso controllo sul patrimonio comunale, e pertanto sul territorio, che le recenti indagini hanno fatto iniziare dalla metà del ’500[146].
Il caso degli scontri tra la comunità trevigiana di Lago (Podestaria di Serravalle) e la Pieve bellunese di San Felice è piuttosto eloquente. Nel marzo 1605, mentre i Provveditori in Terraferma stavano cercando con fatica di perfezionare il catasto trevigiano, la comunità di Lago impetrò al Collegio alcune suppliche alla Serenissima Signoria. Già in passato la piccola comunità aveva cercato aiuto invocando l’intervento dell’Avogaria di Comun, segnalando che numerosi pascoli (montagne), da loro sempre posseduti ab immemorabili sul confine con il Bellunese, erano oggetto di continui sconfinamenti e azioni di possesso violente da parte dei vicini.
I protagonisti di questi atti deprecabili erano gli uomini della Pieve di «San Friso [San Felice]», che in spiritualibus apparteneva alla diocesi di Ceneda. I pascoli erano quelli di «Frascene, Costa d’Ongia e Badroga», in parte oggi sconosciuti alle carte. Sta di fatto che entrambi i contendenti li consideravano come beni comuni e non comunali.
Il litigio, apparentemente verbale, sfociò in breve tempo in una manifestazione di possesso piuttosto violenta da parte dei bellunesi. Dalle scritture presentate da quelli di Lago, pareva che le comunità di San Felice volessero loro «mangiar il cuore […] et imbrattarsi le mani di sangue, mangiandolo»[147]. Con una drammatica sequenza di gesti violenti – pare, infatti, che durante gli scontri un anziano sia stato trascinato a valle con una corda – gli uomini della Pieve di San Felice, che rispondevano direttamente ad alcune fazioni cittadine bellunesi, impedirono il pascolo e il legnatico: in sostanza l’uso consuetudinario di questi beni.
Vista la gravità dell’episodio, gli uomini della villa di Lago chiedevano la delegazione del processo dall’ufficio del Podestà di Serravalle a quello del Podestà e Capitano di Treviso. La questione fu molto dibattuta in Collegio, forse per cercare di risolvere la vicenda intervenendo attraverso il catasto in formazione, fissando in quello strumento i termini della giustizia piuttosto che con un’azione d’autorità.
Nella prima tornata di ballottazioni (votazioni), il Collegio deliberò che alla supplica dovessero rispondere entrambi gli officiali veneziani. Il 13 agosto, i consiglieri tornarono sulla questione per capire se prima di delegare il processo valesse la pena sentire anche il parere del rettore di Belluno[148]. Il problema si fece spinoso, poiché furono necessarie per questa decisione, ben tre votazioni, l’ultima il 30 agosto quando «fu di nuovo dalla Serenissima Signoria havendo udite le parti posto la sopra detta parte»[149]. Il contraddittorio si era fatto ormai incandescente.
Intanto sul territorio prendevano volto quei maggiorenti bellunesi che sino a quel momento erano rimasti nell’ombra. La città di Belluno inviò un proprio «ambasciatore», il dottor Vettore Butta, noto giurista locale, a perorare la causa. Butta non si recò personalmente a Venezia inviando il suo socio messer Agostino Doglioni. Visti gli argomenti da trattare, i tempi della visita in laguna furono assai frenetici. Tra i giorni 7 e 12 agosto, il socio del legale bellunese corse da un Magistrato all’altro, chiese copie di documenti, le studiò, fece trascrivere le carte locali in buona grafia e incontrò i cancellieri, sino ad arrivare a presentare le istanze davanti ai Provveditori sopra beni comunali. Nella sua ultima giornata veneziana, poco prima di salire sulla gondola che l’avrebbe condotto dalla città lagunare a Marghera, riprendendo così la via del ritorno, l’ambasciatore bellunese si recò davanti agli Avogadori di Comun per chiedere un’altra lettera di sospensione delle decisioni del Magistrato sopra beni comunali «per mesi sette»[150].
Di fronte al Pien Collegio, l’oratore della città alpina sostenne che «questi beni, Serenissimo Principe sono posseduti da detto Commun di San Felice per centenara d’anni quietamente et pacificamente a uso pascolo et bosco, havendo la Carta loro di Regola d’anno 1424, estimi publici, sententie a loro favore»[151]. È difficile, tuttavia, pensare che nello statuto di Pieve, nel primo ’400 si specificasse la natura dei beni che solo molto più tardi furono riconosciuti come comunali. Il motivo di questa trasposizione era chiaro. Per gli uomini di San Felice, peroravano quegli individui che volevano nascondere, dietro alla natura di bene allodiale, un chiaro usurpo dei beni comunali, e pertanto una sottrazione di una «regalia» del Principe. Secondo Butta/Doglioni, quello dei Provveditori in Terreferma era un intervento «straordinario»: i bellunesi non erano tenuti a «litigare» fuori della loro giurisdizione davanti a loro, che per i limiti dell’incarico non potevano giudicare le cause fra «particolari communi». Inoltre non c’era un catasto per il Bellunese che dimostrasse quali beni erano comunali e quali no. Pertanto, seguendo la procedura, la causa si sarebbe dovuta dibattere davanti al podestà e capitano di Belluno, secondo quanto fissato negli statuti della città, ed eventualmente proseguire in appello. Tuttavia, i tempi stringevano e l’affaire doveva trovare una conclusione rapida. Due giorni dopo l’intervento dell’oratore bellunese, i Provveditori riportarono nel catastico che nelle pertinenze di Serravalle si trovava «una pezzada de comun che principia al confin di conti di Val de Maren per fino il confin di Revine sotto Ceneda parte boschi, parte pascoli, et parte crode sassosi, e battuto fuora li campi de particolari segnato n° 89 […] confina [… ] a monte […] Pieve de San Fris[o] sotto Cividal […] C[ampi] 1754 : Q[uarta]roli – : T[avole] 34». Si tratta di una zona geografica piuttosto ampia che si può fare ricadere parzialmente in quella dei contenziosi[152].
Negli anni successivi, la vicenda non si concluse con l’istituzione di un ordine dei territori sul catasto, pur tuttavia di quei sanguinosi fatti della primavera 1605 non se n’ebbe più traccia. Non che la situazione tra le due comunità si fosse pacificata, ma la lite proseguì nelle aule di giustizia con sentenze, appelli, produzione di scritture, disegni, mappe e loro confutazioni in appello[153]. Inoltre il litigio stava uscendo dai villaggi per assumere la dimensione di scontro di confine fra giurisdizioni.
Nelle intenzioni del Magistrato sopra beni comunali, c’era evidentemente un forte richiamo all’ordine e alla pace sociale, infatti, potremmo leggere il catasto del 1605 e l’investitura successiva di queste montagne alla villa di Lago (28 giugno 1622, poco dopo la compilazione del catasto bellunese) entro un complesso e più vasto tentativo di limitazione e controllo degli episodi di disordine locale entro le maglie della giustizia civile[154], riportando eventuali rimostranze nelle scritture presentate nelle aule dei tribunali[155].
La stessa parte centrale delle formule d’investitura si richiamava a questo principio e a quelli inscritti nelle leggi contro gli usurpi nell’ormai lontano biennio 1495-1496. Ogni abuso doveva essere denunciato dal mariga (capo villaggio), e sotto pene piuttosto gravi lo stesso ufficiale della comunità era «tenuto a denuntiar le risse che seguono con sangue nel vostro regolato»[156].
Questi modi di governo rispondevano alla pragmatica necessità veneziana di controllare e ordinare i conflitti, separando per quanto possibile i fronti litigiosi, favorendo la denuncia e spesso la delazione[157].
Il numero d’istanze che durante il ’600 giunsero ai Provveditori sopra beni comunali era destinato ad aumentare, soprattutto negli anni centrali del secolo quando il Senato deliberò, dopo attente valutazioni, la vendita di parte dei beni comunali[158] per far fronte alle spese belliche per le guerre di Candia (1645-1669) e Morea (1684 – 1699). Si trattava dei beni comunali di campagna considerati, sulla base dei catasti, «superflui et sovrabondanti» alle comunità. Furono preservati dalle vendite tutti i pascoli montani, esclusi i fondovalle. Ciò fa presumere che fosse stato appieno il loro valore sociale nella costruzione politica dei confini del territorio.
Poiché le vendite avrebbero potuto creare episodi di sollevazione, nel corso della campagna di alienazioni i Provveditori consigliarono al Senato «di lasciare in godimento ai comuni almeno tre campi per ogni famiglia del villaggio nel Trevigiano (ritenuto più fertile) e quattro nel Friuli. Invece, in montagna, si decise di alienare lo jus pascendisenza intaccare il dominio del suolo». La vendita di questo tipo di diritto, e non del fondo, nelle aree di montagna, significava tuttavia per le comunità una perdita importante. Infatti, nei periodi estivi (da maggio a settembre), le Regole concedevano in affitto gli alpeggi per la monticazione stagionale. Le proposte furono tuttavia respinte dai Pregadi[159]. E in tempi di guerra i motivi erano ovvi.
Da parte veneziana c’era la necessità di fare cassa al più presto. Stime della spesa complessiva sostenuta per l’impegno bellico a Candia, s’aggirano intorno ai 125.000.000 di Ducati. Con uscite annue sull’ordine dei 5.000.000 di Ducati tra spese militari e debito pubblico[160]. Va ricordato che non tutte le province del dominio parteciparono alla campagna di vendite. In particolare furono esclusi territori veneziani al di là dal Mincio, oltre al Cadore e alla Carnia di qua.
Forti dei loro antichi privilegi e prerogative, alcuni di loro (ad es., la Valcamonica, ma anche il Cadore che godeva di esenzioni similari), intervennero duramente contro le decisioni dei Provveditori allorquando scorsero un surrettizio tentativo, poi naufragato, dei primi anni ’50 del ’600, di equiparare i beni comuni con i beni comunali, concedendo le investiture, laddove non vi erano catasti, forzando così i privilegi più antichi ai quali le comunità s’appellavano[161].
In certune aree del dominio, questa distinzione (beni comuni/beni comunali) aveva assunto un valore sociale esclusivo. Come nel mondo delle comunità delle valli bresciane. Ricordiamo che esse avevano ottenuto, ancora nel ’500, il riconoscimento dei comunali come beni propri degli «originari». Se fosse seguita una simile decisione dell’autorità, si sarebbe aperta la strada a numerosi contenziosi con il corpo dei «forastieri», in realtà «oriundi», che avrebbero potuto partecipare all’uso delle risorse tanto quanto gli originari delle comunità della valle. Da circa vent’anni, gli oriundi/forestieri peroravano questa causa davanti al Collegio dei XX Savi, senza per altro evidenti risultati. In più occasioni, davanti alle magistrature, affermarono che le ricchezze della valle erano sufficienti per tutti, fornendo addirittura il valore, forse esagerando, che dai beni comunali traevano a pro’ loro quei comuni era di «trecentomila ducati». «Acquistare la Vicinia di quel Comune dove habitiamo come acquistano la Cittadinanza tutti li altri habitanti in qual si voglia Città del Mondo», per i forestieri della valle sarebbe stato il completamento di un lungo e drammatico percorso che per i vari motivi li aveva visti molti anni prima allontanarsi[162].
Si trattava tuttavia di questioni assai complesse che forse andavano ben oltre le competenze del Magistrato, toccando ambiti che solo le istituzioni superiori avrebbero potuto redimere. Nell’ottobre 1702, al culmine di una lunghissima vicenda, i Pregadi delibereranno, contrariamente a quanto proposto dai Provveditori, che «sia per l’universale del territorio e Communi osservato inalterabilmente il solito rinnova in essi Communi praticato, né possa in avvenire da chi si sia sotto verun colore o pretesto essere tentata e fatta novità contraria al medesimo, così richiedendo la quiete de sudditi, li riguardi di giustizia ed il pubblico essenziale servizio»[163].
Pur nelle «travagliose congiunture» dettate dalle esigenze belliche, la Repubblica doveva comunque tenere conto dell’ordine nei territori del Dominio. Ed era nel controllo di questa mole di liti che percorrevano tutta la Terraferma che i Provveditori sopra beni comunali dovettero addentrarsi sempre più nel corso del ’600 per governare il territorio. I tre patrizi saranno in diverse occasioni molto chiari e precisi. Il controllo e l’autorità sui conflitti in materia di beni comunali dovevano difatti rimanere nelle maglie giuridiche di quel Magistrato, che invitava le parti sempre a presentare le loro istanze al loro officio. La gestione e la disciplina dei conflitti erano materia complicata e suscettibile, soprattutto perché portava ad accentrare a Venezia ciò che prima era risolto con accordi privati o nelle corti dei reggimenti della Terraferma. I Provveditori si scontrarono a più riprese con rettori zelanti e, soprattutto, con gli Officiali alle Rason Vecchie che in alcuni casi operavano come se fossero ancora loro il tribunale competente[164].
Talvolta, questo sommarsi di competenze antiche e recenti apriva inconsueti scenari per «sagaci» interpretazioni da parte dei privati confinanti ai beni comunali[165]. Non mancavano poi rivendicazioni della materia da parte di comunità; di privati; di alcuni tribunali e istituzioni che, come il foro aquileiese, quello dei giudici di Tolmezzo; o addirittura i corpi territoriali come quello patavino che cercò in più occasioni di gestire la ripartizione dei beni comunali secondo una logica di divisione privata e tutta interna all’istituzione comitatina che non teneva conto delle disposizioni legislative.
Un ambito particolare e poco preso in considerazione per ricostruire questa matassa dei conflitti, cercando di cogliere l’esercizioquotidiano del tribunale, sono le di lettere, conservate in una serie del loro archivio[166]. In questi carteggi che i Provveditori intrattenevano con i pubblici rappresentanti in Terraferma, ritroviamo la ricostruzione di moltissimi episodi. Le lettere talvolta permettono di cogliere e scandire i tempi delle cause dibattute[167], le decisioni del Magistrato nel corso della controversia, individuare i motivi profondi che portavano alle terminazioni[168] e, talvolta, recuperare aspetti tralasciati nel fascicolo processuale o nelle scritture in causa (gli atti prodotti dalle parti durante il contraddittorio). Tutti aspetti che ci permettono di entrare ancora di più nell’opera quotidiana (ordinaria) del nostro Magistrato.
Apparentemente legati a una dimensione episodica e locale, gli scontri per l’uso dei beni comunali tra comunità vicine (tra comunità e privati, o che avvenissero all’interno della stessa) erano dei fatti che interessavano la pratica quotidiana del potere veneziano sul territorio: la politica, l’idea di sovranità e l’esercizio dell’autorità e della giustizia.
Che l’attenzione del centro veneziano fosse volta a convogliare le soluzioni locali entro l’ambito delle istituzioni, appare piuttosto chiaro da un aspetto che si rinviene nella pratica di questa tipologia di carteggi. Tra gli anni ’30 e ’40, fu imposto alle cancellerie veneziane e dei reggimenti di segnare sulle lettere spedite il nome dell’avvocato o del sollecitatore (o interveniente) che stavano seguendo la causa davanti al Magistrato[169]. Si trattò di un provvedimento di cui non abbiamo trovato traccia nelle terminazioni e nelle altre scritture dei Provveditori. Tuttavia, una decisione similare fu presa dai Presidenti del Collegio dei XX Savi sopra il corpo del Senato nel febbraio 1637. I tre presidenti del Collegio ordinarono con una loro terminazione ai rettori che sulle lettere di «suffragio» inviate a loro, comparisse il nome di un avvocato o di un sollecitatore «ordinario del Palazzo»[170]. È lecito pensare che la richiesta dell’autorità centrale d’obbligare l’interveniente e/o l’avvocato a dichiararsi in modo esplicito in questa tipologia di carteggi, che per loro natura erano piuttosto sintetici ma necessari per controllare le liti, rientrasse in un tentativo complessivo di riordino in materia di presentazione di questo tipo di contenziosi che si svolgevano attraverso il contraddittorio.
Spesso gestite autonomamente in loco dai rettori, vista la loro complessità e il costante aumento in quel torno di tempo, il fronte conflittuale e le carte prodotte abbisognavano di una regolamentazione normativa più vicina agli interessi di sovranità dello Stato[171].
D’altra parte va preso in considerazione il fatto che molti di questi giuristi, avvocati e intervenienti, erano implicati nelle vicende locali sui beni comunali. È il caso ad esempio del friulano domino Tommaso Valentinis che operava a Venezia come sollecitatore. Abitava a Santo Stefano da più di un decennio[172], quando, nel 1667, fu procuratore per la comunità Bolzano, appartenente alla Patria del Friuli. Gli uomini del comune erano da qualche tempo era ai ferri corti con i quelli di Morsano, villa limitrofa, per via di alcuni cippi di confine sradicati e poi occultati che segnavano sia i beni comunali, sia il termine di separazione tra le comunità. La lite in cui il Valentinis era intervenuto su richiesta di quelli di Bolzano era piuttosto antica, quantomeno sin dalle catasticazioni d’inizio secolo. I carteggi, tuttavia, la fanno risalire a prima dell’intervento veneziano in Terraferma. Resta che il nostro interveniente era anch’egli parte in causa. I «giusdicenti» che operavano attraverso gli uomini di Morsano, citati nelle sue lamentele e lunghe scritture, erano gli stessi feudatari della Patria, i fratelli Madrisio, che da lungo tempo contendevano i terreni tra il loro comune e il suo. Il tribunale doveva stare molto attento a come muoversi. Da un lato c’erano le leggi della Serenissima e dall’altro le investiture che recepivano i «privileggi» delle comunità, oltre ai «privileggi» dei giusdicenti e alle richieste di nuovi protagonisti che con il mercato delle liti stavano diventando ricchi e potenti. Durante il periodo delle vendite, questa mescolanza andava attentamente controllata.
Con le sue argomentazioni sulla natura comunale e non feudale dei beni contesi, Valentinis cercava di ottenere una ricomposizione di un danno locale subito dai potenti fratelli friulani, utilizzando un linguaggio e delle argomentazioni che avrebbero trovato accoglienza a Venezia. Infatti, in una delle prime fasi, il Magistrato intervenne subito ordinando al Luogotenente e al suo Vice Gerente di fermare ogni altro tentativo di disturbo, «non volendo la giustitia che alcuno de fatto, et propria auttorità habbiano ad impadronirsi delli altrui beni, ma con le forme giudiziarie»[173].
Da queste parole, sembra evidente che gli accordi locali fossero ancora la forma di ricomposizione privata prevalente sul territorio. Questo spiegherebbe la continua richiesta di atti notarili da parte del Magistrato a completamento dei fascicoli processuali[174].
In questi accordi locali si ricostruivano sovente i confini fra una comunità e l’altra con un forte detrimento per le istituzioni. Pertanto queste forme di composizione per avere valore di legittimità dovevano passare per l’approvazione veneziana, ossia nelle «forme giudiziarie». Il provveditore Alvise Mocenigo scrisse, in seguito, che era «trasgressione di non permettersi, che li Comuni, et huomini si facciano lecito de fatto, et propria auttorità d’amover li termini di pietra, che furono sino l’anno 1608, posti d’ordine publico nelli beni comunali, con quali furono fatte le separazioni d’essi beni da Comune a Comune». Pertanto la pietra con il San Marco e il millesimo doveva essere riposta nel sito d’origine, ripristinando la situazione. In caso contrario, la pena per i trasgressori sarebbe stata piuttosto elevata: 500 ducati. La possibilità di una sanzione pecuniaria era solo una delle tante, forse quella più mite, nel ventaglio di punizioni a carico dei rei, infatti, il Magistrato intendeva perseguire criminalmente quei «delinquenti» che continuassero a «svellere i termini»[175].
I casi narrati nelle lettere, ci permettono di ricostruire alcuni modi d’intervento che la Repubblica praticava in questi anni centrali del Seicento. Le necessità di ordine e di conservazione nei territori che traspaiono da questi carteggi dovevano corrispondere a quel buon governo caratterizzato dalla mano paterna del Principe esercitato all’insegna dell’equità e di quella giustizia che i sudditi giunsero a definire, riprendendo la dottrina aristotelica, «distributiva»[176]. Nella grazia erogata dall’autorità, i governati riponevano fiducia. E le comunità sapevano di potere invocare il suo intervento. In una supplica, la comunità veronese di Tregnano completò le sue richieste sostenendo che:
 
