RSS RSS Feed
Categoria↓
Note
Materia↓
Giurisprudenza Costituzionale

Osservatorio sulla giurisprudenza costituzionale. Pronunce d’interesse per le Regioni ordinarie depositate nel periodo maggio-giugno 2012

di Gilberto Ferro 
Funzionario dell’Ufficio Legislativo della Giunta regionale del Veneto
    
Pubblicato nell'edizione n. 5-6/2012 pubblicato il 04/11/2013



Download PDF
La giurisprudenza della Corte costituzionale nelle materie di interesse delle Regioni; maggio – giugno 2012
 
Abstract:
 
Nel periodo maggio-giugno 2012 le decisioni della Corte costituzionale, d’interesse per le Regioni a statuto ordinario, sono state venti, di cui dieci a seguito di ricorsi promossi dallo Stato nei confronti di leggi regionali, una a seguito di rimessione in via incidentale da parte del Tribunale di Trieste nei confronti di una legge della Regione Friuli-Venezia Giulia, nove a seguito di ricorsi promossi dalle Regioni nei confronti di normativa statale, in particolare nei confronti di disposizioni contenute nel decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78 (Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica), convertito, con modificazioni, in legge 30 luglio 2010, n. 122 (sentenze 139, 148, 151 e 164) e nel decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98 (Disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria), convertito, con modificazioni, in legge 15 luglio 2011, n. 111 (sentenze 121, 144, 147 149 e 163).
Le pronunce hanno riguardato le materie concernenti la tutela dell’ambiente (sentenze 114, 116, 139 158, 159 e 160), l’ordinamento civile (sentenze 114, 141, 148, 149 151), la tutela della salute (sentenza 129), il coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario (sentenze 121, 131, 144, 148 e 161), l’istruzione (sentenza 147), l’ordinamento della comunicazione (sentenza 163).
Le sentenze 115 e 131 hanno censurato disposizioni regionali, rispettivamente del Friuli-Venezia Giulia e della Calabria, con riferimento all’art. 81 della Costituzione per il mancato rispetto dell’obbligo di copertura finanziaria delle leggi, mentre la sentenza 164 ha sindacato una disposizione contenuta nel decreto-legge n. 78 del 2011 con riferimento alla competenza statale a determinare i livelli essenziali delle prestazioni (LEP).
 
 
Sentenza 10 maggio 2012, n. 114 – (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri c/Provincia autonoma di Bolzano)
 
 
Materie: tutela della concorrenza; tutela dell’ambiente; ordinamento civile
 
– dichiara l’illegittimità costituzionale degli artt. 2, comma 10, 3, commi 1 e 3, 5, comma 1, 9, comma 4, alinea 6 e 7, della legge della Provincia autonoma di Bolzano 21 giugno 2011, n. 4 (Misure di contenimento dell’inquinamento luminoso ed altre disposizioni in materia di utilizzo di acque pubbliche, procedimento amministrativo ed urbanistica);
– dichiara l’illegittimità costituzionale degli artt. 24, comma 2, e 26, comma 3, della legge della Provincia autonoma di Bolzano 21 dicembre 2011, n. 15 (Disposizioni per la formazione del bilancio di previsione per l’anno finanziario 2012 e per il triennio 2012-2014 – Legge finanziaria 2012.
 
 
Secondo il costante orientamento della giurisprudenza costituzionale, al legislatore regionale non è consentito disciplinare il rinnovo delle concessioni, in violazione dei principi di temporaneità e di apertura alla concorrenza, impedendo l’accesso di altri potenziali operatori economici al mercato, ponendo barriere all’ingresso tali da alterare la concorrenza tra imprenditori (sentenze n. 340, n. 233 e n. 180 del 2010).
E’ pertanto illegittima una disposizione, come quella contenuta nelle leggi provinciali impugnate, con la quale si prevede, alla loro scadenza, il rinnovo automatico trentennale di tutte le concessioni di piccole e grandi derivazioni d’acqua, ad eccezione di quelle a scopo idroelettrico.
Invero, osserva la Corte, la norma impugnata viola l’art. 117, primo comma, e secondo comma, lettera e), della Costituzione, in quanto si pone in contrasto con i principi dell’ordinamento comunitario e con le leggi nazionali in materia di tutela della concorrenza.
Viene inoltre rilevato che la proroga prevista dalla norma impugnata contrasta con la normativa statale in materia di ambiente, con riferimento ad alcuni punti contenuti negli allegati al decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152 (Norme in materia ambientale), poiché, non subordinando il rinnovo delle concessioni alle procedure di valutazione di impatto ambientale (VIA), finisce con inserire nella relativa disciplina una regola difforme dalle previsioni vigenti, poste nell’esercizio della competenza esclusiva dello Stato in materia di tutela dell’ambiente.
E’ altresì illegittima un’ulteriore disposizione provinciale con la quale si prevede che, ai fini di migliorare lo stato di qualità ambientale dei corsi d’acqua interessati, i titolari di due o più concessioni di derivazioni d’acqua a scopo idroelettrico esistenti, relative ad impianti consecutivi, possono richiedere l’accorpamento delle stesse e che, in tal caso, il termine di scadenza delle concessioni accorpate corrisponde alla scadenza della concessione accorpata con la durata residua più lunga.
In questo modo la norma finisce per prevedere un’ipotesi di proroga automatica di una o più concessioni accorpate, con la conseguenza di porsi in contrasto, per le concessioni più brevi, con l’art. 12, comma 1, del decreto legislativo 16 marzo del 1999, n. 79 (Attuazione della direttiva 96/92/CE recante norme comuni per il mercato interno dell’energia elettrica), il quale, in conformità ai principi di tutela della concorrenza e di apertura al mercato, di derivazione comunitaria, stabilisce che l’attribuzione della concessione deve avvenire tramite una gara ad evidenza pubblica, nel rispetto della normativa vigente e dei principi fondamentali di tutela della concorrenza, libertà di stabilimento, trasparenza e non discriminazione.
Ulteriore disposizione censurata riguarda l’art. 5, comma 1, della legge provinciale n. 4 del 2011, nella parte in cui prevede che “gli enti locali, anche in forma associata, possono cedere la proprietà degli impianti, delle reti e delle altre dotazioni destinate all’esercizio dei servizi di acquedotto, fognatura e depurazione esclusivamente a consorzi, a società a prevalente o totale partecipazione pubblica, alle comunità comprensoriali costituite ai sensi della legge provinciale 20 marzo 1991, n. 7, e successive modifiche, o al comune sede di impianto. Nel caso di scioglimento di consorzi, la proprietà delle opere e degli impianti di interesse sovracomunale di cui al comma 1, lettera a), va trasferita a titolo gratuito ad una delle forme di collaborazione definite dalla Giunta provinciale ai sensi del comma 2 o al comune sede di impianto la cessione, da parte degli enti locali, della proprietà degli impianti, delle reti e delle altre dotazioni destinate all’esercizio dei servizi di acquedotto”.
Il giudice, accogliendo le censure sollevate dal ricorrente, rileva che detta disposizione viola l’art. 117, secondo comma, lettera l), della Costituzione, invadendo la competenza legislativa esclusiva dello Stato in materia di ordinamento civile, nel cui ambito rientra il principio generale di inalienabilità dei beni demaniali desunto dagli artt. 822, 823 ed 824 del codice civile, ed espressamente richiamato dall’art. 143 del d.lgs. n. 152 del 2006 nonché evocato anche all’art. 113, comma 2, del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267 (Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali).
La norma, infatti, prevedendo la possibilità di cessione delle infrastrutture idriche, incide sul regime della proprietà di tali beni, che rientrano, in forza dell’art. 143 del d.lgs. n. 152 del 2006, nella disciplina demaniale, con conseguente inalienabilità dei beni stessi, se non nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge.
Infine, viene dichiarata l’illegittimità costituzionale di alcune disposizioni con le quali si prevede che, ai fini dell’isolamento termico per garantire le prestazioni energetiche degli edifici già legalmente esistenti alla data del 12 gennaio 2005 o concessionati prima di tale data, è permesso derogare nella misura massima di 20 centimetri alle distanze tra edifici, alle altezze degli edifici e alle distanze dai confini previsti nel piano urbanistico comunale o nel piano di attuazione – nel rispetto delle distanze prescritte dal codice civile, salvo quanto disposto dalla normativa di attuazione della direttiva 2006/32/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 5 aprile 2006 relativa all’efficienza degli usi finali dell’energia e i servizi – stabilendo che la deroga può essere esercitata nella misura massima da entrambi gli edifici confinanti e che la Giunta provinciale definisce le caratteristiche tecniche delle verande la cui costruzione vale come misura per l’utilizzo di energia solare potendosi a tal fine derogare alle distanze tra edifici, alle distanze dai confini nonché all’indice di area coperta previsti nel piano urbanistico, nel rispetto delle distanze prescritte dal codice civile e purché la distanza dal confine di proprietà non sia inferiore alla metà dell’altezza della facciata della veranda.
Ad avviso del ricorrente, considerato che dette disposizioni non prevedono il rispetto delle norme sulle distanze fra edifici, integrative del codice civile, contenute nel decreto ministeriale 2 aprile 1968, n. 1444 (Limiti inderogabili di densità edilizia, di altezza, di distanza fra i fabbricati degli edifici e rapporti massimi tra spazi destinati agli insediamenti residenziali e produttivi e spazi pubblici o riservati alle attività collettive, al verde pubblico o a parcheggi da osservare ai fini della formazione dei nuovi strumenti urbanistici o della revisione di quelli esistenti, ai sensi dell’articolo 17 della legge 6 agosto 1967, n. 765), le stesse contrasterebbero con l’art. 117, secondo comma, lettera l), della Costituzione, invadendo la competenza statale in materia di ordinamento civile.
In merito a tali censure la Corte ricorda che la giurisprudenza costituzionale in più occasioni ha precisato che le norme in materia di distanze fra edifici costituiscono principio inderogabile che integra la disciplina privatistica delle distanze.
“In particolare, data la connessione e le interferenze tra interessi privati e interessi pubblici in tema di distanze tra costruzioni, l’assetto costituzionale delle competenze in materia di governo del territorio interferisce con la competenza esclusiva dello Stato a fissare le distanze minime, sicché le Regioni devono esercitare le loro funzioni nel rispetto dei principi della legislazione statale, potendo, nei limiti della ragionevolezza, fissare limiti maggiori. Le deroghe alle distanze minime, poi, devono essere inserite in strumenti urbanistici funzionali ad un assetto complessivo ed unitario di determinate zone del territorio, poiché la loro legittimità è strettamente connessa agli assetti urbanistici generali e quindi al governo del territorio, non, invece, ai rapporti tra edifici confinanti isolatamente considerati (sentenza n. 232 del 2005)”.
Poiché nel caso all’esame della Corte, il mero richiamo delle norme del codice civile è suscettibile di consentire l’introduzione di deroghe dalle distanze di cui al d.m. 2 aprile 1968, n. 1444, emesso ai sensi dell’art. 41-quinquies della legge 17 agosto 1942, n. 1150, recante «Legge urbanistica» (introdotto dall’art. 17 della legge 6 agosto 1967, n. 765), avente efficacia precettiva e inderogabile, e considerato che tali deroghe non attengono all’assetto urbanistico complessivo delle zone interessate, ne consegue che il mancato richiamo alle norme statali vincolanti per la Provincia, determina l’illegittimità costituzionale delle relative norme per violazione dell’art. 117, secondo comma, lettera l), della Costituzione avendo invaso la competenza statale in materia di ordinamento civile.
 
