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Amministrazione
Diritto Penale
Giurisprudenza Penale

Il decalogo del buon amministratore

di Luigi Delpino  [*]
Procuratore presso il Tribunale Ordinario di Venezia
    
Pubblicato nell'edizione n. 6 del 2011



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Florilegio della giurisprudenza della Cassazione Penale sui pubblici amministratori[1]
 
Abstract:
 
In questo saggio, il Procuratore della Repubblica di Venezia Luigi Delpino presenta un nuovo aggiornamento delle decisioni della Cassazione Penale in materia di Pubblica Amministrazione.
 
SOMMARIO: Premessa: i poteri del Sindaco per fronteggiare l’inquinamento acustico – a) Abuso d’ufficio (art. 323 codice penale) – b) Omissione o rifiuto di atti d’ufficio (art. 328 codice penale) – c) Responsabilità per omesso impedimento di eventi (art. 40, 2° comma codice penale) – d) Altre responsabilità penali del Sindaco – e) Responsabilità penali di altri amministratori pubblici
 
 
 
 
PREMESSA: I POTERI DEL SINDACO PER FRONTEGGIARE L’INQUINAMENTO ACUSTICO
 
La sentenza 26 agosto 2011 n. 271 del TAR dell’Umbria di Perugia affronta e risolve, in maniera senz’altro condivisibile, il problema, di notevole interesse nella moderna Società, dei poteri del Sindaco per fronteggiare il grave fenomeno dell’inquinamento acustico, occupandosi anche delle modalità con cui l’Azienda Regionale per la Protezione Ambientale (ARPA) può procedere ai relativi accertamenti.
Come si è già ricordato in alcuni precedenti “Aggiornamenti” di questa rubrica[2], l’articolo 54 del Testo Unico delle leggi sull’ordinamento degli Enti Locali (TUEL), approvato con D. Lgs. 18 agosto 2000, n. 267 e modificato dall’art. 6 del D.L. 23 maggio 2008 n. 92, convertito, con modifiche, nella L. 24 luglio 2008, n. 125, nel prevedere le attribuzioni del Sindaco nelle funzioni di competenza statale, gli attribuisce:
 
·         la titolarità del potere di emanare gli «atti che gli sono attribuiti dalla legge e dai regolamenti in materia di ordine e sicurezza pubblica» (1° comma, lettera a);
·         la titolarità di un generico potere di ordinanza contingibile ed urgente «al fine di prevenire e di eliminare gravi pericoli che minacciano l’incolumità pubblica e la sicurezza urbana» (comma 4); nonché
·         la titolarità di un più specifico potere di ordinanza nei «casi di emergenza, connessi con il traffico o con l’inquinamento atmosferico o acustico, ovvero quando a causa di circostanze straordinarie si verifichino particolari necessità dell’utenza o per motivi di sicurezza urbana», casi nei quali «può modificare gli orari degli esercizi commerciali, dei pubblici esercizi e dei servizi pubblici, nonché, d’intesa con i responsabili territorialmente competenti delle amministrazioni interessate, gli orari di apertura al pubblico degli uffici pubblici localizzati nel territorio, adottando i provvedimenti di cui al comma 4» (comma 6).
 
