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Giurisprudenza Costituzionale

Osservatorio sulla giurisprudenza costituzionale

di Gilberto Ferro  [*]
Funzionario dell’Ufficio Legislativo della Giunta regionale del Veneto
    
Pubblicato nell'edizione n. 1 del 2011



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OSSERVATORIO SULLA GIURISPRUDENZA COSTITUZIONALE

DOPO LA RIFORMA DEL TITOLO V DELLA COSTITUZIONE

NELLE MATERIE DI INTERESSE DELLE REGIONI

 Abstract:

Nei mesi di maggio e giugno 2010 si segnalano 30 sentenze della Corte Costituzionale d’interesse per le Regioni e Province autonome, oltre la sentenza n. 199 che ha dichiarato cessata la materia del contendere, la sentenza n. 200 con la quale è stata dichiara inammissibile la questione sollevata per genericità dei profili di incostituzionalità denunciati,  e la sentenza n. 208 che dichiara inammissibile un ricorso promosso da una Regione nei confronti di una disposizione statale, per errata notifica dell’atto introduttivo del giudizio.
Nello stesso periodo sono 13 i giudizi che si sono conclusi con ordinanza: 6 per cessazione della materia del contendere a seguito di successivi interventi di adeguamento da parte dei legislatori regionali, 6 per l’estinzione del giudizio a seguito di rinuncia e, in un caso, per inammissibilità della questione sollevata.


La giurisprudenza della Corte Costituzionale nelle materie di interesse delle Regioni; maggio – giugno 2010

 
Nei mesi di maggio e giugno 2010 si segnalano 30 sentenze della Corte Costituzionale d’interesse per le Regioni e Province autonome, oltre la sentenza n. 199 che ha dichiarato cessata la materia del contendere, la sentenza n. 200 con la quale è stata dichiara inammissibile la questione sollevata per genericità dei profili di incostituzionalità denunciati, e la sentenza n. 208 che dichiara inammissibile un ricorso promosso da una Regione nei confronti di una disposizione statale, per errata notifica dell’atto introduttivo del giudizio.
Nello stesso periodo sono 13 i giudizi che si sono conclusi con ordinanza: 6 per cessazione della materia del contendere a seguito di successivi interventi di adeguamento da parte dei legislatori regionali, 6 per l’estinzione del giudizio a seguito di rinuncia e, in un caso, per inammissibilità della questione sollevata.
 
 
 
Sentenza 6 maggio 2010, n. 156Armonizzazione dei bilanci pubblici e coordinamento della finanza pubblica;
 
¨            Con un decreto legge del 2009,[1] il Governo ha stabilito che le somme dovute da una da una regione commissariata ai sensi dell’articolo 1, comma 174, della legge 30 dicembre 2004, n. 311 (legge finanziaria per il 2005), ad un’amministrazione pubblica, sono regolate mediante intervento del tesoriere con delegazione di pagamento ai sensi degli articoli 1268 e seguenti del codice civile, che si determina automaticamente al momento del riconoscimento del debito da parte dell’amministrazione debitrice, da effettuare entro trenta giorni dall’istanza dell’amministrazione creditrice. Decorso tale termine senza contestazioni puntuali da parte della pubblica amministrazione debitrice, il debito si intende comunque riconosciuto nei termini di cui all’istanza.
            A seguito ricorso promosso dalla Regione Campania nei confronti di detto decreto legge, la Corte costituzionale, dopo aver osservato che la disposizione impugnata riguarda il pagamento di somme da parte di pubbliche amministrazioni, e quindi l’ultima delle quattro fasi previste per la procedura di spesa,[2] rileva che la norma deve essere inquadrata nell’ambito del bilancio e della contabilità delle Regioni, riconducibile alla materia “armonizzazione dei bilanci pubblici e coordinamento della finanza pubblica”, di competenza concorrente tra Stato e Regioni.
            La legislazione statale di principio sulla contabilità regionale è contenuta nel decreto legislativo 28 marzo 2000, n. 76 (Principi fondamentali e norme di coordinamento in materia di bilancio e di contabilità delle regioni, in attuazione dell'articolo 1, comma 4, della legge 25 giugno 1999, n. 208), che agli articoli 18 e 19 disciplina gli impegni e il pagamento delle spese pubbliche, limitandosi a stabilire che gli impegni e i pagamenti non eccedano i rispettivi stanziamenti di bilancio.
            La Corte, ricordato che secondo la propria giurisprudenza le norme statali recanti principi fondamentali di coordinamento della finanza pubblica possono porre obiettivi di riequilibrio della medesima, ma non debbono prevedere in modo esaustivo strumenti o modalità per il perseguimento dei suddetti obiettivi dovendo, invece, lasciare alle Regioni la possibilità di scegliere in un ventaglio di strumenti concreti da utilizzare per raggiungere quegli obiettivi, rileva come la disposizione oggetto di censura non detti principi ma preveda modalità di pagamento delle spese dettagliate, sia sotto il profilo organizzativo, sia sotto l’aspetto procedurale.
            “Essa trasforma il tesoriere in ordinatore del pagamento, modifica la sequenza delle fasi del procedimento di spesa e inserisce in questa un atto dell’amministrazione creditrice: regola, quindi, in modo esaustivo l’intera procedura, determinando sia obiettivi, sia strumenti, senza lasciare alcuna scelta alla Regione”.
            Sulla base di queste premesse, viene dichiarata l’illegittimità della disposizione impugnata per violazione del terzo comma dell’articolo 117 della Costituzione.
 
 
 
Sentenza 6 maggio 2010, n. 167 – ordine pubblico e sicurezza; ordinamento penale; armi, munizioni ed esplosivi; autonomia statutaria enti locali
 
            Le pur auspicabili forme di collaborazione tra apparati statali, regionali e degli enti locali, volti a migliorare le condizioni di sicurezza dei cittadini e del territorio, non possono essere disciplinate unilateralmente e autoritativamente dalle Regioni, nemmeno nell’esercizio della loro potestà legislativa.
            E’quanto ribadito dalla Corte Costituzionale con riferimento ad una legge regionale[3] con la quale si stabiliva che, nell’esercizio delle funzioni di pubblica sicurezza previste dalla normativa statale, la polizia locale assumesse il presidio del territorio tra i suoi compiti primari al fine di garantire, in concorso con le forze di polizia dello Stato, la sicurezza urbana degli ambiti territoriali di riferimento.
            Come già affermato in precedenti sentenze,[4] il giudice rileva che in tal modo non solo vengono disciplinate le modalità di esercizio delle funzioni di pubblica sicurezza da parte della polizia locale, ma anche le forme della collaborazione con le forze della polizia dello Stato, in evidente violazione della competenza esclusiva statale in tema di sicurezza pubblica, e in assenza di indicazioni del legislatore statale che, ai sensi del terzo comma dell’articolo 118 della Costituzione, sono necessarie al fine di disciplinare il coordinamento fra Stato e Regioni nella materia dell’ordine pubblico e sicurezza.
            Viene inoltre dichiarata illegittima una disposizione con la quale si provvedeva a qualificare come agenti di polizia giudiziaria e ufficiali di polizia giudiziaria rispettivamente gli agenti della polizia locale e gli ispettori e commissari della polizia locale, oltre al comandante del Corpo.
            Nessun rilievo assume, al riguardo, l’esistenza di norme statali che già riconoscono la qualifica di ufficiali e agenti di polizia giudiziaria al personale della polizia locale, posto che “il problema qui in discussione non è di stabilire chi, attualmente, sia riconosciuto come ufficiale o agente di polizia giudiziaria, ma di stabilire chi abbia la competenza a operare il riconoscimento (sent. n. 313 del 2003), competenza «riservata a leggi e regolamenti che debbono essere, in quanto attinenti alla sicurezza pubblica, esclusivamente di fonte statale» (sent. n. 185 del 1999)”.
            Infine, viene dichiarata illegittima un’ulteriore norma che indicava che gli addetti alla polizia locale espletano muniti di armi almeno i servizi di vigilanza, protezione degli immobili di proprietà dell’ente locale e dell’armeria del Corpo o Servizio, quelli notturni e di pronto intervento, in tal modo individuando una serie di servizi in relazione ai quali gli agenti di polizia locale devono essere muniti di armi.
            Rilevato che la legge quadro sull’ordinamento della polizia municipale (legge 7 marzo 1986, n. 65), prevede che solo “gli addetti al servizio di polizia municipale ai quali è conferita la qualità di agente di pubblica sicurezza possono, previa deliberazione in tal senso del consiglio comunale, portare, senza licenza, le armi, di cui possono essere dotati in relazione al tipo di servizio nei termini e nelle modalità previsti dai rispettivi regolamenti”, disponendo altresì che è demandato al Prefetto il conferimento al suddetto personale, previa comunicazione al Sindaco, della qualità di agente di pubblica sicurezza, ne consegue che la particolare tipologia di servizi ai quali gli agenti ed ufficiali di polizia locale sono adibiti costituisce uno dei presupposti giustificativi dell’attribuzione, da parte della normativa statale, della possibilità per i medesimi di portare le armi.
            La norma regionale, pertanto, enumerando esplicitamente ed autonomamente taluni servizi in relazione ai quali gli agenti di polizia locale devono portare le armi, interviene a disciplinare casi e modi di uso delle armi, invadendo la competenza statale esclusiva di cui all’articolo 117, secondo comma, lettera d), della Costituzione.
            Non è invece in contrasto con la Carta fondamentale, ed in particolare con l’articolo 114 e l’autonomia organizzativa riconosciuta agli enti locali, una disposizione della legge regionale impugnata con la quale si determinano i principi organizzativi per l’esercizio delle funzioni di polizia locale, disciplinando il contingente numerico degli addetti al servizio, il tipo di organizzazione del Corpo di polizia municipale e lo stato giuridico del personale ed il relativo trattamento economico, prevedendo che i comuni e le province istituiscono i corpi di polizia locale.
            Infatti, benché l’articolo 114 della Costituzione stabilisca che anche i Comuni, come le Province, le Città metropolitane e le Regioni, sono enti autonomi con propri statuti, poteri e funzioni, secondo i principi stabiliti dalla Costituzione, detta norma non attribuisce alcuna competenza statutaria o regolamentare ai predetti Comuni, con la conseguenza che è da escludersi che la norma impugnata violi una competenza propria dei Comuni garantita dalla Costituzione.
 
 
 
Sentenza 6 maggio 2010, n. 168 – produzione,trasporto e distribuzione nazionale dell’energia
 
¨            Come già altre volte rilevato dalla Corte, la mancanza di linee guida da adottarsi in Conferenza unificata, dirette a stabilire i criteri per consentire alle Regioni di procedere all’individuazione di specifici siti ed aree non idonee all’insediamento degli impianti di energia eolica, ai sensi dell’articolo 12 del decreto legislativo 29 dicembre 2003, n. 387 (Attuazione della direttiva 2001/77/CE relativa alla promozione dell’energia elettrica prodotta da fonti energetiche rinnovabili nel mercato interno dell’elettricità), non è consentito alle Regioni di provvedere autonomamente alla individuazione di criteri per il corretto inserimento nel paesaggio degli impianti alimentati da fonti di energia alternativa.
            E’ quanto ribadisce il giudice delle leggi con riferimento ad una disposizione regionale[5] impugnata dal Governo che prevedeva che i Comuni avrebbero proceduto ad individuare gli ambiti territoriali di insediamento dell’energia eolica, sulla base degli indirizzi contenuti in linee guida adottate con deliberazione della Giunta regionale.
            La Corte dichiara l’illegittimità della norma atteso che “la mancanza di lineeguida nazionali, assunte secondo modalità informate al principio di leale collaborazione, preclude alle Regioni di procedere ad una autonoma individuazione dei criteri generali o delle aree e siti non idonei alla localizzazione degli impianti in oggetto”.
            Con la sentenza in esame viene inoltre ribadito che l’articolo 12, comma 4, del d.lgs. n. 387 del 2003, che dispone che il termine massimo per la conclusione del procedimento di autorizzazione non può comunque essere superiore a centottanta giorni, reca un principio fondamentale, vincolante per il legislatore regionale, ispirato alle regole della semplificazione amministrativa e della celerità e volto a garantire, in modo uniforme sull’intero territorio nazionale, la conclusione entro un termine definito del procedimento autorizzativo.
            Viene pertanto dichiarata illegittima un’ulteriore disposizione della legge regionale impugnata che prevedeva la sospensione dei procedimenti di autorizzazione per gli impianti di energia eolica, in corso alla data di entrata in vigore della legge regionale, sino all’individuazione, da parte dei Comuni, degli ambiti territoriali nei quali avrebbero potuto essere insediati i predetti impianti, sulla base di quanto previsto dalle linee guida regionali.
 
 
 
Sentenza 13 maggio 2010, n. 169 – principio necessità pubblico concorso art. 97 Cost.
 
¨            Dichiara l’illegittimità di una disposizione contenuta nella legge della Regione Liguria 18 febbraio 2009, n. 3 recante «Modifiche alla legge regionale 24 dicembre 2008, n. 44 (Disposizioni collegate alla legge finanziaria 2009)», con la quale si prevedeva l’indizione, nel limite del cinquanta per cento dei posti vacanti previsti nell’ambito della programmazione triennale delle assunzioni, di concorsi pubblici riservati per soggetti che prestassero servizio con contratto di collaborazione coordinata e continuativa presso la Regione Liguria e presso gli enti strumentali regionali, con almeno un anno di attività maturato nel triennio anteriore alla data di entrata in vigore della legge.
            La norma, nel consentire l’indizione di un concorso riservato ad una specifica categoria di soggetti, per un numero di posti pari alla metà di quelli previsti nella programmazione triennale delle assunzioni, lascia aperta la possibilità di indire concorsi interamente riservati.
            Il giudice, richiamando la propria giurisprudenza, rileva che le procedure concorsuali che escludono la possibilità di accesso dall’esterno, nonché quelle che, senza essere giustificate da peculiari e straordinarie ragioni di interesse pubblico, prevedono soltanto categorie di riservatari, contrastano con il principio del pubblico concorso aperto, di cui all’articolo 97, terzo comma, della Costituzione, e con i principi di imparzialità e buon andamento della pubblica amministrazione che esso assicura.
 
 
 
Sentenza 13 maggio 2010, n. 170 – tutela delle minoranze linguistiche art. 6 Cost
 
¨      Premesso che la tutela delle minoranze linguistiche garantita dall’articolo 6 della Costituzione, trova concreta attuazione nella legge statale 15 dicembre 1999, n. 482 (Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche), e che secondo la giurisprudenza costituzionale, la titolarità del potere d’individuazione delle lingue minoritarie protette, delle modalità di determinazione degli elementi identificativi di una minoranza linguistica da tutelare, nonché degli istituti che caratterizzano questa tutela, è posta in capo al legislatore statale,[6] non è consentito alle Regioni prevedere la tutela di lingue, parlate nel territorio regionale, che non siano state già ricomprese tra le lingue meritevoli di tutela nell’articolo 2 della citata legge statale.
            E’ quanto ribadisce la Corte nel dichiarare l’illegittimità costituzionale di alcune disposizioni regionali con le quali si riconoscevano valore, non solo a fini culturali, alla “lingua piemontese”.[7]
           
           
 
Sentenza 13 maggio 2010, n. 171 – tutela dell’ambiente; produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia
 
¨            Con la sentenza in esame la Corte Costituzionale dirime un conflitto di attribuzioni sollevato dallo Stato nei confronti di una nota della Regione Puglia con la quale era stata indetta una conferenza di servizi per la valutazione di impatto ambientale (VIA) di progetti di impianti eolici off-shore.
            La decisione risolve una questione di diritto intertemporale posto che, nel momento in cui era stata presentata la domanda di autorizzazione all’esercizio degli impianti, la competenza in ordine alla VIA sugli impianti eolici off-shore, era in capo allo Stato ai sensi dell’articolo 2, comma 158, della legge 24 dicembre 2007, n. 244 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato ¾ legge finanziaria 2008), che modificava l’articolo 12 del decreto legislativo 29 dicembre 2003 n. 387 (Attuazione della direttiva 2001/77/CE relativa alla promozione dell’energia elettrica prodotta da fonti energetiche rinnovabili nel mercato interno dell’elettricità).[8]
 
 
 
Sentenza 13 maggio 2010, n. 172 – controlli da parte della Corte dei conti art. 100 Cost.
 
¨            Le disposizioni di cui all’articolo 17, commi 30 e 30-bis, del decreto-legge 1° luglio 2009, n. 78 (Provvedimenti anticrisi, nonché proroga di termini e della partecipazione italiana a missioni internazionali), convertito, con modificazioni, dalla legge 3 agosto 2009, n. 102, con le quali il legislatore è intervenuto, integrandone il contenuto, sul disposto dell’articolo 3 della legge 14 gennaio 1994, n. 20 (Norme in materia di controllo della Corte dei conti), sottoponendo al controllo preventivo di legittimità della magistratura contabile sia dei contratti con i quali vengono conferiti ad esperti, di particolare e comprovata specializzazione, incarichi individuali ai sensi dell’articolo 7, comma 6, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165 (Norme generali sull’ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche), sia dei contratti, concernenti studi e consulenze commissionati a soggetti estranei alla Amministrazione, di cui all’articolo 1, comma 9, della legge 23 dicembre 2005, n. 266 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge finanziaria 2006), prevedendo che i predetti controlli siano compiuti dalla Sezione centrale di controllo della Corte dei conti, non trovano applicazione agli atti delle Regioni e degli enti locali.
            E’ quanto affermato dalla Corte Costituzionale con la sentenza in esame con la quale, dopo aver rilevato che una lettura coerentemente organica dell’intero articolo 3 della legge n. 20 del 1994, alla luce delle novelle apportate dal legislatore statale non può che condurre alla non applicabilità dei nuovi controlli agli enti territoriali, dichiara inammissibile la questione di legittimità costituzionale sollevata dalla Regione Veneto, per la mancanza di interesse a ricorrere.
 