 
 
Sentenza 10 maggio 2012, n. 115 (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri c/Regione autonoma Friuli-Venezia Giulia)
 
 
Materia: rispetto del principio di copertura finanziaria di cui all’art. 81 Cost.
 
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’articolo 15 della legge della Regione autonoma Friuli-Venezia Giulia 14 luglio 2011, n. 10 (Interventi per garantire l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore).
 
 
 
La sentenza dichiara l’illegittimità costituzionale di una disposizione, di natura finanziaria, con la quale si prevede che gli eventuali oneri derivanti da quanto disposto da alcuni articoli della medesima legge regionale diretti a istituire il coordinamento regionale per le cure palliative e la terapia del dolore e a promuovere specifici programmi di sviluppo delle cure palliative presso le aziende per i servizi sanitari della Regione autonoma, fanno carico a determinate unità di bilancio e a determinati capitoli dello stato di previsione della spesa del bilancio pluriennale per gli anni 2011-2013 e del bilancio per l’anno 2011, senza quantificare alcun importo.
Premesso che è incontestato che le norme regionali in questione comportano oneri finanziari a carico del bilancio regionale, la Corte è chiamata a verificare il rispetto, da parte della legge regionale, di quanto disposto dall’art. 81, quarto comma, della Costituzione, in forza del quale ogni legge che importi nuove o maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte.
Il giudice rileva che, nel caso di specie, “ove la nuova spesa si ritenga sostenibile senza ricorrere alla individuazione di ulteriori risorse, per effetto di una più efficiente e sinergica utilizzazione delle somme allocate nella stessa partita di bilancio per promiscue finalità, la pretesa autosufficienza non può comunque essere affermata apoditticamente, ma va corredata da adeguata dimostrazione economica e contabile”.
E’ pertanto necessaria una chiara quantificazione – con riguardo alle partite di bilancio, ove si assume un’eccedenza di risorse utilizzabili per la nuova o maggiore spesa – degli oneri presumibilmente ad essa conseguenti e della relativa copertura, non essendo sufficiente, per ottemperare all’obbligo imposto dall’art. 81 della Costituzione, la formale indicazione di poste di bilancio dell’esercizio in corso ove convivono, in modo promiscuo ed indistinto sotto il profilo della pertinente quantificazione, i finanziamenti di precedenti leggi regionali.
Come già affermato dalla sentenza n. 70 del 2012, “l’equilibrio tendenziale dei bilanci pubblici non si realizza soltanto attraverso il rispetto del meccanismo autorizzatorio della spesa, il quale viene salvaguardato dal limite dello stanziamento di bilancio, ma anche mediante la preventiva quantificazione e copertura degli oneri derivanti da nuove disposizioni”.
Nel caso di specie, per il giudice, non appare convincente l’assunto, sostenuto dalla difesa dell’amministrazione regionale, per cui la nuova imputazione sulle poste del bilancio 2011 e del bilancio triennale 2011-2013 comporterebbe un’implicita ed automatica riduzione degli oneri delle leggi antecedenti ad esse correlate.
Invero l’art. 81 della Carta fondamentale impone che “la riduzione di precedenti autorizzazioni deve essere sempre espressa e analiticamente quantificata, in quanto idonea a compensare esattamente gli oneri indotti dalla nuova previsione legislativa”.
La Corte osserva che gli allegati al bilancio annuale e pluriennale dell’esercizio 2011 della Regione autonoma Friuli-Venezia Giulia evidenziano, con riguardo alle due partite di spesa richiamate dalla legge regionale impugnata, l’elencazione di una serie di disposizioni normative precedenti che su di esse gravano in modo indistinto, senza analitica ponderazione dell’incidenza economica di ciascuna legge sul complesso dello stanziamento.
Considerato che la normativa in esame prevede attività che impegneranno il bilancio regionale in modo continuativo negli esercizi futuri, e pertanto vi è l’esigenza del rispetto di analitiche quantificazioni delle diverse spese su partite di bilancio promiscue, ne consegue che, stante l’indeterminatezza della norma impugnata, la stessa è illegittima per contrasto con l’art. 81, quarto comma, della Costituzione.
 
 
 
Sentenza 10 maggio 2012, n. 116 (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri c/Regione Marche)
 
 
Materia: tutela dell’ambiente (in rapporto con la materia caccia)
 
– dichiara l’illegittimità costituzionale degli artt. 22, comma 1, e 26, comma 1, della legge della Regione Marche 18 luglio 2011, n. 15, recante «Modifiche alla legge regionale 5 gennaio 1995, n. 7 (Norme per la protezione della fauna selvatica e per la tutela dell'equilibrio ambientale e disciplina dell’attività venatoria)»
 
Con la sentenza in rassegna la Corte dichiara l’illegittimità costituzionale, per violazione della competenza statale in materia di tutela dell’ambiente, di una disposizione con la quale la Regione Marche consentiva ai titolari di licenza di caccia ultrasessantacinquenni, di esercitare l’attività venatoria oltre che “nelle altre forme consentite dalla legge”, anche da appostamento fisso, e consentiva ai cacciatori che avessero scelto la forma di caccia da appostamento fisso, di poter praticare anche quella da appostamento temporaneo.
Il giudice delle leggi ricorda che l’art. 12, comma 5, della legge 11 febbraio 1992, n. 157 (Norme per la protezione della fauna omeoterma e per il prelievo venatorio), prevede che l’esercizio venatorio può essere praticato esclusivamente in una delle forme ivi indicate (vagante in zona alpi, da appostamento fisso e nell’insieme delle altre forme di attività venatoria consentita dalla medesima legge e praticate sul restante territorio destinato all’attività venatoria programmata).
Trattasi del principio cosiddetto della caccia di specializzazione, in base al quale il cacciatore è tenuto a scegliere la modalità di esercizio dell’attività venatoria che preferisce, ed è vincolato a questa scelta.
Detto principio è giustificato dal fatto che un esercizio indiscriminato dell’attività venatoria, da parte dei soggetti abilitati, su tutto il territorio agro-silvo-pastorale e in tutte le forme consentite rischierebbe di mettere in crisi la consistenza delle popolazioni della fauna selvatica.
“In quanto rivolta ad assicurare la sopravvivenza e la riproduzione delle specie cacciabili, la norma statale si inquadra, dunque, nell’ambito materiale della tutela dell’ambiente e dell’ecosistema: tutela riservata alla potestà legislativa esclusiva statale dall’art. 117, secondo comma, lettera s), Cost.”
Su queste premesse la Corte dichiara l’illegittimità della norma impugnata.
La medesima sentenza dichiara inoltre illegittima un’ulteriore disposizione, contenuta nella legge impugnata, con la quale si prevede che il calendario venatorio regionale ha durata minima annuale e massima triennale.
La Corte, accogliendo le censure sollevate dallo Stato, rileva che l’art. 18, comma 4, della legge n. 157 del 1992 stabilisce che le Regioni pubblicano, entro e non oltre il 15 giugno, il calendario regionale e il regolamento relativi all’intera annata venatoria. Come già affermato con la recente sentenza n. 20 del 2012, la norma statale, per come formulata, esige che il calendario venatorio sia pubblicato entro il 15 giugno di ogni anno, e quindi con cadenza annuale. Ciò risponde, ad avviso della Corte, all’esigenza che la rilevazione delle situazioni ambientali locali, che si pone alla base delle deroghe alla generale disciplina statale in tema di specie cacciabili e di periodi di esercizio venatorio, abbia luogo a cadenze non eccessivamente diluite nel tempo, così da garantire un costante adeguamento del calendario al mutare di tali situazioni.
Pertanto, considerato che la previsione dell’efficacia triennale del calendario venatorio regionale indebolisce il “regime di flessibilità” che assicura l’adattamento alle sopravvenute diverse condizioni di fatto, la Corte costituzionale dichiara costituzionalmente illegittima la norma impugnata nella parte in cui dispone che il calendario venatorio regionale ha validità minima annuale e massima triennale, anziché prevederne unicamente la validità annuale.
 
 
 
Sentenza 10 maggio 2012, n. 121 – (giudizio promosso dalla Regione Toscana c/Presidente del Consiglio dei ministri)
 
 
Materie: coordinamento della finanza pubblica; esercizio del potere sostitutivo, art. 120 Cost.
 
– dichiara non fondate le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 20, commi 14 e 15, del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98 (Disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria), convertito, con modificazioni, in legge 15 luglio 2011, n. 111, promosse dalla Regione Toscana.
 