Accanto a tale norma va ricordata, con riferimento agli specifici poteri attribuiti al Sindaco per fronteggiare l’inquinamento acustico, la norma contenuta nell’art. 9 della L. 26 ottobre 1995, n. 447 (Legge quadro sull’inquinamento acustico), ai sensi del cui primo comma «Qualora sia richiesto da eccezionali ed urgenti necessità di tutela della salute pubblica o dell'ambiente il sindaco, il presidente della provincia, il presidente della giunta regionale, il prefetto, il Ministro dell'ambiente, secondo quanto previsto dall'articolo 8 della legge 3 marzo 1987, n. 59[3], e il Presidente del Consiglio dei Ministri nell'ambito delle rispettive competenze, con provvedimento motivato, possono ordinare il ricorso temporaneo a speciali forme di contenimento o di abbattimento delle emissioni sonore, inclusa l'inibitoria parziale o totale di determinate attività. Nel caso di servizi pubblici essenziali, tale facoltà è riservata esclusivamente al Presidente del Consiglio dei Ministri».
È, appunto, a tali norme che ha fatto riferimento il TAR di Perugia, nella cui sentenza si chiarisce, altresì, che «l’articolo 9 della legge 447/1995 non deve essere interpretato in senso restrittivo (meramente letterale). Infatti (come rilevato da TAR Puglia, Lecce, I, 24 gennaio 2006, n. 488): da un lato, la legge quadro ha ridefinito (articolo 2, comma 1, lettera a) il concetto di inquinamento acustico, qualificandolo come «l’introduzione di rumore nell’ambiente abitativo o nell’ambiente esterno tale da provocare fastidio o disturbo al riposo ed alle attività umane», sancendo espressamente che esso concreta (in ogni caso) <<un pericolo per la salute umana>>, cosicché deve ritenersi che un fenomeno di inquinamento acustico rappresenti ontologicamente una minaccia per la salute pubblica; dall’altro, la legge stessa non configura alcun potere di intervento amministrativo “ordinario” che consenta di ottenere il risultato dell’immediato abbattimento delle emissioni sonore inquinanti, e pertanto l’utilizzo del particolare potere di ordinanza contingibile ed urgente delineato dall’articolo 9 deve ritenersi “normalmente” consentito allorquando gli appositi accertamenti tecnici effettuati dalle competenti Agenzie Regionali di Protezione Ambientale rivelino la presenza di un fenomeno di inquinamento acustico, anche se non coinvolge direttamente la salute dell’intera collettività bensì di un numero limitato di cittadini (e, al limite, di una sola persona). Altrimenti, la fattispecie dell’articolo 9 costituirebbe una pleonastica riproduzione, nell’ambito della normativa di settore, del generale potere di ordinanza contingibile ed urgente riconosciuto al sindaco quale ufficiale di governo (nello stesso senso, vedi anche TAR Toscana, II, 16 giugno 2010, n. 1930; TAR Lombardia, Brescia, 2 novembre 2009, n. 1814; Milano, IV, 2 aprile 2008, n. 715; TAR Piemonte, I, 2 marzo 2009, n. 199; TAR Lazio, II, 26 giugno 2002, n. 5904; da ultimo, TAR Lombardia, Milano, IV, 31 gennaio 2011, n. 288)).».
Partendo da tali norme e principi, il TAR ha affermato che «un fenomeno come quello delle emissioni/immissioni acustiche provenienti da un’attività produttiva è suscettibile di essere significativamente influenzato dalle modalità con cui detta attività si svolge, e che quindi deve essere riconosciuto all’organo pubblico incaricato dei controlli il c.d. diritto alla sorpresa nell’espletamento delle attività istituzionali, per evitare che il preavviso possa mettere il controllato nella condizione di “non farsi cogliere sul fatto” (cfr. Cons. Stato, V, 5 marzo 2003, n. 1224).
L'esonero dell'Amministrazione dall'obbligo di dare comunicazione all'interessato dell'avvio del procedimento che lo riguarda, è legato non alla astratta qualificazione del provvedimento che si intende adottare, ma alla concreta esistenza di una situazione di comprovata necessità e di urgenza qualificata, tale cioè da non consentire la detta comunicazione senza che ne risulti compromesso il soddisfacimento dell'interesse pubblico cui il provvedimento finale è rivolto (TAR Toscana, II, 16 giugno 2010, n. 1930). In questa prospettiva, va sottolineato che le misurazioni contestate col ricorso in esame non rappresentano un fatto nuovo nei rapporti tra Comune e società ricorrente, bensì rappresentano l’ennesimo episodio di una lunga vicenda – connotata dall’adozione di reiterati provvedimenti volti a ricondurre le immissioni acustiche nei limiti di legge, e dall’effettuazione di interventi da parte della ricorrente, in un arco di tempo di alcuni anni. Al riguardo, è sufficiente rinviare a quanto precisato al punto 1 (sottolineando, in particolare, l’esito finale dell’attuazione del piano di risanamento presentato alla fine del 2007).
La mancanza di una previa comunicazione di avvio del procedimento, e di un contraddittorio nel momento dell’effettuazione delle misurazioni effettuate dall’ARPA appare quindi giustificata.
Deve dunque ritenersi che controlli, accertamenti, ispezioni possano essere svolti senza la partecipazione del diretto interessato, a condizione che costui sia successivamente in grado di verificare e, se del caso, contestare la veridicità o esattezza degli accertamenti compiuti e la stessa idoneità degli strumenti tecnici utilizzati».
Si è, dunque, riconosciuto, con questa sentenza, un vero e proprio potere dell’ARPA di procedere con «atti a sorpresa» agli accertamenti di sua competenza.
Il che, mi sembra, è coerente con le finalità della normativa de qua.
 