Gratia che si come sarà effetto della somma sua pietà, et riuscirà di necessario sollievo, et conservazione di tutti quelli suoi humilissimi, et devotissimi servi, li quali sempre saranno pronti a spender il proprio sangue, et la vita in servitio della Serenità Vostra, così sarà anco conforme a quello, che ha concesso a molti altri Communi in diversi Territorii, dove la sterilità del povero, et la conservazione delle loro consuetudini antiche riceveranno questo giusto sollievo[177].
 
Le problematiche che i Provveditori sopra beni comunali dovevano affrontare erano pertanto molteplici e spesso erano sovrapposte. Non c’erano solo gli scontri fra comunità viciniori, ma anche quelle tra comunità e privati o forestieri, tra privati e privati, tra comunità e acquirenti, tra gruppi appartenenti ad aristocrazie di estrazione diversa (patrizi e nobiltà di Terraferma). Tutta questa mole di questioni rendeva particolarmente complicato il governo del territorio.
Per i Provveditori sopra beni comunali non era semplice introdursi in quella selva di consuetudini, usi, privilegi e prerogative che caratterizzavano i centri e le comunità della Terraferma. Tuttavia, per i tribunali della Serenissima, era necessario conoscere approfonditamente queste pratiche che talvolta potevano sfuggire[178].
L’attenzione usata negli interventi del tribunale dei Provveditori sopra beni comunali era quella, laddove possibile e praticabile, di «conservare in possesso»[179] le comunità dei beni comunali non venduti e in uso comune. Lo stesso valeva per i neoacquirenti ai quali il Senato garantiva la «manutenzione de beni vendutili»[180].
Nel 1634, alcuni anni prima delle vendite, le comunità di Cordenons e San Quirino, sotto Pordenone, entrarono in conflitto per il taglio e la divisione della comugna detta Villotta. Gli intervenienti dei primi si presentarono davanti al Magistrato dolendosi del comportamento lesivo degli altri. «Per pubblica Munificenza», la Villotta aspettava al comune di Cordenons per 2/3, mentre il terzo rimanente sarebbe toccato al comune di San Quirino. Pare che questi si siano permessi di allargare i propri confini d’uso per necessità in seguito ad un periodo di siccità piuttosto prolungato. Poiché «l’herba [era] pocha», si permisero di tagliare la comugna affermando che questa pratica avrebbe permesso di recuperare il fieno altrimenti perduto. La questione era controversa, poiché il Magistrato avrebbe dovuto cercare di equilibrare un intervento contro la comunità che era contravvenuta alla legislazione, con l’attenzione per la suddivisione delle risorse collettive secondo l’uso praticato. L’ordine che pervenne al Provveditore e Capitano di Pordenone era di dividere la comugna della Villotta in tre parti distinte, separandole l’una dall’altra. La divisione (2 parti a Cordenons e 1 parte a San Quirino), rispettosa della situazione precedente, sarebbe stata poi mitigata dalla seconda parte della decisione. Nelle tre parti, le comunità potevano, come previsto dal privilegio d’investitura, gettare le sorti, ossia suddividerle a rotazione annuale tra le famiglie del villaggio. Il comune di San Quirino avrebbe così potuto «tagliare a suo piacere», naturalmente senza intacco alle due parti di Cordenons[181].
Quella presa dai Provveditori era una decisione che riprendendo l’apparato consuetudinario utilizzato dalle vicinie sull’uso dei beni comunali promiscui – ossia goduti da più comunità -, ne legittimava l’impianto. Nelle intenzioni del Magistrato, questa decisione rientrava in un preciso schema d’intervento politico: si voleva evitare l’accumularsi di disordini su un territorio che da almeno trent’anni era sottoposto a un clima di tensione continuo per la ripartizione di terre e risorse. L’inquietudine serpeggiava tra i pordenonesi e le vicine comunità sottoposte alla giurisdizione dei conti di Zoppola e Ovoledo per via di alcuni confini tra i pascoli fissati con una «transazione» risalente al 1455, e riposti nuovamente nel 1518 subito dopo gli sconvolgimenti di Cambrai. Nelle scritture delle parti, i pascoli nei quali avvenivano quasi quotidianamente assalti, sequestri e violenze, sarebbero poi fatti coincidere, al tempo dei catasti, con i beni comunali dati in concessione[182].
Da questi casi si può comprendere come l’attenzione al territorio e al rispetto della legislazione veneziana fossero elementi profondamente uniti nell’opera quotidiana del nostro tribunale. Un altro episodio. Tra gli anni ’40 del ’600 e il primo ’700, le «montagne di Castellin, Civita [Civetta], et Val Grande» furono al centro di un’aspra contesa tra alcune Regole dello Zoldano. I pascoli e i boschi contenuti in queste alture erano stati concessi in «uso» alla comunità di Mareson. Tuttavia, la Regola di Fusine di San Nicolò ne contestava la legittimità. Anche in questo caso, scontri e sequestri furono all’ordine del giorno. A favore della Regola di Mareson deponeva innanzitutto il privilegio d’investitura ottenuto nel 1640 che avrebbe dovuto porre fine a ogni rivendicazione da parte di altri villaggi.
In virtù del privilegio d’investitura, i Provveditori intervennero prontamente con un proclama che apparentemente colpiva in modo piuttosto duro il comune di Fusine. La centralità del provvedimento veneziano era strettamente legato ai criteri d’uso dei pascoli, delimitandone i confini. Gli uomini di Fusine non avrebbero dovuto «in modo alcuno perturbar detto possesso, et godimento […] ma contenirsi dentro dei termini della montagna di Col Toront per andar nella Val Grande, Castellin, et Civita, divisori tra detti Comuni»[183]. Tuttavia, non si trattava di una decisione ex officio da parte del Magistrato, bensì era il risultato di un «compromesso» locale tra le Regole, legittimato in seguito con «auttorità et licenza del’istesso nostro Tribunale»[184].
Che la situazione fosse pacificata con questo riconoscimento di un patto locale, era poco più che un semplice auspicio. Difatti, negli anni ’60 del ’600, gli uomini della villa di Fusine ritornarono a lamentarsi davanti al Magistrato, affermando che la decisione presa qualche tempo prima, come legittimazione del compromesso, era «pregiudiciale» impedendo loro movimenti ed esercizio delle pratiche consuetudinarie. I Provveditori furono inevitabilmente costretti a intervenire. Chiesero, infatti, che fosse inviato in officio l’interveniente o il giurato della Regola per vagliare la veridicità delle affermazioni. Intanto il fronte litigioso si era allargato alle limitrofe Regole di Pianaz e a quella dei «consorti» di Coi, che unitamente a Mareson beneficiavano di alcuni pascoli limitrofi alla zona dove era stato concesso il passaggio ai regolieri di Fusine.
Tra il 1681-82, il Magistrato inviò un’altra lettera alla comunità di Fusine nella quale ordinava di non disturbare le tre Regole nell’uso dei pascoli della montagna «di Guoima detta Col Toront»[185]. Anche quest’ordine non fu sufficiente. Dietro alle vicende per la contesa dei pascoli si celava ben altro, che non sarebbe sfuggito al Magistrato. Vi erano diritti contesi per la primazia sullo juspatronato della parrocchia di San Nicolò, alla quale numerose Regole afferivano dal 1615 dopo la separazione dalla plebanale di San Floriano di Zoldo[186]. La materia stava fuoriuscendo dall’ambito di competenza del nostro Magistrato, che passò la mano.
Il Senato si mostrò assai preoccupato per l’ordine in quest’area di confine. Era necessario evitare che una separazione dei beni comunali corrispondesse a una divisione dei beni spirituali. Nel dicembre 1700, i Pregadi dopo essersi consultati con i Provveditori sopra beni comunali giunsero a un’altra decisione. Ammettendo la Regola delle Fusine alla partecipazione dei beni comunali delle altre comunità[187], il Senato, attraverso il Magistrato sopra beni comunali, aveva così fatto corrispondere i confini d’uso dei beni demaniali con quelli della parrocchia. Si trattava di una decisione presa sulla scorta di quel principio politico di giusta convenienza che spesso muoverà l’azione di questo tribunale, e che i Provveditori spesso riporteranno nelle loro lettere[188].
Interventi similari che in qualche modo conservassero in possesso le comunità, li rileviamo anche qualche anno prima in una lettera del 1630 a favore di una vicinia della podestaria di Castelfranco, San Martino del Rovere. Questa comunità aveva una «campagna» in uso promiscuo con la vicina podestaria di Cittadella, appartenente al territorio Padovano. All’atto della divisione in sorti tra i capifamiglia per la rotazione annuale dello sfalcio del fieno, pare che i trevigiani non abbiano convocato i padovani. Secondo quanto riportato dagli intervenienti, quelli del comune di San Martino del Rovere avrebbero messo solo i nomi della loro comunità nel sacchetto per la ballottazione. Alcuni dei padovani che avevano cambiato «domicilio», trasferendosi nella villa di San Martino, erano stati resi partecipi delle divisioni, tuttavia avrebbero dovuto pagare «un ducato cadauno». La gratuità del Principe nella concessione dei beni si scontrava contro un metodo surrettizio di guadagno locale. Se i fatti avessero trovato corrispondenza nella denuncia, il provveditore Girolamo Molino affermava che sarebbe stato un atto «contro ogni nostra mente, che nelli beni communali venghi operato con modo contrario all’antica consuetudine». Pertanto l’ordine era «che nel termine de giorni tre doppo il detto commando debbino servatis servandis di novo haver fatta essa decisione con la imbossolatione […] ordinaria»[189].
Spesso si trattava solo di episodi ai limiti della truffa verso lo Stato e verso le comunità. Come quegli acquirenti che per guadagnare qualche particella di terra in più, utilizzavano misure diverse. In altri casi, le vicende potevano essere foriere di conseguenze ben più gravi. A volte si sequestravano le greggi e si alzavano anche le armi, come accadde nelle prealpi trevigiane, in un conflitto che vide contrapposte i comuni asolani di Caniezza e Pavian (colmelli della villa di Cavaso) contro quello Lan sotto la podesteria e capitanato di Treviso[190]. Secondo la lamentela dei due comuni, gli uomini di Lan impedivano l’uso del pascolo sul monte Zogo[191] contravvenendo a quanto riportato sull’investitura. I Provveditori ordinarono che «i rappresentanti di detto Commune di Lan, et ogni altro […] che in pena de ducati 500, et altre etiam corporali […] che non debbano molestar li uomini del detto comun di Pavian e Caniezza nel godimento del pascolo con suoi animali nel detto monte, anzi permetter che possano liberamente haver il benefitio del sopradetto pascolo, et ciò giusta l’investitura di detto Comun di Caniezza e Pavian, et lettere del Magistrato nostro de dì 19 zugno 1648, facendo in oltre che immediate siano restituiti gl’animali di raggione delli suddetti di Caniezza e Pavian da essi di Lan condotti via de fatto et propria autorità»[192].
Attraverso quest’attenta pratica dei riconoscimenti, che non venne meno durante la campagna di vendite, i Provveditori cercarono di insinuarsi all’interno delle plaghe più profonde del territorio, provando a ordinarlo secondo le necessità del centro veneziano. Negli anni ’60 del ’600, alcune comunità della Podestaria e Capitanato di Feltre «Formigan, Campo, Ignan, Santa Giustina, Salmenega, Bivai, Castel San Zorzi, Marciai, Lasserai, Sartena, Muriach, e Villa di Pria» accerchiarono, letteralmente, la villa e comune di Cergnai. Il problema della contesa erano sempre i pascoli. Gli uomini di quest’ultimo comune accusavano il variegato gruppo di unire forze e patrimoni per sottometterlo. Quest’unione d’interessi non rientrava nelle volontà veneziane. Il centro lagunare preferiva un rapporto più articolato e disteso nel tempo, fatto di scritture, lettere, processi. Poiché lo stato di conflitto serpeggiante attorno ai beni comunali era composito, andava mantenuto tale anche presso gli uffici della capitale. Il Magistrato convenne di «intimare a tutti, e cadauno dei detti comuni, acciò dovessero redurre le loro Regole di Villa in Villa separatamente, acciò volendo insistere nella contesa vertente al Magistrato nostro tra il Comun di Cergnai sudeto e le predette Ville dovessero elleggere con le forme proprie [dei] Procuratori legittimi a comparire [davanti] al sopradetto Magistrato nostro con le forme proprie per dedurre le loro ragioni». Così non avvenne. Le assemblee dei capifamiglia dei villaggi non si riunirono separatamente e seguì solo una «delusoria procura» il cui autore restava celato dall’anonimato. Il provveditore Angelo Morosini intervenne duramente e intimò di nuovo l’ordine che stavolta divenne perentorio. Le ville dovevano congregarsi «separatamente» le une dalle altre. Nessuna concentrazione e consorzio d’interessi era tollerata. La lite, parrebbe dire il Magistrato, non doveva essere decisa da chi aveva più potere sul territorio, ma entro l’equitas del sistema giuridico lagunare[193].
In molte di queste lettere, i Provveditori rinviano le parti a incontrare la giustizia. Una prassi che è riscontrabile anche nelle lettere del Collegio dei X poi XX Savi, favorendo il contradditorio. Questo incentivo talvolta andò incontro a critiche piuttosto dure da parte dei protagonisti locali delle vicende. Tale giudizio nasceva dal fatto di volere mantenere la lite entro lo spazio locale, senza nessun tipo d’intervento esterno per non essere così imbrigliati nelle stringenti procedure del sistema giuridico veneziano.
Se il timore di taluni era quello d’«incontrare [più volte] la giustizia» direttamente, c’era sempre la possibilità di denunciare le situazioni più gravi attraverso lo strumento della delazione, che era molto incentivata. Si trattava, infatti, di una pratica che in qualche modo garantiva alle parti di evitare un confronto diretto con quei maggiorenti, fazioni, parentele o addirittura con l’assemblea dei capi famiglia.
Non sempre l’azione del tribunale fu così benevola nei confronti delle comunità della Terraferma. Soprattutto quando al loro interno si scorgevano, grazie alle denunce e ampi passaggi nelle scritture, i profili di quei maggiorenti e fazioni che l’autorità volevano controllare. Una lunghissima lite tra le comunità friulane di Maniago Grande e quelle di Fanna e Arba, risulta piuttosto esplicativa. Il bene comunale conteso era una parte dell’immensa «campagna di Ventunis» concessa dal 1612 in uso promiscuo, con investitura, alle comunità in lite[194]. Questo comunale era da molto tempo al centro degli interessi dei maniaghesi che sin dal ’400 stavano costruendo l’identità e l’importanza del loro comune sull’attento uso dei beni del demanio. «Antiche sententie et conventioni», garantivano, secondo quelli di Maniago, una sorta di egemonia nell’uso dei beni. Ciò anche in virtù di alcune decisioni precedenti dei Provveditori, ben conosciute nel mondo degli avvocati e intervenienti. Prerogative, privilegi, «antiche consuetudini e sentenze» furono, infatti, spesso utilizzati per spiegare all’autorità la loro preminenza rispetto alle altre comunità. Tuttavia, l’investitura promiscua fu concessa ugualmente, sviluppando così infiniti litigi. Gli uomini di Fanna e Arba entrarono più volte nelle pertinenze dei comunali di Maniago, suscitando numerose proteste. I Provveditori tentarono di pacificare le parti affermando che chi fosse stato denunciato da quelli di Maniago avrebbe dovuto rispondere davanti al tribunale per essere contravvenuto alle «dette sentenze, antiche consuetudini, et Privileggio del Magistrato nostro [come] è stato osservato»[195].
Proponendo nuovamente il solido intreccio tra leggi, privilegi, investiture e consuetudini, i Provveditori cercavano un modo diretto di comunicazione con le comunità del territorio. Queste attenzioni avrebbero dovuto porre fine al litigio, che invece si ripresentò molto più acceso negli anni successivi durante le prime alienazioni. In questi tempi mutò anche l’atteggiamento del Magistrato. Questo tribubale dapprima ricercava una mediazione continua, tuttavia i tempi di guerra non lo permisero più, o almeno non come in passato.
Nel 1652, le comunità di Fanna e Arba ripresero l’antico impianto che legittimava le istanze di Maniago, criticandolo aspramente. Misero in luce al Magistrato contraddizioni e complicità in seno al comun viciniori. Se dapprima quelli di Maniago potevano vantare una solida tradizione a supporto delle rivendicazioni, ora qualcosa scricchiolava. Le «antiche sentenze et conventioni» fatte al loro interno non erano mai state approvate «né dal Principe, né dal Magistrato»[196]. Era pertanto illecito il comportamento del comune, che «impediva l’uso» a quelli di Fanna e Arba. Le consorterie di Maniago, legate a diversi livelli ai giusdicenti[197], in virtù dell’antico patto, erano riuscite ad acquistare legalmente ampie porzioni della campagna, salvo poi estendersi sui beni concessi in uso promiscuo permettendo ai compratori di eccedere nelle acquisizioni. Nelle parti invendute, la campagna di Ventunis doveva invece essere utilizzata in comune.
Stando così i fatti, per il Magistrato erano nulle tutte le «conventioni, et patti, che fossero stati fatti tra essi Communi così avanti come doppo il privileggio in pregiudizio de posteri». Il catasto e il privilegio d’investitura sancivano un ordine nuovo. Il provveditore finiva la lettera in modo istituzionale dicendo che in materia di beni comunali, «il Principe […] è il solo patrone». Altri principi patroni erano esclusi. Fu affermato così un concetto che sebbene sotto il profilo giuridico fosse chiaro a Venezia, era invece continuamente messo in discussione nei territori. Inoltre ogni lite doveva risolversi «in conformità dei soli privilegi, et pubbliche commissioni», e non da quei gruppi o fazioni insinuatisi nelle comunità. Se vi fosse stato poi qualcuno che interpretava diversamente quanto stabilito dal Magistrato, questi si sarebbe dovuto presentare presso l’officio veneziano, citando la parte, «che non li sarà mancato di giustitia»[198]. Le due comunità avevano citato in giudizio le cariche rappresentative di Maniago, affermando che attraverso costoro potentissimi privati, tra cui i giusdicenti, si stavano impadronendo di tutto il patrimonio comunale. La causa proseguì con un processo, la raccolta della documentazione locale e le scritture in causa da parte dei rappresentanti legali delle comunità. Legali che erano, nel caso di Maniago, profondamente uniti con il tessuto sociale della comunità. Oltre a questo, la causa rimaneva pendente nella cancelleria del Luogotente. Giunsero dai Provveditori duri moniti verso il pubblico rappresentante, ricordandogli che si sarebbe dovuto attenere alle disposizioni del Magistrato, non ingerendosi e sospendendo ogni azione di possesso o violenta delle parti[199].
Per riportare la situazione all’ordine intervenne anche il Senato Il 10 luglio 1655. I Pregadi inviarono una lettera al Magistrato sopra beni comunali, ordinando ai Provveditori di «informare con cellere puntualità delle discordie civili, che vertono al Magistrato loro tra li Communi di Maniaco, et Fanna per le proprie deliberazioni»[200]. L’intervento duro del Senato fu provocato da un atteggiamento titubante dei Provveditori su questioni particolarmente spinose, essendo queste cause che di rado si chiudevano in tempi brevi[201].
Tuttavia sarà la prassi dei contradditori, delle lettere, delle sospensioni, degli appelli e, forse, i tempi «eterni» delle liti e delle cause[202] a prevalere rispetto a posizioni più tranchant sostenute duramente da eminenti patrizi che criticamente affermavano che i beni comunali e la loro gestione a metà Seicento erano ormai un «mostro de confusion et disordini»[203]. Nel prossimo paragrafo entreremo in uno di questi conflitti, e attraverso le voci dei protagonisti proveremo a capire cosa passava per la mente del kavalier Francesco Marino Zorzi II, quando scrisse al Senato queste parole così critiche.
 