 
Con la sentenza in rassegna la Corte esamina le censure sollevate dalla Regione Toscana nei confronti di alcune disposizioni, contenute nel decreto legge n. 98 del 2011, con le quali è stato previsto che, “ai fini del coordinamento della finanza pubblica, le regioni tenute a conformarsi a decisioni della Corte costituzionale, anche con riferimento all’attività di enti strumentali o dipendenti, comunicano, entro tre mesi dalla pubblicazione della decisione nella Gazzetta Ufficiale, alla Presidenza del Consiglio dei Ministri-Dipartimento per gli affari regionali, tutte le attività intraprese, gli atti giuridici posti in essere e le spese affrontate o preventivate ai fini dell’esecuzione”, stabilendo che,in caso di mancata o non esatta conformazione alle citate decisioni, “il Governo, su proposta del Ministro per i rapporti con le regioni e per la coesione territoriale, sentito il Presidente della regione interessata, esercita, in presenza dei presupposti, il potere sostitutivo di cui all’articolo 120, secondo comma, della Costituzione, secondo le procedure di cui all’articolo 8 della legge 5 giugno 2003, n. 131”.
Secondo la ricorrente la previsione di precisi e puntuali adempimenti informativi in relazione alle azioni intraprese per l’esecuzione di sentenze della Corte costituzionale, contrasterebbe con gli artt. 117, terzo comma, e 119 della Costituzione poiché si configurerebbe come normativa di dettaglio in materia di coordinamento della finanza pubblica.
Quanto poi alla previsione delle conseguenze nel caso di mancata o non esatta conformazione alle decisioni della Corte Costituzionale, le stesse violerebbero l’art. 120, secondo comma, della Carta fondamentale, in quanto si tratterebbe di un caso di esercizio del potere sostitutivo del Governo in assenza dei presupposti indicati dalla norma costituzionale che lo prevede, atteso che la mancata o difforme esecuzione delle citate sentenze, non può configurare, secondo la ricorrente, quelle emergenze istituzionali di particolare gravità richiamate nel citato parametro costituzionale.
Inoltre, sempre secondo la ricorrente, la legge statale attribuirebbe al Governo una sorta di potere di interpretazione autentica delle sentenze della Corte costituzionale, poiché prevede l’esercizio del potere sostitutivo non solo nell’ipotesi di mancata conformazione di una Regione ad una sentenza, ma anche in quella di conformazione “non esatta”.
La norma impugnata mancherebbe, poi, delle necessarie e congrue garanzie procedimentali per l’esercizio del potere sostitutivo, in conformità al principio di leale collaborazione, e sarebbe, pertanto, necessaria la previsione di un procedimento nel quale l’ente sostituito sia comunque messo in grado di interloquire e di evitare la sostituzione attraverso l’autonomo adempimento.
Sulla base di queste argomentazioni la ricorrente ritiene che la norma in questione violi l’art. 118 della Costituzione per contrasto con il principio di leale collaborazione, in quanto, pur richiamando le procedure di cui all’art. 8 della legge 5 giugno 2003, n. 131 (Disposizioni per l’adeguamento dell’ordinamento della Repubblica alla legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3), si limita a prevedere l’espressione di un mero parere da parte del Presidente della Regione interessata.
Di contrario avviso la Corte costituzionale, che dichiara infondate tutte le questioni sollevate.
In particolare, con riferimento alla prima questione, il giudice delle leggi rileva che, diversamente da quanto affermato dalla ricorrente, la norma impugnata si pone come principio fondamentale nella materia del “coordinamento della finanza pubblica”.
“La comunicazione, entro un termine stabilito, dei dati relativi alle attività intraprese ed agli atti giuridici posti in essere dalle Regioni per l’esecuzione delle sentenze di questa Corte è una delle condizioni indispensabili perché lo Stato possa avere un quadro completo ed aggiornato della situazione finanziaria complessiva. L’obbligo delle Regioni di fornire i dati in questione è imposto – come è precisato dalla norma censurata – ai soli fini del coordinamento della finanza pubblica, che non potrebbe essere concretamente ed efficacemente effettuato senza la preventiva ricognizione dei modi in cui le singole Regioni danno seguito alle sentenze di questa Corte aventi incidenza sull’ambito materiale in esame”.
Invero la giurisprudenza costituzionale ha già chiarito che la competenza statale in questo campo non è limitata all’esercizio del potere legislativo, ma implica anche l’esercizio di poteri amministrativi, di regolazione tecnica e di rilevazione di dati e di controllo (sentenza n. 376 del 2003; sentenze n. 229 e n. 112 del 2011).
Pertanto la norma censurata non si configura come norma di dettaglio ma, al contrario, come principio fondamentale “basato sulla indefettibilità del presupposto cognitivo delle singole realtà ai fini della valutazione della coerenza unitaria dell’insieme”.
Peraltro viene osservato come la norma non preveda alcun obbligo alle Regioni di adottare specifici provvedimenti attuativi, ma si limiti a prevedere una collaborazione con lo Stato, a fini conoscitivi generali.
Per quanto attiene alla seconda questione sollevata, il giudice delle leggi rileva che l’art. 120 della Costituzione prevede che l’esercizio del potere sostitutivo presupponga la necessità di tutelare l’unità giuridica o economica del Paese e, in particolare, la tutela dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali.
Pertanto, ad avviso della Corte, il Governo ben potrebbe ritenere che l’inerzia di una Regione nell’applicare una sentenza costituzionale, o la sua applicazione distorta, siano idonee a configurare quei presupposti che legittimano l’intervento sostitutivo da parte dello Stato.
“Ove la singola Regione destinataria dell’esercizio del potere sostitutivo del Governo ritenesse errata l’interpretazione data da quest’ultimo di una o più decisioni di questa Corte poste a base dell’iniziativa statale, potrebbe, a tutela della propria autonomia, attivare i rimedi giurisdizionali ritenuti adeguati, ivi compreso il conflitto di attribuzione. L’ordinamento prevede, cioè, strumenti idonei ad evitare che l’interpretazione governativa delle decisioni di questa Corte possa essere unilateralmente imposta alle Regioni”.
Per quanto attiene poi alla lamentata lesione dell’autonomia regionale, il giudice delle leggi osserva che la norma impugnata prevede espressamente che il potere sostitutivo debba essere esercitato in presenza dei presupposti previsti dalla norma costituzionale, e secondo le procedure di cui all’art. 8 della legge 5 giugno 2003, n. 131 (Disposizioni per l’adeguamento dell’ordinamento della Repubblica alla legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3), che stabilisce che, decorso inutilmente il congruo termine assegnato dal Presidente del Consiglio dei ministri all’ente ritenuto inadempiente, per adottare i provvedimenti dovuti o necessari, il Consiglio dei ministri, sentito l’organo interessato, su proposta del Ministro competente o del Presidente del Consiglio dei ministri, adotta i provvedimenti necessari, anche normativi, ovvero nomina un apposito commissario. Alla seduta del Consiglio dei ministri partecipa il Presidente della Giunta regionale interessata.
Pertanto, ad avviso della Corte, si deve ritenere che la norma impugnata, con l’inciso “sentito il Presidente della regione interessata”, “aggiunge un quid pluris alle forme di coinvolgimento della Regione, destinataria dell’esercizio del potere sostitutivo, previste dall’art. 8 della legge n. 131 del 2003. La richiesta del parere del Presidente della Regione si pone come preventiva rispetto all’attivazione del procedimento previsto dall’art. 120, secondo comma, Cost., e dal citato articolo della legge ordinaria di attuazione. Essa, pertanto, non sostituisce la prevista partecipazione del Presidente della Giunta regionale alla riunione del Consiglio dei ministri, in cui si decide sulla proposta di esercizio del potere sostitutivo” .
 
 
 
Sentenza 17 maggio 2012, n. 129 – (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri c/Regione Umbria)
 
 
Materia: tutela della salute; autonomia delle Università art. 33 Cost.
 
– dichiara l’illegittimità costituzionale degli artt. 12-bis, commi 1 e 2, 12-ter, commi 1, 4 e 6 della legge della Regione Umbria 20 gennaio 1998, n. 3 (Ordinamento del sistema sanitario regionale), aggiunti dall’art. 10 della legge della Regione Umbria 20 luglio 2011, n. 6 (Disciplina per l’attribuzione degli incarichi di struttura nelle Aziende sanitarie regionali. Ulteriori modificazioni e d integrazioni alla legge regionale 20 gennaio 1998, n. 3 – Ordinamento del sistema sanitario regionale – e abrogazione della legge regionale 23 febbraio 2005, n. 15), nella parte in cui si applica anche alla nomina dei direttori generali di aziende ospedaliero-universitarie.
 
 
 
Non è consentito alle Regioni prevedere che, per la nomina dei direttori generali delle aziende ospedaliero-universitarie, non vi sia alcuna forma di coinvolgimento delle strutture universitarie nella predisposizione dell’elenco dei candidati idonei alla nomina, limitando la facoltà di scelta ad opera del Rettore, ad una rosa di candidati previamente individuati dalla sola Regione.
Ciò è quanto afferma la Corte costituzionale con la sentenza in rassegna, a seguito delle censure sollevate dallo Stato nei confronti di una disposizione della Regione Umbria diretta a disciplinare la nomina dei direttori generali delle Aziende sanitarie regionali, comprese quelle ospedaliero-universitarie.
La Corte rileva che l’art. 4, comma 2, del decreto legislativo 21 dicembre 1999, n. 517 (Disciplina dei rapporti fra Servizio sanitario nazionale e università, a norma dell’articolo 6 della legge 30 novembre 1998, n. 419), che prevede che il direttore generale delle aziende ospedaliero-universitarie è nominato dalla Regione, acquisita l’intesa con il Rettore dell’Università, si configura quale norma di principio fondamentale in materia di tutela della salute, riservato alla competenza legislativa dello Stato, e che pertanto il legislatore Regionale, nel disciplinare le procedure di nomina di detti direttori generali, è vincolato al rispetto di quanto stabilito dal legislatore statale in merito al coinvolgimento, nelle procedure di nomina, della componente universitaria.
Peraltro il giudice delle leggi, nel dichiarare l’illegittimità della norma regionale impugnata, rileva che la mancata previsione del coinvolgimento della componente universitaria, lede anche l’autonomia delle Università garantita dall’art. 33, sesto comma della Costituzione, “sottraendo all’Università ogni forma di effettiva partecipazione alla nomina dei direttori generali delle aziende ora indicate, con violazione altresì del principio di leale collaborazione tra Regione e Università stessa”.
La medesima sentenza dichiara illegittima un’ulteriore disposizione contenuta nella legge impugnata, con la quale si prevede che la Giunta regionale disciplini le modalità e i criteri per la valutazione dell’attività del direttore generale, anche delle aziende ospedaliero-universitarie, e prevede che la Giunta regionale, ai fini della valutazione medesima, acquisisca preventivamente il parere reso dalla Conferenza permanente per la programmazione sanitaria e socio sanitaria regionale.
Sul punto la Corte, accogliendo le censure sollevate dallo Stato, ribadisce che la disciplina dei rapporti tra Servizio sanitario nazionale e Università, regolata dal d.lgs. n. 517 del 1999, è affidata ai protocolli d’intesa stipulati dalla Regione con le Università ubicate nel proprio territorio e che, a norma dell’art. 4, comma 2, ultimo periodo, del citato decreto legislativo, “i protocolli d’intesa tra regioni e università disciplinano i procedimenti di verifica dei risultati dell’attività dei direttori generali e le relative procedure di conferma e revoca, sulla base dei principi di cui all’art. 3-bis del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 502, e successive modificazioni”.
Pertanto è illegittima, per violazione degli artt. 33, sesto comma, e 117, terzo comma, della Costituzione, nonché del principio di leale collaborazione tra Università e Regione, la normativa censurata, che affida alla sola Giunta regionale il procedimento di valutazione, per la conferma dell’incarico o risoluzione del contratto per i direttori generali, prevedendo soltanto un parere della Conferenza permanente per la programmazione sanitaria e socio-sanitaria regionale, laddove il procedimento stesso doveva essere definito in uno specifico protocollo d’intesa tra gli enti interessati.
 
 
 
Sentenza 25 maggio 2012, n. 131 – (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri c/Regione Calabria)
 
 
Materie: coordinamento della finanza pubblica; esercizio potere sostitutivo ex art. 120 Cost; rispetto del principio di copertura finanziaria di cui all’art. 81 Cost.
 
– dichiara l’illegittimità costituzionale degli artt. 1, 2, 4, comma 1, 5, 10, comma 2, e 13 della legge della Regione Calabria 18 luglio 2011, n. 24 (Istituzione del Centro Regionale Sangue);
– dichiara in via consequenziale – ai sensi dell’art. 27 della legge 11 marzo 1953, n. 87 (Norme sulla costituzione e sul funzionamento della Corte costituzionale) – l’illegittimità costituzionale degli articoli 3, 4, commi 2 e 3, 6, 7, 8, 9, 10, comma 1, 11, 12 e 14 della legge regionale n. 24 del 2011.
 