 
 
A) ABUSO D’UFFICIO (art. 323 codice penale)
 
124.   In tema di abuso d'ufficio, per la configurabilità dell'elemento soggettivo è richiesto il dolo intenzionale, ossia la rappresentazione e la volizione dell'evento come conseguenza diretta e immediata della condotta dell'agente e obiettivo primario da costui perseguito. (Nella specie si è esclusa l'intenzionalità del dolo nel comportamento del sindaco che aveva adottato un'ordinanza di rimozione di alcune fioriere poste su spiazzo antistante un palazzo sottoposto a vincolo del Ministero dei beni culturali – ordinanza oggetto di ricorso al Tar con richiesta di sospensiva, non accolta dal giudice amministrativo – perché la pendenza della questione dinanzi al Tar e la resistenza del comune con parziale successo nella fase cautelare escludono la certezza che l'intenzione del ricorrente sia stata primariamente quella di danneggiare le parti civili e non piuttosto quello di perseguire un vantaggio per la cittadinanza a scapito dei diritti dei titolari dell'area contesa). (Cass. 27.1.2011, n. 3039).
125.   Il dolo intenzionale del delitto di abuso d'ufficio non è escluso dalla mera compresenza di una finalità pubblicistica nella condotta del pubblico ufficiale, essendo necessario, per ritenere insussistente l'elemento soggettivo, che il perseguimento del pubblico interesse costituisca il fine primario dell'agente. (cfr., Corte cost., ord. n. 251 del 2006). (Cass. 13.5.2011, n. 18895).
126.   In tema di elemento soggettivo del delitto di abuso d'ufficio, il dolo intenzionale riguarda soltanto l'evento del reato, mentre gli altri elementi della fattispecie sono oggetto di dolo generico. (Cass. 15.9.2011, n. 34116).
127.   Ai fini del perfezionamento del reato di abuso d'ufficio non assume alcun rilievo, stante la sua natura di reato di evento, l'adozione di atti amministrativi illegittimi da parte del pubblico ufficiale agente, ma unicamente il concreto verificarsi (reale o potenziale) di un ingiusto vantaggio patrimoniale che il soggetto attivo procura con i suoi atti a sé stesso o ad altri, ovvero di un ingiusto danno che quei medesimi atti procurano a terzi. (Cass. 4.10.2011, n. 36020).
128.   La prova del dolo intenzionale, che qualifica la fattispecie criminosa di abuso d'ufficio, non richiede l'accertamento dell'accordo collusivo con la persona che si intende favorire, perché l'intenzionalità del vantaggio ben può prescindere dalla volontà di favorire specificamente quel privato interessato alla singola vicenda amministrativa. (Fattispecie in tema di illiceità nel rilascio di permessi di costruzione in zone vincolate, in cui la Corte ha affermato che la volontà di favorire non deve essere necessariamente frutto di un previo contatto illecito col privato, potendo rientrare più genericamente in una decisione favorevole all'edificazione). (Cass. 21.10.2011, n. 38133).
129.   Può costituire un indizio significativo del fine di fare conseguire un indebito vantaggio patrimoniale al richiedente l’illegittimo accoglimento di una domanda di condono, sebbene l'amministrazione non abbia rilasciato alcun atto formale (fattispecie in tema di silenzio-assenso), in quanto tale comportamento pone in essere un tassello della sequela procedimentale che potrebbe sfociare in una indebita sanatoria di opere, all'evidenza, non condonabili. (Nel caso di specie gli imputati, nelle rispettive qualità di dirigente del settore urbanistico e di responsabile del procedimento, avevano illegittimamente accolto una domanda di condono procurando un ingiusto vantaggio al richiedente, determinando le somme dovute per il condono)[4]. (Cass. 17.11.2011, n. 42415).
130.   La fattispecie di abuso d'ufficio può essere integrata anche in riferimento ad un atto interno al procedimento amministrativo, non rilevando la circostanza che il provvedimento definitivo sia emesso da altro pubblico ufficiale. (Fattispecie relativa all'illegittimo rilascio di un permesso di costruire per la realizzazione di un impianto di trasformazione inerti, la cui istruttoria era stata illecitamente svolta dal responsabile del procedimento, mentre il relativo provvedimento era stato emesso dal responsabile dell'ufficio tecnico comunale). (Cass. 25.11.2011, n. 43669).
131.   Nell’abuso d’ufficio connesso al rilascio di un permesso edilizio ritenuto illegittimo e nei reati edilizi compiuti in esecuzione di tale permesso, uno degli elementi dai quali desumere l’intenzionalità del dolo o la colpa è costituito dall’analisi del contrasto del permesso di costruire con la norma urbanistica nel senso che, quanto più è palese o macroscopico tale contrasto, tanto più e evidente la ricorrenza dell’elemento psicologico del reato. Il dolo intenzionale del delitto di abuso d’ufficio può desumersi, non solo dal rapporto collusivo, ma anche da una serie di altri indizi diversi, quali ad esempio: la natura dell’illegittimità dell’atto, i rapporti tra il pubblico ufficiale ed il privato, la mancanza di una doverosa istruttoria della pratica. (Cass. 12.1.2012, n. 649).
 