 
 
Sentenza 14 maggio 2010, n. 176 – formazione professionale
 
¨            Con la sentenza in esame la Corte Costituzionale torna ad occuparsi della ripartizione, tra Stato e Regioni, delle competenze in materia di formazione.
            Come già chiarito dalla sentenza 28 gennaio 2005, n. 50, la formazione aziendale rientra nel sinallagma contrattuale e quindi nelle competenze dello Stato in materia di ordinamento civile, mentre spetta invece alle Regioni e alle Province autonome disciplinare quella pubblica.
            Tuttavia, precisa la sentenza citata “non è men vero che nella regolamentazione dell’apprendistato né l’una né l’altra appaiono allo stato puro, ossia separate nettamente tra di loro e da altri aspetti dell’istituto”, con la conseguenza che occorre tener conto di tali interferenze che sono correlate alla naturale proiezione esterna dell’apprendistato professionalizzante e all’acquisizione da parte dell’apprendista dei crediti formativi, utilizzabili nel sistema dell’istruzione – la cui disciplina è di competenza concorrente – per l’eventuale conseguimento di titoli di studio.
            Richiamati quindi i propri precedenti in materia, la Corte Costituzionale accoglie, in parte, le censure sollevate da ben 9 Regioni nei confronti di alcune modifiche apportate dal decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, (Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria), convertito, in legge con modificazioni dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, all’articolo 49 del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276 (Attuazione delle deleghe in materia di occupazione e mercato del lavoro, di cui alla legge 14 febbraio 2003, n. 30).
            In particolare, le modifiche consistevano nell’introduzione di un comma 5ter al citato articolo 49 con il quale, in caso di formazione esclusivamente aziendale, si rimetteva integralmente ai contratti collettivi di lavoro, ovvero agli enti bilaterali, la disciplina dei profili formativi dell’apprendistato, compresa la definizione di formazione aziendale e la determinazione, per ciascun profilo formativo, della durata e delle modalità di erogazione della formazione nonché le modalità di riconoscimento della qualifica professionale ai fini contrattuali.
            Rileva la Corte, che la disposizione impugnata non tiene conto delle interferenze già rilevate dalla sentenza n. 50 del 2005, in primo luogo perché la regolamentazione dei profili formativi dell’apprendistato professionalizzante, è rimessa alle Regioni, d’intesa con le associazioni di datori di lavoro e prestatori di lavoro comparativamente più rappresentative sul piano regionale, come viene enunciato, come disposizione di principio, nel primo periodo del comma 5, dal quale quindi la norma impugnata si discosta, ad avviso del giudice, irragionevolmente.
            Inoltre la norma, rimettendo esclusivamente ai contratti collettivi di lavoro o agli enti bilaterali i profili formativi dell’apprendistato professionalizzante, e ai contratti collettivi e agli enti bilaterali, la definizione della nozione di formazione aziendale, escludendo l’applicazione del precedente comma 5, è lesiva dei suddetti parametri costituzionali perché comporta una totale estromissione delle Regioni dalla disciplina de qua.
            Anzi, rileva la Corte, “appaiono particolarmente lesive in quanto la definizione della nozione di formazione aziendale costituisce il presupposto della applicazione della normativa di cui si tratta e il fatto che lo Stato abbia stabilito come tale definizione debba avvenire e, quindi, implicitamente come vada definita la formazione esterna (di competenza regionale), denota che esso si è attribuito una “competenza sulle competenze” estranea al nostro ordinamento.
            Infatti, così come le Regioni non possono, nell’esercizio delle proprie competenze, svuotare sostanzialmente di contenuto la competenza statale – come è stato sottolineato, in materia di apprendistato, fra l’altro, nella sentenza n. 418 del 2006 – analogamente non è ammissibile riconoscere allo Stato la potestà di comprimere senza alcun limite il potere legislativo regionale”.
            Nella specie lo Stato si è unilateralmente attribuito il potere di disciplinare le fonti normative per identificare il discrimine tra formazione aziendale (la cui disciplina gli spetta), e formazione professionale extra aziendale (di competenza delle Regioni), escludendo così qualsiasi partecipazione di queste ultime.
            In sintesi, anche nell’ipotesi di apprendistato con formazione rappresentata come esclusivamente aziendale, deve essere riconosciuto alle Regioni un ruolo rilevante, di stimolo e di controllo dell’attività formativa, e pertanto la disposizione impugnata deve essere letta nel senso che “in caso di formazione esclusivamente aziendale i profili formativi dell’apprendistato professionalizzante sono rimessi ai contratti collettivi di lavoro stipulati a livello nazionale, territoriale o aziendale da associazioni dei datori e prestatori di lavoro comparativamente più rappresentative sul piano nazionale ovvero agli enti bilaterali. I contratti collettivi e gli enti bilaterali determinano, per ciascun profilo formativo, la durata e le modalità di erogazione della formazione, le modalità di riconoscimento della qualifica professionale ai fini contrattuali e la registrazione nel libretto formativo”.
 
 
 
Sentenza 14 maggio 2010, n. 178 – tutela della salute
 
¨            “Alla disciplina dell’attività volontaria e negoziale di prevenzione delle liti deve essere riconosciuta natura accessoria rispetto alla normazione delle attività ricadenti nelle singole materie, con le conseguenze che da ciò derivano in termini di limiti alla potestà legislativa regionale, di volta in volta esercitata”.
            E’ quanto affermato dalla Corte costituzionale all’esito dello scrutinio di legittimità costituzionale della legge della Regione Veneto 31 luglio 2009, n. 15 (Norme in materia di gestione stragiudiziale del contenzioso sanitario), a seguito di ricorso governativo.
            In particolare la legge impugnata è finalizzata alla riduzione del contenzioso in materia sanitaria, per mezzo dello strumento della composizione stragiudiziale delle controversie insorte in occasione dell’erogazione delle prestazioni sanitarie, a tal fine viene istituita una Commissione conciliativa regionale con il compito di comporre in via stragiudiziale le controversie per danni da responsabilità civile derivanti da prestazioni sanitarie erogate dalle aziende sanitarie locali ed ospedaliere, nonché dalle strutture private provvisoriamente accreditate, e attribuisce alla Giunta regionale il compito di disciplinare l’organizzazione della Commissione, il procedimento davanti alla stessa, i criteri e le modalità di presentazione delle domande, fissando i principi ed i criteri direttivi cui si deve ispirare il procedimento davanti alla Commissione, fra i quali, la non obbligatorietà, volontarietà, gratuità, imparzialità, celerità e riservatezza del procedimento conciliativo.
            La Corte, nell’esaminare le censure sollevate dal governo, e tendenti ad affermare lo sconfinamento della legge regionale nelle competenze esclusive riconosciute al legislatore statale in materia di giurisdizione, norme processuali e ordinamento civile, concorda con le osservazioni formulate dalla difesa regionale che evidenziano come la ratio della legge sia quella di prevenire controversie giudiziarie connesse all’erogazione di prestazioni sanitarie, con l’intento di ridurre l’ammontare dei risarcimenti, che gravano sui bilanci delle aziende sanitarie locali, oltre ad essere uno strumento diretto a porre rimedio al forte aumento dei premi assicurativi, anch’essi a carico dei bilanci delle ASL, determinato dal rischio crescente di condanne al risarcimento dei danni derivanti dall’attività sanitaria. Ulteriore finalità della legge sarebbe quella di ridurre il fenomeno della cosiddetta “medicina difensiva”, che porta alla prescrizione di accertamenti diagnostici non strettamente indispensabili prima di ogni intervento medico o chirurgico, al solo scopo di acquisire strumenti difensivi nella prospettiva di una eventuale, ma prevedibile, lite giudiziaria.
            Ad avviso della Corte, proprio le finalità della legge consentono di individuare nella materia della “tutela della salute” ambito di competenza posto che “l’economicità, la completezza e la qualità delle prestazioni sanitarie devono necessariamente caratterizzare tutta l’organizzazione posta a tutela della salute dei cittadini. La prevenzione delle controversie, e dei loro costi elevati, rientra pienamente tra gli strumenti idonei a raggiungere i predetti obiettivi, che devono essere perseguiti dalle aziende sanitarie, con l’effetto di liberare risorse da impiegare nel miglioramento dei servizi”.
            Ricondotta così la legge nell’ambito delle competenze regionali, il giudice dichiara non fondate le censure sollevate dal ricorrente atteso che la Regione non ha in alcun modo creato un sistema conciliativo obbligatorio per i soggetti che reclamano un risarcimento per pretesi danni derivanti da prestazioni sanitarie.
            Infatti la legge regionale, per come ha disciplinato la conciliazione in materia sanitaria, si è limitata a porre a disposizione dei cittadini e delle aziende sanitarie pubbliche e di quelle private accreditate “uno strumento tecnico-giuridico di facilitazione e di supporto delle trattative, che i soggetti interessati ritengano liberamente di intavolare, allo scopo di individuare soluzioni condivise in relazione a pretese risarcitorie nascenti da attività sanitaria, consentendo al cittadino un più rapido soddisfacimento delle proprie richieste ed alle amministrazioni sanitarie una riduzione dei pesi finanziari ed amministrativi di lunghe e costose controversie”.
            Più in generale, con la sentenza in esame la Corte riconosce che le Regioni, nell’ambito delle proprie competenze nelle singole materie attribuite dalla Costituzione, possono sempre predisporre servizi diretti a favorire negoziazioni volontarie e paritetiche, volte alla prevenzione delle liti, nel rispetto del limite generale della non obbligatorietà delle procedure e della non vincolatività delle proposte conciliative.
 
 
 
Sentenza 20 maggio 2010, n. 179 – principio di buon andamento della pubblica amministrazione art. 97 Cost.
 
¨            E’ illegittima una disposizione regionale con la quale si preveda l’indiscriminata trasformazione dei rapporti di collaborazione coordinata e continuativa in essere con la Regione, in altrettanti rapporti di lavoro a tempo indeterminato.
            E’ quanto affermato con riferimento ad una disposizione contenuta in una legge della regione Calabria.[9] La Corte rileva come la disposizione impugnata non richiede che sussistano esigenze organizzative e di fabbisogno di personale, né fissa alcun limite numerico ai contratti da trasformare, né infine, preveda alcuna forma di selezione.
            Per il giudice queste indicazioni sarebbero state necessarie in considerazione della differente natura giuridica delle prestazioni lavorative rese in regime di contratti di collaborazione coordinata e continuativa (aventi natura autonoma) e di quelle eseguite in virtù di contratti di lavoro a termine (aventi natura subordinata). Tutto ciò induce la Corte a dubitare della corrispondenza ad effettive esigenze dell’amministrazione dei nuovi rapporti di lavoro instaurati in applicazione della norma ed a ritenere che sia stato violato il principio del buon andamento della pubblica amministrazione sancito dall’articolo 97 della Costituzione.
 
 
 
Sentenza 20 maggio 2010, n. 180 – tutela della concorrenza; vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario in tema di diritto di stabilimento
 
¨            Dichiara l’illegittimità costituzionale di una disposizione della Regione Emilia-Romagna,[10] con la quale si prevedeva che i titolari di concessioni demaniali marittime avrebbero potuto chiedere, entro il 31 dicembre 2009, la proroga della durata delle concessioni in essere, fino ad un massimo di venti anni a partire dalla data di rilascio.
            Rileva la Corte che la proroga regionale viola l’articolo 117 della Costituzione poiché si pone in diretto contrasto con i vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario in tema di diritto di stabilimento e di tutela della concorrenza.
            La norma, infatti, prevedendo un diritto di proroga in favore del soggetto già possessore della concessione, consente il rinnovo automatico della medesima. Detto automatismo determina una disparità di trattamento tra gli operatori economici in violazione dei principi di concorrenza, dal momento che coloro che in precedenza non gestivano il demanio marittimo non hanno la possibilità, alla scadenza della concessione, di prendere il posto del vecchio gestore se non nel caso in cui questi non chieda la proroga
            “La norma impugnata determina, dunque, un’ingiustificata compressione dell’assetto concorrenziale del mercato della gestione del demanio marittimo, invadendo una competenza spettante allo Stato, violando il principio di parità di trattamento (detto anche “di non discriminazione”), che si ricava dagli artt. 49 e ss. del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, in tema di libertà di stabilimento, favorendo i vecchi concessionari a scapito degli aspiranti nuovi”.
 
 
 
Sentenza 20 maggio 2010, n. 181 – contratti pubblici di trasporti
 
¨            Dichiara inammissibile la questione di legittimità costituzionale sollevata dal Presidente del Consiglio dei ministri, avverso una disposizione regionale con la quale si prevede che, nell’ambito dell’organizzazione dei servizi ferroviari, l’affidamento degli stessi avvenga attraverso la procedura ristretta, utilizzando il criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa.[11]
            Rileva infatti la Corte che, in base a quanto previsto dall’articolo 3, comma 5, del decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163 (Codice dei contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture in attuazione delle direttive 2004/17/CE e 2004/18/CE), rientra tra i “settori speciali” dei contratti pubblici, tra gli altri, anche quello dei trasporti (compresi quelli ferroviari).
            Ai sensi dell’articolo 206, comma 2, dello stesso decreto legislativo, non si applicano ai “settori speciali”, né l’articolo 54 concernente le modalità per l’individuazione degli operatori economici che possono presentare offerte per l’affidamento di un contratto pubblico (procedure ristrette, negoziate, ovvero dialogo competitivo), né il comma 2 dell’articolo 81, secondo il quale la stazione appaltante sceglie l’operatore economico che ha offerto le condizioni più vantaggiose, secondo il criterio del prezzo più basso o dell’offerta economicamente più vantaggiosa.
            Ne consegue che la scelta del legislatore regionale in merito alle modalità di affidamento dei servizi ferroviari è immune dai vizi sollevati dal ricorrente, poiché non trovano applicazione le disposizioni del Codice dei contratti assunte a parametro di legittimità.
 
 
 
Sentenza 20 maggio 2010, n. 182 – statuto speciale Regione Trentino-Alto Adige/Südtirol
 
¨            Dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale sollevata dalla Provincia di Trento nei confronti di una disposizione statale che istituisce un’imposta straordinaria sulle attività finanziarie e patrimoniali detenute fuori del territorio dello Stato in maniera irregolare a condizione che le stesse siano rimpatriate, prevedendo che le maggiori entrate derivanti dall’applicazione dell’imposta straordinaria affluiscono ad un’apposita contabilità speciale per essere destinate, in conformità alle indicazioni contenute nel Documento di programmazione economico-finanziaria (DPEF) per gli anni 2010-2013, all’attuazione della manovra di bilancio per gli anni 2010 e seguenti.[12]
            Le censure mosse dalla ricorrente alle disposizioni concernenti il rimpatrio di attività finanziarie e patrimoniali detenute fuori del territorio dello Stato, il c.d. “scudo fiscale”, si incentrano sulla pretesa lesione delle garanzie garantite dallo speciale statuto di autonomia, ed in particolare delle disposizioni contenute negli articoli 9 e 10 del decreto legislativo 16 marzo 1992, n. 268 (Norme di attuazione dello statuto speciale per il Trentino-Alto Adige in materia di finanza regionale e provinciale), che stabilisce che il gettito derivante da maggiorazioni di aliquote o dall’istituzione di nuovi tributi può legittimamente essere riservato al bilancio statale a condizione che: a) la riserva sia giustificata da finalità diverse dal raggiungimento degli obiettivi di riequilibrio della finanza pubblica o dalla copertura di spese derivanti dall’esercizio delle funzioni statali delegate alla regione; b) il gettito sia destinato per legge alla copertura di nuove specifiche spese di carattere non continuativo che non rientrano nelle materie di competenza della Regione o delle Province, ivi comprese quelle relative a calamità naturali; c) il gettito sia temporalmente delimitato, nonché contabilizzato distintamente nel bilancio statale e quindi quantificabile.
            All’esito dello scrutinio di legittimità la Corte rileva che la norma impugnata soddisfa tutte le condizioni richieste dal decreto legislativo n. 268 del 1992 posto che il gettito dell’imposta è destinato all’attuazione della manovra di bilancio per gli anni 2010 e seguenti, e quindi persegue in concreto finalità diverse, in quanto piú articolate e complesse, da quella del puro e semplice riequilibrio della finanza pubblica; è stabilito che l’attuazione della manovra di bilancio avvenga in conformità alle indicazioni contenute nel DPEF per gli anni 2010-2013, il quale prevede interventi di spesa, finalizzati a contrastare gli effetti sull’economia nazionale dell’attuale crisi economica internazionale, che possiedono sia il carattere della novità e non continuatività, in quanto sono strettamente connesse all’insorgenza di una contingente crisi economica, sia quello della specificità, in quanto si risolvono nel finanziamento di misure sufficientemente individuate dallo stesso DPEF, sia, infine, quello della non riconducibilità alle competenze legislative regionali o provinciali, in quanto attengono all’assetto economico nazionale nel suo complesso.
            Infine, la Corte rileva che il gettito dell’imposta straordinaria sulle attività finanziarie e patrimoniali è temporalmente delimitato, perché il prelievo ha per oggetto le attività finanziarie e patrimoniali detenute a partire da una data non successiva al 31 dicembre 2008 e rimpatriate ovvero regolarizzate a partire dal 15 settembre 2009 e fino al 30 aprile 2010, i gettito è, inoltre, contabilizzato distintamente, perché affluisce ad un’apposita contabilità speciale, comunque imputabile allo Stato.
 