 
Con la sentenza in rassegna, la Corte ribadisce il carattere vincolante dei piani di rientro dal disavanzo sanitario previsti dall’art. 1, comma 796, lettera b), della legge 27 dicembre 2006, n. 296 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – legge finanziaria 2007), e dall’art. 2, commi 80 e 95, della legge 23 dicembre 2009, n. 191 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – legge finanziaria 2010), quale espressione di un principio fondamentale diretto al contenimento della spesa pubblica sanitaria e, dunque, espressione di un correlato principio di coordinamento della finanza pubblica.
Poste queste premesse la Corte dichiara fondate le censure sollevate nei confronti di alcune disposizioni della Regione Calabria con le quali è stato istituito il Centro Regionale Sangue, non previsto nel piano di rientro dal disavanzo sanitario, oggetto dell’accordo del 17 dicembre 2009 stipulato tra il Presidente della Regione Calabria, il Ministro della salute e il Ministro dell’economia e delle finanze.
Vengono inoltre dichiarate illegittime, per violazione dell’art. 120 della Costituzione, alcune disposizioni della legge impugnata con le quali vengono assegnati alla Giunta regionale alcuni compiti che interferiscono con l’esercizio delle funzioni assegnate, nell’esercizio del potere sostitutivo statale, al commissario ad acta in vista dell’attuazione del piano di rientro dal disavanzo sanitario concordato tra lo Stato e la Regione.
Come già affermato dalla giurisprudenza costituzionale, l’esercizio del potere sostitutivo in questione da parte dello Stato è diretto ad assicurare la tutela dell’unità economica della Repubblica, oltre che i livelli essenziali delle prestazioni concernenti il diritto fondamentale alla salute, con la conseguenza che le funzioni amministrative del commissario, ovviamente fino all’esaurimento dei suoi compiti di attuazione del piano di rientro, devono essere poste al riparo da ogni interferenza degli organi regionali” (sentenza n. 78 del 2011).
Infine la Corte dichiara fondate anche le censure sollevate nei confronti dell’art. 13 della legge impugnata, di contenuto finanziario, per violazione dell’art. 81 della Costituzione.
Nello specifico la norma finanziaria prevede che gli oneri di spesa derivanti dalla istituzione del Centro regionale sangue sono quantificati per l’esercizio finanziario 2011 in euro 500.000,00, e che la loro copertura finanziaria è garantita dalle risorse finanziarie allocate in una determinata U.P.B. dello stato di previsione della spesa del bilancio 2011. Per gli anni successivi viene previsto che alla copertura finanziaria degli oneri previsti dalla legge si provvede con la legge di approvazione del bilancio della Regione e con la collegata legge finanziaria che l’accompagna.
Sul punto la Corte osserva che il legislatore regionale “non può sottrarsi a quella fondamentale esigenza di chiarezza e solidità del bilancio cui l’art. 81 Cost. si ispira”, e che la copertura di nuove spese “deve essere credibile, sufficientemente sicura, non arbitraria o irrazionale, in equilibrato rapporto con la spesa che si intende effettuare in esercizi futuri”.
L’art. 13 della legge della legge impugnatanon presenta questi requisiti, in violazione dell’art. 81 della Costituzione, posto che “da un lato, al comma 1, indica una somma sicuramente insufficiente per coprire tutte le spese per il funzionamento del Centro, incluse quelle per il personale (a cui peraltro la legge non fa alcun riferimento); dall’altro, al comma 2, non quantifica l’ammontare degli oneri finanziari per gli anni successivi al 2011, né specifica i relativi mezzi di copertura”.
In considerazione dell’inscindibile connessione esistente tra le norme impugnate e le altre disposizioni della legge regionale impugnata, il giudice dichiara l’illegittimità costituzionale in via consequenziale, ai sensi dell’art. 27 della legge 11 marzo 1953, n. 87 (Norme sulla costituzione e sul funzionamento della Corte costituzionale), dell’intera legge regionale.
 
 
 
Sentenza 31 maggio 2012, n. 133 – (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri c/Regione Liguria)
 
 
Materia: tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali
 
– dichiara l’illegittimità costituzionale della legge della Regione Liguria 5 luglio 2011, n. 17, recante “Modifica alla legge regionale 21 giugno 1999, n. 18 (Adeguamento delle discipline e conferimento delle funzioni agli enti locali in materia di ambiente, difesa del suolo ed energia) e successive modificazioni ed integrazioni”, che aggiunge all’articolo 85 della legge della Regione Liguria 21 giugno 1999, n. 18, il comma 3-bis.
 
 
La sentenza, nell’accogliere le censure sollevate dal Governo, dichiara l’illegittimità costituzionale di una norma regionale della Liguria con la quale si prevede la possibilità che le autorizzazioni agli scarichi domestici ed assimilati, valide per quattro anni dal momento del rilascio, si intendono tacitamente rinnovate di quattro anni in quattro anni, qualora ne sussistano gli stessi presupposti e requisiti richiesti per il rilascio.
Il giudice ricorda che, per costante giurisprudenza costituzionale, la disciplina degli scarichi idrici si colloca nell’ambito della tutela dell’ambiente e dell’ecosistema, di competenza esclusiva statale. Lo Stato, con il decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152 (Norme in materia ambientale), ha adottato una propria normativa, stabilendo “standard minimi di tutela” volti ad assicurare una tutela adeguata e non riducibile dell’ambiente, non derogabile dalle Regioni.
La norma impugnata dallo Stato, prevedendo un generico e tacito rinnovo, di quattro anni in quattro anni, dell’autorizzazione agli scarichi domestici ed assimilati senza una ulteriore e specifica individuazione, si discosta da quanto stabilito dalla normativa statale, con l’art. 124 del d.lgs. n. 152 del 2006 che, dopo aver affermato che tutti gli scarichi devono essere preventivamente autorizzati, stabilisce che tale autorizzazione è valida per quattro anni dal momento del rilascio e, un anno prima della scadenza, ne deve essere chiesto il rinnovo.
La Corte osserva che la norma censurata “sottrarrebbe, di fatto, all’autorità competente la possibilità di verifica del perdurare delle condizioni richieste per ottenere il rinnovo dell’autorizzazione, venendo, conseguentemente, a vanificare lo scopo che il legislatore statale vuole perseguire con il comma 8 dell’art. 124 del sopra ricordato decreto legislativo, cioè quello di verificare periodicamente la presenza delle condizioni individuate come necessarie per la concessione dell’autorizzazione allo scarico idrico richiesto, al fine di assicurare forme di protezione ambientali adeguate e «standard» uniformi di tutela delle medesime sull’intero territorio nazionale”.
 
 
 
Sentenza 4 giugno 2012, n. 139 – (giudizio promosso dalle Regioni Valle d’Aosta, Liguria, Umbria, Emilia-Romagna e Puglia c/Presidente del Consiglio dei ministri)
 
 
Materia: tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali
 
– dichiara non fondate le questioni di legittimità costituzionale dell’articolo 6, commi 2, 3, 5, 6, 7, 8, 9, 12, 11, 13, 14, 19 e 20, primo periodo, del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78 (Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica), convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122.
 
La sentenza in rassegna esamina le censure di legittimità costituzionale sollevate da alcune Regioni nei confronti delle disposizioni contenute nel decreto-legge n. 78/2010, con le quali lo Stato ha dettato misure finalizzate al contenimento dei costi degli apparati amministrativi.
In particolare le disposizioni censurate prevedono: che la partecipazione a organi collegiali degli enti che ricevono finanziamenti pubblici è onorifica e che l’importo dei gettoni di presenza non può essere superiore ai 30 euro; la riduzione del 10 per cento, rispetto al 2010, delle indennità, compensi, gettoni, retribuzioni e altre utilità corrisposte ai componenti di organi; la limitazione a cinque del numero dei componenti degli organi di amministrazione, e a tre per i componenti degli organi di controllo, degli enti e organismi pubblici; la riduzione del 10 per cento il compenso dei componenti degli organi di amministrazione e di controllo di società a totale partecipazione pubblica o inserite nel conto economico consolidato della pubblica amministrazione; il contenimento – anche per le società inserite nel conto economico consolidato della pubblica amministrazione – delle spese per studi, per incarichi di consulenza, per le relazioni pubbliche, convegni, mostre, e per pubblicità, entro il 20 per cento del tetto raggiunto nel 2009; l’eliminazione delle spese per sponsorizzazioni; la non corresponsione di indennità chilometriche per missioni di servizio effettuate dal personale contrattualizzato con mezzo proprio; la riduzione del 50 cento rispetto al 2009 delle spese per missioni e per la formazione; la riduzione dell’80 per cento rispetto al 2009 delle spese per la gestione delle autovetture, compresi i buoni taxi; il divieto di aumenti di capitale, trasferimenti straordinari o aperture di credito, e di rilasciare garanzie a favore di società partecipate in perdita.
Secondo le Regioni ricorrenti le disposizioni impugnate invaderebbero la potestà legislativa regionale in materia di coordinamento della finanza pubblica poiché il carattere dettagliato delle stesse non consentirebbe di estrapolare alcun principio o limite complessivo di spesa impedendo, di fatto, ogni intervento di adeguamento da parte delle Regioni.
Secondo le ricorrenti, inoltre, le norme impugnate sarebbero comunque in contrasto con il comma quarto dell’art. 117 della Costituzione atteso che inciderebbero nella materia dell’organizzazione del personale, in violazione con la competenza residuale regionale in materia di ordinamento degli uffici e degli enti regionali e di statuto giuridico ed economico del personale.
Di diverso avviso la Corte la quale rileva che seppure le norme censurate prevedono puntuali misure di riduzione parziale o totale di singole voci di spesa, ciò non esclude che da esse possa desumersi un limite complessivo, nell’ambito del quale le Regioni restano libere di allocare le risorse tra i diversi ambiti e obiettivi di spesa.
Peraltro viene osservato che lo stesso comma 20 dell’articolo 6 impugnato, precisa che le disposizioni di tale articolo non si applicano in via diretta alle regioni, alle province autonome e agli enti del Servizio sanitario nazionale, per i quali costituiscono disposizioni di principio ai fini del coordinamento della finanza pubblica.
Il giudice, richiamando la propria giurisprudenza, osserva che l’articolo 6 consente un processo di induzione che, partendo da un apprezzamento non atomistico, ma globale, dei precetti in gioco, conduce all’isolamento di un principio comune» (sentenza n. 182 del 2011). In base a tale principio, le Regioni devono ridurre le spese di funzionamento amministrativo di un ammontare complessivo non inferiore a quello disposto dall’art. 6 per lo Stato. Ne deriva che il medesimo articolo non intende imporre alle Regioni l’osservanza puntuale ed incondizionata dei singoli precetti di cui si compone e può considerarsi espressione di un principio fondamentale della finanza pubblica (sentenza n. 182 del 2011).
In merito alle censure sollevate con riferimento alla competenza regionale in materia di ordinamento degli uffici, la Corte rileva che, secondo la propria costante giurisprudenza, quando una disposizione costituisce principio fondamentale di coordinamento della finanza pubblica ai sensi dell’art. 117, terzo comma, della Costituzione, l’eventuale impatto di essa sull’autonomia finanziaria ed organizzativa delle Regioni si traduce in una “circostanza di fatto come tale non incidente sul piano della legittimità costituzionale” (sentenza n. 40 del 2010, nonché sentenze n. 169 del 2007 e n. 36 del 2004).
“Ne consegue che la lamentata interferenza con l’autonomia organizzativa delle Regioni o con altre competenze loro assegnate in via esclusiva o concorrente non è censurabile, poiché le norme impugnate devono essere complessivamente intese come disposizioni di principio, riconducibili alla potestà legislativa concorrente”.
Con riferimento alle censure dirette nei confronti del divieto di corrispondere indennità chilometriche per missioni di servizio effettuate dal personale contrattualizzato con mezzo proprio, le ricorrenti sollevano anche ulteriori profili di illegittimità evidenziando come tale divieto inciderebbe sull’organizzazione delle Regioni, ostacolando lo svolgimento delle attività pubbliche legittimamente previste dalla legislazione regionale.
Anche con riferimento a queste censure la Corte dichiara l’infondatezza, posto che la disposizione censurata vincola le Regioni, quale principio di coordinamento della finanza pubblica, solo in quanto concorre a determinare il tetto massimo dei risparmi di spesa che esse devono conseguire. “Qualora esigenze di funzionamento rendessero gli effetti del divieto contrario al principio di buon andamento, le Regioni sarebbero libere di rimodulare in modo discrezionale, nel rispetto del limite complessivo, le percentuali di riduzione di questa come delle altre voci di spesa contemplate nell’art. 6.”.
 