 
B) OMISSIONE O RIFIUTO DI ATTI D’UFFICO (Art. 328 codice penale)
 
  1.  Ai fini della configurabilità del delitto di omissione di atti d'ufficio, deve escludersi l'efficacia di una diffida ad adempiere palesemente pretestuosa ed irragionevole, in quanto finalizzata a sollecitare la P.A. ad adottare un provvedimento in contrasto con una scelta discrezionale già effettuata e certamente nota al richiedente nelle sue ragioni giustificative, in quanto oggetto di un giudizio amministrativo pendente tra le parti. (Fattispecie relativa all'omesso rilascio, da parte di un ufficio tecnico comunale, di una contestata attestazione di agibilità di opere destinate ad attività commerciale). (Cass. 6.10.2011, n. 36249).
  2. In tema di omissione di atti d'ufficio, il dovere di risposta del pubblico ufficiale presuppone che sia stato avviato un procedimento amministrativo, rimanendo al di fuori della tutela penale quelle richieste che, per mero capriccio o irragionevole puntigliosità, sollecitano alla P.A. un'attività che la stessa ritenga ragionevolmente superflua e non doverosa. (Cass. 4.1.2012, n. 79).
 
 
c)   RESPONSABILITÁ PER OMESSO IMPEDIMENTO DI EVENTI (art. 40, 2° comma codice penale)
 
  1. Il sindaco ed il responsabile dell'ufficio tecnico del comune sono titolari, in virtù di una generale norma di diligenza che impone agli organi (rappresentativi o tecnici) dell'amministrazione comunale di vigilare, nell'ambito delle rispettive competenze, sull'incolumità dei cittadini, della posizione di garanzia avente ad oggetto l'adeguata manutenzione ed il controllo dello stato delle strade comunali. (Fattispecie nella quale si è ritenuto che detta posizione di garanzia fosse stata validamente delegata, in virtù di una delibera comunale, al funzionario addetto alla manutenzione della rete stradale di un comune di non grandi dimensioni). (Cass. 7.4.2011, n. 13775).
  2. I dirigenti comunali possono essere titolari di posizioni di garanzia nello svolgimento dei compiti di gestione amministrativa a loro devoluti, residuando in capo al Sindaco unicamente poteri di sorveglianza e controllo collegati ai compiti di programmazione che gli appartengono quale capo dell'amministrazione comunale ed ufficiale di governo. (Fattispecie nella quale un dirigente comunale è stato ritenuto datore di lavoro del reparto cantonieri di un Comune, essendo stato designato quale responsabile del settore lavori pubblici da un decreto sindacale che non aveva contestato, e rispetto al quale non aveva mai opposto difficoltà o carenze di natura economico-finanziaria, la cui risoluzione sarebbe spettata agli organi politici). (Cass. 6.6.2011, n. 22341).
  3. L'assunzione di fatto di una posizione di garanzia può prescindere dalla presenza di un rapporto gerarchico tra il garante di fatto ed il soggetto garantito. (Fattispecie nella quale un dipendente comunale aveva impartito ad altro dipendente comunale – invalido al 50 % per schizofrenia – disposizioni di salire a bordo di un motoveicolo per procedere alla potatura di siepi alte, in luogo di utilizzare i ponteggi fissi in dotazione, ed aveva poi messo in movimento il motoveicolo senza controllare che il tagliasiepi fosse spento: il secondo aveva perso l'equilibrio, ed entrando in contatto con la lama dell'attrezzo si era tagliato un dito). (Cass. 20.6.2011, n. 24544).
  4. Incombe sul responsabile dell'ufficio manutenzione del comune il dovere di intervenire per eliminare l'insidia creatasi sulla strada a causa dell'assenza delle coperture dei tombini. Lo stesso, pertanto, risponde penalmente delle lesioni colpose riportate dal soggetto che, anche per la contemporanea mancanza dell’illuminazione pubblica, sia caduto in un tombino rimasto aperto per la mancanza delle suddette coperture. (Cass. 11.7.2011, n. 27035).
 