 
 
Sentenza 28 maggio 2010, n. 186 – tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali; tutela della concorrenza
 
¨            La normativa sulla valutazione d’impatto ambientale (VIA) attiene a procedure che valutano in concreto e preventivamente la sostenibilità ambientale e che rientrano nella materia della tutela dell’ambiente di talché, l’obbligo di sottoposizione del progetto alla procedura di VIA, o nei casi previsti, alla preliminare verifica di assoggettabilità alla VIA, attiene al valore della tutela ambientale, che nella disciplina statale rappresenta un livello di tutela uniforme e si impone sull’intero territorio nazionale, pur nella concorrenza di altre materie, di competenza regionale.
            Ne consegue che le Regioni sono tenute, per un verso, a rispettare i livelli uniformi di tutela apprestati in materia, per l’altro a mantenere la propria legislazione negli ambiti di competenza fissati dal Codice dell’ambiente, nella specie quanto al procedimento di VIA.
            E’ quanto ribadito dalla Corte Costituzionale con la sentenza in esamepronunciata a seguito di ricorso governativo avverso una legge regionale con la quale si assoggettava a VIA regionale le realizzazione di infrastrutture autostradali da realizzare nella Regione.[13]
            Dopo aver richiamato i propri precedenti in termini, la Corte rileva che il decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152 (Norme in materia ambientale), ha previsto che sono sottoposti a VIA in sede statale i progetti di cui all’allegato II al decreto e che sono, invece, sottoposti a VIA secondo le disposizioni delle leggi regionali, i progetti di cui agli allegati III e IV al decreto.
            Nell’allegato II, punto 12, sono contemplate, fra l’altro, le opere relative a “tronchi ferroviari per il traffico a grande distanza” e le “autostrade e strade riservate alla circolazione automobilistica o tratti di esse, accessibili solo attraverso svincoli o intersezioni controllate e sulle quali sono vietati tra l’altro l’arresto e la sosta di autoveicoli” mentre, nell’allegato IV, risultano inserite le linee ferroviarie a carattere regionale o locale, senza far alcun menzione ad una possibile categoria di autostrade regionali.
            Ne consegue l’illegittimità della disposizione regionale impugnata che, dopo aver enucleato una definizione di opera infrastrutturale autostradale di propria competenza, diversa da quelle di interesse nazionale di cui all’articolo 2, comma 3, lettera a), del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285 (Nuovo codice della strada), ha assoggettato i progetti di costruzione delle autostrade all’osservanza della disciplina dalla stessa stabilita, ed indipendentemente dal procedimento di competenza statale disegnato dal d.lgs. n. 152 del 2006, in contrasto con la disciplina statale in materia ambientale, e pertanto con l’articolo 117, secondo comma, lettera s), della Costituzione.
            Con la stessa sentenza viene inoltre ribadito che la disciplina delle procedure di gara, la regolamentazione della qualificazione e selezione dei concorrenti, delle procedure di affidamento e dei criteri di aggiudicazione, ivi compresi quelli che devono presiedere all’attività di progettazione, mirano a garantire che le medesime si svolgano nel rispetto delle regole concorrenziali e dei principi comunitari della libera circolazione delle merci, della libera prestazione dei servizi, della libertà di stabilimento, nonché dei principi costituzionali di trasparenza e parità di trattamento e che, pertanto, essendo dette discipline dirette a consentire la piena apertura del mercato nel settore degli appalti, le stesse sono riconducibili all’ambito della tutela della concorrenza, di esclusiva competenza statale, e risultano essere dettagliatamente disciplinate dal decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163 (Codice dei contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture in attuazione della direttiva 2004/17/CE e della direttiva 2004/18/CE).
 
 
Sentenza 4 giugno 2010, n. 193 – tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali
 
¨            L’istituzione di aree protette statali o regionali ha lo scopo di tutelare e valorizzare quei territori che presentano valori culturali, paesaggistici ed ambientali, meritevoli di salvaguardia e di protezione.
            La legge 6 dicembre 1991, n. 394 (Legge quadro sulle aree protette) ha previsto l’esistenza di aree protette regionali, distinguendole da quelle statali sulla base del criterio della dimensione dell’interesse tutelato, e ne ha affidato alle Regioni la gestione, le quali devono esercitare competenze amministrative inerenti, sia alla tutela che alla valorizzazione di tali ecosistemi.
            A seguito delle modifiche apportate al Titolo V della Parte seconda della Costituzione, che hanno attribuito alla competenza esclusiva dello Stato la materia di tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali, è mutato il quadro di riferimento in cui si inseriva la legge n. 394 del 1991, posto che le competenze legislative in materia di tutela spettano esclusivamente allo Stato, mentre le Regioni possono esercitare soltanto funzioni amministrative di tutela se ed in quanto ad esse conferite dallo Stato, in attuazione del principio di sussidiarietà, di cui all’articolo 118, primo comma, della Costituzione.
            “Nel mutato contesto dell’ordinamento, la legge quadro n. 394 del 1991 deve essere interpretata come una legge di conferimento alle Regioni di funzioni amministrative di tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali, da esercitare secondo il principio di cooperazione tra Stato e Regioni, come, d’altronde, precisa l’art. 1, comma 5, della legge medesima, il quale statuisce che «nella tutela e nella gestione delle aree naturali protette, lo Stato, le Regioni e gli enti locali attuano forme di cooperazione e di intesa, ai sensi dell’art. 81 del d.P.R. 24 luglio 1977, n. 616, e dell’art. 27 della legge 8 giugno 1990, n. 142»”.
            In tal senso è la sentenza in esame con la quale la Corte, chiamata a pronunciarsi sulla legittimità costituzionale di alcune norme regionali del Piemonte,[14] rileva che oggi, alle Regioni, è attribuito l’esercizio delle funzioni amministrative indispensabili per il perseguimento dei fini propri delle aree protette: la funzione di tutela e quella di valorizzazione, funzioni amministrative.
            Pertanto, le Regioni, se da un lato non possono invadere le competenze legislative esclusive dello Stato in materia di tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali, dall’altro sono tenute a rispettare la disciplina dettata dalle leggi statali, le quali, per quanto riguarda la tutela, prevedono il conferimento alle Regioni di precise funzioni amministrative, imponendo per il loro esercizio il rispetto del principio di cooperazione tra Stato e Regioni, e, per quanto riguarda le funzioni di valorizzazione, dettano i principi fondamentali che le Regioni stesse sono tenute ad osservare.
            Sulla base di queste premesse la Corte dichiara l’illegittimità di una disposizione della legge impugnata con la quale si consentiva l’esercizio dell’attività venatoria in alcune zone definite “zone naturali di salvaguardia”, espressamente classificate come aree protette.
            Il giudice rileva che il divieto di caccia previsto dall’articolo 22 della legge n. 394 del 1991 per i parchi e le riserve naturali regionali, si applica anche alle zone naturali individuate dalla legge regionale, dato che il fine di protezione della fauna selvatica è connaturato alla funzione propria di qualsiasi area protetta.
            Viene inoltre dichiarata parzialmente illegittima una disposizione con la quale si affidava ai gestori dei parchi naturali regionali il compito di “tutelare” il patrimonio storico-culturale e, nelle aree denominate “riserve speciali”, di “tutelare” il patrimonio archeologico, storico, artistico e culturale.
            Dette norme, infatti, contrastano con gli articolo 4 e 5 del decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42 (Codice dei beni culturali e del paesaggio, ai sensi dell’articolo 10 della legge 6 luglio 2002, n. 137), che attribuisce allo Stato le funzioni di tutela in materia di patrimonio culturale.
            Ne consegue che le disposizioni regionali, assegnando compiti di tutela ai gestori dei parchi naturali regionali, al di fuori di ogni forma di cooperazione con lo Stato, si pongono in contrasto con le citate disposizione del d.lgs. n. 42 del 2004, e pertanto vengono dichiarate illegittime nella parte in cui attribuiscono compiti di tutela.
            Infine viene dichiarata l’illegittimità di un’ulteriore disposizione contenuta nella legge impugnata con la quale si prevede che per le aree naturali protette classificate parco naturale o zone naturali di salvaguardia è redatto un piano di area, con valore di piano territoriale regionale che sostituisce le norme difformi dei piani territoriali o urbanistici di qualsiasi livello prevedendo, inoltre, che i piani naturalistici hanno valore di piani di gestione dell’area protetta e le norme in essi contenute sono vincolanti ad ogni livello.
            Sul punto la Corte, richiamando la propria giurisprudenza,[15] dichiara fondata la questione, rilevando che le disposizioni censurate contrastano con l’articolo 145 del d.lgs. n. 42 del 2004, il quale pone il principio della prevalenza del piano paesaggistico sugli atti di pianificazione ad incidenza territoriale posti dalle normative di settore, ivi compresi quelli degli enti gestori delle aree naturali protette.
 
 
 
Sentenza 4 giugno 2010, n. 194 – produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia
 
¨                  L’autorizzazione unica regionale prevista dall’articolo 12 del decreto legislativo 29 dicembre 2003, n. 387 (Attuazione della direttiva 2001/77/CE relativa alla produzione dell’energia elettrica prodotta da fonti energetiche rinnovabili nel mercato interno dell’elettricità), si configura come norma di principio nella materia della produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia cui va ricondotta la la disciplina degli insediamenti produttivi.
            E’ pertanto illegittima una disposizione regionale che attribuisca ai Comuni la competenza autorizzativa degli impianti per la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili con capacità di generazione non superiore a 1 Mw elettrico, secondo le procedure semplificate stabilite da linee guida regionali.[16]
            La Corte rileva che la citate disposizioni di principio statali, affidano alle Regioni o alle Province delegate il rilascio dell’autorizzazione unica alla costruzione ed esercizio degli impianti alimentati da fonti rinnovabili e assoggetta alla sola denuncia di inizio attività (DIA) gli impianti stessi, unicamente quando la loro capacità di generazione sia inferiore alle soglie individuate dalla tabella A, con possibilità di deroga alle soglie di capacità di generazione e caratteristiche dei siti di installazione per i quali è applicabile la disciplina della DIA, solo con decreto interministeriale, d’intesa con la Conferenza unificata.
            La previsione di una competenza autorizzatoria a favore dei Comuni, così come l’aumento della soglia di potenza per la quale, innalzando la capacità rispetto a limiti previsti dal legislatore statale, si subordina la costruzione dell’impianto a procedure semplificate risultano quindi in contrasto con quanto stabilito con norme di principio dal legislatore statale.
 
 
 
Sentenza 4 giugno 2010, n. 195 – principio necessità pubblico concorso art. 97 Cost.
 
¨            E’ illegittima una disposizione regionale con la quale, nel disciplinare i meccanismi di inquadramento dei dipendenti regionali provenienti da altre amministrazioni, si preveda che alcune categorie di dipendenti regionali, già inquadrati in base alla corrispondenza fra le qualifiche rivestite nell’ente di provenienza e quelle proprie dell’ente regionale, ottengano una revisione di tale inquadramento, sulla base di un criterio più favorevole, fondato sui titoli posseduti ad una certa data e sull’anzianità di servizio.
            La Corte, nel sindacare le legittimità costituzionale di una legge della Regione Lazio,[17] rileva che il riconoscimento ad un vasto numero di dipendenti regionali di un livello superiore di inquadramento, acquisito in base ad un procedimento di “perequazione” esclusivamente ad essi riservato, rappresenta una deroga al principio del pubblico concorso stabilito dall’articolo 97 della Costituzione, senza che sussistano le peculiari e straordinarie esigenze di interesse pubblico idonee a giustificala, individuate dalla giurisprudenza della stessa Corte.[18]
 
 
 
Sentenza 10 giugno 2010, n. 201 – statuto speciale Regione siciliana – federalismo fiscale
 
¨                  Dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale sollevata dalla Regione Siciliana nei confronti di talune disposizioni contenute nella legge 5 maggio 2009, n. 42 (Delega al Governo in materia di federalismo fiscale, in attuazione dell’articolo 119 della Costituzione), con le quali si prevede l’istituzione, in seno alla Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le Regioni e le Province autonome di Trento e Bolzano, di un tavolo di confronto tra il Governo e ciascuna Regione a statuto speciale e ciascuna Provincia autonoma, che ha il compito di individuare le linee guida, indirizzi e strumenti per assicurare il concorso delle Regioni a statuto speciale e Province autonome agli obiettivi di perequazione e di solidarietà e per valutare la congruità delle attribuzioni finanziarie ulteriori intervenute successivamente all’entrata in vigore degli statuti, verificandone la coerenza con i principi contenuti nella legge delega sul federalismo fiscale.
            Ad avviso della Regione ricorrente, i compiti e le funzioni attribuiti a tale tavolo di confronto sarebbero una duplicazione della Commissione paritetica prevista dall’articolo 43 dello Statuto di autonomia e, comunque, potrebbero condizionarne i lavori, determinando linee guida ed indirizzi al fine della determinazione di nuove forme attuative dello Statuto. In ogni caso si configurerebbe la violazione dell’articolo 43 dello Statuto regionale, che attribuisce alla Commissione paritetica ivi prevista anche l’attuazione dei rapporti finanziari correlati all’attuazione dello statuto.
            La Corte, nel dichiarare infondata la questione, rileva che la Commissione paritetica prevista dallo Statuto della Regione ricorrente e “il tavolo di confronto”, previsto dalle norme censurate, hanno ambiti operativi e funzioni diversi.
            La prima è organo statutario, titolare di una speciale funzione di partecipazione al procedimento legislativo, chiamato a determinare le norme per l’attuazione dello statuto. Essa rappresenta un essenziale raccordo tra la Regione e il legislatore statale, funzionale al raggiungimento di tali obiettivi.
            Viceversa il “tavolo di confronto” non ha alcuna funzione di partecipazione al procedimento legislativo, e ha solo compiti e funzioni poilitico-amministrativi non vincolanti per il legislatore, di carattere esclusivamente informativo, consultivo e di studio nell’ambito della Conferenza permanente.
            Dalla evidenziata diversità di funzioni ne consegue che la disposizione censurata non ha alcuna attitudine lesiva delle prerogative statutarie della ricorrente.
 
Sentenza 10 giugno 2010, n. 207 – tutela della salute; autonomia finanziaria art. 119 Cost.
 
¨                  La disciplina degli accertamenti medico-legali sui dipendenti assenti per malattia, anche se viene attivata per soddisfare l’interesse del datore di lavoro volto a controllare e verificare la regolarità e legittimità dell’assenza per malattia del lavoratore, configura anche una prestazione di tipo sanitario che si sostanzia in una diagnosi sulla salute del lavoratore, conforme o difforme rispetto a quella effettuata dal medico curante o alla condizione denunciata dal lavoratore, e che può anche determinare l’adozione di misure che eccedono la persona del dipendente, qualora l’accertamento evidenzi patologie che presentino rischi di contagio.
            E’ quanto osserva la Corte chiamata a pronunciarsi, a seguito di ricorso promosso dalla Regione Toscana, in merito ad una disposizione statale con la quale si è stabilito che gli accertamenti medico-legali sui dipendenti pubblici assenti dal servizio per malattia, che devono essere necessariamente effettuati dalle aziende sanitarie locali (ASL) su richiesta delle Amministrazioni pubbliche interessate, rientrano nei compiti istituzionali del Servizio sanitario nazionale; con la conseguenza che i relativi oneri restano comunque a carico delle ASL.[19]
            Nonostante il legislatore statale abbia qualificato la disciplina in questione come espressione della materia della determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale, attribuita alla competenza esclusiva statale, il giudice delle leggi, sulla base delle citate osservazioni, riconduce la normativa impugnata alla materia di competenza concorrente della tutela della salute.
            Viene inoltre ricordato che le norme che disciplinano gli aspetti organizzativi dell’attività sanitaria “vanno anch’esse ricondotte alla materia della tutela della salute, quando sono idonee ad incidere sulla salute dei cittadini, costituendo le modalità di organizzazione del servizio sanitario la cornice funzionale ed operativa che garantisce la qualità e l’adeguatezza delle prestazioni erogate (sentenza n. 181 del 2006)”.
            Dopo aver ricondotto la disciplina impugnata alla materia della tutela della salute, la Corte dichiara fondata la questione di legittimità costituzionale rilevando che alla stessa non può essere riconosciuta la natura di normativa di principio, in quanto non lascia alcuno spazio di intervento alle Regioni anche solo a livello di normazione secondaria di mera esecuzione, con l’effetto, peraltro, di vincolare risorse per l’effettuazione di una prestazione che non rientra nella materia di competenza esclusiva dello Stato, incidendo, in tal modo, anche sull’autonomia finanziaria delle Regioni, tutelata dall’articolo 119 della Costituzione.
 