 
 
Sentenza 6 giugno 2012, n. 141 – (giudizio promosso in via incidentale dal Tribunale ordinario di Trieste c/Regione Friuli-Venezia Giulia)
 
 
Materie: ordinamento civile; organizzazione amministrativa della Regione
 
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 26, comma 8, della legge della Regione Friuli-Venezia Giulia 29 aprile 2009, n. 9 (Disposizioni in materia di politiche di sicurezza e ordinamento della polizia locale), nel testo modificato dall’art. 10, comma 87, della legge della Regione Friuli-Venezia Giulia 11 agosto 2011, n. 11, e non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 10, comma 7, della legge della Regione Friuli-Venezia Giulia n. 9 del 2009 sollevata, in riferimento all’art. 117, secondo comma, lettera l), della Costituzione.
 
 
A seguito degli interventi normativi in materia di pubblico impiego apportati dal decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112 (Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria), convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, attualmente la trasformazione del rapporto di lavoro da tempo pieno a tempo parziale non costituisce più una scelta esclusiva del dipendente poiché, ora, l’Amministrazione può negare la trasformazione, fra l’altro, nel caso in cui comporti, in relazione alle mansioni e alla posizione organizzativa ricoperta dal dipendente, pregiudizio alla finalità dell’amministrazione stessa.
Pertanto, la possibilità di svolgere il rapporto di lavoro a tempo parziale è strettamente connessa agli assetti organizzativi della pubblica amministrazione di appartenenza.
Non viola quindi la competenza statale in materia di ordinamento civile una disposizione regionale, come quella contenuta nella legge della Regione Friuli-Venezia Giulia, censurata in via incidentale dal tribunale ordinario di Trieste, con la quale si stabilisce che, per il futuro, il personale addetto a funzioni di polizia locale non potrà prestare la propria opera con contratti part-time.
La Corte rileva che il divieto o la possibilità di prestazione di lavoro con contratto a tempo parziale rientra nell’ambito delle scelte di tipo organizzativo dell’Amministrazione. Nel caso in esame, la norma censurata non disciplina il part-time con modalità diverse da quelle stabilite dalla legge statale, ma regola la sua applicabilità, con riferimento ad una categoria di dipendenti con caratteri e funzioni particolari, attinenti alla sicurezza, al fine di garantire l’efficace svolgimento delle funzioni di polizia locale e migliorare le condizioni di sicurezza urbana, senza incidere sulla struttura della disciplina del rapporto di lavoro ma regolando l’uso dell’istituto da parte delle amministrazioni locali, su cui la legge regionale ha competenza essendo riconducibile alla competenza residuale della Regione in materia di organizzazione amministrativa delle Regioni di cui all’art. 117, quarto comma, della Costituzione.
Viceversa, viene dichiarata illegittima un’ulteriore disposizione regionale con la quale si prevedeva l’obbligatoria conversione, entro la data del 31 dicembre 2012, dei contratti di lavoro a tempo parziale in essere, in contratti a tempo pieno, in tal modo incidendo direttamente sulla disciplina contrattuale e, quindi, in violazione della competenza esclusiva statale in materia di ordinamento civile, di cui all’art. 117, secondo comma, lettera l), della Costituzione.
 
Sentenza 6 giugno 2012, n. 144 – (giudizio promosso da Regione Liguria c/Presidente del Consiglio dei ministri)
 
Materia: coordinamento finanza pubblica
 
 
– dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale sollevata dalla Regione Liguria nei confronti dell’art. 2, commi 1, 3 e 4, del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98 (Disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria), convertito, con modificazioni, in legge 15 luglio 2011, n. 111, in riferimento agli artt. 3, 97, 117, terzo, quarto e sesto comma, e 118 della Costituzione, nonché al principio di leale collaborazione.
 
 
La sentenza in rassegna dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale sollevata dalla ricorrente nei confronti delle disposizioni statali con le quali, nell’ambito delle manovre dirette al contenimento della spesa pubblica, si è previsto che la cilindrata delle auto di servizio non può superare i 1600 cc.; che le auto in servizio possono essereutilizzate solo fino alla loro dismissione o rottamazione e non possono essere sostituite, e che, con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro per la pubblica amministrazione e l’innovazione, sono disposti modalità e limiti di utilizzo delle autovetture di servizio al fine di ridurne numero e costo.
La Corte, dopo aver ricordato che il legislatore statale può legittimamente imporre agli enti autonomi vincoli alle politiche di bilancio, ma solo con disciplina di carattere generale e di principio, e modalità di coordinamento finanziario, analizzando le disposizioni censurate, rileva che dalla collocazione delle stesse e dal significato lessicale dei termini utilizzati si ricava in modo univoco che i relativi precetti sono rivolti esclusivamente allo Stato e agli enti nazionali.
“Non presentando alcun riferimento alle autonomie territoriali, le norme impugnate intervengono su una singola voce di spesa con un precetto rigido e puntuale, inibitore di qualsiasi margine di discrezionalità per i destinatari… L’ambito applicativo dell’art. 2, commi 1 e 3, del decreto-legge n. 98 del 2011 non può dunque essere esteso all’assetto dei rapporti tra Stato e Regioni, come delineato nell’art. 117 Cost., poiché dette norme non rivestono natura di principi fondamentali di coordinamento della finanza pubblica”.
 
 
 
Sentenza 7 giugno 2012, n. 147 – (giudizio promosso dalle Regioni Toscana, Umbria, Emilia-Romagna, Liguria, Sicilia, Puglia e Basilicata c/Presidente del Consiglio dei ministri)
 
 
Materia: istruzione
 
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 19, comma 4, del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98 (Disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria), convertito, con modificazioni, dalla legge 15 luglio 2011, n. 111.
 
Il dimensionamento della rete delle istituzioni scolastiche è riconducibile alla competenza concorrente in materia di istruzione nel cui ambito allo Stato spetta soltanto determinare i principi fondamentali.
E’pertanto illegittimo l’art. 19, comma 4, del decreto legge n. 98 del 2011 con il quale lo Stato ha previsto che “Per garantire un processo di continuità didattica nell’ambito dello stesso ciclo di istruzione, a decorrere dall’anno scolastico 2011-2012 la scuola dell’infanzia, la scuola primaria e la scuola secondaria di primo grado sono aggregate in istituti comprensivi, con la conseguente soppressione delle istituzioni scolastiche autonome costituite separatamente da direzioni didattiche e scuole secondarie di I grado; gli istituti compresivi per acquisire l’autonomia devono essere costituiti con almeno 1.000 alunni, ridotti a 500 per le istituzioni site nelle piccole isole, nei comuni montani, nelle aree geografiche caratterizzate da specificità linguistiche”.
Invero, rileva la Corte, la norma censurata dalle ricorrenti non si configura quale norma di principio nella materia “istruzione” in quanto, pur richiamandosi ad una finalità di continuità didattica nell’ambito dello stesso ciclo di istruzione, si limita a realizzare un ridimensionamento della rete scolastica, al fine di conseguire una riduzione di spesa mediante un intervento di dettaglio in una sfera di competenza affidata alla legislazione regionale.
 
 
 
Sentenza 7 giugno 2012, n. 148 – (giudizio promosso dalle Regioni Valle d’Aosta, Emilia-Romagna, Liguria e Puglia c/Presidente del Consiglio dei ministri)
 
 
Materie: coordinamento della finanza pubblica; ordinamento civile
 
– dichiara non fondate le questioni di legittimità costituzionale sollevate nei confronti dell’art. 14, commi 1, 2, 7, 9, 19, 20, 21, 27 e 32 del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78 (Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 30 luglio 2010, n. 122.
 
 
La Corte, riservata a separate pronunce la decisione sull’impugnazione delle altre disposizioni contenute nel decreto legge 78 del 2010, esamina le questioni sollevate nei confronti di alcuni commi dell’art. 14 e, ribadita l’inderogabilità dell’ordine costituzionale delle competenze legislative, anche nel caso in cui ricorrano le situazioni eccezionali, osserva che “anche nel caso di situazioni eccezionali, lo Stato è tenuto a rispettare tale riparto di competenze ed a trovare rimedi che siano con esso compatibili (ad esempio, mediante l’esercizio, in via di sussidiarietà, di funzioni legislative di spettanza regionale, nei limiti ed alle condizioni più volte indicate da questa Corte). La Costituzione esclude che uno stato di necessità possa legittimare lo Stato ad esercitare funzioni legislative in modo da sospendere le garanzie costituzionali di autonomia degli enti territoriali, previste, in particolare, dall’art. 117 Cost.”.
Ciò premesso, nel merito tutte le questioni sollevate nei confronti della norma citata vengono dichiarate infondate.
In particolare infondata è la questione sollevata nei confronti dei commi 1 e 2 dell’art. 14 con i quali lo Stato ha previsto un consistente taglio delle risorse spettanti alle Regioni, in misura pari a 4.000 milioni di euro per l’anno 2011 e a 4.500 milioni di euro a decorrere dal 2012.
Sul punto la Corte rileva che le norme impugnate costituiscono esercizio della competenza statale a determinare i principi fondamentali in materia di coordinamento della finanza pubblica, ai sensi dell’art. 117, terzo comma, della Costituzione, atteso che si limitano a porre obiettivi di riequilibrio della finanza pubblica senza prevedere in modo esaustivo strumenti o modalità per il perseguimento degli obiettivi.
Infondate sono anche le questioni sollevate nei confronti del comma 7, con il quale e stato novellato il comma 557 e sono stati aggiunti i commi 557-bis e 557-ter, all’art. 1 della legge 27 dicembre 2006, n. 296 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge finanziaria 2007), stabilendo una serie di principi che gli enti sottoposti al patto di stabilità interno devono seguire per assicurare la riduzione delle spese per il personale.
Parimenti infondate le questioni sollevate nei confronti del comma 9 dell’art. 14 che, novellando l’art. 76, comma 7 del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112 (Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 6 agosto 2008, n. 133, ha stabilito il divieto di procedere ad assunzioni di personale per gli enti nei quali l’incidenza delle spese per il personale è pari o superiore al 40 per cento delle spese correnti prevedendo, per i restanti enti, la possibilità di procedere ad assunzioni nel limite del 20 percento della spesa corrispondente alle cessazioni dell’anno precedente.
Anche con riferimento a queste norme il giudice delle leggi rileva che le stesse costituiscono principi fondamentali in materia di coordinamento della spesa pubblica, in quanto dirette al contenimento della spesa per il personale la quale, per la sua importanza strategica ai fini dell’attuazione del patto di stabilità interno, “costituisce non già una minuta voce di dettaglio, ma un importante aggregato della spesa corrente”, senza prevedere strumenti e modalità per il perseguimento del risultato.
Rientrano inoltre nell’ambito dei principi fondamentali in materia di coordinamento della spesa pubblica, come già chiarito dalla sentenza n. 155 del 2011 della stessa Corte Costituzionale, anche le norme contenute nei commi 19, 20 e 21 dell’art. 14, che prevedono sanzioni per quelle Regioni che abbiano certificato il mancato rispetto del patto di stabilità interno relativamente all’esercizio finanziario 2009.
Infine, la Corte esamina le censure sollevate nei confronti del comma 32 dell’art. 14 che prevede il divieto, per i Comuni con popolazione inferiore a 30.000 abitanti, di costituire società, obbligando gli stessi enti a mettere in liquidazione le società già costituite o a cederne le partecipazioni, salvo alcune eccezioni espressamene previste nel caso in cui le società siano virtuose.
Sul punto il giudice rileva che, per la parte in cui la norma prevede l’obbligo per gli enti non virtuosi di mettere in liquidazione le società, la stessa si configura quale norma sanzionatoria, per la parte in cui, invece, la norma prevede il divieto di costituire nuove società, il divieto, finalizzato all’esigenza di evitare eccessivi indebitamenti da parte degli enti di piccole dimensioni, opera nell’ambito della competenza statale in materia di ordinamento civile, incidendo direttamente sul diritto societario, escludendo per determinati soggetti pubblici, ovvero i Comuni con popolazione inferiore ai 30.000 abitanti, la possibilità di costituire o partecipare a società.  
 