VI. Levare, modificare o «svellere» i termini di confine posti dall’autorità per segnare i beni comunali non era da considerarsi solo un «furto», ma anche un modo per variare gli assetti patrimoniali, politici e sociali del territorio. A volte, per necessità, le comunità li inventavano ex-novo. È il caso della lite di metà Seicento tra Regola bellunese di Dogna e Provagna (Pieve di Lavazzo) contro la comunità friulana di Erto. Si tratta di un lungo conflitto che avvenne soprattutto a colpi di lettere, scritture, terminazioni, catasti e mappe.
Già dal ’500 le comunità poste tra Piave e Tagliamento si erano confrontate in materia di boschi e pascoli. Tuttavia, le decisioni prese dalle assemblee di villaggio che deliberavano su vizze (bandi per limitare l’accesso e lo sfruttamento dei boschi) e uso dei pascoli di confine erano conformi all’uso da sempre praticato. Molte testimonianze di questi atti sono presenti nei protocolli dei notai chiamati dalle comunità a rendere ufficiali le decisioni.
Il pascolo, «piano», o monte di Ranz (alternativamente chiamato nelle fonti) era un pianoro molto vicino alle pertinenze degli ertani, e agevolmente raggiungibile dai bellunesi, grazie a un trozo (strada) che da quei villaggi si portava sino a là[204]. In un sistema agricolo che a queste altitudini era piuttosto povero, il pascolo e il bosco erano l’unica soluzione praticabile[205]. Pertanto un pascolo in più, magari da affittare, era senza dubbio un valore aggiunto all’economia di queste valli.
Nel gennaio 1648, gli uomini della comunità di Erto inviarono i loro procuratori e intervenienti a Venezia per portare un’istanza piuttosto accorata. I regolieri di Dogna e Provagna continuavano a portarsi sul pascolo del Ranz, occupandolo senza alcun titolo, tagliando fieni, legna e abbattendo alberi interi[206]. Va detto che il pascolo di Ranz era molto vicino a un altro luogo conteso, la costa boschiva di Vasei o Vaseri, più volte fatto rientrare nelle pertinenze dei bellunesi e alla fine locato ad un individuo piuttosto conosciuto nella zona, tal Nadalin Corona[207]. Spesso quest’ultimo fu procuratore della Regola in materia di boschi.
Tutto fa pensare a un tentativo di allargare i confini delle proprie pertinenze. Anche perché i catasti erano molto chiari. I due villaggi bellunesi non godevano in usufrutto di alcun bene comunale[208] (il magro restante era suddiviso tra la Regola e alcune famiglie locali e non), mentre nei catasti friulani, Erto poteva rivendicare il Ranz tra i beni comunali concessi ancora ai primi del ’600. I Provveditori non ebbero dubbi, e ordinarono al rettore che pubblicasse in tutta la Pieve un loro proclama, laddove veniva espressamente vietato a chiunque, tranne agli ertani, di portarsi sul pascolo conteso. Seguì poi una terminazione.
Il monte di Ranz fu, di fatto, interdetto al movimento dei bellunesi. Si trattava tuttavia di una decisione piuttosto autoritaria, tuttavia non aliena dal modus operandi del nostro Magistrato[209]. Seguirono altre terminazioni che avrebbero attenuato gli aspetti più duri. Nel mese di giugno, fu ordinato dal Magistrato l’intervento di un perito. Giunse su queste alture un ingegnere piuttosto esperto dei Provveditori sopra beni inculti, Sebastiano Roccatagliata. La Regola bellunese non ebbe nulla da contestare. Fu compilata una mappa che sarà utilizzata in seguito in un «processetto»[210] durante lo scontro tra scritture.
Dalle rilevazioni, passò qualche tempo, e dopo un contraddittorio tra gli intervenienti di Erto e quelli di Dogna e Provagna, il giorno 11 agosto del 1648, i Provveditori estesero una nuova terminazione che mitigava in parte la precedente[211]. Il Magistrato concesse, infatti, che pure i bellunesi, secondo consuetudine, potessero «tagliar li fieni nelli luochi tra le dette parti contenziose, con questo che restino indisposti senza che niuna di dette parti se ne voglia sino ad altro ordine della giustizia». Era l’ultima parte di questa decisione a essere interessante. Poiché a Palazzo era chiaro che dietro a questi conflitti si celavano attori eminenti, si permetteva alle comunità di presentare le loro scritture per potere in seguito ricostruire e registrare negli archivi del centro i profili di questi soggetti. Il 26 agosto seguì un’altra terminazione che rivedeva ulteriormente la precedente[212].
Furono giorni d’intensi dibattimenti fra le parti. Assenti nel primo contraddittorio, i friulani. Una contumacia che costò loro cara. Si videro revocare, temporaneamente, la terminazione del mese di gennaio e la prima di agosto. Nel mese di settembre, ecco di nuovo le parti di fronte al Magistrato che come di consueto erano insieme agli avvocati e ai Fiscali della Serenissima, che rappresentavano le ragioni dello Stato[213]. Dalle scritture emersero finalmente i tratti più controversi della lite. Se non c’erano titoli che comprovassero l’uso, a quali principi si potevano appellare le Regole di Dogna e Provagna per dimostrare che quei beni appartenevano loro? Questa, in sintesi la domanda di fondo nella scrittura presentata dal causidico Mattio Peretti per Erto. Secondo quest’ultimo, le richieste dei bellunesi erano inconsistenti. Ecco prendere corpo il centro dell’istanza. La ridda di voci e scritture presentate a Venezia creava solo confusione. Peretti sostenne che se si voleva trovare una ragione, essa andava cercata laddove vi fossero delle certezze: ossia nei confini dichiarati al momento del catasto e in seguito dell’investitura[214].
Solo per il fatto di essere presenti, i confini non potevano «patire imaginabile censura» alcuna. Modelli chimerici e fasulli potevano essere presentati da chiunque[215], ma ciò che era stato fissato al tempo dei catasti, e poi dalle investiture era una prova certa. «Li termini, e confini di essa investitura, quali rettamente osservati, et considerati stabiliscono la verità, et giustitia»[216]. Una retorica adeguata ai tempi. Oltre a questo, nella scrittura si menzionavano dei «privati acquisti», citando indirettamente tutti quei soggetti che potevano nutrire un interesse in queste zone. In modo particolare cittadini e mercanti di legname che utilizzavano ampiamente la terminazione/sentenza del Collegio dei X Savi (1611) sulle affittanze lunghe dei boschi. Ecco chi ridisegnava i confini d’uso tra le comunità[217]. A poco valsero le attente scritture dell’interveniente bellunese, che sapendo di fare cosa gradita citava addirittura l’antica carta di Regola del 1479, nella quale venivano elencati i confini e i modi di accesso ai pascoli[218]. Con una decisione simile a quella del gennaio precedente, i Provveditori sentenziarono che le comunità bellunesi non si sarebbero più dovute introdurre nel pascolo di Ranz.
La vicenda parrebbe chiudersi con quest’ultima terminazione. Tuttavia, la lite aveva oltrepassato le competenze dei piccoli villaggi, e ormai interessava la città di Belluno e il giusdicente ecclesiastico di Sesto. Il pascolo, monte, di Ranz era divenuto materia di confini interni allo Stato. Anche in questo caso si mossero con rapidità e accortezza gli oratori dei due centri maggiori unitamente agli intervenienti. Davanti ai Provveditori sopra beni comunali e ai fiscali della Serenissima era necessario dimostrare non solo gli antichi diritti e prerogative, ma anche, soprattutto quando la macchina veneziana abbisognava di denaro, che nella lite si stavano difendendo gli interessi patrimoniali della Repubblica.
Il pascolo di Ranz, se sfruttato con attenzione, sarebbe stato fonte di guadagno. Inoltre esso era allibrato nelle partite d’estimo bellunesi sin dalla metà del ’500. Questo particolare doveva far propendere i giudici veneziani a considerarlo bene comune nelle pertinenze bellunesi. In una scrittura che in sei punti abilmente mescolava consuetudini e ragioni di stato, gli intervenienti per le Regole e la città di Belluno cercarono di dimostrare che essi potevano tagliare la legna e pascolare su quei campi sin da tempi lontanissimi[219]. Scrittura confutata poco tempo dopo dagli ertani. Le motivazioni erano sempre le stesse e andavano ricercate «[n]ella natura circonvallata di propri, et evidenti confini»[220].
Le sentenze dei Provveditori furono appellate al Collegio dei XX Savi, in attesa di nuove istanze. In questo tempo subentrarono altri protagonisti della vita istituzionale veneziana: i Provveditori sopra Feudi (per vedere se sull’area sottoposta all’ente feudale vertessero diritti di questa natura) e gli Avogadori di Comun (con ampie competenze in materia giurisdizionale), che interpellato dai bellunesi si pronunciò in favore della Regola[221].
La situazione era quantomeno confusa sia sul territorio sia a Venezia. L’intromissione dell’Avogaria fece andare i Provveditori su tutte le furie, poiché si era operato in «loco» loro. Sospensioni, intromissioni, controlli delle spese per le liti, rettifiche di sentenze e nuove terminazioni avevano per un certo periodo riportato il fronte litigioso entro l’alveo delle magistrature della capitale e costituito un rinnovato assetto confinario controllato dall’autorità centrale.
Ciò provocò tuttavia altri scontri che non chiusero la lite nel breve periodo. Le fonti veneziane non riportano processi, né tantomeno altri episodi che rintuzzassero il malcelato clima di rivalità. Sta di fatto che sullo sfondo a modificare spazi e a muovere i confini c’erano le contrattazioni di quei gruppi mercantili e di eminenti che continuavano a contendersi il territorio a colpi di acquisti e di affittanze.
La lite, infatti, continuò a pendere presso i tribunali del centro. Tuttavia le comunità insieme ai loro procuratori e maggiorenti (cittadini, mercanti, giusdicenti e altri attori che le carte riportano solo di sfuggita) continuarono a confrontarsi animatamente. Il confine del pascolo era ancora materia da contenzioso locale.
Nelle intenzioni di alcuni, il Magistrato avrebbe solo dovuto ratificare uno stato dei fatti. Soprattutto laddove le vendite erano vietate, come nei beni di monte. Qualche anno dopo fu, infatti, compiuto un compromesso che avrebbe dovuto riportare la stabilità tra interessi diversi. Nel 1663, presso la casa di Erto dei signori Campelli, mercanti residenti tuttavia a Longarone nel bellunese, si ritrovarono l’«officiale» del patriarca di Aquileia (che per motivi di giurisdizione ecclesiale seguiva con attenzione le vicende dell’ente feudale), i procuratori della vicinia di Erto, e un rappresentante della comunità friulana di Andreis come testimone. L’oggetto della riunione era la consacrazione della chiesa parrocchiale della villa friulana dedicata a San Bartolomeo. Davanti a loro era presente il notaio friulano Tommaso Fabrizio che operava come cancelliere patriarcale. Fu, di fatto, legittimato quanto deciso in una riunione precedente, i «frutti dei pradi, chiamati in Monte Ranz» vennero costituiti in dote della nuova chiesa. Con questa concessione avvenuta sotto l’occhio attento dei maggiorenti bellunesi e di quelli della Patria, la vicenda parrebbe volgere al termine. In una mappa di fine ’700, il monte di Ranz era indubitabilmente nelle pertinenze dei friulani, perfezionando, in altro modo, il loro privilegio[222].
 