 
 
Sentenza 11 giugno 2010, n. 209 – norme di interpretazione autentica, requisiti di legittimità
 
¨                  La sentenza ripercorre gli indirizzi interpretativi della Corte Costituzionale in merito ai requisiti richiesti affinché le norme di interpretazione autentica, aventi per loro natura carattere retroattivo, siano conformi a Costituzione.
            La questione, sollevata in via incidentale dal Tribunale regionale di giustizia amministrativa per il Trentino-Alto Adige, sezione autonoma di Bolzano, riguarda alcune disposizioni con le quali la Provincia autonoma di Bolzano ha ritenuto di fornire una interpretazione autentica di precedenti disposizioni concernenti la materia urbanistica e, in particolare, le concessioni edilizie in sanatoria.[20]
            Ad avviso del rimettente, le norme censurate non si limiterebbero a chiarire il contenuto di precedenti disposizioni legislative ma amplierebbero ex novo il loro contenuto precettivo (nello specifico la disposizione provinciale prevede la sanatoria edilizia nelle ipotesi in cui una concessione edilizia venga dichiarata illegittima a causa di vizi di procedura che non è possibile rimuovere. La norme d’interpretazione autentica stabilisce che i vizi di procedura che consentono la sanatoria di precedenti concessioni illegittime, sono anche “i vizi sostanziali che non possono essere rimossi”).
            La norma d’interpretazione autentica introdurrebbe ipotesi di sanatoria non originariamente previste, considerato che il legislatore non si è limitato a chiarire una precedente disposizione ma ne ha ampliato, retroattivamente, il contenuto precettivo.
            Il giudice delle leggi dopo aver ricordato che, secondo consolidata giurisprudenza costituzionale, il legislatore può adottare norme di interpretazione autentica non soltanto in presenza di incertezze sull’applicazione di una disposizione o di contrasti giurisprudenziali, ma anche quando la scelta imposta dalla legge rientri tra le possibili varianti di senso del testo originario, con ciò vincolando un significato ascrivibile alla norma anteriore, ricorda anche che la medesima giurisprudenza ha individuato una serie di limiti generali all’efficacia retroattiva delle leggi, “«che attengono alla salvaguardia, oltre che dei principi costituzionali, di altri fondamentali valori di civiltà giuridica posti a tutela dei destinatari della norma e dello stesso ordinamento, tra i quali vanno ricompresi il rispetto del principio generale di ragionevolezza che ridonda nel divieto di introdurre ingiustificate disparità di trattamento […]; la tutela dell’affidamento legittimamente sorto nei soggetti quale principio connaturato allo Stato di diritto […]; la coerenza e la certezza dell’ordinamento giuridico […]; il rispetto delle funzioni costituzionalmente riservate al potere giudiziario» (sentenza n. 397 del 1994)”.
            Ciò premesso la Corte osserva che dal confronto tra le disposizioni censurate ed i principi elaborati dalla giurisprudenza costituzionale si arriva alla conclusione che le stesse non hanno il carattere di norme interpretative, e ledono, con la loro efficacia retroattiva, il canone generale della ragionevolezza delle norme, garantito dall’articolo 3 della Costituzione, l’effettività del diritto dei cittadini di agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi (articolo 24, primo comma, della Costituzione) e l’integrità delle attribuzioni costituzionali dell’autorità giudiziaria, anch’essa garantita dalla Carta fondamentale con l’articolo 102.
            Con le norme impugnate il legislatore provinciale non ha chiarito il contenuto di precedenti disposizioni legislative ma ha fatto delle vere e proprie innovazioni.
            Infatti, l’espressione “vizi delle procedure amministrative”, “non si presta ad una molteplicità di significati, tale da abbracciare i «vizi sostanziali», che esprimono invece un concetto ben distinto da quello di vizi procedurali e non in quest’ultimo potenzialmente contenuto, con la conseguenza di escludere la sanatoria nelle ipotesi di violazioni diverse da quelle formali-procedurali”.            Ne consegue chele suddette norme “interpretative” realizzano, con efficacia retroattiva, rilevanti modifiche dell’ordinamento urbanistico, incidendo in modo irragionevole sul “legittimo affidamento nella sicurezza giuridica, che costituisce elemento fondamentale dello Stato di diritto” (sentenza 24 luglio 2009, n. 236).
            Nel dichiarare l’illegittimità delle norme censurate, la Corte rileva che, per gli effetti che dette norme esplicano nel giudizio a quo, vengono frustrate le legittime aspettative di soggetti che, basandosi sulla legislazione vigente, che non davano adito a dubbi interpretativi, avevano chiesto e ottenuto dai giudici amministrativi la tutela delle proprie situazioni giuridiche, lese dagli atti illegittimi annullati.[21]
            “È irragionevole che il legislatore provinciale sia intervenuto per rendere retroattivamente legittimo ciò che era illegittimo, senza che fosse necessario risolvere oscillazioni giurisprudenziali e senza che il testo delle norme “interpretate” offrisse alcun appiglio semantico nel senso delle rilevanti modifiche introdotte. Con ciò facendo, non solo si è leso l’affidamento dei consociati nella stabilità della disciplina giuridica delle fattispecie, che viene sconvolta dall’ingresso inopinato e immotivato di norme retroattive che alterano rapporti pregressi, ma si rende inutile e privo di effettività il diritto dei cittadini di adire i giudici per ottenere la tutela delle proprie situazioni giuridiche soggettive.
            A tale lesione di diritti fondamentali dei cittadini si aggiunge la violazione dell’art. 102 Cost., perché le norme censurate incidono negativamente sulle attribuzioni costituzionali dell’autorità giudiziaria, travolgendo gli effetti di pronunce divenute irrevocabili e definendo sostanzialmente, con atto legislativo, l’esito di giudizi in corso”.
 
 
 
Sentenza 17 giugno 2010, n. 213 – principio necessità del pubblico concorso artt. 97 e 51 Cost.
 
¨            Il principio secondo cui al pubblico impiego si accede mediante concorso non è solamente diretto a salvaguardare il buon andamento della pubblica amministrazione di cui all’articolo 97 della Costituzione, ma è diretto anche, e prima di tutto, ad assicurare il diritto di tutti i cittadini di poter concorrere, in condizioni di uguaglianza, agli uffici pubblici come garantito dall’articolo 51 della Carta fondamentale.
            Su queste premesse la Corte dichiara l’illegittimità costituzionale di alcune norme della Regione Trentino-Alto Adige[22] con le quali si è previsto che il sistema di selezione dei dirigenti regionali avvenga mediante concorso interno per soli titoli, riservato agli iscritti ad un albo di soggetti idonei alle funzioni dirigenziali, e, in alternativa, anche mediante concorso aperto al personale esterno, rinviando ad una norma regolamentare della Giunta regionale il compito di precisare le ipotesi di ricorso alle due procedure alternative.
            Il giudice ricorda che la propria giurisprudenza, pur riconoscendo la legittimità di norme che affidano la scelta dei dirigenti a criteri di selezione alternativi al concorso pubblico e volti a valorizzare esperienze interne all’amministrazione,[23] ha sempre chiarito che tali deroghe possono ritenersi consentite a condizione, da un lato, che siano previsti adeguati criteri selettivi volti a garantire la necessaria professionalità degli assunti, dall’altro, che la legge bilanci in modo equilibrato il criterio di selezione del personale mediante concorso pubblico con i sistemi alternativi allo stesso, stabilendo delle percentuali rigorose entro le quali è consentito all’ente pubblico il ricorso alle procedure di selezione interne.[24]
            In particolare viene precisato che “l’accesso al concorso può anche essere condizionato al possesso di requisiti fissati dalla legge, allo scopo di consolidare pregresse esperienze lavorative maturate nell’ambito dell’amministrazione, purché l’assunzione nell’amministrazione pubblica non escluda o irragionevolmente riduca, attraverso norme di privilegio, le possibilità di accesso per tutti gli altri aspiranti, con violazione del carattere pubblico del concorso (sentenze n. 34 del 2004 e n. 141 del 1999)”.
            Poste queste premesse il giudice delle leggi rileva che le norme censurate introducono un sistema misto di selezione del personale regionale, allo scopo di valorizzare le professionalità interne all’amministrazione, omettendo di prevedere i criteri in base ai quali la Giunta è autorizzata a scegliere un sistema o l’altro, lasciando nell’indeterminatezza la proporzione tra dirigenti selezionati con concorso interno per titoli e dirigenti selezionati con concorso pubblico per titoli ed esami.
            “Ciò determina un’eccessiva e non preventivabile compressione del carattere aperto dei meccanismi di selezione, consentendo, in ultima analisi, che l’assunzione di personale a seguito di concorso pubblico sia relegata a ipotesi marginali e sia assicurata entro percentuali esigue e, comunque, non predeterminate”.
 
 
 
Sentenza 17 giugno 2010, n. 214 mutamento circoscrizioni comunali, art. 133 Cost.
 
¨            Anche una modifica territoriale che sia effetto di una volontaria permuta o cessione di terreni fra Comuni confinanti, che abbiano regolato d’intesa tra loro i rapporti patrimoniali ed economico finanziari, necessita di un intervento del legislatore regionale, previo esperimento di referendum consultivo delle popolazioni interessate, secondo quanto previsto dal secondo comma dell’articolo 133 della Costituzione.
            E’ quanto affermato dalla Corte costituzionale a seguito di rinvio incidentale da parte del Tribunale amministrativo per la Puglia, con riferimento ad alcune disposizioni dell’omonima Regione con le quali si prevedeva che le modifiche territoriali sopra indicate, potessero avvenire mediante mero decreto del Presidente della Regione, previa deliberazione della Giunta regionale, senza necessità di una formale legge e senza alcuna necessità di sentire le popolazioni interessate.[25]
           
 
 
Sentenza 17 giugno 2010, n. 215 – produzione,trasmissione e distribuzione dell’energia
 
¨            Dichiara l’illegittimità costituzionale di alcune norme statali con le quali si prevedeva un intervento in via sussidiaria dello Stato nell’individuazione di interventi relativi alla produzione, al trasporto ed alla distribuzione dell’energia, da realizzare con capitale prevalentemente o interamente privato, per i quali ricorrono particolari ragioni di urgenza in riferimento allo sviluppo socio-economico e che devono essere effettuati con mezzi e poteri straordinari, previa intesa con la Regione solo per l’individuazione degli interventi relativi alla produzione e non anche per quelli concernenti il trasporto e la distribuzione. [26]
            A contestare la legittimità dell’intervento statale le Regioni Umbria, Toscana, Emilia-Romagna e la Provincia autonoma di Trento che hanno rilevato la mancanza di ragioni giustificatrici della chiamata in sussidiarietà in capo allo Stato.
            Nell’accogliere le censure sollevate dalle ricorrenti, la Corte rileva come, trattandosi di norme che incidono in materia di produzione, trasmissione e distribuzione dell’energia, di competenza concorrente, perché la realizzazione dei relativi interventi possa essere compiuta a livello centrale è necessario individuare, in concreto, le ragioni che consentono, ai sensi dell’articolo 118 della Costituzione, la chiamata in sussidiarietà dello Stato.
            Benché le norme impugnate motivino lo spostamento di competenze con l’urgenza necessaria nell’esecuzione delle opere, la Corte osserva che, trattandosi di iniziative di rilievo strategico, ogni motivo d’urgenza dovrebbe comportare l’assunzione diretta, da parte dello Stato, della realizzazione delle opere medesime mentre, nel caso all’esame del giudice, si stabilisce che gli interventi debbano essere realizzati con capitale interamente o prevalentemente privato, che per sua natura è aleatorio, sia quanto all’an che al quantum.
            Inoltre viene rilevato che la previsione secondo cui la realizzazione degli interventi è affidata ai privati, rende l’intervento legislativo statale anche sproporzionato. “Se, infatti, le presunte ragioni dell’urgenza non sono tali da rendere certo che sia lo stesso Stato, per esigenze di esercizio unitario, a doversi occupare dell’esecuzione immediata delle opere, non c’è motivo di sottrarre alle Regioni la competenza nella realizzazione degli interventi”.
            La mancanza dei canoni di pertinenza e proporzionalità richiesti dalla giurisprudenza costituzionale al fine di riconoscere la legittimità di previsioni legislative che attraggano in capo allo Stato funzioni di competenza delle Regioni, comporta la conseguente dichiarazione di illegittimità delle norme impugnate per violazione degli articoli 117, terzo comma, e 118, primo e secondo comma, della Costituzione.
 
 
 
Sentenza 17 giugno 2010, n. 216 – vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario
 
¨            La sentenza conclude il giudizio promosso dallo Stato nei confronti della legge della Regione Sardegna 11 maggio 2006, n. 4 (Disposizioni varie in materia di entrate, riqualificazione della spesa, politiche sociali e di sviluppo), nei confronti della quale la Corte si era gia espressa, parzialmente, con sentenza 15 aprile 2008, n. 102, rimettendo, con ordinanza n. 103 in pari data, alla Corte di giustizia CE, in via pregiudiziale, le questioni di interpretazione degli articoli 49 e 87 del Trattato CE, con riferimento all’articolo 4 della legge regionale impugnata che istituisce un’imposta regionale sullo scalo turistico degli aeromobili e delle unità da diporto per i soggetti aventi domicilio fiscale fuori dal territorio regionale.
            La sentenza in esame, segue alla decisione della Corte di giustizia CE che, con sentenza 17 novembre 2009, C-169/08, ha dichiarato, nella sostanza, che l’articolo 49 del trattato deve essere interpretato nel senso che con esso contrasta una norma tributaria, come quella introdotta dal legislatore sardo, e che l’articolo 87 del trattato deve essere interpretato nel senso che un normativa tributaria come quella di cui trattasi, la quale grava unicamente sulle persone fisiche e giuridiche aventi domicilio fiscale fuori dal territorio regionale, costituisce un aiuto di Stato a favore delle imprese stabilite su quel territorio.
            La Corte Costituzionale, preso atto della decisione della Corte di giustizia CE, ovvero che la norma regionale impugnata è incompatibile con la norma interposta dell’articolo 49 del Trattato CE come interpretata dalla Corte di giustizia, ne trae le necessarie conseguenze dichiarandone l’illegittimità costituzionale per violazione dell’articolo 117, primo comma, della Costituzione.
 
 
 
Sentenza 17 giugno 2010, n. 221 – Statuto speciale Friuli-Venezia Giulia lavori pubblici di interesse regionale
 
¨            Premesso che lo statuto di speciale autonomia della Regione Friuli-Venezia Giulia, attribuisce alla Regione competenza legislativa primaria in materia di lavori pubblici di interesse regionale, la Corte Costituzionale, chiamata a sindacare della legittimità costituzionale di alcune disposizioni contenute in una legge regionale afferenti la materia in questione[27], precisa che detta attribuzione di competenza non significa che non trovino applicazione le disposizioni di principio contenute nel decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163 (Codice dei contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture in attuazione delle direttive 2004/17/CE e 2004/18/CE), ed in particolare quelle che sono espressione di principi in materia di tutela della concorrenza o la disciplina di istituti e rapporti privatistici, soprattutto nella fase di conclusione e di esecuzione del contratto di appalto, che deve essere uniforme su tutto il territorio nazionale al fine di assicurare il principio di uguaglianza.
            La Corte, entrando nel merito delle questioni sollevate, dichiara fondata la questione di legittimità costituzionale della legge impugnata nella parte in cui prevede che per i lavori di minore complessità, la cui progettazione non richieda fasi autonome di approfondimento, il progetto definitivo e quello esecutivo sono sviluppati in un unico elaborato tecnico, salvo diversa indicazione del responsabile unico del procedimento.
            Il giudice delle leggi rileva che l’articolo 93 del Codice dei contratti prevede che la progettazione in materia di lavori pubblici si articola secondo tre livelli di successivi approfondimenti tecnici, in preliminare, definitiva ed esecutiva. Tale articolazione persegue il fine di assicurare la qualità dell’opera e la rispondenza alle finalità relative alla conformità alle norme ambientali e urbanistiche, nonché il soddisfacimento dei requisiti essenziali, definiti dal quadro normativo nazionale e comunitario e, pertanto, si pone come limite all’attività legislativa regionale.
            Come già chiarito dalla sentenza 23 novembre 2007, n. 401 la progettazione non costituisce una materia, ma è un momento del complesso iter procedimentale preordinato alla realizzazione dell’opera e la sua articolazione è essenziale per assicurare, con il progetto esecutivo, l’eseguibilità dell’opera, di talché si configura come un limite al legislatore regionale.
            Considerato che la norma regionale impugnata non rispetta tale limite, atteso che essa prevede la non essenzialità della progettazione preliminare, considerandola assorbita nell’approvazione dell’elenco annuale dei lavori, ne viene dichiarata l’illegittimità costituzionale.
 
 
 
Sentenza 24 giugno 2010, n. 223 – disciplina della circolazione stradale
 
¨            Come già affermato dalla sentenza 29 dicembre 2004, n. 428, la disciplina della circolazione stradale è attribuita alla competenza esclusiva dello Stato. La sentenza in esame precisa che tale competenza riguarda ogni tipo di circolazione stradale indipendentemente dal fatto che le strade siano classificate come statali, regionali o provinciali.
            Su queste premesse la Corte dichiara l’illegittimità costituzionale di alcune disposizioni della Regione Campania[28] con le quali si stabiliva, in difformità da quanto previsto dal Codice della Strada, che nelle strade regionali non è consentito l’uso repressivo degli apparecchi di misurazione della velocità (autovelox) e che, comunque, questi debbono essere segnalati ad una distanza di quattro chilometri, in contrasto con quanto prevede il Codice che rinvia ad un decreto del Ministro dei Trasporti per la disciplina delle modalità di impiego delle suddette apparecchiature.
 
 
 
Sentenza 24 giugno 2010, n. 224 – spoil system, principio di continuità dell’azione amministrativa, art. 97 Cost.
 