 
 
Sentenza 7 giugno 2012, n. 149 – (giudizio promosso dalle Regioni Emilia-Romagna e Liguria c/Presidente del Consiglio dei ministri)
 
 
Materie: coordinamento della finanza pubblica
 
– dichiara non fondate le questioni di legittimità costituzionale sollevate nei confronti dell’art. 16, comma 1, lettere b) c) d) ed f), del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98 (Disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria), convertito, con modificazioni, dalla legge 15 luglio 2011, n. 111.
 
 
 
Con le norme impugnate lo Stato ha previsto che, al fine di assicurare il consolidamento delle misure di razionalizzazione e contenimento della spesa in materia di pubblico impiego adottate nell’ambito della manovra di finanza pubblica, il Governo è autorizzato ad emanare regolamenti di delegificazione che incidono su una varietà di aspetti dell’organizzazione delle pubbliche amministrazioni attinenti, principalmente, al pubblico impiego.
Avverso dette disposizioni le ricorrenti hanno sollevato questione di legittimità costituzionale rilevando che la previsione di regolamenti statali, in ambiti riconducibili al coordinamento della finanza pubblica, violerebbe le competenze costituzionalmente riconosciute alle Regioni posto che, nelle materie di competenza concorrente, allo Stato è consentito intervenire, con legge, solo per la determinazione dei principi fondamentali. Inoltre la norma impugnata, rimettendo alla fonte regolamentare statale la specificazione delle modalità per il conseguimento del contenimento della spesa pubblica, priverebbe le Regioni di qualunque spazio di individuazione delle misure ritenute necessarie allo scopo.
La Corte, nel dichiarare infondate le questioni sollevate, rileva che “diversamente dall’interpretazione fatta propria dalle ricorrenti, le delegificazioni autorizzate dalla disposizione impugnata non possono essere ascritte interamente alla materia del coordinamento della finanza pubblica. Benché la finalità della disposizione in esame sia esplicitamente quella di perseguire il contenimento e la razionalizzazione della spesa pubblica, l’oggetto dell’intervento normativo e dei regolamenti ivi previsti interessa una molteplicità di settori. È dunque in riferimento a questi ultimi, e alla competenza legislativa che lo Stato detiene rispetto ad essi, che deve essere valutata la legittimità della previsione dei procedimenti di delegificazione”.
Poiché la norma non determina in via preventiva e astratta quali misure saranno contenute nei regolamenti di delegificazione, e quali di queste disposizioni saranno vincolanti anche per le Regioni, non è possibile ravvisare alcuna lesione delle prerogative regionali, con conseguente dichiarazione di infondatezza delle questioni sollevate.
La Corte chiarisce, tuttavia, che i regolamenti adottati dal Governo in attuazione della disposizione impugnata si applicheranno alle Regioni solo in quanto attengano a materie di competenza esclusiva dello Stato, tra cui rientrano in particolare gli aspetti privatizzati della disciplina del pubblico impiego.
“Al di fuori dei confini delle competenze esclusive, le Regioni e le Province autonome non dovranno considerarsi tra i destinatari dei regolamenti di delegificazione, i quali esplicheranno i loro effetti solo nei confronti delle amministrazioni statali.”.
 
 
 
Sentenza 14 giugno 2012, n. 151 – (giudizio promosso dalle Regioni Valle d’Aosta, Emilia-Romagna, Liguria e Puglia c/Presidente del Consiglio dei ministri)
 
 
Materie: coordinamento della finanza pubblica; sistema di elezione organi regionali art. 122 Cost.
 
– dichiara non fondate le questioni di legittimità costituzionale sollevate nei confronti dell’art. 5, commi 1, 4, 5, e 7 del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78 (Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 30 luglio 2010, n. 122.
 
 
 
Il comma 1, dell’art. 5, del d.l. 78/2010, che prevede, per gli anni 2011, 2012 e 2013, che gli importi corrispondenti alle riduzioni di spesa che verranno deliberate dalle Regioni, con riferimento ai trattamenti economici degli organi indicati nell'art. 121 della Costituzione, sono versati al bilancio dello Stato per essere riassegnati al Fondo per l'ammortamento dei titoli di Stato di cui al D.P.R. 30 dicembre 2003, n. 398, è stato impugnato dalle ricorrenti sul presupposto che la norma imporrebbe alle Regioni di deliberare riduzioni relative ad una specifica voce di spesa, dettando una disciplina di dettaglio nella materia concorrente del coordinamento della finanza pubblica.
Inoltre, ad avviso delle ricorrenti, la norma impedirebbe alle Regioni di utilizzare liberamente le risorse corrispondenti alle riduzioni di costo, in violazione della propria autonomia organizzativa e delle proprie competenze.
La Corte, nel dichiarare infondate le questioni sollevate, rileva che la norma deve essere interpretata non nel senso che le Regioni hanno l’obbligo di adottare deliberazioni di riduzione di spesa, ma nel senso che, nel caso in cui dette Regioni, nell’esercizio della loro autonomia, abbiano deliberato per il triennio dal 2011 al 2013 tali riduzioni, i risparmi così ottenuti sono riassegnati al Fondo per l’ammortamento dei titoli di Stato. Il giudice delle leggi precisa che, sulla base di questa interpretazione, la norma impugnata è priva di attitudine lesiva delle competenze statutarie e legislative delle Regioni, posto che rientra in una scelta autonoma delle Regioni, con riferimento agli organi di cui all’art. 121 della Costituzione, scegliere se e quanto ridurre la spesa.
“È perciò meramente ipotetica e potenziale la limitazione dell’autonomia di spesa derivante dalla devoluzione allo Stato degli importi corrispondenti alle riduzioni spontaneamente deliberate. Tanto piú che la destinazione del risparmio all’ammortamento dei titoli di Stato è limitata nel tempo (triennio dal 2011 al 2013) e, in ogni caso, risponde ad eccezionali e contingenti esigenze di solidarietà politica, economica e sociale, che richiedono il concorso finanziario di tutte le articolazioni istituzionali e territoriali della Repubblica, al fine di far fronte alla grave crisi economico-finanziaria che l’Italia sta attraversando”.
Ulteriore censura riguarda il comma 4 dell’art. 5 del d.l. n. 78 del 2010 che prevede la riduzione del 10 per cento dell’importo previsto a titolo di rimborso delle spese elettorali per il rinnovo dei Consigli regionali.
Detta disposizione sarebbe in contrasto con l’art. 117, quarto comma, della Costituzione per invasione della competenza regionale in materia elettorale e, comunque, ove si ritenesse di ricondurre la disciplina alla competenza concorrente di cui all’art. 122 della Costituzione sul sistema di elezione dei consiglieri regionali, la norma non esprimerebbe alcun principio generale della materia.
Di diverso avviso la Corte la quale, dopo avere ricondotto la materia alla fattispecie prevista dal primo comma dell’art. 122 della Costituzione, rileva che il termine “sistema di elezione” utilizzato dalla citata disposizione costituzionale “deve ritenersi comprensiva, nella sua ampiezza, di tutti gli aspetti del fenomeno elettorale. Essa si riferisce, quindi, non solo alla disciplina dei meccanismi che consentono di tradurre in seggi, all’interno di organi elettivi, le preferenze espresse con il voto dal corpo elettorale (sistema elettorale in senso stretto, riguardante il tipo di voto e di formula elettorale e il tipo e la dimensione dei collegi), ma anche alla disciplina del procedimento elettorale (sentenza n. 196 del 2003), nonché a quella che attiene, più in generale, allo svolgimento delle elezioni (sistema elettorale in senso ampio)”.
Ne consegue che, sulla base di detta interpretazione, rientra nella materia “sistema di elezione” anche la normativa concernente le campagne elettorali per il rinnovo dei Consigli regionale ed il rimborso delle spese sostenute per tali campagne.
Ciò premesso la Corte rileva che la disposizione censurata non lede in alcun modo le prerogative regionali atteso che il rimborso forfettario, posto peraltro a carico del bilancio della Camera dei deputati, è disciplinato al livello statale per garantire regole uniformi in tutto il territorio nazionale al fine di assicurare uguale libertà di voto a tutti gli elettori e parità di trattamento di tutti i movimenti e partiti politici che partecipano alle elezioni.
Sulla base di queste considerazioni il giudice delle leggi, nel dichiarare non fondata la questione sollevata, conclude nel senso che la disciplina del rimborso forfettario non integra una normativa di dettaglio ma esprime un principio fondamentale in materia di “sistema di elezione” avendo come obiettivo quello di garantire l’uguale esercizio dei diritti politici e di evitare irragionevoli discriminazioni nel godimento degli stessi.
Infine, la sentenza in esame dichiara infondate anche le censure sollevate nei confronti del comma 5 e del comma 7 dell’art. 5 del d.l. n. 78 del 2010. In particolare il comma 5 prevede che lo svolgimento di qualsiasi incarico conferito dalle pubbliche amministrazioni a titolari di cariche elettive può dar luogo esclusivamente al rimborso delle spese sostenute, mentre eventuali gettoni di presenza non possono superare l’importo di 30 euro a seduta. Il comma 7 stabilisce che agli amministratori di forme associative di enti locali, come le comunità montane e le unioni di comuni, aventi per oggetto la gestione di servizi e funzioni pubbliche, non possono essere attribuite retribuzioni, gettoni e indennità o emolumenti di qualsiasi natura.
La Corte rileva che entrambe le norme impugnate non introducono un vincolo puntuale ad una specifica voce di spesa e non si configurano, quindi, quali norme di dettaglio in materia concorrente. Esse esprimono bensì un principio fondamentale in materia di coordinamento della finanza pubblica, introducendo, con riferimento al comma 5, il principio di gratuità di tutti gli incarichi conferiti dalle pubbliche amministrazioni ai titolari di cariche elettive, salvo i rimborsi spese e eventuali gettoni di presenza nel limite di 30 euro, mentre, con riferimento agli amministratori delle forme associate di enti locali, la norma detta un principio fondamentale che “caratterizza ed orienta la disciplina del rapporto tra le indicate forme associative (comprese le comunità montane) ed i loro amministratori, con l’indicato obiettivo di ridurre gli oneri della finanza pubblica”.
Sentenza 18 giugno 2012, n. 158 – (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri c/Regione Piemonte)
 
 
Materia: tutela dell’ambiente
 
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 26, comma 2, della legge della Regione Piemonte 11 luglio 2011, n. 10 (Disposizioni collegate alla legge finanziaria per l’anno 2011).
 