* Chi è Roberto Bragaggia:
 
Roberto Bragaggia è nato nel 1975. Laureato in Storia nel 2002 presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, nel 2007 consegue il dottorato di ricerca in Storia presso l’Università degli Studi di Padova. È stato borsista del Centro Universitario Cattolico (C.E.I.) nel triennio 2004-2007, poi assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Storia dell’Università degli Studi di Padova nel biennio 2009-2010. Attualmente presta servizio come operatore bibliotecario nelle biblioteche del Comune di Mira (Ve). Le ricerche di Bragaggia si snodano attorno all’importante tema storiografico dello stato giurisdizionale veneziano e del suo governo tra '500 e '600. Si è occupato in particolare di comprendere quale ruolo politico ebbero le comunità di villaggio della Repubblica di Venezia nei processi di territorializzazione del potere, soprattutto quelle alpine.
 


[1] Per una rapida e completa sintesi, v. G. M. Varanini, Venezia e l’entroterra (1300 circa-1420), in, Storia di Venezia. Dalle origini alla caduta della Serenissima, III, La formazione dello Stato Patrizio, a cura di G. Arnaldi, G. Cracco, A. Tenenti, pp. 159-236.

[2] Recenti studi propongono di portare l’analisi delle origini dello Stato di Terraferma almeno alla metà del Duecento. Sempre secondo questa lettura, fu a «partire da allora [che] la politica di Terraferma della Repubblica divenne sempre più occhiuta e interventista», M.E. Mallett, La conquista della Terraferma, in Storia di Venezia. Dalle origini alla caduta, IV, Il Rinascimento. Politica e cultura, a cura di A. Tenenti e U. Tucci, p. 181-182 (pp. 181-244). Alla stessa analisi si rinvia per seguire le vicende militari che portarono alla conquista. Inoltre v. G. Cozzi – M. Knapton, La Repubblica di Venezia nell’età moderna. Dalla guerra di Chioggia al 1517, Torino 1986.

[3] Vale la pena ricordare le tappe principali: dapprima Treviso nel 1339, persa nel 1381 in seguito agli accordi torinesi che misero fine alla quarta guerra Veneto-Genovese (la c.d. Guerra di Chioggia) e riconquistata nel 1388; poi nel 1404 Vicenza; Verona e Padova nel 1405; lo stesso anno si diedero Feltre e Belluno, perse nel 1411 e poi riconquistate nel 1420, anno dell’accorpamento del Friuli (Cividale si diede l’anno prima); Brescia nel 1426; Bergamo nel 1428; Ravenna nel 1441 (persa durante la guerra di Cambrai); Crema nel 1454 e Rovigo nel 1484.

[4] Secondo Gaetano Cozzi, entro la metà del ’400 si era già completato il processo di autodefinizione della formazione politica veneziana da Commune a Dominium. G. Cozzi, La politica del diritto nella Repubblica di Venezia, in Id., Repubblica di Venezia e Stati italiani. Politica, società e giustizia dal secolo XVI al secolo XVII, Torino 1982, p. 300 (pp. 217-318).

[5] Varanini, Venezia e l’entroterra, p. 215.

[6] Territorio che andava da Grado a Cavarzere.

[7] Cozzi – Knapton, La Repubblica di Venezia.

[8] Mallett, La conquista della Terraferma, p. 214.

[9] Per alcuni spunti di riflessione sulle diversità che attraversavano Terraferma, G. Cozzi, Ambiente veneziano, ambiente veneto. Governanti e governati nel Dominio al di qua dal Mincio nei secoli XV-XVIII, in Storia della cultura veneta, 4/II, Il Seicento, Venezia 1985, pp. 495-539. Su questi argomenti v. anche, A. Viggiano, Governanti e Governati. Legittimità del potere ed esercizio dell’autorità sovrana nello Stato veneto della prima età moderna, Treviso 1993.

[10] Cozzi, La politica del diritto nella Repubblica di Venezia; recentemente C. Povolo, Un sistema giuridico repubblicano: Venezia e il suo Stato territoriale (sec. XV-XVIII), in Il diritto patrio. Tra diritto comune e codificazione (sec. XVI-XIX). Atti del convegno internazionale, Alghero 4-6 novembre 2004, (a cura di) I. Birocchi e A. Mattone, Roma 2006, pp. 297-353.

[11] Mallett, La conquista della Terraferma, p. 214.

[12] G. Cozzi, La politica della Repubblica di Venezia per l’egemonia in Italia e nel Levante, Id. – Knapton, La Repubblica di Venezia, pp. 3-95.

[13] Cfr. l’attenta analisi di Varanini, Venezia e l’entroterra, p. 215, dove l’A. si spinge ben oltre il primo periodo dopo la conquista, affermando che «certamente sino al Quattrocento inoltrato, ma per certi aspetti anche oltre [la Terraferma] non è che una “sommatoria di realtà distinte”, un aggregato di distretti cittadini, talvolta ben ordinati o comunque saldamente egemonizzati […] talaltra assai meno compaginati».

[14] Mallett, La conquista della Terraferma, p. 214.

[15] V. le osservazioni per il Friuli, tuttavia valide anche per il resto della Terraferma, proposte da G. Ortalli, Le modalità di un passaggio. Il Friuli occidentale e il dominio Veneziano, in Il Quattrocento nel Friuli occidentale, I, La vicenda storica. Spunti di storiografia musicale. Libri, scuole e cultura, Pordenone 1996, pp. 13-33.

[16] Su questi argomenti cfr. L. Mannori – B. Sordi, Giustizia e amministrazione, in Lo Stato moderno. Istituzioni e diritto, (a cura di) M. Fioravananti, Roma-Bari 2002, pp. 59-101.

[17] R. Bordone – P. Guglielmotti – S. Lombardini – A. Torre, Prefazione, in Lo spazio politico locale in età medievale, moderna e contemporanea, Atti del convegno internazionale di studi (Alessandria, 26-27 novembre 2004), a cura di Id., Alessandria 2007, p. 6. In modo assai chiaro, la storiografia giuridica ha definito il rapporto tra spazio e territorio in questi termini: «il territorio [deve essere] considerato come prodotto culturale … e non come dato naturalistico. Spazio e territorio … non sono infatti termini equivalenti. Il territorio è generato a partire dallo spazio, è il risultato condotto da un attore che realizza un programma[:] appropriandosi concretamente o astrattamente (per esempio mediante la rappresentazione) di uno spazio, l’attore lo “territorializza”», P. Marchetti, De jure finium. Diritto e confini tra tardo Medioevo ed età Moderna, Milano 2001, pp. 56-57.

[18] Sulle chiusure aristocratiche dei consigli delle città suddite, cfr. A. Ventura, Nobiltà e popolo nella società veneta del Quattrocento e Cinquecento, Milano 1997II

[19] Separate dalla città di Brescia. Sul bresciano, v A. Rossini, Le campagne bresciane nel Cinquecento. Territorio, fisco, società, Milano 1994.

[20] Quello delle dedizioni è un argomento molto complesso per comprendere i modi di governo della Repubblica. Aldo Mazzacane afferma che «la rappresentazione dei patti di dedizione come concessioni sempre revocabili, sottoposte a deroghe ed “intromissioni”, da un lato riservava alla Serenissima la decisione della politica definitiva. Dall’altro apriva la strada per un contenzioso ricorrente fra gli organi della città lagunare e quelli delle terre soggette», Diritto e giuristi nella formazione dello Stato moderno in Italia, in Origini dello Stato, (a cura di) G. Chittolini – A. Mohlo – P. Schiera, p. 342.

[21] ASV, Collegio. Risposte di fuori, filza 363, 21 novembre 1610.

[22] Circa il «superamento» del frazionamento territoriale alto-medievale entro la struttura dello «stato-cittadino», in generale, cfr. G. Chittolini, Organizzazione territoriale e distretti urbani del tardo Medioevo, in L’organizzazione del territorio in Italia e in Germania secoli XIII-XIV, Atti della XXXI settimana di studio 7-12 settembre 1992, a cura di G. Chittolini – D. Willoweit, Bologna 1994, pp. 7-26.

[23] G. Cohellio, De bono regimine rerum ad Universitates spectantium in Bullam X Clementis Papae VIII Commentaria, Colonia J.A. Cramer e P. Perachon, 1699 (I ed. Roma, 1656), in particolar modo § Civitate, § Communitatum e § Universitatum. È in questi capitoli dell’opera che fu ripresa la definizione di Bartolo, nella quale il giurista medievale sosteneva che «communitas est nomen generale pertinens ad universitatem civitatis, castri et cuiuslibet municipii eo quod ab ipsa hominum communitate principaliter regatur». L’opera e il passo sono citati in S. Tabacchi, Potere papale e forme di rappresentanza territoriale nello Stato della Chiesa del Cinque e Seicento, in Rappresentanze e territori. Parlamento friulano e istituzioni rappresentative territoriali nell’Europa moderna, a cura di Laura Casella, Udine 2003, p. 293.

[24] M.ferro, Dizionario del diritto comune e veneto, Venezia 1845-1847II, p. 451.

[25] Cfr. ad es. le carte di Regola, ossia gli statuti delle comunità di villaggio bellunesi, nelle quali, previa autorizzazione del Consiglio Maggiore di Cividal di Belluno, e in età veneziana del rettore, le assemblee dei capifamiglia deliberavano in materia di boschi, pascoli, tempi di lavoro e di festa, ritualità religiosa etc…, comminando sanzioni (banni) pecuniarie ai contravventori, sia che fossero parte del corpo comunitario, sia che provenissero dall’esterno, i c.d. forestieri. F. Vendramini, Le comunità rurali bellunesi (secoli XV-XVI), Belluno 1979.

[26] Sulle piccole comunità della Terraferma, v. C. Povolo, La piccola comunità e le sue consuetudini, in Tra diritto e storia. Studi in onore di Luigi Berlinguer promossi dalle Università di Siena e di Sassari, Vol. 2, Catanzaro 2008, pp. 591-642.

[27] Si pensi alle più grandi in pianura come le padovane Este o Montagnana, dette «Magnifiche», oppure quelle di valle come il Cadore, fino alle più piccole abbarbicate sulle montagne, come la bellunese, e oggi non presente sulle carte geografiche Pittigogne, o la veronese Sprea con Progno – oggi comune di Badia di Calavena – che insieme ad altre piccole località formavano il consorzio dei tredici comuni della Montagna alta del Carbone.

[28] Ferro, Dizionario, p. 451.

[29] ASV, Collegio. Risposte di fuori, fil. 357, 19 novembre 1604

[30] Ferro, Dizionario, p. 452.

[31] L. Mannori, Introduzione, in Comunità e poteri centrali negli antichi Stati italiani. Alle origini dei controlli amministrativi, a cura di Id., Napoli 1997, specie le pp. 12-21.