¨            Modificando il proprio precedente orientamento affermato con la sentenza 16 giugno 2006, n. 233, la Corte Costituzionale, dato atto dell’evoluzione giurisprudenziale in materia di spoil system, dichiara illegittima una disposizione regionale con la quale si prevedeva un meccanismo di automatica decadenza del direttore amministrativo e del direttore sanitario delle Aziende sanitarie locali, entro tre mesi dalla data di nomina del nuovo direttore generale, salvo riconferma.[29]
            La Corte, investita della questione dal Tribunale ordinario di Roma, rileva che la più recente giurisprudenza costituzionale, con riferimento alle disposizioni disciplinatrici dei rapporti tra organi politici e amministrativi ovvero tra organi amministrativi, ha portato a valorizzare il principio di continuità dell’azione amministrativa che trova fondamento nell’articolo 97 della Costituzione, con la conseguenza che meccanismi di decadenza automatica riferiti a figure non apicali, per i quali non sussiste, per la loro scelta, un criterio fondato sull’intuitus personae tra l’organo politico che conferisce l’incarico ed il soggetto che lo riceve, in quanto pregiudicano la continuità dell’azione amministrativa, si pongono in contrasto con il citato articolo 97.
            In particolare tali automatiche decadenze, pregiudicano il principio di continuità dell’azione amministrativa in quanto introducono in quest’ultima un elemento di parzialità sottraendo al soggetto dichiarato decaduto dall’incarico le garanzie del giusto procedimento, svincolando tale rimozione dall’accertamento oggettivo dei risultati conseguiti. (sentenze: 5 febbraio 2010, n. 34; 24 ottobre 2008. n. 351; 23 marzo 2007, n. 104).
            Nel caso specifico la Corte rileva che la scelta fiduciaria del direttore amministrativo e del direttore sanitario che deve essere effettuata dal direttore generale con particolare riferimento alle capacità professionali del prescelto, non implica che la interruzione del rapporto, che si instaura in conseguenza di tale scelta, possa avvenire con il medesimo margine di apprezzamento discrezionale che connota quest’ultima.
            “Una volta, infatti, instaurato il rapporto di lavoro, con la predeterminazione contrattuale della sua durata, vengono in rilievo altri profili, connessi, in particolare, da un lato, alle esigenze dell’Amministrazione ospedaliera concernenti l’espletamento con continuità delle funzioni dirigenziali proprie del direttore amministrativo, e, dall’altro lato, alla tutela giudiziaria, costituzionalmente protetta, delle situazioni soggettive dell’interessato, inerenti alla carica”.
            Considerato che la norma della legge regionale del Lazio di cui si dubita della conformità a Costituzione non ancora l’interruzione del rapporto di ufficio in corso a ragioni interne a tale rapporto, idonee ad arrecare un vulnus ai principi di efficienza, efficacia e continuità dell’azione amministrativa, la stessa si pone in contrasto con il principio di buon andamento sancito dall’articolo 97 della Costituzione.
            Viene inoltre rilevato che la norma censurata, prevedendo l’interruzione ante tempus del rapporto, non consente alcuna valutazione qualitativa dell’operato del direttore amministrativo, che sia effettuata con le garanzie del giusto procedimento.          Infatti, soltanto nel rispetto delle garanzie procedimentali il nuovo direttore generale può, con provvedimento motivato, procedere alla rimozione del direttore amministrativo prima della scadenza contrattuale. In tal modo, infatti, viene garantita al dirigente interessato la possibilità di fare valere il suo diritto di difesa, sulla base eventualmente dei risultati delle proprie prestazioni e delle competenze esercitate in concreto nella gestione dei servizi amministrativi a lui affidati.
 
 
Sentenza 24 giugno 2010, n. 225 – principio necessità del pubblico concorso artt. 97 e 51 Cost.
 
¨      La sentenza ribadisce che il principio del pubblico concorso per l’accesso agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni, può andare incontro a deroghe ed eccezioni, attraverso la previsione di trasformazione delle posizioni di lavoro a tempo determinato, già ricoperte da personale precario dipendente, quando l’intento è di valorizzare esperienze professionali maturate all’interno dell’amministrazione.
            Tuttavia perché ciò sia conforme a Costituzione è necessario che le eccezioni al principio del pubblico concorso siano numericamente contenute in percentuali limitate, rispetto alla globalità delle assunzioni poste in essere dall’amministrazione; che l’assunzione corrisponda a una specifica necessità funzionale dell’amministrazione stessa; e, soprattutto, che siano previsti adeguati accorgimenti per assicurare comunque che il personale assunto abbia la professionalità necessaria allo svolgimento dell’incarico.
            Tali criteri non risultano essere rispettati, con conseguente dichiarazione di illegittimità costituzionale, con riferimento ad una legge della Regione Lazio[30] con la quale è stato previsto che i soggetti che previa una selezione di evidenza pubblica hanno ricoperto, per almeno cinque anni consecutivi, incarichi dirigenziali nelle strutture della Regione e attualmente prestano servizio presso le stesse sono immessi, a domanda, nel ruolo della dirigenza della Regione.
 
 
Sentenza 24 giugno 2010, n. 226 – servizi sociali
 
¨            E’ illegittimo l’articolo 3, comma 40 della legge 15 luglio 2009, n. 94 (Disposizioni in materia di sicurezza pubblica), nella parte in cui dispone che i sindaci possono avvalersi di gruppi di osservatori privati (le cosiddette “ronde”), al fine di segnalare alle Forze di polizia locale situazioni di disagio sociale.
            E’ quanto affermato dalla Corte Costituzionale a seguito di ricorso promosso dalle Regioni Toscana, Emilia-Romagna e Umbria.
            Rileva la Corte che, mentre rientra pienamente nelle competenze statali prevedere, come fa la norma impugnata, che i sindaci possono avvalersi di gruppi di osservatori privati perché segnalino alle Forze di polizia eventi che possono arrecare danno alla sicurezza urbana, posto che con tale concetto e sussumibile in quello di “sicurezza pubblica”, di competenza esclusiva statale, altrettanto non può dirsi per il termine “situazioni di disagio sociale”, da far rientrare, per la sua genericità, in interventi ispirati a finalità di politica sociale, riconducibili alla materia dei “servizi sociali”, appartenente alla competenza residuale delle Regioni.
 
 
 
Sentenza 24 giugno 2010, n. 232 – tutela della concorrenza, commercio
 
¨            Non è consentito al legislatore regionale, nell’esercizio della propria competenza in materia di commercio, prevedere un divieto generalizzato di effettuare vendite promozionali, per qualsiasi tipologia di prodotti (stagionali e non), in periodo antecedente le vendite di fine stagione.
            Ciò infatti si pone in contrasto con quanto stabilito dall’articolo 3 del decreto legge 4 luglio 2006, n. 233 (Disposizioni urgenti per il rilancio economico e sociale, per il contenimento e la razionalizzazione della spesa pubblica, nonché interventi in materia di entrate e di contrasto all’evasione fiscale) che ha stabilito la eliminazione delle limitazioni temporali, quantitative e procedurali, relative alle vendite promozionali, con l’unica eccezione riferita ai periodi immediatamente precedenti i saldi di fine stagione per i medesimi prodotti.
            In tal senso è la sentenza pronunciata con riferimento ad una disposizione della Regione Liguria[31] a seguito di rimessione in via incidentale da parte del Giudice di Pace Genova.
            La Corte rileva che la disciplina statale citata è adottata espressamente al fine di garantire la libertà di concorrenza secondo condizioni di pari opportunità ed il corretto ed uniforme funzionamento del mercato.
            Prevedere un divieto generalizzato alle vendite promozionale, come fa la norma impugnata, anziché limitarlo ai solo prodotti che saranno oggetto di saldo per fine stagione, incide sulla materia “tutela della concorrenza”, di competenza statale e, pertanto, ne viene dichiarata l’illegittimità costituzionale.
 
 

Elenco pronunce d’interesse per le Regioni ordinarie depositate nel periodo gennaio – aprile 2011

Sentenza 5 gennaio 2011, n. 7 – (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri)
 
Materia: appalti pubblici e tutela della concorrenza; ordinamento civile; accesso pubblici uffici;
 
 
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 1, comma 6, della legge della Regione Liguria 28 dicembre 2009, n. 63 (Disposizioni collegate alla legge finanziaria 2010), con il quale si autorizzano i soggetti privati a presentare “studi di pre-fattibilità”, senza alcun diritto a compenso o alla realizzazione dell’opera e neppure ad una tempestiva decisione della Regione, prevedendo in tal modo una disciplina difforme da quella dettata dall’art. 153, comma 19, del decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163 (Codice dei contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture), incidendo sulla materia di competenza esclusiva statale della tutela della concorrenza;
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 4 della l.r. Liguria 63/2009, che pur limitandosi a prevede la corresponsione, a coloro che svolgano determinati compiti di particolare responsabilità, di un’indennità prevista dalla stessa contrattazione collettiva, interviene in una materia di competenza esclusiva statale quale è quella dell’ordinamento civile e nell’ambito della c.d. riserva di contrattazione collettiva;
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 5 della l.r. Liguria 63/2009. con il quale si prevede, per la copertura di posti vacanti nella dotazione in organico, che siano banditi concorsi pubblici riservati, per titoli ed esami, per soggetti in possesso di determinati requisiti di professionalità e di anzianità, La Corte ribadisce che la natura comparativa e aperta della procedura è elemento essenziale del concorso pubblico, sicché procedure selettive riservate, che escludano o riducano irragionevolmente la possibilità di accesso dall’esterno, violano il carattere pubblico del concorso;
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 6 della l.r. Liguria 63/2009 che in tema di progressione economica e di carriera, prevede che i soggetti risultanti vincitori nelle prove selettive bandite entro il gennaio 2010 siano “riclassificati” e che le relative graduatorie siano utilizzabili, ai fini della loro progressione, per un triennio. La Corte rileva che la disposizione censurata prevedendo una modalità di progressione verticale nel sistema di classificazione, basata sui risultati di un concorso già espletato e non già sull’indizione di nuovi concorsi ad hoc, nella quale i candidati vincitori sono riclassificati e le relative graduatorie sono utilizzabili per i successivi tre anni, si pone in contrasto con il principio di accesso ai pubblici uffici mediante concorso, garantito dall’art. 97 della Cost. che deve ritenersi operante anche per le progressioni di carriera.
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’artt. 7 e 8 della l.r. Liguria 63/2009, i quali prevedono che, per il personale in trasferta, il tempo occorrente per il viaggio è utile ai fini del completamento dell’orario di lavoro e per il calcolo del lavoro straordinario, e che, al personale regionale in servizio presso la sede di Bruxelles, sia corrisposta un’indennità di servizio. La Corte rileva che entrambi gli articoli incidono su aspetti privatistici del contratto con la Regione, con conseguente lesione della competenza legislativa statale in materia di ordinamento civile;
– dichiarata non fondata la censura sollevata nei confronti dell’art. 28 della legge ligure che autorizza la Giunta e il suo presidente a dotarsi di personale assunto con forme di collaborazione flessibile atteso che le norme regionali dirette a disciplinare la possibilità di ricorrere a contratti a tempo determinato per far fronte alle esigenze lavorative della Regione devono ritenersi inquadrabili nella materia dell’organizzazione degli uffici regionali, attribuita dall’art. 117, quarto comma, Cost., alla competenza legislativa residuale delle Regioni e che, per gli incarichi di collaborazione con organi elettivi e politici, richiedenti un particolare rapporto di fiducia con il personale scelto, le Regioni possono derogare ai criteri statali di cui al d.lgs. 20 marzo 2001, n. 165 (Norme generali sull’ordinamento del lavoro alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni),  prevedendo, in alternativa, altri criteri di valutazione ugualmente idonei a garantire la competenza e la professionalità dei soggetti di cui si avvale, sempre che non ne sia prevista la successiva stabilizzazione.
 
 
 
Sentenza 12 gennaio 2011, n. 8 – (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri)
 
Materia: tutela della salute
 
 
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 35 della legge della Regione Emilia-Romagna 22 dicembre 2009, n. 24 (Legge finanziaria regionale adottata a norma dell’art. 40 della legge regionale 15 novembre 2001, n. 40 in coincidenza con l’approvazione del bilancio di previsione della Regione Emilia-Romagna per l’esercizio finanziario 2010 e del bilancio pluriennale 2010-2012) che consente l’uso di farmaci anche al di fuori delle indicazioni registrate nell’autorizzazione all’immissione in commercio (AIC), quando tale estensione consenta una riduzione della spesa farmaceutica a carico del SSN, atteso che spetta allo Stato stabilire, con norme aventi il carattere di principi fondamentali in materia di tutela della salute, e sulla risultanza di dati scientifici sottratti a valutazioni di pura discrezionalità politica, regolare le modalità ed i criteri in base ai quali è ammesso l’uso di farmaci al di fuori delle indicazioni per le quali è autorizzata la loro immissione in commercio.
 
 
 
Sentenza 2 febbraio 2011, n. 33 (giudizi di promossi dalle Regioni Toscana, Emilia-Romagna e Puglia)
 
Materia: produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia
 
 
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 4 del decreto legislativo 15 febbraio 2010, n. 31 (Disciplina della localizzazione, della realizzazione e dell’esercizio nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia elettrica nucleare, di impianti di fabbricazione del combustibile nucleare, dei sistemi di stoccaggio del combustibile irraggiato e dei rifiuti radioattivi, nonché misure compensative e campagne informative al pubblico, a norma dell’articolo 25 della legge 23 luglio 2009, n. 99) nella parte in cui non prevede che la Regione interessata, anteriormente all’intesa con la Conferenza unificata, esprima il proprio parere in ordine al rilascio dell’autorizzazione unica per la costruzione e l’esercizio degli impianti nucleari
 
 
 
Sentenza 9 febbraio 2011, n. 35 – (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri)
 
Materia: ordinamento penale; ordine pubblico e sicurezza
 
 
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 4, comma 2, lettera c), della legge della Regione Basilicata 29 dicembre 2009, n. 41 (Polizia locale e politiche di sicurezza urbana) che attribuisce la qualifica di Ufficiale di Polizia Giudiziaria e di Agente di Polizia Giudiziaria al personale della Polizia Locale;
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 4, comma 2, lettera q), e comma 4, della medesima legge nella parte in cui prevede che possano essere raggiunte intese di collaborazione nell’attività di pubblica sicurezza tra le amministrazioni locali, anche al di fuori dei rispettivi territori di appartenenza, inviandone comunicazione al prefetto solo nel caso in cui riguardino personale avente la qualità di agente in servizio armato.
 
 
 
Sentenza 9 febbraio 2011, n. 36 – (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri)
 
Materia: mutamento circoscrizioni comunali art. 133 Cost.
 
 
– dichiara la illegittimità costituzionale degli artt. 1, 2 e 3 della legge della Regione Puglia 25 febbraio 2010, n. 6, recante «Marina di Casalabate: modifica delle circoscrizioni territoriali dei Comuni di Lecce, Trepuzzi e Squinzano e integrazione alla legge regionale 20 dicembre 1973, n. 26 (Norme in materia di circoscrizioni comunali)» con i quali si è provveduto a modificare le circoscrizioni territoriali dei Comuni di Lecce, Trepuzzi e Squinzano, in assenza di preventiva consultazione popolare delle popolazioni interessate
 
 
 
Sentenza 9 febbraio 2011, n. 40 – (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri)
 
Materia: servizi sociali
 
 
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 4 della legge della Regione Friuli-Venezia Giulia 31 marzo 2006, n. 6 (Sistema integrato di interventi e servizi per la promozione e la tutela dei diritti di cittadinanza sociale), così come modificato dall’art. 9, commi 51, 52 e 53, della legge regionale 30 dicembre 2009, n. 24 (Disposizioni per la formazione del bilancio pluriennale e annuale della Regione – Legge finanziaria 2010), con il quale si esclude dall’accesso al sistema integrato dei servizi concernenti provvidenze sociali fornite dalla Regione, i cittadini extracomunitari, nonché i cittadini europei non residenti da almeno 36 mesi.
 
 
 
Sentenza 11 febbraio 2011, n. 42 – (giudizio promosso in via incidentale dal TAR Puglia, Sezione di Lecce)
 
Materia: accesso al pubblico impiego art. 97 Cost.
 
 
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’articolo 3, comma 40, della legge della Regione Puglia 31 dicembre 2007, n. 40 (Disposizioni per la formazione del bilancio di previsione 2008 e bilancio pluriennale 2008-2010 della Regione Puglia), con il quale si è prevista la stabilizzazione del personale dirigente sanitario, mediante un concorso interamente riservato ai precari, in violazione dell’art. 97 Cost.
 
 
 
Sentenza 11 febbraio 2011, n. 43 – (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri)
 
Materia: ordinamento civile
 
 
– dichiara l’illegittimità costituzionale degli articoli 13, comma 3, 20, comma 3, e 22, commi 3 e 4, della legge della Regione Umbria 21 gennaio 2010, n. 3 (Disciplina regionale dei lavori pubblici e norme in materia di regolarità contributiva per i lavori pubblici) con i quali sono state regolamentate fasi della procedura amministrativa di evidenza pubblica che rientrano nella competenza esclusiva statale essendo volte a disciplinare la fase di esecuzione del contratto di appalto e come tale incidendo sulla materia dell’ordinamento civile. In particolare le norme disciplinavano, in maniera difforme rispetto alla normativa statale: a) l’utilizzazione dei “prezziari” scaduti; b) la possibilità che per alcune procedure di affidamento di servizi attinenti all’architettura e all’ingegneria la determinazione dei taluni corrispettivi venga concordata tra il responsabile del procedimento o il dirigente e il professionista incaricato, c) la possibilità, con riferimento agli appalti per lavori di manutenzione, di stipulare un contratto di contenuto variabile a seconda delle necessità manifestate dell’amministrazione nel periodo di validità temporale dello stesso.
 