Rientra nell’ambito della competenza esclusiva statale in materia di ambiente, ai sensi dell’art. 117, comma secondo, lettera s) della Costituzione, la potestà di concedere deroghe ai Comuni, nel caso in cui non sia realizzabile il raggiungimento degli obiettivi di raccolta differenziata.
E’ quanto afferma la Corte costituzionale con la sentenza in esame che dichiara l’illegittimità costituzionale di una disposizione regionale con la quale si attribuisce alla Giunta regionale la possibilità di consentire, ai Comuni montani ed ai Comuni ad alta marginalità con popolazione inferiore ai 1.500 abitanti, una deroga al raggiungimento degli obbiettivi di raccolta differenziata, stabilendo i relativi criteri e modalità.
In particolare il giudice, accogliendo le censure sollevate dal ricorrente, osserva che la possibilità di realizzare “compensazioni” tra le percentuali di raccolta differenziata conseguite dai diversi Comuni all’interno del medesimo territorio costituisce, ai sensi dell’art. 205, comma 1-bis, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152 (Norme in materia ambientale), una delle modalità attraverso cui il Comune richiedente intende conseguire gli obiettivi indicati dall’art. 181, comma 1, del medesimo decreto.
Pertanto la compensazione si configura come uno dei possibili contenuti dell’accordo di programma che deve essere stipulato tra Ministero dell’ambiente, Regione ed enti locali interessati, prima dell’autorizzazione alla deroga, da concedersi, sulla base della citata normativa statale, da parte del Ministro dell’ambiente.
Non è pertanto consentito alle Regioni disciplinare unilateralmente la concessione delle citate deroghe, essendo la materia di esclusiva competenza statale.
 
 
 
Sentenza 27 giugno 2012, n. 159 – (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri c/Regione Toscana)
 
 
Materie: organizzazione amministrativa dello Stato; tutela dell’ambiente
 
 
– dichiara l’illegittimità costituzionale degli artt. 2 e 11 della legge della Regione Toscana 5 agosto 2011, n. 41, recante “Modifiche alla legge regionale 18 maggio 1998, n. 25 (Norme per la gestione dei rifiuti e la bonifica dei siti inquinati)”.
 
Con la sentenza in esame viene dichiarata l’illegittimità costituzionale di una disposizione regionale con la quale, con riferimento alla disciplina per la gestione dei rifiuti e la bonifica dei siti inquinati, si prevede che la Comunità d’ambito, il cui ambito territoriale ricomprende il territorio dell’Autorità marittima, provvede, in avvalimento e per conto della stessa Autorità marittima, all’espletamento delle procedure per l’affidamento del servizio di gestione dei rifiuti prodotti dalle navi e dei residui di carico, previa stipula di apposita convenzione con l’Autorità marittima medesima per il rimborso delle spese sostenute.
La Corte, accogliendo le censure sollevate dal ricorrente, rileva che con la norma impugnata la Regione, anziché limitarsi a disciplinare materie rientranti nelle sue competenze legislative, ha attribuito nuovi compiti all’Autorità marittima, in tal modo modificando l’assetto competenziale delineato dal legislatore statale con il decreto legislativo 24 giugno 2003, n. 182 (Attuazione della direttiva 2000/59/CE relativa agli impianti portuali di raccolta per i rifiuti prodotti dalle navi ed i residui del carico), che attribuisce il compito di curare le procedure di affidamento del servizio di gestione dei rifiuti prodotti dalle navi e dei rifiuti del carico alla Regione.
La norma, pertanto, si pone in contrasto con l’art. 117, secondo comma, lettera g) della Costituzione, poiché pretende di disciplinare l’organizzazione amministrativa dello Stato, ambito nel quale è da ricondurre l’attribuzione e la ripartizione dei compiti istituzionale fra i vari organismi statali.
La medesima sentenza dichiarata inoltre l’illegittima costituzionale di un’ulteriore disposizione con la quale si prevede che, ai fini di cui all’art. 185, comma 3, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152 (Norme in materia ambientale), ricada nella nozione di “acque superficiali”, oltre l’intera area occupata dal corpo idrico, secondo la definizione che di esso è data dall’art. 54, comma 1, lettere l) ed n), del citato d.lgs. n. 152 del 2006, anche la fascia territoriale di pertinenza, limitrofa ad esso, sino ad un massimo di dieci metri dal ciglio di sponda o dal piede esterno dell’argine, ove esistente.
La Corte osserva che la disposizione impugnata amplia il campo di applicazione dell’art. 185, comma 3, del d.lgs. 152 del 2006 che prevede, in assenza di pericolosità dei sedimenti, l’inapplicabilità della specifica disciplina in materia di gestione dei rifiuti e di bonifica dei siti inquinati, ai sedimenti spostati all’interno di acque superficiali al fine di procedere alle opere di regimazione delle acque medesime.
Viene inoltre rilevato che lo stesso d.lgs. n. 152 del 2006, all’art. 54, comma 1, lettera c), fornisce una definizione puntuale della nozione di acque superficiali, intendendo per tali: “le acque interne, ad eccezione delle sole acque sotterranee, le acque di transizione e le acque costiere, tranne per quanto riguarda lo stato chimico, in relazione al quale sono incluse anche le acque territoriali”.
Ne consegue che la norma regionale impugnata, nell’estendere la nozione di acque superficiali, non solo al concetto di “corpo idrico superficiale” ma a tutta la fascia limitrofa al corpo idrico, entro il limite di dieci metri dal ciglio di sponda o dal piede dell’argine, ha esteso il regime di inapplicabilità della specifica disciplina in materia di gestione dei rifiuti e di bonifica dei siti inquinati, prevista dal comma 4 del d.lgs. n. 152 del 2006 per le sole acque superficiali, così come definite dall’art. 54, comma 1, lettera c), dello stesso decreto legislativo, incidendo – riducendone il livello di tutela – sulla disciplina relativa alla gestione dei rifiuti, riconducibile alla materia “tutela dell’ambiente e dell’ecosistema” riservata, ai sensi dell’art. 117, secondo comma, lettera s), della Costituzione alla legislazione esclusiva dello Stato.
 
 
 
Sentenza 27 giugno 2012, n. 160 – (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri c/Regione Lombardia)
 
 
Materie: tutela dell’ambiente e dell’ecosistema con riferimento alla materia della caccia
 
 
– dichiara l’illegittimità costituzionale della legge della Regione Lombardia 26 settembre 2011, n. 16 (Approvazione del piano di cattura dei richiami vivi per la stagione venatoria 2011/2012 ai sensi della legge regionale 5 febbraio 2007, n. 3 “Legge quadro sulla cattura dei richiami vivi”).
 
 
Con la sentenza in esame la Corte, richiamando le proprie sentenze n. 190 del 2011 e 266 del 2010, ribadisce che non è consentito alle Regioni prevedere deroghe al generale divieto di prelievo venatorio, in modo tale da ridurre il livello di tutela apprestato all’ambiente ed all’ecosistema dalle norme interposte contenute nella legislazione nazionale.
E’ pertanto illegittimo disciplinare con legge, come ha fatto la Regione Lombardia, i piani di cattura dei richiami vivi, poiché in tal modo viene meno il potere di annullamento previsto dal comma 4 dell’art. 19 bis della legge 11 febbraio 1992, n. 157 (Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio),  per i provvedimenti derogatori al divieto di prelievo venatorio ritenuti viziati.
L’inibizione di tale potere determina la violazione di un livello minimo di tutela della fauna apprestato dal legislatore statale nell’esercizio della propria competenza ai sensi dell’art. 117, secondo comma, lettera s), della Costituzione e, di conseguenza, si traduce nella violazione del predetto parametro di costituzionalità.
 
 
 
Sentenza 27 giugno 2012, n. 161 – (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri c/Regione Abruzzo
 
 
Materie: coordinamento finanza pubblica
 
– dichiara l’illegittimità costituzionale degli artt. 5, comma 2, 6, commi 3, 4, 6 e 7, 15, comma 4, e 11, commi 8 e 9, della legge della Regione Abruzzo 24 giugno 2011, n. 17, che reca “Riordino delle Istituzioni Pubbliche di Assistenza e Beneficenza (IPAB) e disciplina delle Aziende Pubbliche di Servizi alla Persona (ASP)”;
 
 
 