[32] La comunità veronese di Bardolino rivendicò l’antica giurisdizione di «pescare nel lago di Garda» le cui acque bagnavano le rive del suo territorio. L’antico diritto di pesca era tuttavia «ristretto a due progni [corsi d’acqua di tipologia torrentizia, tipica dell’area veronese] uno verso il Comune di Cisanom et l’altro verso il Comune di Garda, estendendo detta sua pescagione nel detto lago per altezza de piedi sessanta d’acqua. Pare che diversi pescanti de luoghi vicini, et altri turbano detti poveri di Bardolino nel possesso della detta pescagione, onde per questo rispetto sono nati molti scandali et ne potriano succeder maggiori». Sta di fatto che lo spazio d’uso delle acque, definiva il territorio e i suoi confini. E di questo le comunità ne erano ben consce. La comunità di Bardolino chiese la «grazia speciale», oltre all’uso presente, di poter estendere la giurisdizione della «pescagione per quanto s’estende il suo territorio». ASV, Collegio. Risposte di fuori, filza 377, 29 luglio 1624.

[33] Sull’importanza di suffragare le ragioni della proprietà comunale finalizzata ad ottimizzare un sistema fiscale fluido ove i cespiti siano convogliati senza filtri di sorta nelle casse dello Stato, v. H.L. Root, Peasants and king in Burgundy. Agrarian Foundations of French Absolutism, Berkley and Los Angeles, paperback edition 1992, dove l’A. sostiene che «the protection and promotion of communal property rights was essential to crowns’ fiscal programs; the king’s finance depend on village solvency», p. 233. Uno dei momenti più importanti di questa politica fu la nascita dei Corpi territoriali, come organismi di rappresentanza dei corpi rurali, che tra i vari compiti avevano quello di favorire l’Erario nella ripartizione e riscossione dei tributi. La bibliografia su questi argomenti è molto ampia, v. ad es., S. Zamperetti, I «sinedri dolosi». La formazione e lo sviluppo dei Corpi territoriali nello Stato regionale veneto tra ‘500 e ‘600, «Rivista Storica Italiana», XCIX/II, (1987), pp. 269-320.

[34] ASV, Collegio. Risposte di fuori, filza 368, 9 settembre 1615.

[35] L’episodio è narrato in R. Bragaggia, «Andiamo sotto l’Imperatore». Beni comunali, confini e rivendicazioni comunitarie. Un caso dalla montagna veneta (sec. XVII), «Ateneo Veneto», terza serie, 8/I (2009), pp. 193-241.

[36] A. Viggiano, Il dominio da terra: politica e istituzioni, in La Repubblica di Venezia. Dalle origini alla caduta, IV, p.536 (pp. 529-575)

[37] Mannori, Introduzione, p. 12.

[38] Cfr. gli instrumenti delle paci cit. in M. Marcarelli, La “community law” e gli atti di pace nella Carnia in età moderna, «Terra d’Este», VII, 14 (1997). Sulle competenze riconosciute dal Senato a questo tribunale in materia di pascoli, boschi, strade e acque, v. ASV, Provveditori sopra beni comunali. Lettere ricevute,b. 65, 29 settembre 1679

[39] Sul ruolo del Principe come istanza superiore nei conflitti, cfr., A. M. Hespanha, L’espace politique dans l’ancien régime, in Estudos em homenagem aos profs. Doutores M. Paulo Merêa e G. Braga da Cruz, «Boletim da Faculdade de Direito», LVIII (1982),p. 493 (pp. 455-510); più diffusamente Id., Visperas del Leviatan. Istituciones y poder politico. Portugal. Siglo 17°, Madrid 1989. Per una comparazione con il caso toscano, v. L. Mannori, Il sovrano tutore. Pluralismo istituzionale e accentramento amministrativo nel principato dei Medici (secc. XVI-XVIII), Milano 1994.

[40] Viggiano, Il Dominio da Terra, p. 538

[41] «La division politique de l’espace est aussi un instrument de pouvoir (ou un «appareil politique»), qui sert aussi bien à l’organisation et à la perpétuation du pouvoir … [parce que] le pouvoir s’exerce dans l’espace … [et] la miniaturisation de l’espace correspond … à un autre élément structurel du système traditionnel du pouvoir … [mais] la superioritas iurisdictionalis, quand elle existe (v.g., dans le roi) … consiste seulement dans un puovoir de contrôle ou d’harmonisation de l’exercice des pouvoirs inférieurs. De ce fait, le domaines juridictionnels de ces pouvoirs inférieurs mantiennent leur autonomie et, par là, une expression territoriale autonome», Hespanha, L’espace politique dans l’ancien régime, passim. Non è stata effettuata la traduzione per lasciare spazio alla forza delle parole scelte dallo storico portoghese.

[42] Sui beni comunali, la bibliografia è piuttosto ampia. Per evitare di sovrabbondare di titoli in nota si rinvia ai principali, M. Pitteri, La politica veneziana dei beni comunali (1496-1797), «Studi Veneziani», n.s., X, 1985, pp. 57-81; e recentemente l’importante contributo di S. Barbacetto, «La più gelosa delle pubbliche regalie»: i «beni communali» della Repubblica veneta tra dominio della Signoria e diritti delle comunità (secoli XV-XVIII), Venezia 2008, al quale si rimanda anche per gli studi citati.

[43] Pitteri, La politica veneziana, p. 61, n. 22.

[44] V. supra n. 5 e Barbacetto, «La più gelosa delle pubbliche regalie», p. 48, n. 34

[45] Ibidem, p. 39. L’A. afferma che il significato più profondo di comugne, mai state private, non era del tutto chiaro. Tuttavia, era escluso alle comunità «ogni potere dispositivo e di disboscamento […] il loro rapporto con le comugne era descritto come un semplice uso.

[46] In alcuni studi (Pitteri, La politica veneziana, p. 61; G. Del Torre, Venezia e la Terraferma dopo la guerra di Cambrai. Fiscalità e amministrazione (1515-1530), Milano 1986, p. 143) il lemma veniva dato per assente sino a fine ’400. Nella puntuale ricerca di Barbacetto, l’A. dimostra che di comunali si parla in occasione di una ducale che aveva come oggetto il pignoramento di alcuni animali da parte della comunità friulana, sottoposta alla giurisdizione patriarchina, di San Vito, «La più gelosa delle pubbliche regalie», pp. 39-40, n. 2.

[47] Pitteri, La politica veneziana, p. 61. Al ruolo del Consiglio dei Dieci fa riferimento anche A. Barbaro, Pratica criminale, Venezia 1734, p. 280.

[48] Pitteri, La politica veneziana, p. 61.

[49] ASV, Provveditori sopra beni comunali. Capitolare delle leggi, b. 2, 24 febbraio 1493 m.v.

[50] Fabio Mutinelli nel suo Lessico Veneto, Venezia 1851, afferma che i «beni di ribelli, chiamavansi i beni dei traditori e dei banditi aggiudicati al fisco, e perciò passati in proprietà dello Stato. L’A. fa seguire il testo di una legge del 15 ottobre 1441, emanata dal Maggior Consiglio nella quale veniva decretato che «per Capitulare Consiliarorum sit expresse statutum quod Bona, et havere Communis Venetiarum non possint dari, donari, vel aliter dispensari, nisi cum ordini bus Terrae […] vadit pars quod de caetero Consilium de Decem non possint dari, donare, alienare, vel concedere, vel aliter ullo modo in alium transactare aliquod Castellum, Possessionem, Denarios, Bona Havere, vel aliquam aliam rem nostri Communis, quando etiam dictae res fuisent Rebellium, aut Proditorium; possit tanem dictum Collegium pro solita liberatate sua expendere, promittere, dare et donare de bonis, et havere Communis pro causa proditorium et rebellium, aut pro rebus pertinenti bus ad Proditores, et Rebelles sicut dicto Consilio videbitur esse opus pro honore et statu Communis Venetiarum».

[51] Pitteri, La politica veneziana, p. 62, n. 27. Per un’attenta disamina del provvedimento 20 giugno 1495, si rinvia a Barbacetto, «La più gelosa delle pubbliche regalie», pp. 45-47, dove l’A. fa notare che la condanna alle confische eseguite seguiva le parole utilizzate dai supplicanti.

[52] Questa divisione, in altre parti dell’Italia dell’evo moderno, non era così netta. Ad es., nella Lombardia spagnola, la distinzione sulla natura proprietaria tra beni comunali e comuni era piuttosto fonte d’incertezza sollevando negli enti locali numerosi dibattiti, e, talvolta, in casi estremi l’intervento del Senato milanese. E. C. Colombo, Giochi di luoghi. Il territorio lombardo nel Seicento, Milano 2008, pp. 100-107.

[53] Il riferimento è al dominio dei Visconti che fu esercitato a Feltre e a Belluno fino a quasi tutto il XIV secolo, quando, alla morte del duca Giovanni Galeazzo, la vedova Caterina abbandonò al proprio destino le città, lasciandole in preda a moti interni, mire espansionistiche dei Carraresi e degli imperiali.

[54] ASV, Collegio. Risposte di fuori, filza 363, 5 febbraio 1609 m.v.

[55] A fine ’500, ad es., gli interessi delle schiatte urbane si fecero assai pressanti per dimostrare che i beni comunali erano spesso comuni. E che su quelli potevano decidere liberamente. Non sempre l’azione fu conflittuale. Spesso per ricercare antichi diritti, i cittadini si rifacevano alle riflessioni dei giuristi di diritto comune. È il caso dell’affannosa corsa dei veronesi a ristampare alcuni testi di Bartolomeo Cipolla in materia si servitù rustiche e beni vacanti. Un caso si può trovare in ASV, Collegio. Risposte di fuori, filza 341, 20 gennaio 1580 m.v. Sulle riflessioni di giuristi, che insegnavano nello Studio di Padova, critici di fronte alla politica della Serenissima sui beni comunali, v. Barbacetto, «La più gelosa delle pubbliche regalie», pp. 223-228.

[56] V. supra n. 53.

[57] Queste vicende si possono seguire in Vendramini, Comunità rurali bellunesi.

[58] ASV, Provveditori sopra beni comunali. Suppliche, risposte, decreti del Senato, b. 10, cc. 61-63. Sulla sovranità degli Stati in antico regime, v. le riflessioni di M. Fioravanti, Stato e costituzione, in Lo Stato moderno in Europa, pp. 3-36.

[59] Le vicende sui pascoli contesi, si possono seguire in A. Stefanutti, Maniago nell’età moderna e contemporanea: linee e temi di una ricerca storica, in Ead., Saggi di storia friulana, a cura di M. Knapton e L. Casella, Udine 2006, p. 151-196.

[60] Il conflitto seicentesco, lo possiamo trarre da ASV, Collegio dei X poi XX savi del Senato. Scritture in causa, b. 189, anno 1635/I, le scritture sono contenute nel fascicolo «1635, 4 luglio. Ss.ri Consorti di Maniago contro il Comun di Maniago Grande, e Libero». Le decisioni in materia di beni comunali invece in ASV, Provveditori sopra beni comunali. Lettere spedite, b. 42, 27 agosto 1663.

[61] La cosidetta zonta composta di venti patrizi tra i più accreditati Senatori e componenti del Maggior Consiglio sarà abolita con la correzione del 1582-1583.

[62] Circa dieci anni prima, nel 1487, dopo un quarantennio di continui passaggi di competenze e scontri istituzionali che videro protagonisti l’Avogaria di Comun e Consiglio dei Dieci in materia di difesa di patti e privilegi, «constatando che si finiva col caricare il Consiglio dei X di oneri cui avrebbe faticato a far fronte, si decideva di affidare al Consiglio il controllo dei patti stipulati con Venezia al momento della “deditio”, riservando agli Avogadori di garantire l’osservanza dei privilegi concessi successivamente. I patti, con i quali ci s’impegnava di a mantenere gli statuti e le istituzioni cittadine, erano per la Repubblica in fatto politico … i privilegi concernevano questioni specifiche; la loro osservanza doveva costituire un problema giuridico, come era per altre leggi; era giusto che, al pari delle altre leggi, la loro tutela spettasse agli Avogadori di Comun», Cozzi, La politica, p. 221

[63] Leggi criminali del Serenissimo Dominio Veneto in un solo volume raccolte e per pubblico decreto ristampate, Venezia 1751, ad vocem «Beni comunali», p. 20.

[64] Zamperetti, «I sinedri dolosi», Id., Per una storia delle istituzioni rurali nella terraferma veneta. Il contado vicentino nei secoli XVI e XVII, in Stato società e giustizia nella Repubblica Veneta (Sec. XV-XVIII), a cura di G. Cozzi, Roma 1985, pp. 59-131. In generale Del Torre, Venezia e la Terraferma.

[65] Nei primi del ’600, in una supplica inviata in nome di Elena Gritti e di suo figlio Domenico, citavano il Giustinian come «Provveditore sopra beni comunali».

[66] Barbacetto, «La più gelosa delle pubbliche regalie», pp. 47-55.

[67] Sui dibattiti di fine ’700, v. Pitteri, La politica, pp. 78-79; Barbacetto, «La più gelosa delle pubbliche regalie», pp. 259-274. Utilissime riflessioni nelle discussioni tenute all’interno delle Accademie venete durante l’età dei Lumi, M. Simonetto, I lumi nelle campagne. Accademie e agricoltura nella Repubblica di Venezia, 1768-1797, Treviso 2001.

[68] Cfr., Processo e difesa penale in età moderna. Venezia e il suo stato territoriale, a cura di C. Povolo, Bologna 2007.

[69] ASV, Collegio dei X poi XX savi del Senato. Scritture in causa, b. 181, 16 novembre 1606.

[70] Concessi per «gratia» alle comunità per garantire il «miglior stato dei sudditi», i beni comunali erano ritenuti «meditatamente» necessari per permettere alle popolazioni della Terraferma di poter essere «habili» a sostenere «fationi e gravezze». Ciò avrebbe permesso allo Stato un gettito fiscale più fluido, e quindi una «fonte di ricchezza» per l’Erario. Barbacetto, «La più gelosa delle pubbliche regalie», p. 69.

[71] Gli uomini delle comunità erano costretti a consegnare nella piazza del Duomo di Belluno, presso il luogo chiamato la «Caminata» (dal camino che era presente nel palazzo dove il vicario del rettore teneva le sue udienze), oltre «100 carra di legne» per 6 mesi l’anno. Questa gravezza era uno tra i tanti oneri imposti dal Consiglio Maggiore di Belluno a cui sottostavano i distrettuali del territorio. Il gravame era foriero di problematiche per gli uomini del distretto che spesso si trovavano a dover trasportare al mercato cittadino i propri prodotti attraversando strade e sentieri dall’ostica orografia. Per la supplica proveniente dalle Pievi del territorio, v. R. Bragaggia, Il Corpo territoriale bellunese tra ’500 e ’600, «Studi Veneziani», n.s., 45 (2003), p. 60 (pp. 43-90).

[72] Sulle vicende che portarono alla serrata aristocratica del Consiglio Maggiore, v. F. Patetta, Nobili e popolani in una piccola città dell’Alta Italia, Siena 1902; in particolare F. Vendramini, Tensioni politiche nella società bellunese della prima metà del ‘500, Belluno 1974; Ventura, Nobiltà e popolo, pp. 113-115.

[73] Tra fine ’500 e primo ’600, numerose furono le suppliche per richiedere a Venezia il riconoscimento delle permute che privati e consorterie urbane della Terraferma avevano attuato nei decenni precedenti. Permute che celavano in realtà dei veri e propri atti di esproprio locale, e che quando avvenivano sui beni comunali andavano a danno del Principe.