 
 
Sentenza 11 febbraio 2011, n. 44 – (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri)
 
Materie: tutela ambiente; produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia
 
 
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 1, comma 12, ultima parte, del comma 16 e del comma 25 della legge della Regione Campania 21 gennaio 2010, n. 2 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale della regione Campania – Legge finanziaria anno 2010) che prevedono rispettivamente: a) un finanziamento regionale per la realizzazione di condotte sottomarine per lo sversamento in mare delle acque reflue non trattate dei canali affluenti, nel tratto del litorale Dominio-Flegreo, durante i periodi di magra, in deroga alla normativa comunitaria e nazionale, in materia di ambiente, diretta eliminare l’inquinamento dell’ambiente marino; b) l’istituzione di aree cinofile, adibite all’addestramento e allenamento dei cani da caccia, e ad altre attività cinofile, all’interno dei territori dei parchi, in violazione con le disposizioni statali che garantiscano un elevato livello di tutela della aree destinate a parco, a difesa dell’habitat naturale; c) l’imposizione di limiti per la dislocazione di centrali di produzione di energia da fonti rinnovabili, in assenza di linee guida approvate in Conferenza unificata come stabilito dalla disciplina statale che si configura quale disciplina di principio in materia di energia.  
 
 
 
Sentenza 11 febbraio 2011, n. 45 – (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri)
 
Materie: disciplina elettorale degli organi regionali
 
 
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 1, commi 1 e 3, della legge della Regione Basilicata 19 gennaio 2010, n. 3 (Norme relative al sistema di elezione del Presidente della Giunta regionale e dei consiglieri regionali, ai sensi della legge 2 luglio 2004, n. 165 – Disposizioni di attuazione dell’art. 122, primo comma, della Costituzione), e dell’art. 1 della legge della Regione Basilicata 5 febbraio 2010, n. 19 (Modifiche e integrazioni alla legge regionale 19 gennaio 2010, n. 3) con le quali la Regione ha disciplinato il sistema elettorale regionale prima dell’approvazione dello statuto, in contrasto con quanto stabilito dalla legge costituzionale 22 novembre 1999, n. 1 (Disposizioni concernenti l’elezione diretta del Presidente della Giunta regionale e l’autonomia statutaria delle Regioni)
 
 
 
Sentenza 18 febbraio 2011, n. 52 – (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri)
 
Materia: accesso al pubblico impiego art. 97 Cost.
 
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 6, comma 2, della legge della Regione Toscana 29 dicembre 2009, n. 85 (Riconoscimento della “Fondazione Toscana Gabriele Monasterio per la ricerca medica e di sanità pubblica” come ente di diritto pubblico), che prevede l’espletamento di un concorso riservato per l’accertamento della idoneità e per l’inquadramento nei ruoli del servizio sanitario regionale a favore del personale della Fondazione Gabriele Monasterio che non sia stato assunto con procedura selettiva pubblica, per violazione dei principi di uguaglianza, buon andamento e imparzialità della pubblica amministrazione e della regola del pubblico concorso per l’accesso all’impiego alle dipendenze di pubbliche amministrazioni
 
 
 
Sentenza 18 febbraio 2011, n. 53 – (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri)
 
Materia: ordinamento civile
 
 
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 8, comma 1, lettera r), della legge della Regione Lombardia 5 febbraio 2010, n. 7 (Interventi normativi per l’attuazione della programmazione regionale e di modifica ed integrazione di disposizioni legislative – Collegato ordinamentale 2010), nella parte in cui ha sostituito l’art. 20, comma 3, della precedente legge regionale 19 maggio 1997, n. 14 in materia di acquisizione di forniture e servizi). La disposizione dichiarata illegittima prevedeva che per determinate forniture di beni prodotti in serie e di servizi a carattere periodico, o di natura intellettuale, il collaudo e la verifica di conformità, previsti dall’art. 120 del decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163 (Codice dei contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture in attuazione delle direttive 2004/17/CE e 2004/18/CE), potessero essere sostituiti da un attestato di regolare esecuzione rilasciato dal responsabile unico del procedimento ovvero dal dirigente della struttura destinataria della fornitura del servizio.
 
 
 
Sentenza 25 febbraio 2011, n. 60 – (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri)
 
Materia: tributi regionali
 
 
– dichiara non fondate le questione di legittimità costituzionale dell’art. 3, comma 1, comma 2, alinea e lettera c), comma 3, e dell’art. 4, comma 1, alinea e lettera b), della legge della Regione Veneto 22 gennaio 2010, n. 5 (Norme per favorire la partecipazione dei lavoratori alla proprietà e alla gestione d’impresa), con i quali è stata attribuita alla Giunta regionale la competenza a concedere agevolazioni fiscali a favore delle imprese che attuano la partecipazione dei lavoratori alla proprietà e alla gestione dell’impresa, e agevolazioni e/o finanziamenti ai dipendenti che vi partecipano, sollevate con riferimento agli art. 97, 23 e 117   
 
 
 
Sentenza 25 febbraio 2011, n. 61 – (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri)
 
Materie: immigrazione, assistenza e servizi sociali, tutela della salute, lavoro, formazione professionale
 
 
– dichiara non fondate le questioni di legittimità costituzionale sollevate nei confronti di numerose disposizioni contenute nella legge della Regione Campania 8 febbraio 2010, n. 6 (Norme per l’inclusione sociale, economica e culturale delle persone straniere presenti in Campania), dirette a garantire pari opportunità, rispetto ai cittadini campani, ai cittadini stranieri non appartenenti all’Unione europea, agli apolidi, ai richiedenti asilo e ai rifugiati presenti nel territorio nazionale, nell’ambito delle proprie competenze in materia di assistenza e servizi sociali, tutela della salute, lavoro, formazione professionale.
 
 
 
Sentenza 3 marzo 2011, n. 67 – (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri)
 
Materie: accesso al pubblico impiego art. 97 Cost, diritto di libera iniziativa economica 41 Cost., tutela della concorrenza, produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia, tutela dell’ambiente
 
 
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 11  della legge della Regione Basilicata 30 dicembre 2009, n. 42 (Disposizioni per la formazione del bilancio di previsione annuale e pluriennale della Regione Basilicata legge finanziaria 2010), e dell’art. 1 della legge della Regione Basilicata 29 gennaio 2010, n. 10 (Modifiche all’art. 11 della legge regionale 30 dicembre 2009, n. 42) con i quali è stata prevista la stabilizzazione di lavoratori precari mediante mere procedure selettive, senza prevedere il superamento di un pubblico concorso e quindi in contrasto con l’art. 97 Cost che consente deroghe a tale principio solo qualora ricorrano esigenze particolari e sia adeguatamente garantita la professionalità dei prescelti;
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 54, comma 1 e comma 2 della legge della Regione Basilicata n. 42 del 2009, il primo dei quali prevede una moratoria generalizzata all’installazione di impianti di energia alimentati da fonti rinnovabili autorizzando eccezionalmente l’installazione a enti pubblici o a società a capitale interamente pubblico, in contrasto con l’art. 117, secondo comma lettera e) della Cost. in materia di concorrenza, l’art. 41 Cost. che garantisce il diritto d’iniziativa economica nonché l’art. 3 Cost. poiché assegna ai soggetti pubblici un’indebita ed ingiustificata posizione di vantaggio, mentre il comma 2, prevede fasce di rispetto e forti restrizioni all’insediamento di impianti alimentati da fonti rinnovabili in maniera del tutto avulsa dalle linee guida nazionali e quindi in violazione della tutela dell’ambiente riservata allo Stato dall’art. 117, comma secondo lettera s) Cost.
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 7, comma 1, lettera c) della legge della Regione Basilicata 19 gennaio 2010, n. 1 (Norme in materia di energia e Piano di Indirizzo Energetico Ambientale Regionale D.Lgs. n. 152 del 3 aprile 2006 – L.R. n. 9/2007) che consente l’installazione di impianti eolici anche in mancanza di VIA se la potenza installata è inferiore a determinate soglie, in contrasto con quanto stabilito dall’art. 12 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152 (Norme in materia ambientale) che prevede la procedura di VIA per tutti gli impianti;
– dichiara l’illegittimità costituzionale di alcuni punti dell’Appendice A al Piano di Indirizzo Energetico Ambientale Regionale (P.I.E.A.R.), Allegato alla l.r. Basilicata 1/2010 che prevedono la preclusione assoluta alla realizzazione degli impianti solari termodinamici e fotovoltaici nella aree della Rete Natura 2000 in maniera ingiustificata e in contrasto con la disciplina protezionistica statale esistente, che regola gli interventi all’interno delle aree protette sottoponendone la fattibilità alla valutazione di incidenza, per individuarne e valutarne in via preventiva gli effetti sulla base di un concreto confronto con gli obiettivi di conservazione dei siti;
 
 
 
Sentenza 3 marzo 2011, n. 68 – (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri)
 
Materie: accesso al pubblico impiego art. 97 Cost, tutela della salute, autonomia universitaria art. 33 Cost, ordinamento civile, coordinamento finanza pubblica
 
 
– dichiara l’illegittimità costituzionale di alcuni articoli della legge della Regione Puglia 25 febbraio 2010, n. 4 (Norme urgenti in materia di sanità e servizi sociali) con i quali: a) si è previsto l’accesso a posti di dirigente medico in assenza di concorso in violazione degli art. 97 e 117, terzo comma, Cost., in materia di tutela della salute;
b) facendo ricorso all’istituto della mobilità, si è prevista la “ruolizzazione” – ossia l’inquadramento a tempo indeterminato nei ruoli del servizio sanitario regionale – di personale già titolare di contratto ovvero di incarico a tempo indeterminato presso enti del SSN in violazione dell’art. 97 Cost., perché non si prevede il pubblico concorso per l’inquadramento, e dell’art. 117, secondo comma, lettera l), Cost., in materia di ordinamento civile, perché la norma concerne l’istituto della mobilità, disciplinato dai contratti collettivi di lavoro;
c) si è prevista la stabilizzazione di personale alle dipendenze delle P.A. senza precisare se sussistano i requisiti per poter ammettere deroghe al principio del pubblico concorso, senza peraltro prevedere copertura finanziaria,
d) prevedono procedure concorsuali con riserva a favore del personale titolare di lavoro a tempo determinato in servizio che abbiano maturato una determinata anzianità, riferendosi anche al personale delle aziende ospedaliero-universitarie, privando le università della facoltà di procedere alla individuazione della quota di personale di eventuale propria competenza in violazione dell’art. 33 Cost che garantisce l’autonomia universitaria;
e)prevedono, per il personale sanitario degli istituti penitenziari, lo svolgimento di concorsi con riserva di posti non rigorosamente delimitata in violazione dell’art. 97 Cost,, e l’equiparazione del personale medico titolare di incarico provvisorio a quello del personale medico titolare di incarico definitivo nonché l’equiparazione tra medici del servizio integrativo di assistenza sanitaria e medici specialisti, da un lato, e medici generali e per la specialistica ambulatoriale, dall’altro, in violazione dell’art. 117, secondo comma lettera l) Cost. in materia di ordinamento civile, trattandosi di disciplina riservata alla contrattazione collettiva;
f) prevedono un aumento del trattamento economico dei direttori generali, sanitarie e amministrativi degli enti ed istituti sanitari, in violazione del principio di riduzione dei trattamenti economici ricavabile dall’art. 61, comma 14 del decreto-legge 12 luglio 2008, n. 112 (Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria);
g) disciplinano l’applicazione della c.d. “clausola sociale” prevedendo che la Regione, gli enti, le aziende e le società strumentali della Regione Puglia debbano prevedere nei bandi di gara, negli avvisi e, in ogni caso, nelle condizioni di contratto per l’affidamento di servizi l’assunzione a tempo indeterminato, anziché il mantenimento in servizio del personale già assunto, del personale già utilizzato dalla precedente impresa o società affidataria dell’appalto nonché la garanzia delle condizioni economiche e contrattuali già in essere, ove più favorevoli. In tal modo si impongono alle nuove imprese o società affidatarie dell’appalto l’assunzione a tempo indeterminato, anziché l’utilizzo, del personale della precedente impresa o società affidataria, estendendo quest’obbligo, senza prevedere alcuna procedura selettiva, anche alle società a partecipazione pubblica totale o di controllo. Ciò costituisce una violazione dell’art. 97 Cost.
 
 
 
Sentenza 3 marzo 2011, n. 69 – (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri)
 
Materie: ordinamento civile; coordinamento finanza pubblica
 
 
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 1, commi da 55 a 63, della legge della Regione Campania 21 gennaio 2010, n. 2, recante «Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale della Regione Campania – Legge finanziaria anno 2010)” con i quali si autorizza gli enti del servizio sanitario regionale a trasformare contratti di lavoro precario o flessibile in corso, in veri contratti di lavoro a tempo indeterminato, autorizzando la stabilizzazione anche con riferimento alla dirigenza di primo livello, incide sulla regolamentazione del rapporto precario già in atto (durata del rapporto) e determinando la costituzione di altro rapporto giuridico (il rapporto di lavoro a tempo indeterminato, destinato a sorgere proprio per effetto della stabilizzazione), discipline inquadrabili nella materia “ordinamento civile” di competenza esclusiva del legislatore statale. Inoltre le norme censurate ledono i principi fondamentali in materia di coordinamento della finanza pubblica, tenuto conto che la disciplina statale nel consentire, a certe condizioni, la stabilizzazione del personale precario, limita tale possibilità al solo personale non dirigenziale (La sentenza ribadisce che la spesa per il personale, per la sua importanza strategica ai fini dell’attuazione del patto di stabilità interna costituisce un importante aggregato della spesa di parte corrente, con la conseguenza che le disposizioni relative al suo contenimento assurgono a principio fondamentale della legislazione statale).
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 1, comma 69 della l. r. Campania n. 2/2010 con il quale, in contrasto con la disciplina statale in materia di tutela dell’ambiente, di cui al D. L. 30 dicembre 2009, n. 195 (Disposizioni urgenti per la cessazione dello stato di emergenza in materia di rifiuti nella Regione Campania, per l’avvio della fase post emergenziale nel territorio della Regione Abruzzo ed altre disposizioni urgenti relative alla Presidenza del Consiglio dei ministri ed alla protezione civile), determina uno slittamento temporale del passaggio delle funzioni amministrative alle Province ed alle società da loro partecipate in tema di raccolta e smaltimento dei rifiuti in Campania ed individua, in diverso rispetto a quanto stabilito dal legislatore statale, l’ente pubblico responsabile dell’intera attività di raccolta e smaltimento dei rifiuti.
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 1, commi da 84 a 91della l. r. Campania n. 2/2010, in materia di retribuzione ed anzianità di servizio, che introducono incentivi economici alla risoluzione anticipata del rapporto di lavoro dei dipendenti regionali e degli enti strumentali, con solo otto anni di anzianità lavorativa, stabilendone l’importo nella misura massima di trentasei mensilità per il personale non dirigente e di trenta mensilità per il personale dirigenziale. La Corte rileva che le disposizioni impugnate incidono sul rapporto contrattuale con i dipendenti e si pongono pertanto in contrasto con le disposizioni statali che riservano alla contrattazione collettiva la determinazione delle norme regolatrici del rapporto di lavoro privatizzato con le pubbliche amministrazioni, invadendo la competenza legislativa esclusiva dello Stato in materia di ordinamento civile.
 
 
 
Sentenza 3 marzo 2011, n. 70 – (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri)
 
Materie: tutela dell’ambiente
 
 
– dichiara l’illegittimità costituzionale della legge della Regione Basilicata 29 gennaio 2010, n. 4 (Modifiche ed integrazioni alla L.R. 28 giugno 1994, n. 28, individuazione, classificazione, istituzione, tutela e gestione delle aree protette in Basilicata), con la quale è stato attribuito al Consiglio Regionale un potere regolamentare in materia di parchi, che la legge 6 dicembre 1991, n. 394 (Legge quadro sulle aree protette) riserva alla competenza dell’Ente Parco, e si è prevista la possibilità di derogare all’art. 11, comma 3 della medesima legge statale in base al quale “nei parchi sono vietate le attività e le opere che possono compromettere la salvaguardia del paesaggio e degli ambienti naturali tutelati con particolare riguardo alla flora e alla fauna protette e ai rispettivi habitat”, incidendo in tal modo sulla tutela del patrimonio ambientale e paesaggistico, riservato in via esclusiva alla competenza legislativa dello Stato dall’art. 117, secondo comma, lettera s), Cost.
 