 
D) ALTRE RESPONSABILITÁ PENALI DEL SINDACO
 
40.   Ai fini della configurabilità del delitto di maltrattamenti in famiglia nell'ambito di un rapporto professionale o di lavoro, è necessario che il soggetto attivo si trovi un una posizione di supremazia, connotata dall'esercizio di un potere direttivo o disciplinare tale da rendere ipotizzabile una condizione di soggezione, anche solo psicologica, del soggetto passivo, che appaia riconducibile ad un rapporto di natura para-familiare. (Fattispecie relativa a condotte vessatorie poste in essere nell'ambito di un rapporto tra un sindaco e un dipendente comunale, in cui la S.C. ha escluso la configurabilità del reato previsto dall'art. 572 cod. pen.). (Cass. 22.11.2011, n. 43100).
 
 
E) RESPONSABILITÁ PENALI DI ALTRI AMMINISTRATORI PUBBLICI
 
150. L’uso temporaneo del bene pubblico per finalità, reali o supposte, non corrispondenti a quelle istituzionali non sempre è destinato ad integrare la fattispecie del peculato d'uso. Non certamente nei casi in cui un siffatto temporaneo uso, rivelatosi affatto episodico ed occasionale, non risulti caratterizzarsi, quanto a consistenza (distanze percorse) e durata dell'uso, in fatti di effettiva "appropriazione" delle autovetture di servizio, suscettibili di recare un concreto e significativo danno economico all'ente pubblico (in termini di carburante utilizzato e di energia lavorativa degli autisti addetti alla guida) ovvero di pregiudicarne l'ordinaria attività funzionale. Non è, pertanto, configurabile il reato di peculato nell'uso episodico ed occasionale di un'autovettura di servizio, quando la condotta abusiva non abbia leso la funzionalità della P.A. e non abbia causato un danno patrimoniale apprezzabile, in relazione all'utilizzo del carburante e dell'energia lavorativa degli autisti addetti alla guida. (Fattispecie relativa a nove episodi di indebito utilizzo di autovetture di servizio da parte di assessori comunali). (Cass. 24.2.2011, n. 7177)[5].
151. Non integra il delitto di concussione, per difetto dell'induzione a dare o promettere una qualche "utilità", il pubblico ufficiale che costringa la persona offesa a tenere nei suoi confronti atteggiamenti "più garbati" sotto la minaccia di far effettuare accertamenti ispettivi presso l'ente di cui è presidente. (Cass. 16.3.2011, n. 10792).
152. Non esclude il reato di peculato la circostanza che il pubblico ufficiale abbia trattenuto somme di danaro pubblico in compensazione di crediti vantati nei confronti della amministrazione di appartenenza. (Cass. 25.5.2011, n. 20940).
153. Il dipendente ospedaliero che avverta sollecitamente gli impresari di pompe funebri del decesso imminente o già avvenuto dei ricoverati, pone in essere un atto contrario ai doveri d'ufficio, suscettibile di assumere rilievo come elemento di una condotta corruttiva, poiché attraverso la rivelazione di notizie d'ufficio riservate o segrete per i terzi, e delle quali non ha, comunque, disponibilità, viola i doveri di correttezza ed imparzialità posti a carico dei pubblici dipendenti. (Nella specie, è stata ritenuta sussistente la responsabilità degli infermieri ospedalieri; è stata, al contrario, esclusa la configurabilità di un dovere funzionale di correttezza ed imparzialità a carico dei tecnici addetti alla manutenzione della struttura ospedaliera, delle guardie giurate addette alla vigilanza e degli operatori di cooperative private che avevano prestato servizi accessori su richiesta dei congiunti delle persone poi decedute, o comunque prossime a morire). (Cass. 23.6.2011, n. 25242).
154.Non integra la fattispecie di concussione la condotta di semplice richiesta di denaro o altre utilità da parte del pubblico ufficiale in presenza di situazioni di mera pressione ambientale, senza però che questi abbia posto in essere atti di costrizione o d induzione, non potendosi fare applicazione analogica della norma incriminatrice, imperniata inequivocabilmente sullo stato di soggezione della vittima provocato dalla condotta del pubblico ufficiale. (Nella specie, la S.C. annullato la sentenza della Corte di Appello che aveva qualificato come concussione, piuttosto che corruzione, la mera richiesta di denaro o di altra utilità da parte del soggetto passivo, in forza di una generalizzata e notoria prassi in tal senso invalsa in un determinato settore della P.A.). (Cass. 28.6.2011, n. 25694).