[74] Per una copia delle leggi v. ASCB, Fondo Comunità, Stampe al taglio, stampa 1701. Stampa della Regola di Longarone, Igne e Pirago, p. 4; per un commento alla parte v. G. Ferrari Dalle Spade, La legislazione veneziana sui beni comunali, «Nuovo Archivio Veneto», n.s., 10 (1918), t. 19, p. 10 (pp. 5-64).

[75] Ad es. gestivano l’amministrazione del Monte di Pietà e controllavano i dazi e il loro incanto.

[76] ASV, Compilazione leggi, serie I, b. 81, c. 58rv, 29 aprile 1551. La deliberazione riportava alcune importanti precisazioni rispetto alle decisioni del 1547 che permettevano l’accesso a quattro famiglie del Popolo al Consiglio Maggiore.

[77] Su questi temi è in corso una ricerca mirata condotta da parte di chi scrive.

[78] ASV, Compilazione leggi, serie I, b. 81, fascicolo intitolato «Beni Comunali», c. 2v., 29 dicembre 1570. Il 4 gennaio segue un decreto che «prescrive esecution anteriore».

[79] Luca Rossetto, La difesa penale nella corte pretoria di Padova tra Sei e Settecento, in Processo e difesa penale in età moderna, p. pp. 281-321.

[80] Barbacetto, «La più gelosa della pubbliche regalie», p. 77.

[81] ASV, Provveditori sopra beni comunali. Suppliche e risposte e decreti del Senato 15 settembre 1733 al 30 gennaio 1753 m.v., b. 9, c. 19. La formazione di un archivio proprio oltre a dare dignità al nuovo collegio, mirava, dopo decenni di diaspora tra le varie magistrature che si erano occupate dei bona comunalia, a unificare presso un'unica sede la documentazione – «ciò che caminava diviso» – di una materia che toccava gli aspetti più controversi della politica territoriale della Serenissima, quelli cioè legati alla legittimazione del potere e al controllo del territorio. Controllo del territorio e legittimazione del potere erano aspetti peculiari nell’esercizio della sovranità di antico regime. In questo senso gli «archivi pubblici del passato erano archivi politici[:] erano gli archivi del principe [e] della classe dirigente, e per essa si conservava, pertanto i documenti preservati riflettevano gli interessi, l’ideologia e la “visione di chi governava” … gli archivi [in sostanza] erano strumenti di potere», A. Vianello, Gli archivi del Consiglio dei dieci. Memoria e istanze di riforma nel secondo Settecento veneziano, Padova 2009, p. 25. La creazione di una camera apposita come l’archivio dei confini, che precede di circa vent’anni la creazione di un Provveditore, ne è prova evidente.

[82] In generale sulle condizioni economiche, sociali, politiche e sanitarie dell’Italia del Nord, v. le recenti riflessioni di G. Alfani, Il Grand Tour dei cavalieri dell’Apocalisse. L’Italia del «lungo Cinquecento» (1494-1629), Venezia 2010. Per il caso veneziano, il rimando è d’obbligo ai saggi contenuti in G. Cozzi – M. Knapton – G. Scarabello, La Repubblica di Venezia nell’età moderna/II. Dal 1517 alla fine della Repubblica, Torino 1995II.

[83] La mobilità non era preclusa. Il fidatissimo fante Luca Lugani, spesso protagonista di comunicazioni ufficiali, entrò nel novero dei periti dell’ufficio.

[84] ASV, Provveditori sopra beni comunali. Terminazioni, b. 451, 4 agosto 1670. Spesso Pisoni seguì i periti e ne coadiuvò l’opera fornendo disegni, mappe e documenti.

[85] V. le riflessioni di A. Torre, La produzione storica dei luoghi, «Quaderni Storici», 37 (2002), p. 454 (pp. 443-475). «La trascrizione di pratiche sociali che permea la documentazione storica, oltre a sancire i “fini pratici” di chi viene descritto, o si descrive, nell’atto di dire o fare qualcosa, esprime i “fini pratici” di chi, registrando tali atti, li convalida e afferma la propria prerogativa su di essi. Se consideriamo le azioni trascritte dalla documentazione nel quadro della cultura giurisdizionale e del pluralismo politici di antico regime, possiamo farci un’idea dell’uso pratico delle istituzioni».

[86] I Provveditori potevano istruire il processo «col ‘rito’ senatorio, dalla fase istruttoria (formazion di processi) sino alla pronuncia della sentenza», Barbacetto, «La più gelosa delle pubbliche regalie», p. 95. «Il rito del Senato prevedeva un procedimento aperto con norme ben definite e l’ammessa presenza degli avvocati difensori», Rossetto, La difesa penale nella corte pretoria di Padova tra Sei e Settecento, in Processo e difesa penale in età moderna, p. 285.

[87] L’archivio dei Provveditori sopra beni comunali andò incontro a diverse vicende, fino a essere oggetto di richiesta di riordino nel 1745 e 1763. Vianello, Gli archivi del Consiglio dei dieci, p. 47. Nel 1786 fu denunciato anche il trafugamento di alcuni libri del Magistrato, Barbacetto, «La più gelosa delle pubbliche regalie», p.86.

[88] Sulla difesa della «sopranità» (secondo la riflessione del servita e consultore in jure Paolo Sarpi) v. le considerazioni di S. Zamperetti, I piccoli principi. Signorie locali, feudi e comunità soggette nello Stato regionale veneto dall’espansione territoriale ai primi decenni del ’600, Treviso – Venezia 1991, pp. 3-10.

[89] Gli uffici avrebbero lavorato insieme – in conferenza – sia quando le problematiche avessero toccato entrambi gli istituti, sia quando, ad esempio, uno dei patrizi fosse «absente», o allontanato per interessi nel caso trattato.

[90] Barbacetto, «La più gelosa delle pubbliche regalie», p. 89.

[91] Ivi.

[92] Si trattava di un organismo importantissimo della Repubblica. Unitamente o separatamente alla Signoria, con la quale formava il Pien Collegio, il Collegio svolgeva «funzioni preconsultive e istruttorie rispetto agli argomenti da trattare in Senato ed anche in Maggior Consiglio, leggeva preliminarmente dispacci, relazioni, suppliche ed altro materiale in arrivo e predisponeva i lavori dell’assemblea» M.F. Tiepolo (a cura di), Archivio di Stato di Venezia in Guida generale degli archivi di Stato italiani, vol IV, Roma 1994, p. 888.

[93] V. supra n. 73.

[94] ASV, Provveditori sopra beni comunali. Lettere spedite, b. 62, la missiva si trova nel fascicolo intitolato «1661. Libro delle risposte», 15 dicembre 1662.

[95] «In primo luogo i membri del nuovo Collegio non sono scelti tra quelli usciti di carica da un Corpo giudiziario, bensì tra i componenti dell’organo politico per eccellenza, il Senato. Ciò lascia chiaramente intendere come ai nuovi giudici venga richiesta non tanto, o non solo, una specifica competenza in materia giudiziaria, ma anche un’adeguata sensibilità politica», G. Tamba, Collegio dei X e poi XX savi del corpo del Senato, Roma 1977, pp. 10-11.

[96] Barbacetto, «La più gelosa delle pubbliche regalie», p. 92.

[97] ASV, Provveditori sopra beni comunali. Suppliche e risposte e decreti del Senato 15 settembre 1733 al 30 gennaio 1753 m.v., b. 9, c. 19

[98] Il servita tornerà a breve su questi argomenti. In uno dei suoi consulti, Sarpi affermò che «nei communali li sudditi non hanno se non il puro uso a beneplacito del Prencipe, restando lui patrone di poterli vendere ed applicarli come li piace, senza far torto ad alcuno», cit. tratta da P. Sarpi, Venezia, il Patriarcato di Aquileia e le «giurisdizioni nelle terre patriarcali del Friuli» (1420-1620). Trattato inedito, a cura di C. Pin, Udine 1985, p. 227, cit. in Barbacetto, «La più gelosa delle pubbliche regalie», p. 252.

[99] ASV, Collegio. Risposte di fuori, filza 361, 17 gennaio 1608 m.v.

[100] In generale v. D. Woods – J. Fels, The Power of Maps, Londra 1993; recentemente le riflessioni di K. Schlogel, Leggere il tempo nello spazio. Saggi di storia e geopolitica, Milano 2009.

[101] V., ad es., tra i tanti, il caso di Zorzi Monsuro. Attraverso le sue eleganti relazioni e il sapiente esercizio della pratica pittorica, fece pervenire nella capitale degli strumenti di ottima fattura per la lettura della Patria del Friuli. Per le relazioni, v. ASV, Provveditori sopra beni comunali. Relazioni di periti, bb. 81-82-83. Sull’opera artistica, P. Moro, Giorgio Monsuro polimetra e pittore in San Daniele del Friuli, “Metodi e ricerche”, n.s., XII, 1, 1993, pp. 71- 109. In generale sui periti pubblici, D. Gasparini, «L’arte di misurar e di poner in disegno» campi e paesi. Spunti per una storia dell’agrimensura in età moderna (Sec. XVI-XIX), in G. Cecchetto, La podesteria di Castelfranco nelle mappe e nei disegni dei secoli XV-XVIII, Castelfranco Veneto 1994, pp. 271-295. A breve sarà data alle stampe da parte del dott. Andrea Perressini una ponderosa e articolata monografia complessiva sulla figura dei periti pubblici, agrimensori e ingegneri.

[102] ASV, Collegio. Relazioni, b. 58, 13 gennaio 1606 m.v., fascicolo intitolato «Relat.ne dell’Illustrissimo signor Bernardin Belegno ritornato di Provveditor sopra li beni communali, e letta all’Eccellentissimo Senato … il giorno supradetto» (d’ora citato solo con la segnatura archivistica senza l’indicazione del fascicolo), cit. in Barbacetto, «La più gelosa delle pubbliche regalie», pp. 109-111

[103] ASV, Collegio. Risposte di fuori, filza 363, 21 luglio 1610.

[104] Furio Bianco, Istituzioni, poteri e autonomie in età moderna. Il caso friulano, in, Venezia e lo Stato di terraferma tra storia e mito. Atti della Giornata di Studi di Riese Pio X. 12 maggio 2007, a cura di Luca Rossetto, [Treviso] 2008, p. 51 (pp. 45-56).

[105] La circolazione delle notizie circa le esenzioni concesse era molto fluida. I consorti di Latisana supplicarono di non essere posti in catasto, poiché in nome della giurisdizione acquistata dai conti di Gorizia, sostenevano che nelle loro investiture fosse concessi loro «tutti li beni comunali, anzi tutti li regali, col mezzo del mero et misto imperio». Completarono la loro supplica facendo menzione della deroga concessa ai conti di Collalto, ASV, Collegio. Risposte di fuori, filza 359, 20 settembre 1606.

[106] ASV, Collegio. Relazioni, b. 58.

[107] Ivi.

[108] v. le parti del Senato 28 settembre 1605 e 11 agosto 1610, ASV, Compilazione leggi, serie I, b. 81, fascicolo «Beni comunali», alle date. La supplica abilmente articolata attorno alla dedizione del 1420, il cui nucleo fondante ruotava attorno al riconoscimento e «la confermazione di suoi privileggi raggioni, consuetudini, et immunità», e alla difesa dei confini, è in ASV, Collegio. Risposte di fuori, filza 362, 1 aprile 1609.

[109] ASV, Collegio. Relazioni, b. 58.

[110] ASV, Collegio. Risposte di fuori, filza 360, 21 novembre 1607. L’esenzione era chiesta dagli eredi in virtù delle gloriose imprese dei loro avi.

[111] Sui feudatari friulani e sulla loro mobilità, v. A. Conzato, Dai castelli alle corti. Castellani friulani tra gli Asburgo e Venezia, 1545-1620, Verona 2005.

[112] Sui significati sociali, simbolici e culturali del confine, v. ad es. G. P. Cella, Tracciare confini. Realtà e metafora di una distinzione, Bologna 2006; per una prospettiva storica Comunità e questioni di confini in Italia settentrionale (XVI-XIX sec.), a cura di M. Ambrosoli e F. Bianco, Milano 2007.

[113] A. Guaitoli, Beni comunali e istituti di compascuo nel Friuli agli inizi del secolo XVII, in Società e Cultura del Cinquecento nel Friuli Occidentale. Studi, a cura di A. Del Col, Pordenone 1984, pp. 33-55.

[114] Sul concetto di distinzione, v. P. Zanini, Significati del confine. I limiti naturali, storici e mentali, Milano 1997.

[115] È il caso delle comunità di Soligo e Pieve di Soligo (Podestaria di Treviso) in lite contro quelle di Sernaglia e Falzè (Contea dei Collalto). Nelle dichiarazioni prodotte durante la causa in appello (1616), davanti al Collegio dei X Savi, i comuni sotto la giurisdizione di Treviso argomentarono che lo spostamento dei cippi di confine compiuto subito dopo il catasto era lecito poiché le ville dei Collalto si erano allargate usurpando i beni comunali dei vicini. La riposizione dei termini era avvenuta in virtù di antiche concessioni del 1218 e del 1265 non impugnabili da parte dei feudatari confinanti. Inoltre, avendo riportato la situazione all’origine, Soligo e Pieve di Soligo avevano «conservato i confini di Sua Serenità». Ricordiamo che la Contea non era stata catasticata. ASV, Collegio dei X poi XX Savi del Senato. Scritture in causa, b. 183, 25 e 26 gennaio 1615 m.v., 24 e 25 febbraio 1615 m.v.

[116] ASV, Provveditori sopra beni comunali. Lettere inviate, b. 60, 11 maggio 1648 (ricevuta a Venezia il giorno 13).

[117] Una decisione di questo tipo fu presa dal rettore bellunese Bernardo Valier, che ne giustificava la legittimità poiché aveva visto che la prassi consueta non sortiva «alcun buon effetto al pubblico servicio, ma più tosto confusioni», ivi, 15 luglio 1647.

[118] ASV, Compilazione leggi, serie I,b. 81, cc. 98-99.

[119] Condusse direttamente le operazioni senza la presenza e il supporto dei Provveditori in Terrafema, ma rispondendo direttamente ai Provveditori a Venezia.

[120] ASV, Provveditori sopra beni comunali, b. 246, c. 369.

[121] Ferro, Diritto comune e diritto veneto, ad vocem «confini».

[122] Oggi frazione del comune di Selva di Progno, si trova sul confine tra le provincie di Verona e Vicenza. Selva di Progno apparteneva al consorzio dei tredici comuni che componevano il vicariato della Montagna alta del Carbon.

[123] Il podestà di Verona, nelle cause civili di questo vicariato, era «Giudice di appellazione in seconda istanza», Giuseppe Boerio, Comuni, giurisdizioni e vicariati della provincia veronese con formulario di titoli ai pubblici rappresentanti giusdicenti e vicari della Provincia stessa, Venezia 1792II, p. XLII. Ringrazio il dott. Christian Rossi per avermi segnalato questo testo.

[124] ASV, Collegio. Risposte di fuori, filze 382 e 398, 13 gennaio 1629 m.v. e 9 maggio 1645.

[125] L’operazione non fu per nulla semplice. Le proteste da parte del mondo urbano, com’era prevedibile, furono numerose e piuttosto decise, poiché questo catasto pareva avere un unico obiettivo: la vendita. Il clima in città e sul territorio si fece piuttosto teso, tantoché il podestà e vice-capitano di Verona Bernardo Nani suggerì al ministro del Magistrato, giunto a Verona per avviare le operazioni, che non era conveniente «sturbare li sudditi». Poco tempo dopo, i Provveditori inviarono una lettera nella quale riportavano con attenta eloquenza l’importanza di questo intervento, richiamando il titubante Nani. I Provveditori sostennero che « quanto premi al publico interesse in queste travagliose congieture far provisione di danaro, la prudenza di Vostra Spettabilità Illustrissime benissimo e comprende conoscendo molto bene esser quello il nervo della guerra, el fondamento principale delle forzze de Principi. Non tralascia l’Eccellentissimo Senato di provederne con ogni maniera per poter senza danno de sudditi diffender la Religione e la Patria», ASV, Provveditori sopra beni comunali. Lettere spedite, b. 37, 7 agosto 1647.