 
 
Sentenza 11 marzo 2011, n. 77 – (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri)
 
Materie: ordinamento civile; tutela della salute; professioni
 
 
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 18, comma 4, della legge della Regione Molise 22 gennaio 2010, n. 3 (Legge finanziaria regionale 2010), con il quale si prevede che la Giunta regionale adotti una nuova disciplina in materia di buoni pasto, spettanti ai dipendenti regionali, e si stabilisce anche il numero massimo annuale di essi concedibili a ogni lavoratore. La Corte dopo aver ricordato che i buoni pasto costituiscono una componente del trattamento economico spettante ai dipendenti pubblici, che rientra nella regolamentazione del contratto di diritto privato ed è quindi riservata alla contrattazione collettiva, rileva l’invasione da parte della norma impugnata della competenza esclusiva statale in materia di ordinamento civile.
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 19, commi 1, 2, 4, 5 e 7 della legge della Regione Molise n. 3 del 2010 con i quali:
a) si è prevista la proroga dei contratti di lavoro in essere con il personale precario del servizio sanitario regionale in contrasto con i principi fondamentali di coordinamento della finanza pubblica rinvenibili nell’art. 2, comma 88 della legge 23 dicembre 2009, n. 191 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – legge finanziaria 2010), che trova applicazione alla Regione Molise per la quale è stato nominato un commissario ad acta per l’attuazione del Piano di rientro della spesa sanitaria (la Corte rileva che la proroga dei contratti di lavoro può pregiudicare l’obiettivo dei programmi operativi finalizzati all’attuazione del Piano di rientro);
b) si consente la stipula di contratti di lavoro di diritto privato a tempo nel settore sanitario anche in relazione ad iniziative diverse da quelle previste dall’art. 15-octies del d.lgs. 30 dicembre 1992, n. 502 (Riordino della disciplina in materia sanitaria, a norma dell’art. 1 della legge 23 ottobre 1992, n. 421), e quindi ponendosi in contrasto con detta disposizione statale che si configura come principio fondamentale in materia di tutela della salute;
c) individua la figura professionale dell’informatore medicoscentifico aziendale, in contrasto con l’art. 117, comma terzo della Cost. che riserva allo Stato l’individuazione delle figure professionali quale principio fondamentale della materia professioni;
d) si prevede la possibilità di assumere con contratto di diritto privato a temo determinato, personale esterno all’amministrazione da assegnare al commissario ad acta nominato per il Piano di rientro dal disavanzo della spesa sanitaria, in contrasto con il decreto legge 1 ottobre 2007, n. 159 (Interventi urgenti in materia economico-finanziaria, per lo sviluppo e l'equità fiscale), che prevede che gli adempimenti relativi alla gestione commissariale dei Piani di rientro debbano essere realizzati utilizzando le risorse umane e strumentali disponibili a legislazione vigente, e ponendosi quindi in contrasto con un principio fondamentale in materia di coordinamento della finanza pubblica.
 
 
 
Sentenza 11 marzo 2011, n. 78 – (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri)
 
Materie: principio di leale collaborazione 120 Cost.
 
 
– dichiara l’illegittimità costituzionale degli articoli 31, commi 2, 3 e 8, lettera c); 32 e 33 della legge della Regione Molise 22 febbraio 2010, n. 8 (Disciplina sull’assetto programmatorio, contabile, gestionale e di controllo dell’Azienda sanitaria regionale del Molise – Abrogazione della legge regionale 14 maggio 1997, n. 12), nella parte in cui non escludono dall’ambito della loro operatività le funzioni e le attività del commissario ad acta nominato dal Governo per l’attuazione del piano di rientro dal disavanzo regionale in materia sanitaria. (Con le norme censurate la Regione Molise ha attribuito alla Giunta regionale il compito di esercitare il controllo su tutti gli atti del Direttore generale dell’Azienda sanitaria regionale; ha previsto che gli atti adottati dalla Giunta nell’esercizio della funzione di vigilanza non sono soggetti a controllo e che la Giunta può deliberare la risoluzione del contratto con il Direttore generale e la sua contestuale sostituzione, qualora questi non provveda nei termini all’adozione del bilancio e/o alla proposta per la copertura della perdita d’esercizio. La Corte pur rilevando che le disposizioni impugnate non si pongono in diretto contrasto con i poteri del commissario ad acta nominato per l’attuazione del Piano di rientro dal disavanzo della spesa sanitaria, osserva tuttavia che le stesse configurano una situazione di interferenza sulle funzioni commissariali, idonea ad integrare la violazione dell’art. 120, secondo comma, Cost, posto che le funzioni amministrative del commissario devono essere poste al riparo da ogni interferenza degli organi regionali.
 
 
 
Sentenza 11 marzo 2011, n. 79 – (giudizio promosso dalla Regione Emilia-Romagna)
 
Materie: porti e aeroporti civili; principio di leale collaborazione 120 Cost.
 
 
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 4, comma 6, del decreto-legge 25 marzo 2010, n. 40 (Disposizioni urgenti tributarie e finanziarie in materia di contrasto alle frodi fiscali internazionali e nazionali operate, tra l'altro, nella forma dei cosiddetti «caroselli» e «cartiere», di potenziamento e razionalizzazione della riscossione tributaria anche in adeguamento alla normativa comunitaria, di destinazione dei gettiti recuperati al finanziamento di un Fondo per incentivi e sostegno della domanda in particolari settori), nella parte in cui non prevede che la ripartizione delle risorse del «Fondo per le infrastrutture portuali» avvenga previa intesa con la Conferenza Stato-Regioni, per i programmi nazionali di riparto, e con le singole Regioni interessate, per finanziamenti specifici riguardanti singoli porti.
La disposizione statale che istituisce un Fondo destinato a finanziare le opere infrastrutturali nei porti di rilevanza nazionale prevede, per la sua ripartizione, il parere del CIPE, senza prevedere né l’intesa con la Conferenza Stato-Regioni, né l’intesa con le singole Regioni interessate.
La Corte pur rilevando che il Fondo si riferisce ad interventi che rientrano nella materia “porti e aeroporti civili”, rimessa alla competenza legislativa concorrente, osserva che, trattandosi di porti a rilevanza nazionale, si deve ritenere che la competenza legislativa in materia sia attratta in sussidiarietà allo Stato e che quindi ne è legittima la sua previsione; tuttavia la norma impugnata risulta illegittima nella parte in cui non prevede alcuna forma di leale collaborazione tra Stato e Regione, che deve invece esistere per effetto della deroga alla competenza regionale.
 
 
 
Sentenza 11 marzo 2011, n. 88 – (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri)
 
Materie: tutela minoranze linguistiche art. 6 Cost
 
 
– dichiara non fondate le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 8, comma 2, della legge della Regione Friuli-Venezia Giulia 17 febbraio 2010, n. 5 (Valorizzazione dei dialetti di origine veneta parlati nella Regione Friuli-Venezia Giulia), con il quale si stabilisce che la Regione sostiene gli enti locali e i soggetti pubblici e privati che operano nei settori della cultura, dello sport, dell’economia e del sociale per l’utilizzo di cartellonistica, anche stradale, nei dialetti di origine veneta parlati nel territorio regionale.
La Corte, nel dichiarare infondate le questioni sollevate rileva che la legge 15 febbraio 1999, n. 482 (Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche), si riferisce esclusivamente alla tutela delle minoranze linguistiche storiche, ma che la speciale legislazione di tutela di queste minoranze linguistiche non esaurisce la disciplina attesa la presenza di un assai più ricco e variegato pluralismo culturale e linguistico, che va sotto i termini di “lingue regionali ed idiomi locali”, rispetto al quale la giurisprudenza costituzionale ha chiarito che la tutela attiva delle minoranze linguistiche costituisce principio fondamentale dell’ordinamento costituzionale, ai sensi non solo dell’art. 6 Cost. ma anche del principio pluralistico riconosciuto dall’art. 2 – essendo la lingua un elemento di identità individuale e collettiva di importanza basilare – e del principio di eguaglianza riconosciuto dall’art. 3 della Cost., il quale, nel primo comma, stabilisce la pari dignità sociale e l’eguaglianza di fronte alla legge di tutti i cittadini, senza distinzione di lingua e, nel secondo comma, prescrive l’adozione di norme che valgano anche positivamente per rimuovere le situazioni di fatto da cui possano derivare conseguenze discriminatorie.
 
 
 
Sentenza 21 marzo 2011, n. 91 – (giudizio per conflitto di attribuzioni tra enti promosso dalla Regione Veneto a seguito del d.P.C.m. 19 novembre 2008 <<Riordino della disciplina delle Comunità montane, ai sensi dell’art. 2, comma 21, della legge 24 dicembre 2007, n. 24>>)
 
Materie: disciplina comunità montane art. 117, comma quarto, Cost.
 
 
– dichiara che non spettava allo Stato disporre che per la Regione Veneto si producano gli effetti di cui al comma 20 dell’art. 2 della legge 24 dicembre 2007, n. 244 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – legge finanziaria 2008), secondo quanto previsto dall’art. 2, comma 21, ultimo periodo, della medesima legge, e per l’effetto, annulla l’art. 2 del d.P.C.m impugnato nella parte in cui si riferisce alla ricorrente;
La sentenza, nel ribadire che la disciplina dell’ordinamento delle comunità montane rientra nella competenza legislativa residuale delle Regioni, dato atto degli effetti derivanti dalla propria precedente pronuncia n. 237 del 2009 che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale delle norme della legge n. 244 del 2007 dirette a sopprime le comunità montane più piccole o situate ad altezze inferiori ad una determinata soglia, e su cui si basava il provvedimento impugnato, dichiara venuta meno la legittimità dello stesso d.P.C.m. nella parte in cui si riferisce alla Regione Veneto.
 
 
 
Sentenza 21 marzo 2011, n. 92 – (giudizi per conflitti di attribuzioni tra enti promossi dalle Regioni Toscana e Piemonte Veneto sorti a seguito degli articoli 2, commi 4 e 6, 3, comma 1, del d.P.R. 20 marzo 2009, n. 89 <<Revisione dell’assetto ordinamentale, organizzativo e didattico della scuola dell’infanzia e del Primo ciclo di istruzione ai sensi dell’articolo 64, comma 4, del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133>>)
 
Materie: norme generali sull’istruzione; principi fondamentali in materia di istruzione
 
 
– dichiara che non spettava allo Stato disciplinare l’istituzione di nuove scuole dell’infanzia e di nuove sezioni della scuola dell’infanzia, nonché la composizione di queste ultime, nei termini stabiliti dall’art. 2, commi 4 e 6, del d.P.R. 20 marzo 2009, n. 89 (Revisione dell’assetto ordinamentale, organizzativo e didattico della scuola dell’infanzia e del Primo ciclo di istruzione ai sensi dell’articolo 64, comma 4, del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133), e per l’effetto annulla l’articolo 2, commi 4 e 6, del suddetto d.P.R. n. 89 del 2009;
– dichiara che spettava allo Stato stabilire i criteri ai quali devono rispondere l’istituzione e il funzionamento di scuole statali del Primo ciclo, nei termini stabiliti dall’art. 3, comma 1, del suddetto d.P.R. n. 89 del 2009.
La sentenza da atto degli effetti derivanti dalla propria precedente sentenza n. 200 del 2009, che nel sindacare la legittimità di alcune disposizioni contenute nel d.l. n. 112 del 2009 ha chiarito la distinzione esistente tra norme generali sull’istruzione, riservate alla competenza esclusiva statale, e principi fondamentali in materia di istruzione, anch’essi di competenza del legislatore ma nell’ambito della competenza legislativa concorrente di cui all’art. 117, comma terzo, Cost.
La Corte dichiara fondate le censure sollevate nei confronti del provvedimento impugnato che con riferimento alla “Scuola dell’infanzia”, dispone che l’istituzione di nuove scuole e di nuove sezioni avviene in collaborazione con gli enti territoriali, assicurando la coordinata partecipazione delle scuole statali e delle scuole paritarie al sistema scolastico nel suo complesso, atteso che l’istituzione di nuove scuole e di nuove sezioni nelle scuole dell’infanzia già esistenti, attiene, in maniera diretta, al dimensionamento della rete scolastica sul territorio che la sentenza n. 200 del 2009 ha riconosciuto rientrare nella competenza del legislatore regionale, in quanto non riconducibile, nell’ambito delle norme generali sull’istruzione e neppure può configurarsi quale principio fondamentale in materia di istruzione.
Per gli stessi motivi vengono dichiarate fondate le censure sollevate nei confronti delle disposizioni dirette a disciplinare la composizione delle sezioni della scuola dell’infanzia situate nei comuni più piccoli o montani.
Viene viceversa riconosciuta legittima la disposizione del regolamento impugnato con la quale si stabiliscono i criteri ai quali devono rispondere l’istituzione e il funzionamento di scuole statali del Primo ciclo, atteso che detta disposizione è riconducibile alla materia delle norme generali sull’istruzione.
 
 
 
Sentenza 1 aprile 2011, n. 106 – (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri)
 
Materie: mancanza copertura finanziaria art. 81 Cost.
 
 
– dichiara l’illegittimità costituzionale della legge della Regione Veneto 4 marzo 2010, n. 17 (Istituzione delle direzioni aziendali delle professioni sanitarie infermieristiche e ostetriche e delle professioni riabilitative, tecnico-sanitarie e della prevenzione), per mancanza di copertura finanziaria in contrasto con l’art. 81 Cost..
 
 
 
Sentenza 1 aprile 2011, n. 107 – (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri)
 
Materie: produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia
 
 
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 3, comma 1, paragrafo i), e paragrafo iii) della legge della Regione Basilicata 15 febbraio 2010, n. 21 (Modifiche ed integrazioni alla Legge regionale 19 gennaio 2010, n. 1 e al Piano di Indirizzo Energetico Ambientale Regionale), che modificano, rispettivamente, il terzo capoverso del paragrafo 1.2.2.1. dell’Appendice A al PIEAR, parte integrante della legge della Regione Basilicata 19 gennaio 2010, n. 1 (Norme in materia di energia e Piano di Indirizzo Energetico Ambientale Regionale d.lgs. 3 aprile 2006, n. 152 – l.r. n. 9/2007) e il quinto capoverso del paragrafo 2.2.2. dell’Appendice A al PIEAR, parte integrante della citata legge della Regione Basilicata n. 1 del 2010.).
Le norme regionali prevedevano l’applicabilità del regime semplificato della denuncia di inizio attività (DIA) per l’installazione di impianti di produzione di energia da fonti eolica e per gli impianti fotovoltaici non integrati, di potenza superiore a 200 kW in tal modo innalzando le soglie, rispettivamente, di 60 kW e 20 kW, previste dal decreto legislativo 29 dicembre 2003, n. 387 (Attuazione della direttiva 2001/77/CE relativa alla promozione dell’energia elettrica prodotta da fonti energetiche rinnovabili nel mercato interno dell’elettricità), che si configurano quale principio fondamentale in materia di “produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia”, di competenza concorrente.
 
 
 
Sentenza 1 aprile 2011, n. 108 – (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri)
 
Materie: accesso al pubblico impiego artt. 3 e 97 Cost.; ordinamento civile; coordinamento finanza pubblica
 
 
– dichiara l’illegittimità costituzionale degli artt. 1, comma 3, 13, 15, commi 1, 3 e 5, 16, commi 1 e 2, 17, comma 4, e 19 della legge della Regione Calabria 26 febbraio 2010, n. 8, «Provvedimento generale recante norme di tipo ordinamentale e finanziario (collegato alla manovra di finanza regionale per l’anno 2010, art. 3, comma 4 della legge reg. n. 8 del 2002). Modifiche all’art. 11 della legge reg. 30 dicembre 2009, n. 42».
La sentenza dichiara l’illegittimità costituzionale delle norme campane con le quali si è prevista: a) l’assunzione di lavoratori presso enti e aziende pubbliche, in forma riservata, senza prevedere criteri selettivi di tipo concorsuale in violazione del principio del pubblico concorso di cui agli artt. 3 e 97 Cost.; b) la regolarizzazione di lavoratori precari senza concorso e senza alcuna verifica attitudinale in violazione dell’art. 97, terzo comma Cost.; c) la trasformazione dei contratti a tempo parziale del personale addetto a lavori socialmente utili o a lavori di pubblica utilità, in contratti a tempo pieno, così incidendo sulla disciplina dell’orario, regalata dalla contrattazione collettiva, e quindi in violazione della competenza statale in materia di ordinamento civile oltre che con i principi di coordinamento della finanza pubblica che prevedono la riduzione delle spese per il personale e il contenimento della dinamica retributiva; d) procedimenti di progressione di carriera mediante selezione interna effettuata tra il personale appartenente a tutte le categorie, in contrasto con i principi stabiliti dal legislatore statale che prevedono espressamente per le progressioni di carriera l’obbligo del pubblico concorso, riservato solo per il 50 % al personale interno; e) modalità di progressione verticale di carriera sulla base di concorsi già espletati e non sulla base di nuovi concorsi da indire ad hoc, in contrasto con il principio in base al quale la progressione di carriera nei pubblici uffici deve avvenire sempre per concorso e previa rideterminazione della dotazione organica complessiva; f) la stabilizzazione di tutto il personale comandato in Regione, senza limitazioni percentuali e senza predeterminazione dei requisiti attitudinali, in violazione del principio dell’accsso mediante concorso di cui all’art.. 97 Cost; g) l’inserimento negli organici della regione di personale risultato idoneo sulla base di concorsi non aperti al pubblico antecedenti al 2002, in violazione del principio del pubblico concorso e dell’imparzialità della PA. 
 
 
 
Sentenza 11 aprile 2011, n. 122 – (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri)
 
Materie: principio fondamentale di coordinamento della finanza pubblica
 
 
– dichiara l’illegittimità costituzionale degli artt. 3, comma 4, e 4, comma 2, della legge della Regione Abruzzo 5 maggio 2010, n. 13 (Funzionamento dell’Istituto Zooprofilattico sperimentale dell’Abruzzo e del Molise “G. Caporale” di Teramo); In particolare viene illegittima la previsione, da parte della legge regionale, che nel collegio dei revisori dei conti partecipi, per lo Stato, un rappresentante del Ministero della Salute in luogo di un rappresentante del Ministero dell’economia e delle Finanze.
La Corte osserva infatti che l’art. 16 della legge 31 dicembre 2009, n. 196 (Legge di contabilità e finanza pubblica), che si configura come principio fondamentale in materia di coordinamento della finanza pubblica, prevede che al fine di dare attuazione alle prioritarie esigenze di controllo e di monitoraggio degli andamenti della finanza pubblica, ove non sia diversamente disposto, è assicurata la presenza di un rappresentante del Ministero dell’economia e delle finanza nei collegi di revisione o sindacali delle amministrazioni pubbliche, con esclusione degli enti ed organismi pubblici territoriali e degli enti ed organismi da questi vigilati.
 