155. In tema di concussione, l'avverbio «indebitamente» utilizzato nell'art. 317 cod. pen. qualifica non già l'oggetto della pretesa del pubblico ufficiale, la quale può anche non essere oggettivamente illecita, quanto le modalità della sua richiesta e della sua realizzazione. (Fattispecie in cui si è ritenuto che integrasse il tentativo di concussione la condotta del pubblico ufficiale che, alternando minacce a blandizie, aveva cercato di indurre il privato ad accettare una proposta transattiva avente ad oggetto la risoluzione di un contratto di appalto). (Cass. 13.7.2011, n. 27444).
156.Non integra il delitto di peculato il pubblico ufficiale cui è affidata la gestione di un terreno di proprietà di una società a prevalente partecipazione pubblica che ne disponga il conferimento in altra società della quale la prima ha acquisito delle quote, atteso che un bene immobile non può mai costituire l'oggetto materiale del reato menzionato. (Cass. 15.9.2011, n. 34118).
157. Concorre nel reato con condotta commissiva – anziché mediante omissione ai sensi dell'art. 40 c.p., comma 2 – il dirigente di un ufficio pubblico (nel caso di specie: direttore delle relazioni esterne di un comune) che non soltanto non impedisce che alcuni dipendenti pongano in essere reiterate violazioni nell'osservanza dell'orario di lavoro, aggirando in modo fraudolento il sistema computerizzato di controllo delle presenze, ma favorisca intenzionalmente tale comportamento creando segni esteriori di un atteggiamento di personale favore nei confronti dei correi, in modo tale da creare intorno ad essi un'aurea di intangibilità, disincentivare gli altri dipendenti dal presentare esposti o segnalazioni al riguardo e così affievolire, in ultima analisi, il c.d. "controllo sociale". Pertanto tale condotta ha in sé valenza agevolatrice nella commissione del reato, anche solo per il sostegno morale e l'incoraggiamento che i dipendenti infedeli ricevono da una simile situazione di favore, senza che occorra quindi accertare, sul piano del rapporto di causalità, se il dirigente dell'ufficio avesse il potere di impedire la consumazione del reato o se avesse a tal fine contemporaneamente assunto iniziative di portata generale (quale l'introduzione del controllo computerizzato delle presenze), iniziative comunque rivelatesi inefficaci. (Cass. 29.9.2011, n. 35344).
158.Integra il delitto di concussione, e non quello di millantato credito aggravato ex art. 61, n. 9, cod. pen., la condotta posta in essere da un ispettore di polizia municipale addetto ad una sezione di polizia giudiziaria presso una Procura della Repubblica, il quale, abusando della propria qualità, induca taluni dei potenziali indagati nell'ambito di un procedimento penale per opere edilizie abusive a consegnargli delle somme di danaro per assicurare la mancata emersione delle infrazioni rilevate ed evitare conseguenze dannose alla loro attività professionale. (Cass. 24.10.2011, n. 38164).
159.Non è configurabile il reato di peculato nell'uso episodico ed occasionale di un'autovettura di servizio, quando la condotta abusiva non abbia leso la funzionalità della P.A. e non abbia causato un danno patrimoniale apprezzabile. (Fattispecie relativa ad un episodio di spostamento dell'autovettura dalla periferia al centro della città al fine di compiere una visita privata, percorrendo un tragitto comunque necessario prima di riconsegnare il veicolo all'amministrazione). (Cass. 9.2.2012, n. 5006).
160.Non integra il reato di peculato l'utilizzazione episodica, per scopi personali, di beni appartenenti alla P.A., quando la condotta non abbia leso la funzionalità dell'ufficio e non abbia causato un danno patrimoniale apprezzabile. (In applicazione di tale principio, la S.C. ha escluso la configurabilità del reato nella condotta del dirigente di un consorzio di bonifica che aveva saltuariamente utilizzato il telefono e la fotocopiatrice dell'ufficio per ragioni private). (Cass. 9.2.2012, n. 5010).
161.Ai fini dell'accertamento del delitto di corruzione propria, nell'ipotesi in cui risulti provata la dazione di denaro o di altra utilità in favore del pubblico ufficiale, è necessario dimostrare che il compimento dell'atto contrario ai doveri d'ufficio è stato la causa della prestazione dell'utilità e della sua accettazione da parte del pubblico ufficiale, non essendo sufficiente a tal fine la mera circostanza dell'avvenuta dazione. (Cass. 9.2.2012, n. 5017).
 