[126] La disciplina dei beni comunali, ricordiamo, non trovava applicazione omogenea.

[127] Vedi infra p. 27.

[128] ASV, Collegio. Risposte di fuori, filza 406, 20 giugno 1653.

[129] ASV, Provveditori sopra beni comunali, b. 246, c. 11v.

[130] Con il lemma calcatore s’intendono coloro che muniti di calcatoio (strumento acuminato usato per ricalcare i disegni) si portavano sui luoghi e tracciavano su mappe i beni contenziosi. Costoro operavano con i provvisori che erano gli ufficiali della comunità dediti a vigilare sulla cosa pubblica.

[131] ASV, Provveditori sopra beni comunali. Lettere spedite, b. 36, 12 luglio 1642.

[132] Sul ruolo della famiglia Giustinian, v. F. Bianco, Nel bosco. Comunità alpine e risorse forestali nel Friuli in età moderna (Sec. XV-XX), Udine 2001, pp. 40-47

[133] Sin dal 1486, in ambito fiscale, erano esentate dall’essere allibrate «a fuochi veneti» e pertanto separate dalla Patria del Friuli. ASV, Collegio. Risposte di fuori, filza 422, 29 maggio 1669

[134] ASV, Provveditori sopra beni comunali. Denunce de beni comunali del Friul da parte de Pordenon, b. 468, c. 252v.

[135] ASV, Collegio. Relazioni, b. 58.

[136] Decisioni quest’ultime che misero in seria difficoltà la pratica consolidata dell’affitto dei pascoli per l’alpeggio estivo, v. ASV, Collegio. Risposte di fuori, filza 358, 28 febbraio 1605 m.v.

[137] Un cenno si trova in ASV, Compilazione leggi, Serie I, b. 81, fascicolo «beni comunali», c. 3v, 22 settembre 1612.

[138] Il documento è riportato da F. Vendramini, La Pieve e le Regole. Longarone e Lavazzo una storia secolare, Verona 2009, p. 353-357.

[139] L’egida dei nobiluomini veneziani nel corso del tempo fu messa in discussione per numerosi motivi. Fra i tanti potrebbe esservi quello legato all’affacciarsi su questi luoghi di uomini nuovi e potenti, come i mercanti Campelli (cittadini veneziani e residenti a Longarone), che nel corso del tempo, «a forza del loro e autorità», avrebbero eroso la fiducia nei patrizi veneziani. Non è da escludere inoltre che l’incandescente clima politico veneziano di fine ’500, si fosse riverberato anche sul territorio. I Giustinian erano vicini al gruppo dei patrizi definiti «vecchi» e alle fazioni filopapaliste, che non ebbero vita facile vista la linea diversa impressa dal partito dei «giovani» assai più rigorosi e rigidi in materia di politica estera e giurisdizionale.

[140] Barbacetto, «La più gelosa delle pubbliche regalie», pp. 152-160.

[141] Non si tratta di una sequenza così rigida. Nel Veronese e nel Vicentino, i catasti furono redatti nel 1647, tuttavia le investiture risalgono a vent’anni prima.

[142] Il rinnovo decennale era un nuovo livello di controllo con il quale il Magistrato vigilava se vi fossero state modifiche all’assetto dei beni concessi. La prassi voleva che i rinnovi delle concessioni avvenissero presso l’ufficio dei Provveditori a Venezia, e su questo aspetto il Magistrato era inflessibile, generando malumori tra le comunità – soprattutto per i costi dei viaggi – che spesso, per tali motivi, non rinnovavano con puntualità la concessione. Ad esempio nel gennaio 1634 a nome delle Regole, il Corpo territoriale bellunese richiese di poter modificare il luogo del rinnovo delle investiture, al fine di evitare dispendiose e continue trasferte nella capitale. Il Territorio aveva, infatti, il compito di vigilare sulle voci di spesa relative ai viaggi dei procuratori. Ma i Provveditori negarono quanto richiesto. Proposero invece che le Regole «tutte insieme [potessero] mandar un solo a questo effetto, et anco cometter tal negotio a qualche loro comesso qui in Venetia, che così resterà levata la occasione di quel dispendi che si lamentano, et che questo negocio non deve più esser ritardato». ASV, Provveditori sopra beni comunali. Lettere spedite, b. 35, 29 gennaio 1634. La supplica del Territorio era stata spedita dal rettore il 5 gennaio. Il Corpo territoriale chiedeva di trasferire al Bellunese, quanto era stato concesso alle comunità del Contado di Cesana che per i rinnovi potevano rivolgersi presso l’ufficio del rettore nella vicina Feltre, ASV, Provveditori sopra beni comunali. Lettere ricevute, b. 60, alla data. 

[143] Per un’interessante spoglio e analisi delle investiture dei beni comunali concessi alle comunità delle ville attorno a Udine, v. A. Bianchetti, Ville friulane e beni comunali in età veneta, Udine 2002.

[144] «Potendo però voi uomini del presente comun et villa d’anno in anno dalla festa di San Giorgio fino a San Michele, se così parerà alla maggior parte della vostra Regola bandir per far fieno la terza parte del detto pascolo, et far et renovar per anno in anno le prese et sopra di queste gettar ogn’anno le sorti, et non altrimenti perché alcun non possa mai appropriarsi alcuna misura di detti comunali, non potendo nel mezzo d’essi far far alcun fosso, o altro segno di divisione et con dichiaratione, che li fieni di dette prese siano goduti dalli contadini e coloni, cioè masieri, repetini o bracenti che hanno loco, e fondi in detta villa, ma non di quelli che abitano fuori di essa Villa, ne meno dalli patroni de terreni, se però non facessero boaria», tratto dall’investitura della Regola bellunese di Riva e Tiser, ASV, Provveditori sopra beni comunali. Investiture, registro 287, c. 2. Cfr. Barbacetto, «La più gelosa delle pubbliche regalie», p. 120. Ad esempio, la Regola bellunese di Fiammoi e Safforze fissava nel 1483 il proprio statuto, nel quale ai capitoli 19 e 20 l’assemblea dei capifamiglia ordinava che «quod cultura dictae suae regulae intelligatur de cetero esse bannita a festo Sanctae Mariae de mense marcii inclusive usque ad festum Sancti Michaelis de mense septembris, ita quod nulus audea in eadem damnificare … item ordinaverunt quo dalia prata in plano dictae regulae inteligantur de cetero bannita a die medietatis mensis aprilis inclusive usque ad primam secca, et a prima secha supra omnes regulares praedicti impunne pasculare possint, et nulus audeat contrafacere dictis ordinamentis in et sub poenis infrascritptis», ASB, Notarile. Giorgio Colle q. Cristoforo, prot. I, c. 204, cit. in Vendramini, Le comunità rurali bellunesi, p. 205. Oltre a coloro che dall’investitura ne erano formalmente esclusi, a tutt’oggi non si è riusciti a individuare, per i casi trattati, documenti locali che ci permettano di capire come la divisione in prese annualedei beni comunali avvenisse effettivamente tra i vicini sul territorio.

[145] D. Gasparini, Il territorio conteso: “masieri” e “bracenti” in alcune comunità della montagna veneta. La contea di Valmareno (sec. XVI-XVII), «Cheiron», 4 (1987), numeri 7-8, pp. 103-136.

[146] Barbacetto, «La più gelosa delle pubbliche regalie».

[147] ASV, Collegio. Suppliche. Risposte di fuori, filza 358, 9 giugno 1605. In realtà la data riportata sul recto della supplica in «copia» è «13 agosto 1605».

[148] Le controversie relative ai beni comunali furono discusse davanti al rettore bellunese sino al 1634, quando le Regole cominciarono «anco a ricorrere in prima istanza al […] Magistrato sopra beni comunali». ASV, Senato. Dispacci dei rettori. Belluno, b. 10, filza 10, c. 33v. Negli anni centrali del ’600, il reggimento bellunese e la luogotenenza di Udine si scontrarono più volte con i Provveditori per mantenere il ruolo di giudice di prima istanza.

[149] ASV, Collegio. Suppliche. Risposte di fuori, filza 358, 9 giugno 1605.

[150] ASCB, Comunità di Cividal di Belluno. Libro delle Provisioni, V, ms. 216, cc. 172v-173. Non è chiaro se Doglioni interloquì ufficialmente con i patrizi seduti nei Collegi e Magistrati.

[151] ASV, Collegio. Suppliche. Risposte di fuori, filza 358, 9 giugno 1605, 11 agosto 1605.

[152] ASV, Provveditori sopra beni comunali, b. 252, Registro intitolato «1649. Cattastico di Saravalle, e Ceneda», c. 22.

[153] Si vedano le scritture negli appelli prodotte dalle parti in ASV, Collegio dei X poi XX savi del Senato. Scritture in causa, b. 181, 4 e 18 marzo 1607, 11 giugno 1607, 12 marzo 1608.

[154] Su questi temi, recentemente è stato argomentato che: «il catasto è usato per trascrivere i diritti acquisiti dagli utilizzatori di una risorsa collettiva e legittimarli. Se teniamo conto del processo di trascrizione di pratiche che sta alla base della documentazione, possiamo vedere le fonti come modificazioni della situazione che descrivono, e non come sue illustrazioni più o meno trasparenti: sono il frutto di un’interazione tra attori e poteri tesa ad attestare e legittimare atti materiali e simbolici di valorizzazione delle risorse, che mutano perciò stesso la configurazione degli attori all’opera nella situazione», Torre, La produzione storica dei luoghi, pp. 454-455.

[155] Nel 1667, la vertenza sulle montagne comunali della villa di Lago era ancora un problema aperto. Agli uomini della comunità veniva impedito quasi quotidianamente di esercitare i diritti di pascolo e di movimento sui i beni comunali concessi venticinque anni prima. Scrivendo al podestà di Serravalle, il provveditore Angelo Giusto ordinò (pur non formalizzando accuse verso un soggetto specifico) che «chi pretenda cosa alcuna contro essa investitura capitar avanti di noi, et Magistrato nostro citatis citandis, et servatis servandis, che non se li mancherà di giustitia», ASV, Provveditori sopra beni comunali. Lettere spedite, b. 44, 18 aprile 1667.

[156] Per «regolato» s’intende lo spazio entro cui si manifestava la giurisdizione dell’assemblea dei capi famiglia (Regola nei casi Trevigiano, Bellunese, Feltrino e Cadorino).

[157] La pratica della delazione per far emergere il mercimonio dei beni comunali sarebbe divenuta nel breve un sistema di controllo incentivato in modo esplicito dal Senato: con una parte del settembre 1660, i Pregadi, infatti, decretavano la «facoltà al Magistrato [dei Provveditori sopra i beni comunali] di rivedere denontie secrete [per] venir in cognizione di chi avesse comprato con fraude e fatto … prepotentemente, e con violenza, parimente sia seguite usurpationi e devastationi de confini o lesioni della natura per procedere sopra ogn’uno di capi a quei castighi», ASV, Provveditori sopra i beni comunali. Delibere del Senato, b. 3, 28 settembre 1660; già a partire dal 1557 la pratica della denuncia dietro compenso sulle vendite seguite era legittimato dalla Repubblica, ibidem, lettera s.d. intitolata «Tratta dal capitolar del magistrato eccellentissimo de beni comunali a carte 32»; sulla pratica della delazione come modo di governo e di controllo, v. Preto, «Persona per hora secreta».

[158] I beni comunali alienati furono divisi in sette settime, vendute tra il gennaio 1646 m.v. (I settima) e il gennaio 1688 m.v. (VII settima). Tuttavia le vendite proseguirono fino al 1727, quando il Senato interruppe le alienazioni. La somma totale dei beni comunali alienati fu di circa ha 89.000. Per una rilevazione con i dati aggregati divisi per territorio, v. Barbacetto, «La più gelosa delle pubbliche regalie», pp. 179-190.

[159] Pitteri, La poilitica veneziana, p. 73, n. 71.

[160] Sui costi della guerra di Candia, v. L. Pezzolo, Una finanza d’ancien régime. La Repubblica di Venezia tra XV e XVIII secolo, Napoli 2006, p. 80.

[161] ASV, Collegio. Risposte di fuori, filza 406, 26 giugno 1653 (Valcamonica), 26 settembre 1653 (Cadore). Copia della prima supplica, si trova nell’archivio del Magistrato, ASV, Provveditori sopra beni comunali. Suppliche e scritture presentate al Senato, b. 11, alla data, segnata «n. 38».

[162] Per seguire le drammatiche vicende di questo gruppo di supplicanti, v. ASV, Collegio. Suppliche presentate, filza 608, 12 maggio e 4 luglio 1633.

[163] Questa delibera del Senato contiene una richiesta successiva (anni ’60 del ’700) del capitano di Brescia Francesco Grimani, il quale, in nome di uno Stato fondato «sulla base anche di carità, di giustizia e di equità», prende le parti «moto proprio» degli abitanti non originari «detti forestieri della Val Camonica». ASVE, Provveditori sopra beni comunali. Delibere del Senato, b. 3, copia della lettera del 2 ottobre 1722. Sulla tensione tra originari e forestieri nel Bresciano, cfr., ad es., L. Pezzolo, Il forestiero nell’economia di villaggio veneta nel Sei-Settecento, in Le migrazioni in Europa. Secc. XIII-XVIII, Atti della Venticinquesima settimana di Studi dell’Istituto Internazionale di Storia economica «Francesco Datini», a cura di S. Cavaciocchi, Prato 3-8 maggio 1993, Firenze 1994pp. 855-856. Sulla figura del capitano Grimani e le sue proposte di riforma nei confronti degli immigrati per aumentare il bacino dei contribuenti, cfr. M. Knapton, Cenni sulle strutture fiscali nel Bresciano nella prima metà del Settecento, in La società bresciane e l’opera di Giacomo Ceruti. Atti del Convegno. Brescia, 25-26 settembre 1987, pp. 53-104.

[164] I casi sono numerosi e li possiamo ritrovare nella serie lettere in ASV, Provveditori sopra beni comunali, bb. 35-65.

[165] ASV, Senato. Dispacci dei rettori. Belluno, b. 10, fil. 10, c. 103, 17 maggio 1646.

[166] Sebbene saltuarie all’inizio, le lettere dei Provveditori, per il ’600, costituiscono un corpo di carteggi abbastanza completo. Simile tra l’altro a quello di altre magistrature o collegi del periodo. Il repertorio delle missive si suddivide in spedite (1631-1708), ricevute (1582-1787), ad istanza (1649-1797) ed ex officio (1754-1797). Le lettere spedite erano le missive che il Magistrato inoltrava come risposta in seguito ad un’istanza impetrata dalle comunità o dai privati del territorio circa problematiche di vario tipo concernenti i beni comunali. Gli ordini del Magistrato venivano poi resi esecutivi dai rettori e comunicati alle parti attraverso la loro corte. Questo tipo di risposta che i Provveditori spedivano al rettore di turno, obbligava l’officiale ad eseguire quanto deciso a Venezia, facendosi quindi esecutore di fronte alla comunità o ai singoli privati delle volontà istituzionali. Le lettere ricevute invece erano le risposte o le richieste dei rettori a fronte delle decisioni inviate dal Magistrato. Le lettere ex officio, invece,prendevano le mosse da una decisione diretta dei Provveditori. Spesso le lettere ex officio, per gli anni precedenti all’ultimo quarantennio del ’700, sono conservate e frammiste all’interno delle Lettere spedite.