 
 
Sentenza 11 aprile 2011, n. 123 – (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri)
 
Materie: principi fondamentali di coordinamento della finanza pubblica; accesso pubblico impiego art. 97 Cost.; tutela della concorrenza
 
 
– dichiara l’illegittimità costituzionale degli artt. 32, 38, commi 1 e 2, e 43, comma 2, della legge della Regione Calabria 26 febbraio 2010, n. 8 (Provvedimento generale recante norme di tipo ordinamentale e finanziario – collegato alla manovra di finanza regionale per l’anno 2010, art. 3, comma 4, della legge regionale n. 8 del 2002), con i quali la Regione: a) ha previsto di porre integralmente a carico del Fondo sanitario regionale i costi relativi alle prestazioni di riabilitazione a ciclo diurno a favore degli anziani e disabili, e quelle per la riabilitazione residenziale, in contrasto con la necessità di contenere le spese sanitarie, attesa la necessità per la Regione Calabria di ridurre il disavanzo della spesa sanitaria, e quindi in violazione dell’accordo stipulato dalla Regione con il Governo ai sensi dell’art. 1, comma 796, lettera b), della legge 27 dicembre 2006, n. 296 recane legge finanziaria per il 2007, per la riduzione dei disavanzi, che si configura quale principio di coordinamento della finanza pubblica; b) ha disposto la stabilizzazione del personale precario delle aziende sanitarie locali, mediante procedure riservate, in violazione del principio secondo cui al pubblico impiego si accede mediante concorso con procedure aperte; c) ha previsto la proroga dei contratti di trasporto pubblico locale, al 31 dicembre 2010, in contrasto con quanto disposto con il regime transitorio per la cessazione degli affidamenti diretti già in essere disciplinato dall’art. 23-bis del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112 (Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria), che rientra nella competenza legislativa esclusiva dello Stato, della tutela della concorrenza, tenuto conto della sua diretta incidenza sul mercato.
 
 
 
Sentenza 13 aprile 2011, n. 127 – (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri)
 
Materie: accesso pubblico impiego art. 97 Cost.
 
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 23 della legge della Regione Puglia 25 febbraio 2010, n. 5 (Norme in materia di lavori pubblici e disposizioni diverse), con il quale è stata disposta l’automatica stabilizzazione di tutti i lavoratori a termine dell’Agenzia per il diritto allo studio universitario, assunti a seguito di selezione pubblica, in violazione del principio costituzionale che impone l’accesso ai pubblici uffici per mezzo del concorso pubblico.
 
 
 
Sentenza 13 aprile 2011, n. 128 – (giudizio promosso dalla Regione Veneto)
 
Materie: tutela della concorrenza; tutela dell’ambiente
 
 
– dichiara non fondate le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 1, comma 1-quinquies, del decreto-legge 25 gennaio 2010, n. 2 (Interventi urgenti concernenti enti locali e regioni), introdotto dalla legge di conversione 26 marzo 2010, n. 42, con il quale è stata disposta la soppressione della Autorità d’ambito territoriale nel servizio idrico integrato e nel servizio di gestione integrata dei rifiuti urbani, promosse, in riferimento agli artt. 117, terzo e quarto comma, 118 e 119 della Cost.
La Corte rileva che le censure sollevate dalla ricorrente dirette ad affermare che le norme impugnate pongono un limite puntuale alle voci di spesa e quindi si porrebbero in contrasto con la competenza regionale in materia di coordinamento della finanza pubblica, e che, inoltre, il vincolo inciderebbe sulla competenza residuale regionale in materia di servizio idrico e forme di cooperazione degli enti locali, e conseguentemente sul potere regionale di allocare le funzioni amministrative nella materie regionali, sono infondate. Invero, rileva il giudice delle leggi, la disciplina delle ATO rientra nelle materie della tutela della concorrenza perché l’individuazione di un’unica Autorità d’ambito consente la razionalizzazione del mercato e attiene, inoltre, alla materia della tutela dell’ambiente, perché l’allocazione delle competenze sulla gestione all’Autorità d’ambito territoriale ottimale serve a razionalizzare l’uso delle risorse e le interazioni e gli equilibri fra le diverse componenti della “biosfera” intesa come sistema nel suo aspetto dinamico.
 
 
Sentenza 21 aprile 2011, n. 150 – (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri)
 
Materie: ordinamento civile; tutela della concorrenza; commercio
 
 
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 34, comma 3, della legge della Regione Abruzzo 12 maggio 2010, n. 17 (Modifiche alla L.R. 16 luglio 2008, n. 11 “Nuove norme in materia di Commercio” e disposizioni per favorire il superamento della crisi nel settore del commercio) con il quale si è previsto che i Comuni, nello stabilire il calendario delle giornate di deroga all’obbligo di chiusura domenicale e festiva, debbano garantire, limitatamente agli esercizi della grande distribuzione, che sia assicurato, a rotazione, il riposo ai lavoratori per almeno la metà delle giornate di apertura domenicale e festiva e che i lavoratori a riposo siano sostituiti con assunzioni temporanee. In tal modo, rileva la Corte, la Regione viene ad incidere sulle modalità di svolgimento del rapporto di lavoro subordinato e, in particolare, sugli aspetti che regolano la disciplina del riposo domenicale e festivo, che rientrano nella materia “ordinamento civile”, attribuita alla competenza legislativa esclusiva dello Stato;
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 2 della legge della Regione Abruzzo 10 agosto 2010, n. 38 (Interventi normativi e finanziari per l’anno 2010) che impone agli esercizi commerciali che vogliano usufruire della facoltà di derogare all’obbligo di chiusura domenicale e festiva, di “compensare” ogni giornata di apertura facoltativa domenicale o festiva con una corrispondente giornata di chiusura infrasettimanale.
La Corte rileva che la disciplina degli orari degli esercizi commerciali rientra nella materia commercio di competenza residuale delle Regioni. Tuttavia la materia del commercio può intersecarsi con quella della “tutela della concorrenza” riservata alla competenza statale, in tal caso alle Regioni è consentito, nell’esercizio della propria competenza, dettare una disciplina che determini anche effetti pro-concorrenziali. E’ invece illegittima una disciplina che, se pure in astratto è riconducibile alla materia commercio di competenza legislativa delle Regioni, produca, in concreto, effetti che ostacolino la concorrenza, introducendo nuovi o ulteriori limiti o barriere all’accesso al mercato e alla libera esplicazione della capacità imprenditoriale, come è il caso della disciplina della Regione Abruzzo che invece di ampliare o, comunque, di non modificare la portata della liberalizzazione introdotta dal legislatore statale, regolamenta in modo più restrittivo la materia degli orari degli esercizi commerciali e della facoltà di apertura nelle giornate domenicali e festive.
 
 
 
Sentenza 21 aprile 2011, n. 153 – (giudizio promosso dalla Regione Toscana)
 
Materie: ordinamento e organizzazione amministrativa dello Stato e degli enti pubblici nazionali
 
 
– dichiara non fondate le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 1 del decreto-legge 30 aprile 2010, n. 64 (Disposizioni urgenti in materia di spettacolo e attività culturali), come convertito, con modificazioni, dalla legge 29 giugno 2010, n. 100, con il quale si delega il Governo a revisionare, con regolamento, l’assetto ordinamentale e organizzativo delle fondazioni lirico-sinfoniche.
La Corte, dopo aver ricostruito la storia della disciplina degli enti autonomi lirici, rileva che, diversamente da quanto sostenuto dalla ricorrente, la norma impugnata non è riconducibile alla competenza concorrente in materia di “promozione e organizzazione delle attività culturali”, (che come tale non consentirebbe l’intervento regolamentare da parte dello Stato), bensì, tenuto conto della natura degli enti lirici oggetto di disciplina, è riconducibile alla materia “ordinamento e organizzazione amministrativa dello Stato e degli enti pubblici nazionali” di competenza esclusiva statale.
 
 
 
Sentenza 28 aprile 2011, n. 155 – (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri)
 
Materie: principi fondamentali di coordinamento della finanza pubblica
 
 
– dichiara l’illegittimità costituzionale della legge della Regione Puglia 2 agosto 2010, n. 10 (Attuazione dei programmi comunitari e nazionali e dei processi di stabilizzazione) con il quale la Regione ha stabilito di continuare ad avvalersi, sino alla scadenza inizialmente stabilita o successivamente prorogata, di incarichi dirigenziali a termine, contratti di lavoro subordinato a tempo determinato e contratti di lavoro autonomo, nonostante che l’art. 14, comma 21 del decreto legge 31 maggio 2010, n. 78 (Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica), convertito in legge, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122, che assume i contenuti di principi fondamentali in materia di coordinamento della finanza pubblica, stabilisca, per le Regioni che non abbiano rispettato il patto di stabilità interno per il 2009, come è il caso della Regione Puglia, che tali contratti siano revocati di diritto.

Chi è Gilberto Ferro:
 
Nato a Venezia nel 1966, Gilberto Ferro dopo la laurea in giurisprudenza consegue l’abilitazione alla professione di avvocato, attività che esercita dal 1993. Dal 2000 opera come funzionario dell’Ufficio Legislativo della Giunta regionale del Veneto. Iscritto all’elenco speciale degli avvocati dell’Ordine di Venezia, segue il contenzioso costituzionale e svolge consulenza legale e legislativa nei settori agricoltura, bilancio, finanza, tributi.

 


[1] Articolo 9, comma 1-bis del decreto-legge 1 luglio 2009, n. 78 (Provvedimenti anticrisi, nonché proroga di termini), convertito, con modificazioni, dalla legge 3 agosto 2009, n. 102.

[2] Come è noto le fasi della spesa si distinguono in: impegno, liquidazione, ordinazione e pagamento.

[3] Legge Regione Friuli-Venezia Giulia 29 aprile 2009, n. 9 (Disposizioni in materia di politiche di sicurezza e ordinamento della polizia locale).

[4] Sentenze 7 maggio 2004, n. 134 e 2 ottobre 2006 n. 322.

[5] In particolare si trattava di una norma contenuta nella legge della Regione Valle d’Aosta/Vallée d’Aoste 17 giugno 2009, n. 18 (Disposizioni urgenti in materia di aree boscate e di ampliamento di esercizi di somministrazione di alimenti e bevande e di strutture alberghiere e di realizzazione di centri benessere in alcune tipologie di strutture ricettive. Modificazioni alla legge regionale 6 aprile 1998, n. 11 – Normativa urbanistica e di pianificazione territoriale della Regione Valle d’Aosta).

[6] Si veda da ultima la sentenza 22 maggio 2009, n. 159.

[7] Le disposizioni impugnate riguardano la legge della Regione Piemonte 7 aprile 2009, n. 11 (Tutela, valorizzazione e promozione del patrimonio linguistico del Piemonte).

[8] A partire dal 13 febbraio 2008, data di entrata in vigore del decreto legislativo 16 gennaio 2008, n. 4 (Ulteriori disposizioni correttive ed integrative del d.lgs. 3 aprile 2006, n. 152, recante norme in materia ambientale), la competenza in ordine alla VIA per tutti gli impianti eolici (su terra o off-shore) è stata attribuita alle Regioni.

[9] Legge Regione Calabria 12 giugno 2009 n. 19 [Provvedimento generale recante norme di tipo ordinamentale e finanziario (collegato alla manovra di finanza regionale per l’anno 2009) – Art. 3, comma 4, della legge regionale 4 febbraio 2002, n. 8].

[10] Articolo 1 della legge Regione Emilia-Romagna 23 luglio 2009, n. 8 (Modifica della legge regionale 31 maggio 2002, n. 9 – Disciplina dell’esercizio delle funzioni amministrative in materia di Demanio marittimo e di zone di mare territoriali in attuazione della legge 27 dicembre 2006, n. 296).

[11] Si tratta dell’articolo 74, comma 3, della legge della Regione Lombardia 14 luglio 2009, n. 11 (Testo unico delle leggi regionali in materia di trasporti).

[12] Articolo 13-bis, comma 8,del decreto-legge 1° luglio 2009, n. 78 (Provvedimenti anticrisi, nonché proroga di termini), convertito, con modificazioni, dalla legge 3 agosto 2009, n. 102.

[13] Si tratta della legge della Regione Liguria 6 agosto 2009, n. 30 (Promozione della realizzazione delle autostrade di interesse regionale, delle infrastrutture ferroviarie regionali e della fattibilità di tratte viarie strategiche sul territorio regionale).

[14] Legge Regione Piemonte 29 giugno 2009, n. 19 (Testo unico sulla tutela delle aree naturali e della biodiversità).

[15] Sentenza 30 maggio 2008, n. 180, sentenza 23 dicembre n. 437.

[16] In tal senso ha fatto la legge della Regione Molise 7 agosto 2009, n. 22 (Nuova disciplina degli insediamenti degli impianti di produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili nel territorio della Regione Molise).

[17] Legge della Regione Lazio 16 aprile 2009, n. 14 (Disposizioni in materia di personale).

[18] In particolare, e da ultimo, con le sentenze 13 novembre 2009, n. 293, 15 gennaio 2010, n. 9 e 17 marzo 2010, n. 100.

[19] Si tratta dell’articolo 17, comma 23, lettera e), del decreto-legge 1° luglio 2009, n. 78 (Provvedimenti anticrisi, nonché proroga di termini), convertito, con modificazioni, dalla legge 3 agosto 2009, n. 102, che aggiunge all’articolo 71 del decreto legge 25 giugno 2008, n. 112 (Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria), convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, i commi 5-bis e 5-ter.

[20] Si tratta dei commi 6 e 7, dell’articolo 107-bis della legge della Provincia autonoma di Bolzano 11 agosto 1997, n. 13 (Legge urbanistica provinciale), introdotti dall’articolo 23 della legge della Provincia autonoma di Bolzano 2 luglio 2007, n. 3.

[21] Il giudizio all’esame del TAR rimettente è stato instaurato a seguito dell’impugnazione dei provvedimenti posti in essere dal Commissario ad acta chiamato a dare esecuzione, in sede di ottemperanza, a precedenti decisioni con le quali il medesimo TAR aveva dichiarato illegittima una sanatoria disposta da un Comune della Provincia di Bolzano per il fatto che l’originaria concessione edilizia era stata dichiarata illegittima non per vizi di procedura ma di sostanza.

[22] In particolare si tratta dei commi 4 e 6, dell’articolo 24 della legge della Regione Trentino-Alto Adige 9 novembre 1983, n. 15 (Ordinamento degli uffici regionali e norme sullo stato giuridico e sul trattamento economico del personale), come modificato dall’articolo 8, comma 2, della legge della Regione Trentino-Alto Adige 15 luglio 2009, n. 5 (Norme di accompagnamento alla manovra finanziaria di assestamento per l’anno 2009).

[23] Tra le sentenze citate dalla Corte la n. 141 del 22 aprile 1999, la n. 205 del 6 luglio 2004, la n. 159 del 7 aprile 2005, la n. 215 del 14 luglio 2009 e la n. 100 del 17 marzo 2010.

[24] Sentenze: 26 gennaio 2004, n. 34, 3 novembre 2005, n. 407, 26 maggio 2006, n. 205.

[25] La disposizione censurata dal giudice amministrativo è l’articolo 5, comma 4, della legge della Regione Puglia 20 dicembre 1973, n. 26 (Norme in materia di circoscrizioni comunali).

[26] All’esame della Corte l’articolo 4, del decreto-legge 1° luglio 2009, n. 78 (Provvedimenti anticrisi, nonché proroga di termini), convertito, con modificazioni, dalla legge 3 agosto 2009, n. 102, nel testo risultante dalle modifiche introdotte dall’articolo 1, comma 1, lettera a), del decreto-legge 3 agosto 2009, n. 103 (Disposizioni correttive del decreto-legge anticrisi n. 78 del 2009), convertito, con modificazioni, dalla legge 3 ottobre 2009, n. 141.

[27] Legge della Regione Friuli-Venezia Giulia 4 giugno 2009, n. 11 (Misure urgenti in materia di sviluppo economico regionale, sostegno al reddito dei lavoratori e delle famiglie, accelerazione di lavori pubblici).

[28] Legge della Regione Campania 22 luglio 2009, n. 10 (Regolamentazione e uso degli apparecchi di misurazione della velocità “autovelox” sulle strade di proprietà regionale).

[29] Articolo 15, comma 6, della legge della Regione Lazio 16 giugno 1994, n. 18 (Disposizioni per il riordino del servizio sanitario regionale ai sensi del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 502 e successive modificazioni e integrazioni. Istituzione delle aziende unità sanitarie locali e delle aziende ospedaliere).

[30] Articolo 1, comma 52, della legge della Regione Lazio 11 agosto 2009, n. 22 (Assestamento al bilancio annuale e pluriennale 2009-2011 della Regione Lazio).

[31] Articolo 113, comma 2, della legge della Regione Liguria 2 gennaio 2007, n. 1 (Testo unico in materia di commercio).