[*] Chi è Luigi Delpino:
 
Nato a Napoli nel 1946, Luigi Delpino è Procuratore della Repubblica di Venezia dal dicembre del 2010. Laureatosi in giurisprudenza nel 1968, è entrato in magistratura nel 1971. Dal 1972 al 1992 è stato pretore presso la Pretura di S. Donà di Piave. Poi, dal 1992 al 1999, Procuratore della Repubblica Aggiunto presso la Procura Circondariale di Venezia. Dal gennaio del 1999, è diventato Sostituto Procuratore presso la Corte di Appello di Venezia. Infine, dal 2005 al dicembre del 2010, prima di tornare a Venezia, Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Pordenone. È autore di importanti pubblicazioni, soprattutto in materia di diritto penale e amministrativo tra i quali si segnalano i manuali Diritto Penale – Parte generale e Parte speciale (Napoli 2011), e Il Diritto Amministrativo – Corso completo (Napoli 2010), realizzato insieme a Federico Del Giudice. Fa parte del Comitato scientifico della Rivista ‘Il Diritto della Regione’.
 


[1] La giurisprudenza è ricavata dal CED della Cassazione.

[2] Si vedano, in particolare, gli aggiornamenti nn. 19, 20 e 21.

[3] Il testo dell’art. 8 della L. 59/1987 (Disposizioni transitorie ed urgenti per il funzionamento del Ministero dell'ambiente) è il seguente: «1. Fuori dei casi di cui al comma 3 dell'art. 8 della legge 8 luglio 1986, n. 349, qualora si verifichino situazioni di grave pericolo di danno ambientale e non si possa altrimenti provvedere, il Ministro dell'ambiente, di concerto con i Ministri eventualmente competenti, può emettere ordinanze contingibili e urgenti per la tutela dell'ambiente. Le ordinanze hanno efficacia per un periodo non superiore a sei mesi».

