Giovedì 21 Settembre 2017
RSS RSS Feed
Categoria↓
Saggi
Materia↓
Storia delle Istituzioni Venete
Introduzione al saggio di Luca Rossetto “Il commissario nelle province venete durante la seconda dominazione austriaca”

Le tumultuose vicende politiche che, sul finire del Settecento, introdussero anche nel Veneto, non diversamente dalle altre realtà italiane ed europee, profonde e decisive trasformazioni negli assetti istituzionali esistenti, si riflessero soprattutto sul piano del controllo sociale e dell’ordine pubblico. Si trattava di trasformazioni che, a ben vedere, già avevano manifestato nei decenni precedenti alcuni visibili segni del nuovo clima culturale e ideologico, ma che solo con i successivi cambiamenti politici si sarebbero effettivamente concretizzate con forza ed intensità, determinando un nuovo corso nel delicato settore del controllo sociale.

di Claudio Povolo
Docente Di Storia Delle Istituzioni Politiche All’Università Ca’ Foscari Di Venezia


 
Categoria↓
Saggi
Materia↓
Storia delle Istituzioni Venete
Tra «LEGGI ET PRIVILEGGI»

Una minuziosa ricostruzione dei rapporti tra la Repubblica di Venezia e quello spazio “politico, composito, giurisdizionale, frammentato, suddiviso in centinaia d’insediamenti” noto come lo Stato di Terraferma, i cui limiti geografici si spingevano dall’Isonzo all’Adda e verso il Po, lambendo a nord e ad est le terre imperiali, ad ovest il ducato milanese, a sud il marchesato di Mantova e il ducato ferrarese, per poi spingersi in seguito fino allo Stato pontificio. La graduale definizione di spazio e territorio della Serenissima è dunque il cuore del puntuale saggio storico di Roberto Bragaggia, il quale si è sempre occupato, nei suoi studi, di comprendere quale ruolo politico ebbero le comunità di villaggio della Repubblica di Venezia nei processi di territorializzazione del potere, in particolare di quelle alpine. La montagna rappresenta, infatti, un'area di confine strategica per gli equilibri politici della Serenissima. Bragaggia ha studiato dapprima i cosiddetti Territori, ossia gli organismi di rappresentanza collettivi dei distretti urbani di fronte ai governi cittadini e alle istituzioni, per poi approdare a indagare le singole realtà comunitarie. In modo particolare, si è soffermato sulle comunità di villaggio bellunesi (le Regole), sull'uso che facevano delle risorse (pascoli e boschi), e sui controversi rapporti con la città di Belluno. Per analizzare le singole situazioni, ha studiato le forme di conflitto che si generavano per l'uso dei beni comunali, il ruolo giocato da Venezia in queste liti con la sua macchina giudiziaria sempre in fervente movimento, e gli attori che a vario titolo le animavano contendendosi il territorio. Ne emerge un progressivo affinamento dell’apparato giuridico veneziano e la creazione di istituti sempre più articolati. Uno fra tutti, il Magistrato sopra beni comunali, che con la sua intensa attività di arbitro contribuì attivamente alla definizione del demanio della Serenissima. Ciò che colpisce, in questo excursus storico-giuridico, è l’inalterata capacità della Repubblica di Venezia di esercitare con fermezza la propria autorità preservando però, nei limiti del possibile, le prerogative e gli usi delle comunità. Una lezione di “equitas” che può essere valida ancora oggi per chi è chiamato a governare.

di Roberto Bragaggia
Operatore Bibliotecario Nelle Biblioteche Del Comune Di Mira (Ve), Conduce Studi Storiografici Sulla Repubblica Di Venezia


 
Categoria↓
Saggi
Materia↓
Storia delle Istituzioni Venete
Il commissario distrettuale: funzionario dell'impero nelle province venete asburgiche (1819-1848) un profilo di ricerca

Come spiega l’autore Luca Rossetto, il principale obiettivo di questo breve saggio storico coincide con il tentativo di delineare sinteticamente il ruolo istituzionale e sociale del Commissario Distrettuale nelle Province Venete dal 1819 al 1848, un trentennio scarso che costituisce però il "cuore", non solo cronologico, della complessiva ultrasessantennale appartenenza dei territori della nostra regione alla realtà imperiale della monarchia asburgica. Il contributo è articolato in quattro sezioni.

di Luca Rossetto
Dottorando In Storia Presso L’Università Degli Studi Di Padova


 
Categoria↓
Saggi
Materia↓
Legislazione
Regione
Storia delle Istituzioni Venete
Le proprietà collettive nella montagna del Veneto

L’istituto delle proprietà collettive ha radici storiche molto antiche, e la letteratura giuridica da tempo ne discute. Anche la montagna veneta è da secoli contraddistinta dalla presenza degli antichi nuclei familiari che gestiscono queste terre, spesso con alterne vicende, come dimostra il passaggio dalla Repubblica di Venezia al dominio austriaco e allo Stato italiano. Senz’altro, le leggi del secondo dopoguerra hanno dato riconoscimento a questi istituti, in particolare nel bellunese. Anche nel territorio dell’Altopiano di Asiago si sono formati dei comitati per il riconoscimento e la ricostituzione delle antiche “Vicinie”. Il riconoscimento è subordinato ad un atto della Regione, la quale, per il momento, lo ha negato. E il ricorso presentato al Tribunale amministrativo regionale del Veneto non ha conseguito l’esito sperato: nel 2010, il giudice amministrativo ha avallato la volontà della Regione. L’unica via possibile è un riconoscimento ad hoc con legge regionale. Questo cammino è stato iniziato dal Consiglio regionale del Veneto con un progetto di legge del 2008, ma si è ancora in attesa della sua approvazione. Il progetto si compone di un solo articolo: a parte il riconoscimento delle antiche Vicinie nel comma 2, il comma 3 identifica il patrimonio delle stesse con i «beni agro-silvo-pastorali attualmente amministrati dai Comuni di Asiago, Conco, Enego, Foza, Gallio, Lusiana, Roana, Rotzo […], nonché i beni immobili acquistati con i proventi derivanti dall’utilizzo dei beni delle Vicinie finora amministrati dai Comuni». Si tratta di una formula di riconoscimento che pone a carico delle Regole un ufficio non facile: la gestione del territorio agro-silvo-pastorale, la sua rivalutazione, le decisioni sugli investimenti finalizzate allo sviluppo di questo territorio e compatibilmente con la preservazione dell’ambiente, di cui peraltro, da tempo, sono artefici le Regole bellunesi. Questo saggio propone dunque una riflessione su queste tematiche, anche per capire quale può essere il futuro di una parte importante della realtà montana del Veneto.