[167] Ricordiamo che le cause erano dibattute in contraddittorio. Davanti ai Provveditori, comparivano le parti, con procuratori, intervenienti e avvocati. la presenza dell’Avvocato fiscale della Serenissima che dal 1557 doveva «intervenire nei processi in materia difendendo il dominio sovrano e con esso, se possibile, le comunità». Barbacetto, «La più gelosa delle pubbliche regalie», p. 90.

[168] Barbacetto ci ricorda che «sono terminazioni gli atti decisivi di processi caratterizzati dal contraddittorio tra le parti e dalla partecipazione di avvocati od intervenienti: provvedimenti giurisdizionali […] del tutto assimilabili a sentenze […] data la subordinazione del Magistrato al Senato, in quest’ultimo caso le terminazioni potrebbero paragonarsi ad odierni atti regolamentari», p. 90.

[169] Sulla differenza tra i due profili, Marco Ferro scrive parole molto chiare, ricordando che l’interveniente «dalle nostre leggi [sono] chiamati sollecitatori». Di fatto il sollecitatore era chi procurava «la continuazione e definizione della causa d’un terzo; si chiama anche causidico, interveniente, procuratore, commesso ecc. I caratteri dei quali deve esser fornito il vero sollecitatore sono probità incontaminata nel maneggio della causa del suo cliente, ed una congnitione esatta delle leggi, e specialmente di quelle che riguardano l’ordine del foro, ossia la pratica giurisprudenza». Il loro ruolo fu fondamentale nella definizione della lite all’interno dei tribunali veneziani, prima che la parola passasse agli avvocati. Questi ultimi, stando ai carteggi analizzati, comparivano solo nella fase dibattimentale finale della lite. Dal 1632, il loro nome sarebbe dovuto comparire, anche se spesso omesso, obbligatoriamente in tutte le scritture presentate negli offici durante i processi.

[170] ASV, Collegio dei X poi XX Savi del Senato. Terminazioni, b. 44, 14 febbraio 1636 m.v.

[171] Spesso queste vicende furono fonte di numerosi conflitti di competenza, poiché se «la decisione sulla natura comunale o allodiale dei beni era compito del Magistrato, la giurisdizione sui beni comuni o propri […] spettava invece […] ai giusdicenti locali», Barbacetto, «La più gelosa delle pubbliche regalie», p. 92. In una lettera inviata al Luogotenente di Udine, i Provveditori ordinarono al pubblico rappresentante di non trattenere a lungo e inviare al più presto i documenti processuali a Venezia, poiché «lei [non è] giudice competente, trattandosi dell’uso, e non della proprietà», ASV, Provveditori sopra beni comunali. Lettere spedite, b. 40, 7 luglio 1655.

[172] Ciò lo desumiamo dalle ferre norme che disciplinavano l’accesso alla professione: nel 1620 si stabilì, infatti, che potesse fare il sollecitatore solo chi fosse «nato in Venezia o, se nativo dallo Stato, vi abbia dimorato da dieci anni almeno», A. Zannini, I Borghesaleo. Una casata di terraferma al servizio della Repubblica, Teglio Veneto 2000, p. 15. Tommaso inoltre testimoniò in un processo istruito dall’Avogaria di Comun per riconoscere la cittadinanza originaria ai figli di Bartolomeo Borghesaleo, noto e potente avvocato fiscale della Serenissima Signoria, anch’egli proveniente dalla Patria del Friuli (Teglio), ibidem, p. 52. Sugli interessi del potente Tommaso Valentinis e della sua famiglia a Bolzano di Varmo, cfr. il processo in ASV, Provveditori sopra beni comunali. Processi. Friuli, b. 304.

[173] ASV, Provveditori sopra beni comunali. Lettere spedite, b. 44, 8 giugno 1667.

[174] Entro i quali si possono trovare anche gli interrogatori dei protagonisti, i quali facevano emergere accuse, dubbi, contraddizioni e ricostruzioni attente del tessuto sociale locale.

[175] ASV, Provveditori sopra beni comunali. Lettere spedite, b. 44, 22 novembre 1667. Per il criminalista veneziano Lorenzo Priori, lo svellere un termine (confine) era considerato sul piano civile e penale un furto, che a seconda della gravità doveva essere severamente punito. L. Priori, Prattica criminale secondo il rito delle leggi della Serenissima Repubblica di Venetia, Venezia 1622, p. 21. Sull’opera di Priori e sull’impatto che le Pratiche criminali ebbero nell’esercizio della giustizia nel corso del ’600, v. L. Priori e la sua Prattica criminale, in G. Chiodi e C. Povolo (a cura di), L’amministrazione della giustizia penale nella Repubblica di Venezia, Verona 2004.

[176] ASV, Collegio. Risposte di fuori, filza 422, 18 marzo 1669. Sui concetti di giustizia distributiva e commutativa, v. M. Bellabarba, La giustizia nell’Italia moderna, XVI-XVIII secolo, Roma – Bari 2008, p. VII.

[177] ASV, Collegio. Risposte di fuori, filza 378, 10 marzo 1625.

[178] Ad es., la richiesta dei Capi del Consiglio dei Dieci rivolta ai rettori di Padova, Verona, Brescia e Vicenza in materia di giudizio sui feudatari. I tre patrizi affermano che in virtù dell’aumento dei casi che vedevano coinvolti i giusdicenti, in qualche «loco» della Terraferma restava il «dubbio […] se essi feudatarii habbino ad essere sottoposti, et giudicati dal foro prefetitio, con le persone, le famiglie loro». Pertanto chiedevano ai pubblici rappresentanti di far pervenire loro una dettagliata informazione «con l’espressione parti.re di leggi che vi siano, de privileggi in simil matterie o dell’uso, et consuetudine che altrimenti vi potesse esser», ASV, Capi del Consiglio dei Dieci. Lettere, filza 118, 16 maggio 1645.

[179] ASV, Provveditori sopra beni comunali. Lettere spedite, b. 47, 12 gennaio 1676 m.v.

[180] ASV, Provveditori sopra beni comunali. Lettere spedite, bb. 40 e 41, 7 luglio 1655, 20 agosto 1658.

[181] ASV, Provveditori sopra beni comunali. Lettere spedite, b. 35, 3 aprile 1635. In una lettera successiva, verrà citata come «campagna», 8 agosto 1635. Un paio d’anni più tardi, i Provveditori interverranno per fare rispettare l’«uso ordinario della Patria», quando il comune di Cordenons impedì ripetutamente che gli animali della comunità di Roveredo, sotto la giurisdizione dei Porcia, riposassero dopo che erano stati impiegati «nel far carezi» ed in viaggi lunghi, ivi, 23 agosto 1637.

[182] Per seguire le vicende legate alla contesa sui pascoli tra la giurisdizione di Pordenone e quella dei conti e consorti di Zoppola e Ovoledo, v. ASV, Collegio dei X poi XX Savi del Senato. Scritture in causa, b 180 (c. 676, 31 agosto 1602), b. 181 (6 febbraio 1603 m.v., 22 marzo 1604, 11 dicembre 1604, 3 ottobre 1605, 21 agosto 1606), b. 182 (14 maggio 1614, 15 maggio 1614. Nella scrittura prodotta nel dicembre 1604, viene fatta menzione di una villa della quale al tempo era scomparsa ogni «vestigia» probabilmente per l’impeto delle acque del torrente Meduna che spesso modificava la geografia di queste terre. Poiché il documento presenta una piega e una macchia, il nome che rileviamo parrebbe essere «Romana». Lo stato di cattiva conservazione del documento si è reso complice dell’oblio forzato in cui questa piccola località è malauguratamente caduta, e che non vuole rivelarsi appieno.

[183]ASV, Provveditori sopra beni comunali, Lettere spedite, b. 36, 15 aprile 1641. I confini sono citati in ivi, Lettere ricevute, b. 61, 30 dicembre 1653. Alla lettera era allegata la descrizione dei «confini delle Regola di Mareson in conformità della lettera concessa dall’Ill.mi et Ecc.mi SS.ri sopra li beni Communi [sic!]». 

[184] ASV, Provveditori sopra beni comunali. Lettere spedite, b. 43, 18 agosto 1666.

[185] ASV, Provveditori sopra beni comunali. Lettere spedite, b. 49, 16 febbraio 1681, 30 maggio 1682, 8 giugno 1682, 2 settembre 1682. Il toponimo Guoima o Goima corrisponde ad una villa del Capitanato di Zoldo appartenente alla cura di S. Tiziano. Col Torondo (o Col Toront) è invece un toponimo assai diffuso nel Bellunese.

[186] La chiesa di San Nicolò delle Fusine fu istituita con «sentenza ecclesiastica» parrocchia separata dalla chiesa plebanale e «parrocchiale di San Floriano» nel 1615. La Regola delle Fusine ottenne questa separazione e autonomia poiché «per antica tradizione d’immemorabile publica voce, et fama […] sii stata fondata, et fabricata, ne tempi antichi dal Comune, et huomeni dalle Fusine, essendo anco in conformità di ciò stata di tempo in tempo, come chiesa propria reparata, et proveduta di fabriche, Altari, Sacrista, Cemitero, Casa Plebannale, et d’ogni altro bisogno con le proprie sostanze del Comune», ASV, Collegio. Suppliche presentate, filza 624, 16 luglio 1649. Sulla documentazione concernente la Pieve di San Floriano, vedi Le pergamene della Pieve di San Floriano di Zoldo (secoli XIV-XIX), a cura di Orietta Ceiner e Silvia Miscellaneo, Zoldo (Bl) 2002. Le Regole della nuova parrocchia erano quelle di Fusine, Brusadaz, Costa,Coi, Jual, Mareson, Pecol, Pianaz e Soramaè.

[187] Barbacetto, «La più gelosa delle pubbliche regalie», p. 117, n. 143.

[188] v. ad es., l’incipit delle lettere in ASV, Provveditori sopra beni comunali. Lettere spedite, b. 41 (15 maggio 1657), b. 44 (30 luglio 1667)

[189] ASV, Provveditori sopra beni comunali. Lettere spedite, b. 35, 39 novembre 1639. In questo tipo di documenti le firme in calce erano di uno solo dei tre Provveditori. Nei casi più gravi, la firma veniva apposta da tutti e tre. Ordinariamente, i patrizi del Magistrato firmavano invece insieme terminazioni e le risposte alle suppliche.

[190] Oggi comune di Alano di Piave in provincia di Belluno.

[191] Oggi sul confine tra la provincia di Treviso e quella di Belluno.

[192] ASV, Provveditori sopra beni comunali. Lettere spedite, b. 38, 4 giugno 1649. Il Provveditore era Piero Donà.

[193] ASV, Provveditori sopra beni comunali. Lettere spedite, b. 43, 25 febbraio 1666.

[194] A misura trevigiana (un Campo = ha 0,52), la campagna di Ventunis misurava Campi 6.830.

[195] ASV, Provveditori sopra beni comunali. Lettere spedite, b. 35, 9 luglio 1640.

[196] ASV, Provveditori sopra beni comunali. Lettere spedite, b. 39, 28 maggio 1652.

[197] Che il legame tra comunità e giusdicenti fosse piuttosto saldo, lo dimostrano i continui episodi d’interruzione del «pacifico possesso» nei confronti del nobiluomo veneziano Mattio Dandolo che aveva acquistato numerosi beni comunali, ASV, Provveditori sopra beni comunali. Lettere spedite, b. 39, 9 dicembre 1651.

[198] ASV, Provveditori sopra beni comunali. Lettere spedite, b. 39, 28 maggio 1652.

[199] ASV, Provveditori sopra beni comunali. Terminazioni, b. 450, c. 40, 19 settembre 1653.

[200] ASV, Provveditori sopra beni comunali. Processi, b. 312, fasc. n° 35 intitolato «Maniaco e Fanna processo trasmesso».

[201] Complice probabilmente il clima di aspro conflitto tra i legali della Patria in materia di patrocinio delle cause. Lo scontro divenne talmente acceso tra i sollecitatori e gli avvocati che nel 1673, anno in cui furono rinnovati gli Statuti della Patria del Friuli, l’attenzione a queste materie fu messa in apertura del testo. Statuti della Patria del Friuli rinovati, e dedicati all’Illustrissimo et Eccellentissimo Signor Girolamo Ascanio Zustignano fu gloriosissimo Luogotenente Generale della medesima Patria, Udine 1725, p. 9.

[202] F. Argelati, Pratica del foro veneto che contiene le materie soggette a ciaschedun Magistrato, il numero de’ Giudici, la loro durazione, l’ordine che vuole tenersi nel contestare le cause, e le formule degli atti più usati, Venezia 1737, p. 40.

[203] ASV, Senato. Dispacci dei rettori. Belluno, b. 15, fil. 23, c. 20, 10 agosto 1661.

[204] ASV, Provveditori sopra beni comunali. Catastico dei disegni del Friuli n° 5, b. 224. Alcune di queste sono riprodotte nelle tavole del libro di F. Bianco, Contadini, sbirri e contrabbandieri nel Friuli del Settecento. La comunità di villaggio tra conservazione e rivolta, Pordenone, 1990.

[205] Vendramini, La Pieve e le Regole.

[206] ASV, Provveditori sopra beni comunali. Lettere spedite, b. 37, 18 gennaio 1647 m.v.

[207] ASB, Antonio Crocecalle q. Giorgio, prot. 2435, 24 maggio 1647, atto n. 2696.

[208] ASV, Provveditori sopra beni comunali. Catasto Cornaro, b. 246, ad vocem «Pieve di Lavazzo»; ivi, b. 247, ad vocem «Pieve di Lavazzo».

[209] Vedi il caso delle Regole dello Zoldano.

[210] Del quale non si è trovata traccia nell’archivio dei Provveditori.

[211] ASV, Provveditori sopra beni comunali. Notatorio, b. 448, reg. intitolato «1648. Libro de terminazioni secondo, sino 1650», c. 10v, 11 agosto 1648.

[212] Ivi, alla data.

[213] ASV, Provveditori sopra beni comunali. Scritture in causa, b. 427, 15 settembre 1648.

[214] Cfr. la relazione del provveditore Bernardino Belegno, nella quale i boschi di Erto, Casso e Cimolais furono «denontiati … come beni communali, et pertanto tali giudicati», ASV, Collegio. Relazioni, b. 58.

[215] La falsificazione delle investiture era prassi assai consolidata, dando vita a un mercato delle scritture piuttosto florido, v. ad es. L. Cargnelutti, Carte false nelle valli del Cellina e del Colvera. Un episodio di liti per terre comunali e private nel Maniaghese agli inizi del Seicento, Maniago – Montereale Valcellina 1999.

[216] ASV, Provveditori sopra beni comunali. Scritture in causa, b. 427, 24 settembre 1648.

[217] Su questi argomenti, v. C. Lorenzini, La valle del Lumiei. Comunità, risorse forestali e mercanti fra Sei e Settecento, Comunità e questioni di confini, pp. 128-142.

[218] ASV, Provveditori sopra beni comunali. Scritture in causa, b. 427, 20 febbraio 1648 m.v.

[219] ASV, Provveditori sopra beni comunali. Scritture in causa, b. 427, 23 marzo 1649.

[220] Ivi, 21 maggio 1649.

[221] ASCB, Comunità di Cividal di Belluno. Libro delle parti. Y, cc. 202v-203, 22 dicembre 1651. ASV, Provveditori sopra beni comunali. Lettere spedite, b. 39, 13 gennaio 1652 m.v.

[222] Tutt’oggi rappresenta la linea di confine tra la Provincia di Belluno e quella di Pordenone.