[4] Si legge, in particolare, nella sentenza: «In tema di condono, il silenzio assenso ex art.32 c. 37 legge 269/2003, si forma, sempre che sussistano i requisiti normativamente richiesti per ottenere la sanatoria, in seguito: al pagamento integrale della oblazione, al versamento degli oneri accessori, al perfezionamento delle altre condizioni inserite dalla norma uniti al decorso del termine di anni due dalla presentazione della domanda senza l'adozione di provvedimenti negativi da parte del Comune. Se mancano i requisiti per un provvedimento esplicito di sanatoria, non è praticabile quello implicito con il silenzio – accoglimento. Nella ipotesi in esame, è vero che gli imputati non hanno rilasciato alcun atto formale, ma hanno posto in essere un tassello della sequela procedimentale che avrebbe potuto sfociare – nel caso in cui nessuno avesse rilevato la illegittimità – in una indebita sanatoria di opere, all'evidenza, non condonabili perché non concernevano manufatti ad uso abitativo. Ora gli imputati, persone per la loro qualifica lavorativa esperte nel settore edilizio, avrebbero dovuto ictu oculi rilevare che mancavano i requisiti per la sanatoria e che la relativa domanda era da respingere; di conseguenza, il loro comportamento, posto in essere in violazione di legge, faceva sorgere, quanto meno, un qualificato sospetto e poteva costituire un indizio significativo del fine di fare conseguire un indebito vantaggio patrimoniale del richiedente la sanatoria; tale aspetto della situazione non è stato esaminato nell'erroneo presupposto che l'intervento fosse condonabile».

[5] Si legge, in particolare, nella motivazione: «Le critiche sviluppate dal ricorrente pubblico ministero non scalfiscono la correttezza giuridica degli argomenti con cui la sentenza liberatoria del g.u.p. partenopeo ha considerato non configurabile nei concreti casi di specie contestati ai sei imputati la fattispecie del peculato d'uso. Né alle conclusioni valutative del g.u.p. possono far velo i tralatici richiami del ricorrente a massime giurisprudenziali che pure, in situazioni solo in parte omologabili a quelle per cui è processo, hanno ravvisato la configurabilità nell'indebito uso di autoveicoli di servizi da parte di pubblici funzionari del delitto di peculato d'uso sanzionato dall'art. 314 co. 2 c.p. La sintetica motivazione della decisione di questa S.C. richiamata dal ricorrente non si rende incompatibile con l'assunto altrettanto recente della giurisprudenza di legittimità, cui in tutta evidenza si è ispirato il decidente g.u.p. (Cass. Sez. 6,10.1.2007 n. 10233, Stranieri, rv. 235941), alla cui stregua l'uso temporaneo del bene pubblico per finalità, reali o supposte, non corrispondenti a quelle istituzionali non sempre è destinato ad integrare la fattispecie del peculato d'uso. Non certamente nei casi in cui un siffatto temporaneo uso, rivelatosi affatto episodico ed occasionale (basti osservare che dai controlli relativi ad oltre un anno di uso delle autovetture di servizio del comune di Napoli il p.m. non ha individuato che i soli complessivi nove episodi di uso indebito contestati agli odierni imputati), non risulti caratterizzarsi, quanto a consistenza (distanze percorse) e durata dell'uso, in fatti di effettiva "appropriazione" delle autovetture di servizio, suscettibili di recare un concreto e significativo danno economico all'ente pubblico (in termini di carburante utilizzato e di energia lavorativa degli autisti addetti alla guida) ovvero di pregiudicarne l'ordinaria attività funzionale. È perfino superfluo evidenziare che la ragione fondante della fattispecie del peculato d'uso va individuata nell'esigenza del legislatore di sottrarre alla estensione del più grave peculato comune (art. 314 co. 1 c.p.) l'appropriazione di cose di specie (e non anche di quelle fungibili) per un circoscritto periodo di tempo, cui faccia seguito la loro pronta restituzione con coevo pieno ripristino della situazione anteatta (cfr. Cass. Sez. 6, 1.2.2005 n. 9216, Triolo, rv. 230940). Né, ancora, va sottaciuto che negli episodi attribuiti ai sei imputati le autovetture di servizio, di cui ognuno di loro aveva la disponibilità personale per ragioni di servizio, sono sempre rimaste nella sfera della P.A. e della funzionale disponibilità dei mezzi da parte dei sei assessori, giammai essendosene consentito il pur temporaneo impiego a soggetti terzi, pubblici ufficiali o privati, non aventi diritto all'uso di veicolo di servizio (v. Cass. Sez. 6, 13.5.2003 n. 27007, P.M. in proc. Grassi, rv. 225759)».


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