Le Istituzioni Pubbliche di Assistenza e Beneficenza (IPAB), per il loro particolare regime giuridico caratterizzato dall’intrecciarsi di un’intensa disciplina pubblicistica con una notevole permanenza di elementi privatistici, non sono catalogabili in precise categorie di enti pubblici.
La sentenza in esame sottolinea come tale peculiarità non impedisca, tuttavia, “la riconducibilità delle stesse alle regole degli enti locali, quanto alla specifica disciplina della spesa ed, in particolare, di quella – di carattere rigido – concernente il personale”.
Su queste premesse la Corte dichiara l’illegittimità di alcune disposizioni regionali con le quali, nelle more delle operazioni di riordino e fino alla trasformazione delle IPAB in Aziende Pubbliche di Servizi alla Persona (ASP), trasformazione da attuarsi per effetto del decreto legislativo 4 maggio 2001, n. 207 (Riordino del sistema delle istituzioni pubbliche di assistenza e beneficenza, a norma dell’articolo 10 della legge 8 novembre 2000, n. 328), è stata prevista la possibilità, per le IPAB della Regione Abruzzo, di modificare la propria dotazione organica, limitatamente all’individuazione di eventuali profili professionali previsti da specifiche normative, qualora sussistano effettive esigenze connesse con il regolare svolgimento delle attività statutarie.
Sul punto il giudice rileva che la disposizione regionale viola il principio di coordinamento della finanza pubblica espresso dall’art. 76 del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112 “Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria”, che impone agli enti locali e alle camere di commercio specifici limiti e divieti di procedere ad assunzioni di personale a qualsiasi titolo e con qualsiasi tipologia contrattuale.
Analogamente la Corte dichiara l’illegittimità di un’ulteriore disposizione regionale con la quale si prevede che le costituende ASP possono procedere a selezione di personale, in presenza di carenze correlate ad effettive esigenze di assicurare il regolare svolgimento delle attività statutarie.
La Corte osserva che anche con riferimento alle ASP non si rinviene un’univoca classificazione. Il nuovo ente mantiene la caratteristica di ente pubblico delle IPAB ma si differenzia per il carattere imprenditoriale dell’attività esercitata, improntata a criteri di economicità anche se non rivolta a fini di lucro. “Nondimeno, le stesse ragioni sistematiche che inducono a ricomprendere la gestione delle IPAB nel complesso della finanza pubblica allargata ed a sottoporle a coordinamento riguardano anche le ASP, per le quali si accentua l’integrazione nella programmazione e nella gestione dei servizi sociali su base locale nonché l’esigenza che detta integrazione si ispiri a criteri di efficienza ed economicità. Ciò comporta la conseguente preclusione normativa ad un loro utilizzo che possa concretarsi in strumento elusivo dei limiti di spesa corrente ed, in particolare, di quella rigida di personale, il cui contenimento il legislatore concepisce come misura strutturale per il risanamento dei conti pubblici nella loro consolidata consistenza”.
Una terza censura sollevata nei confronti della legge regionale è relativa ad una disposizione con la quale si prevede che al presidente dell’Azienda compete un’indennità determinata in misura percentuale su quella spettante ai direttori generali delle Aziende unità sanitarie locali dell’Abruzzo, ed a ciascuno dei componenti del consiglio di amministrazione, un’indennità pari al 60 per cento di quella spettante al presidente.
La Corte dopo aver rilevato che le ASP ricevono diversi cespiti di natura pubblica, sia di carattere finanziario che patrimoniale tanto che, in considerazione dell’utilizzo di tali risorse pubbliche, le Aziende sono soggette a controllo e vigilanza da parte della Regione, osserva che, per il presidente e i consiglieri di amministrazione, trova applicazione l’art. 6, comma 2, del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78 (Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica), convertito in legge 30 luglio 2010, n. 122, secondo cui la partecipazione agli organi collegiali, anche di amministrazione, degli enti che comunque ricevono contributi a carico delle finanze pubbliche nonché la titolarità dei predetti enti è onorifica e può dar luogo esclusivamente al rimborso delle spese sostenute, ove previsto dalla normativa vigente, e, qualora già previsti, i gettoni di presenza non possono superare l’importo di 30 euro a seduta giornaliera.
Ne consegue la dichiarazione di illegittimità costituzionale delle disposizioni impugnate, per violazione dell’art. 117, terzo comma, della Costituzione, atteso che la disposizione statale citata si configura quale norma di principio nella materia del coordinamento della finanza pubblica.
 
 
 
Sentenza 27 giugno 2012, n. 163 – (giudizio promosso da Regione Liguria c/ Presidenza Consiglio dei Ministri)
 
 
Materia: ordinamento delle comunicazioni
 
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 30, commi 1 e 3, del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98 (Disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria), convertito, con modificazioni, dalla legge 15 luglio 2011, n. 111, nella parte in cui, rispettivamente, non prevedono che la predisposizione del progetto strategico avvenga d’intesa con la Conferenza unificata Stato-Regioni e che la sua realizzazione concreta sul territorio della singola Regione avvenga sulla base di un progetto concordato con la Regione interessata.
 
 
 
Le disposizioni impugnate dalla Regione Liguria hanno ad oggetto, ai fini del raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda digitale europea, di cui alla Comunicazione della Commissione europea del 19 maggio 2010, la predisposizione, da parte del Ministero dello sviluppo economico, con il concorso delle imprese e degli enti titolari di reti e impianti di comunicazione elettronica fissa o mobile, di un progetto strategico per l’individuazione degli interventi finalizzati alla realizzazione dell’infrastruttura di telecomunicazione a banda larga e ultralarga, in continuità con il “Piano nazionale banda larga” di cui all’art. 1 della legge 18 giugno 2009 n. 69 (Disposizioni per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività nonché in materia di processo civile), nonché la determinazione delle modalità di adozione dei provvedimenti attuativi del medesimo progetto, in vista dell’obiettivo della maggior diffusione possibile degli impianti di comunicazione elettronica a banda larga sull’intero territorio nazionale.
La norma inoltre prevede che, con decreto ministeriale, sono adottati i provvedimenti necessari per l’attuazione di quanto previsto dal progetto strategico.
La Corte, pur riconoscendo che le disposizioni impugnate rientrano prevalentemente nell’ambito della materia “ordinamento delle comunicazioni”, rileva che la necessità di soddisfare l’esigenza unitaria corrispondente all’adozione di un programma strategico che definisca gli obiettivi nazionali volti ad assicurare la realizzazione delle infrastrutture inerenti agli impianti di comunicazione elettronica a banda larga in maniera diffusa sull’intero territorio nazionale, fa si che le norme censurate, benché dettagliate e autoapplicative, non siano lesive della competenza regionale in materia di “ordinamento delle comunicazioni”, in quanto legittimamente adottate dal legislatore statale in sussidiarietà ai sensi dell’art. 118 della Costituzione.
Tuttavia, osserva la Corte, benché le disposizioni impugnate siano state legittimamente adottate, risultano essere in contrasto con i principi di leale collaborazione poiché non prevedono alcuna forma di coinvolgimento delle Regioni, né in relazione all’adozione del progetto strategico, né con riguardo alla realizzazione concreta sul territorio regionale degli interventi in esso previsti.
Viene pertanto dichiarata l’illegittimità costituzionale delle norme impugnate nella parte in cui, in violazione del principio di leale collaborazione, prevedono che il Ministero dello sviluppo economico, con il concorso delle imprese e gli enti titolari di reti e di impianti di comunicazione elettronica fissa o mobile, predisponga un progetto strategico, senza una previa intesa con la Conferenza unificata.
Viene inoltre dichiara illegittima anche la disposizione di cui al comma 3 del medesimo art. 30, del citato d.l. n. 98 del 2011, nella parte in cui non prevede che, ogniqualvolta si provveda a dare realizzazione concreta sul territorio di una singola Regione a specifici interventi attuativi del progetto strategico, ciò avvenga sulla base di un’intesa con la Regione interessata.
“La Regione può essere, infatti, spogliata della propria capacità di disciplinare la funzione amministrativa attratta in sussidiarietà, a condizione che ciò si accompagni alla previsione di un’intesa in sede di esercizio della funzione, con cui poter recuperare un’adeguata autonomia, che l’ordinamento riserva non già al sistema regionale complessivamente inteso, quanto piuttosto alla specifica Regione che sia stata privata di un proprio potere”.
 
 
 
Sentenza 27 giugno 2012, n. 164 – (giudizio promosso dalla Regione autonoma Valle d’Aosta e dalle Regioni Liguria, Toscana, Emilia-Romagna e Puglia c/ Presidenza Consiglio dei Ministri)
 
 
Materia: livelli essenziali delle prestazioni
 
 
– dichiara non fondate le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 49, commi 4-bis e 4-ter, del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78 (Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica), convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122, promosse dalla Regione autonoma Valle d’Aosta e dalle Regioni Liguria, Toscana, Emilia-Romagna e Puglia;
– dichiara non fondate le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 5, comma 1, lettera b), e comma 2, lettere b) e c), del decreto-legge 13 maggio 2011, n. 70 (Semestre Europeo – Prime disposizioni urgenti per l’economia), convertito, con modificazioni, dalla legge 12 luglio 2011, n. 106, promosse dalla Regione Emilia-Romagna.
 
 
Con sentenza in rassegna la Corte chiarisce che le disposizioni statali che, modificando l’art. 19 della legge 7 agosto 1990, n. 241 (Nuove norme in materia di procedimento amministrativo e di diritto d accesso ai documenti amministrativi), hanno introdotto la “segnalazione certificata d’inizio attività” (SCIA), sostituendo la previgente “dichiarazione d’inizio attività” (DIA), hanno come scopo quello di rendere più semplici le procedure amministrative, alleggerendo il carico degli adempimenti gravanti sul cittadino, attraverso la semplificazione dei procedimenti di abilitazione all’esercizio di attività per le quali sia necessario un controllo della pubblica amministrazione.
Come già affermato in precedenti pronunce della stessa Corte, il principio di semplificazione, di diretta derivazione comunitaria, è da ricomprendere tra i principi fondamentali dell’azione amministrativa.
Poste queste precisazioni il giudice rileva che la disciplina della SCIA costituisce livello essenziale delle prestazioni concernente i diritti civili e sociali, ai sensi dell’art. 117, secondo comma, lettera m), della Costituzione, di competenza esclusiva dello Stato.
La competenza esclusiva statale per la determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni, si ricollega al fondamentale principio di uguaglianza, di cui all’art. 3 della Costituzione e, come già chiarito dalla giurisprudenza, non si tratta tanto di una materia in senso stretto “quanto di una competenza del legislatore statale idonea ad investire tutte le materie, in relazione alle quali il legislatore stesso deve poter porre le norme necessarie per assicurare a tutti, sull’intero territorio nazionale, il godimento di prestazioni garantite, come contenuto essenziale di tali diritti, senza che la legislazione regionale possa limitarle o condizionarle”.
Una volta ricondotta la disciplina della SCIA nell’ambito dei livelli essenziali delle prestazioni, ne consegue che è ben possibile una restrizione dell’autonomia legislativa delle Regioni, “giustificata dallo scopo di assicurare un livello uniforme di godimento dei diritti civili e sociali tutelati dalla stessa Costituzione. In particolare, «la ratio di tale titolo di competenza e l’esigenza di tutela dei diritti primari che è destinato a soddisfare consentono di ritenere che esso può rappresentare la base giuridica anche della previsione e della diretta erogazione di una determinata provvidenza, oltre che della fissazione del livello strutturale e qualitativo di una data prestazione, al fine di assicurare più compiutamente il soddisfacimento dell’interesse ritenuto meritevole di tutela (sentenze n. 248 del 2006, n. 383 e n. 285 del 2005), quando ciò sia reso imprescindibile, come nella specie, da peculiari circostanze e situazioni, quale una fase di congiuntura economica eccezionalmente negativa» (sentenza n. 10 del 2010, punto 6.3. del Considerato in diritto)”.
Poste queste premesse vengono, pertanto, dichiarate non fondate le questioni di legittimità sollevate da alcune Regioni nei confronti delle disposizioni statali che hanno introdotto la SCIA, sul presupposto che detta disciplina, incidendo direttamente sui procedimenti amministrativi regionali, violerebbe le competenze costituzionalmente garantite alle Regioni dall’art. 117, comma terzo e quarto, della Costituzione quali la tutela della salute, l’ordinamento degli uffici regionali, l’artigianato, il commercio.
 
Chi è Gilberto Ferro:
 
Nato a Venezia nel 1966, Gilberto Ferro dopo la laurea in giurisprudenza consegue l’abilitazione alla professione di avvocato, attività che esercita dal 1993. Dal 2000 opera come funzionario dell’Ufficio Legislativo della Giunta regionale del Veneto. Iscritto all’elenco speciale degli avvocati dell’Ordine di Venezia, segue il contenzioso costituzionale e svolge consulenza legale e legislativa nei settori agricoltura, bilancio, finanza, tributi.

Commenti (0) | Scrivi