di Massimo Rinaldi
Cultore Della Materia In Diritto Pubblico Comparato Presso La Facoltà Di Scienze Politiche Dell’Università Degli Studi Di Padova


 
Categoria↓
Saggi
Materia↓
Storia delle Istituzioni Venete
La camera dei confini e la difesa del dominio veneto nel secondo settecento

Cos’è un confine? Un concetto antropologico, ambientale e culturale prima ancora che giuridico e politico. Ed esso si differenzia da quello di ‘frontiera’ e, ancora, da quello di ‘borderland’ (‘margine’): una differenziazione che si dipana nel corso dei secoli, dall’Impero romano fino almeno alla nascita delle moderne potenze europee. Questa la premessa dalla quale parte il saggio storico di Mauro Pitteri per analizzare la questione dei confini nella Repubblica di Venezia, in particolare all’indomani delle Guerre d’Italia. Se fino ad allora si era “demandata la soluzione delle questioni confinarie ai pubblici rappresentanti delle province o si era tollerato l’autonomo agire delle comunità locali”, i nuovi assetti geopolitici diedero nuova rilevanza ai confini e ai metodi per definirli. La “tattica dilazionatoria” assunta fino ad allora non poteva più reggere “di fronte alle ambizioni dell’Impero asburgico, della Spagna e della Chiesa della Controriforma”. Pitteri illustra quindi la nascita e l’evoluzione di quella fondamentale istituzione della Repubblica di Venezia che fu la Camera dei Confini, con la creazione della figura del Sopraintendente, di assoluta rilevanza per la gestione veneta. Gradualmente questo incarico assunse sempre maggiore importanza, e nel XVIII secolo divenne un ufficio stabile, cui si richiedevano requisiti ben precisi: doveva essere un senatore tra i più influenti, di esperienza internazionale, già ambasciatore presso una delle corti estere. Durante il Settecento, in tutta Europa, si assisteva intanto a un processo di sistemazione dei confini dello Stato che tendeva a uscire dall’occasionalità del Seicento, quando ancora le porzioni di territorio erano delimitate dai Principi solo in seguito all’insorgere dei conflitti. Nel XVIII secolo, “le liti di confine assunsero un carattere di rilevanza pubblica, abbandonando quello prevalentemente locale che avevano avuto in precedenza”. In questo ambito si inserisce anche l’imponente opera della Repubblica che, con i suoi Sopraintendenti, partecipò a questo movimento generale europeo di regolazione dei confini. E la sua opera costituì certamente un tassello importante di questa “storia dello spazio che si stava trasformando in territorio” di cui parla Pitteri. Cominciava quella che l’autore definisce la “stagione dei Trattati”: oltre alla Santa Sede, di fondamentale importanza fu il rapporto costante con l’Impero asburgico. Fu in questo periodo che si mise mano alla riforma della Camera dei confini: priva com’era di un vero esercito, e costretta alla neutralità disarmata, era determinante per la sicurezza della Repubblica disporre di un istituto efficiente che accorciando la catena del comando abbreviasse i tempi. “Il caso veneto – scrive Pitteri – dimostra che la manifestazione del confine non fu solo un frutto delle nuove spinte nazionalistiche degli stati monarchici, ma, nel caso dei principati e delle repubbliche più piccoli, che si trovavano a confinare con una grande potenza, fu un’esigenza dovuta alla loro stessa tutela. Il principe più debole trovava una garanzia alla sua sopravvivenza da un’esatta e condivisa demarcazione del suo dominio”. In questo contesto si contraddistinse l’opera di alcuni sopraintendenti, tra cui quella in particolare quella di Andrea Tron. In chiusura, Pitteri invita a leggere gli eventi che portarono alla caduta della Repubblica alla luce della lotta veneziana contro la perdita dell’indipendenza: una lotta condotta anche attraverso questa imponente opera di confinazione. Dopo la Pace di Presburgo (1805), con l’annessione al Regno d’Italia francese, il sistema veneto fu definitivamente abbandonato, e la competenza sui confini fu sottratta al governo di un magistrato civile per essere affidata a un organo militare. Nel nuovo assetto napoleonico, i limiti dello Stato erano intesi soprattutto come barriere da sottoporre a sorveglianza, e per delimitare le nuove conquiste era molto più semplice servirsi di carte geografiche, separando con un tratto di penna i diversi territori, senza tener conto della popolazione locale e dei suoi diritti. Ma il loro limite, in montagna e in alcune parti del piano presso i fiumi, rimase intatto, ed è una delle più importanti eredità lasciateci dagli antichi governanti.

di Mauro Pitteri
Insegnante, Svolge Attività Di Ricerca Storica, In Particolare Sulla Repubblica Di Venezia E La Terraferma